Cristologia epifanica

Carlo Molari

Il nuovo modello soteriologico ha imposto anche un diverso modello cristologico. Capovolta la prospettiva dell'azione salvifica realizzatasi in Gesù Cristo, appare in una luce diversa la sua stessa struttura ontologica. L'alternativa però non sta tra una cristologia dall'alto e una cristologia dal basso, bensì tra una cristologia semplicemente funzionale e una cristologia epifanica. Nel primo caso il Verbo di Dio si servirebbe di una creatura per offrire salvezza, nel secondo caso costituisce una creatura per renderla agente di salvezza, 'icona di Dio'. Il Concilio di Calcedonia con l'indicazione dei quattro avverbi (senza mutazione, senza confusione, senza separazione e senza divisione) offre i criteri per evitare il dualismo di stampo nestoriano e i rischi di un monofisismo latente.
La fede per descrivere l'esperienza di Gesù utilizza necessariamente il linguaggio analogico. Non è possibile infatti riferirsi all'azione di Dio nella storia senza analogie e senza metafore. Occorre però farlo con la coscienza del valore e della funzione che esse hanno nel linguaggio umano. Lungo i secoli, invece, le metafore hanno acquistato un significato proprio e sono state considerate descrizioni reali dell'evento salvifico. Capita infatti frequentemente nel linguaggio che per l'uso, formule metaforiche diventino proprie.
Dalla espressione 'il Verbo si fece carne' deriva il termine incarnazione, che vuole descrivere il senso dell'esistenza terrena di Gesù Cristo. Il modello dell'incarnazione del Verbo per spiegare l'avventura di Gesù si trova oltre che nel Prologo del quarto Vangelo, anche nella prima lettera di Giovanni (1,1: "ciò che abbiamo toccato del Verbo della vita") e nella Apocalisse ("il suo nome è Verbo di Dio" Ap. 19,13: parola che giudica cfr. 20, 11-12). Il termine 'incarnazione', raro nei primi secoli è divenuto poi tradizionale ed ora è di uso comune per indicare l'avventura di Gesù.
Per l'esattezza del linguaggio occorre ricordare che il soggetto dell'incarnazione non è Gesù, nome della creatura nata a Betlemme da Maria, bensì il Verbo di Dio, generato dall'eternità. Quando a volte si dice che Gesù si è incarnato si utilizza una figura retorica chiamata nella tradizione cristiana 'comunicazione degli idiomi', attribuzione cioè delle caratteristiche e azioni di una realtà o natura ad un'altra in virtù del rapporto esistente fra loro.
Inoltre è necessario ricordare che l'incarnazione non è un evento istantaneo, bensì un processo, che culmina nella Pasqua, solo allora Gesù è stato "costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti" (Rom. 1,4), e così è divenuto "causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Eb 5,9). Nella morte/risurrezione Egli ha raggiunto, nella sua natura umana, l'identità compiuta di Figlio di Dio e ha realizzato la rivelazione suprema dell'amore divino, portando a termine la fase storica della sua missione salvifica.
Come l'esistenza di Gesù si svolge sotto la continua influenza di Dio, anche la missione prosegue nei suoi discepoli attraverso l'effusione dello Spirito Santo. Secondo Giovanni questa è resa possibile dalla trasformazione subita da Gesù nella risurrezione. Riferendo, infatti, le sue solenni parole pronunciate nel tempio: "chi ha sete venga a me e beva", egli commenta: "questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato" (Gv. 7,39). Anche Paolo ricorda che nella risurrezione "il nuovo Adamo divenne Spirito, datore di vita" (i Cor 15, 45). La risurrezione, quindi, rappresenta non solo il vertice del processo di spiritualizzazione di Gesù, iniziata con la nascita e resa pubblica nel Battesimo, bensì costituisce anche il momento in cui l'azione dello Spirito attraverso Gesù perviene ai discepoli, che credono in lui e ne continuano la missione.
