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«Simone, figlio di Giovanni, mi ami?»


Interpellati da Gesù /9

Rossano Sala

(NPG 2013-09-88)

 

Gesù è risorto, è vivo. Nulla della sua dedizione è andato perduto, ma tutto è giunto a compimento con la croce, che nella risurrezione viene confermata come l’unica via