Per esprimere questo processo molti teologi nella interpretazione del mistero di Cristo non partono "più dalla questione del rapporto tra le due nature in Gesù Cristo, ma da ciò che secondo la testimonianza di tutti i vangeli costituiva il centro della vita e della persona di Gesù: la sua personale comunicazione col Padre" [1]. Gesù rivela Dio e ne esprime la forza salvifica non per una aggiunta divina, bensì perché perfetto nella sua umanità. Il rapporto libero e filiale che vive con Dio rende Gesù capace di tradurre umanamente la verità e la misericordia di Dio. Il modello che ne consegue consente di evitare gli scogli del dualismo e del monofisismo perché fa perno sul tema centrale della incarnazione come processo attraverso cui la Parola eterna si esprime in Gesù con pensieri e gesti umani. In Lui non esiste una realtà umana e una divina, bensì un concreto individuo umano che nell'ascolto continuo della Parola e nell'accoglienza dello Spirito interiorizza la presenza attiva di Dio Padre in modo talmente fedele da renderla visibile in forma umana. Le nature umana e divina non vengono considerate sullo stesso piano, riunite in un solo soggetto umano, ma in rapporto dinamico come dipendenza profonda della creatura dal creatore. K. Rahner afferma: "ogni formulazione cristologica che permette a Gesù, da una parte, di essere uomo nel pieno senso del termine e allo stesso tempo di essere, nella sua vita e nella sua morte, 'la Parola insuperabile per noi' potrebbe a rigore bastare; affermerebbe infatti, in maniera implicita, ciò che le formule classiche intendono affermare".[2] Questo modello, di tipo epifanico, rispetta maggiormente il modo secondo cui nel Nuovo Testamento viene presentata l'esistenza umana di Gesù. In Giovanni Gesù dice: "Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo... le parole che hai dato a me io le ho date a loro" (Gv. 17, 6.8); "Per loro io consacro me stesso perché anche essi siano consacrati nella verità" (Gv.17,19); "Le parole che io vi dico non le dico da me stesso; il Padre, che dimora in me, fa le sue opere" (Gv 14,10). Questa esperienza si traduce come consapevolezza di unità profonda: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv. 10,30).
La ragione di queste affermazioni stava appunto nel fatto che le opere di Gesù erano trasparenza perfetta dell'azione divina e che le sue parole esprimevano senza residui la verità e l'amore di Dio (cfr. Gv.12, 49-50; 14,10). Gesù è stato costituito Messia e Signore (cfr. At. 2,36) appunto perché ha svelato nella sua esperienza storica i tratti essenziali della Parola e dello Spirito di Dio che salvano. In questo senso Gesù viene detto "irradiazione della gloria di Dio, impronta della sua sostanza" (cfr. Eb. 1,3), o anche, secondo la formula del prologo giovanneo, "Parola fatta carne" (Gv. 1,14). In quanto uomo compiuto Gesù è rivelazione di Dio, trasparenza del suo amore, epifania del nome del Padre e consacrazione alla Verità di Dio.
Il termine incarnazione in questa prospettiva non indica, come ha fantasticato lo gnosticismo, la discesa di un essere celeste in terra, ma la rivelazione della perfezione divina nella carne umana, la risonanza della sua Parola in forme umane. Per la fede cristiana Gesù non è un semidio o un essere metastorico; nella sua realtà umana egli è perfettamente ed esclusivamente uomo e non ha alcuna maggiorazione che lo faccia diverso da noi. Divinità e umanità sono profondamente unite "senza mutazione e senza confusione" (Concilio di Calcedonia 451 contro Eutiche), ma, d'altra parte, l'avventura di Gesù non può essere compresa al di fuori di questa intima unione, "senza separazione e senza divisione" (Calcedonia contro Nestorio).
Gesù ha salvato l'uomo perché ha rivelato Dio, è stato reso da Lui così umano da diventare trasparente alla Sua presenza di Dio, traduzione compiuta del suo amore, realizzazione puntuale del progetto che Egli ha per l'uomo.
Alcuni obiettano a questo modello di essere esclusivamente funzionale e non ontologico. Cristo sarebbe una rivelazione di Dio restando nella sua natura solamente uomo. L'attribuzione della divinità a Cristo sarebbe un semplice traslato per il rapporto operativo di Gesù con Dio. Questa difficoltà nasce dall'equivoca concezione dell'azione creatrice di Dio. Ricordava a questo proposito K. Rahner: "Quanto più una persona, per il suo essere e quindi anche per la sua esistenza di creatura è legata a Dio, tanto più intensamente e profondamente ritorna presso di sé, e quanto più uno è in grado di esperire la propria realtà creaturale, tanto più unito egli è a Dio"[3]. In altre parole, Gesù accoglie l'azione creatrice di Dio in modo così pieno, da essere costituito perfettamente uomo, ed è talmente ricco nella sua umanità da essere salvatore, rivelazione compiuta di Dio in chiave umana. "Pertanto Gesù da una parte sta di fronte al Padre in amore e obbedienza a lui, essendo così da lui differente, ma dall'altra è anche immagine che lo rende presente, icona di Dio; egli parla e agisce in nome di Dio" [4]. La divinità di Gesù, perciò, non è un'aggiunta alla perfezione umana, bensì la rivelazione della divinità di Dio, che attraverso la sua Parola e con l'azione del suo Spirito "ha costituito Signore e Cristo quel Gesù" (At 2,36) che gli uomini avevano crocifisso. Egli era "l'uomo accreditato da Dio.. per mezzo di miracoli prodigi e segni, che Dio stesso operò.. per opera sua" (At. 2,22). Per questo Gesù è il paradigma attraverso cui l'azione creatrice di Dio ha cominciato ad esprimersi nella storia in modo da suscitare immagini definitive della sua perfezione: Egli è il primo di molti fratelli. Come la vita prima non esisteva sulla terra e a un certo momento ha potuto sorgere e svilupparsi, come l'intelligenza e la libertà da appena qualche centinaio di migliaia di anni ha assunto forme umane, così con Gesù una modalità inedita della presenza di Dio ha fatto irruzione nella storia umana e tende ad espandersi.
In questa prospettiva l'incarnazione non è solo un evento realizzatosi in Cristo, ma è anche un paradigma costante dell'azione salvifica di Dio e quindi una legge essenziale dell'esistenza redenta. La legge della incarnazione vuole indicare che la Parola divina diventa udibile sulla terra quando è resa parola umana; che l'amore di Dio diventa efficace per gli uomini quando si traduce in gesti di amore umano; la misericordia del Padre si esprime nella storia umana quando giunge a diventare perdono di uomini. Questo processo richiede la stessa accoglienza e fedeltà che Gesù ha esercitato. Mentre però per la nascita e la crescita di Gesù è stato sufficiente un semplice ambiente famigliare, per lo sviluppo della presenza di Dio nella storia umana non bastano ambienti ristretti e fedeltà di una singola persona. Sono necessarie comunità più ampie, che vivendo in fedeltà il Vangelo, creino climi vitali intensi e consentano l'irruzione dello Spirito di Dio in forme nuove. L'umanità attende ora invenzioni di solidarietà, inediti livelli di umanità, rivelazioni nuove. La promessa di Gesù: "in verità, in verità vi dico: chi crede in me, anch'egli farà le opere che io faccio e ne farà anche di più grandi" (Gv. 14,12) esprime l'esigenza di una continuità, che ha come criterio l'azione storica di Gesù, cioè la sua passione per il Regno di Dio, e come legge l'incarnazione. La fede cristiana si è sviluppata nella convinzione che i suoi seguaci "riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore", vengono "trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (2 Cor. 3,18). Anche questo processo non avviene in un solo istante, ma attraversa tutte le tappe della storia umana, per cui l'umanità, se è fedele all'azione creatrice, acquisisce qualità sempre più ricche e profonde. Più la storia procede, maggiori forme di amore, di solidarietà, di misericordia, di perdono le sono necessarie.
Per coniugare insieme la particolarità esclusiva della testimonianza di Gesù e il pluralismo delle religioni occorre quindi ricordare due leggi fondamentali della storia salvifica: la legge della incarnazione e la legge della permanenza.
La legge della incarnazione afferma che l'azione divina non può essere rilevante e riconoscibile nella storia umana finché non assume forma creata e diventa quindi creatura. Gesù rappresenta per i cristiani l'espressione umana definitiva assunta da Dio nella storia, perché in Lui la potenza divina è giunta a indicare la forma ultima cui gli umani sono chiamati. Ma la sua testimonianza ha assunto una forma culturalmente limitata e circoscritta nel tempo. I valori universali della sua proposta devono essere incarnati nella varietà delle culture e nella successione dei secoli perché possano esprimere tutte le loro potenzialità.
La legge della permanenza afferma che l'azione di Dio una volta pervenuta a manifestazioni autentiche in forma creata, mantiene per sempre nella storia le caratteristiche assunte. La creatura che è giunta in nome di Dio a compiere gesti misericordiosi inizierà una tradizione che rivelerà per sempre la sua misericordia. Gesù ha accettato di diventare ultimo e abietto per rivelare Dio. Dopo Gesù e la sua avventura, l'azione divina nella storia umana conserva per sempre le caratteristiche rivelate da Lui, come sempre conserverà le ricchezze autentiche fiorite nella tradizione ebraica o induista o buddista ecc. Ciò non vale per tutte le espressioni simboliche e dottrinali assunte da una religione bensì solo per le qualità umane autentiche e definitive. In questo senso le Alleanze divine sono per sempre anche se non compiute, i suoi doni sono irrevocabili anche se frammentari. Dio è Fedele.
Occorre infine ricordare che la salvezza, come in Gesù viene offerta a tutti gli uomini, non è legata a meriti o a qualifiche che gli uomini (e neppure Gesù come uomo) possano vantare di fronte a Dio, ma dipende dalla azione gratuita e misericordiosa di Dio, che offre vita a tutti coloro che intendono accoglierla. Le condizioni di miseria, di oppressione e di peccato sono quelle che più di altre rendono efficaci le dinamiche di salvezza immesse da Dio nella storia umana attraverso l'esperienza storica di Gesù Cristo. In questo senso Gesù diventa un criterio unico per rintracciare il vero e il giusto che si trova nelle altre rivelazioni storiche di Dio. Accogliere il suo Vangelo, perciò , diventa stimolo a ricercare le molte emergenze storiche della Parola eterna, per la nostalgia dell'Assoluto che l'incontro con Gesù suscita in ogni uomo, e la certezza che la Parola deve ancora tornare, perché molte cose non possono essere state rivelate ed accolte. La sequela di Gesù quindi diventa passione per i piccoli e i poveri cui testimoniare l'amore creatore di Dio. Questo non può mai costituire motivo di gloria e di superiorità per chi vuole essere testimone della sua fedeltà al Regno di Dio. Ma stimolo di piccolezza e di umiltà, nella consapevolezza che solo scegliendo gli ultimi, e condividendo la loro condizione si è in grado di continuare nel mondo la specifica rivelazione che in Gesù Dio ha realizzato del suo amore.

NOTE

[1] W. KASPER, Per la rifondazione di una cristologia .spirituale in prospettiva trinitaria, in Dio di Gesù Cristo, Queriniana Brescia 1984, p. 75.

[2] K. RAHNER. Cristologia oggi, in Teologia dell'esperienza dello Spirito (Nuovi Saggi 6), PaolinoE Roma 1978 p. 438.

[3] K.RAHNER, "La cristologia fra l'esegesi e la dogmatica, in «Nuovi Saggi» 4, Paoline, Roma 1973, p. 271.

[4] W. KASPER, Per la rifondazione di una cristologia spirituale in prospettiva trinitaria, in Dio di Gesù Cristo, Queriniana Brescia 1684, p. 76.

(Da Teologia del pluralismo religioso, Pazzini ed. 2013, pp. 127-140)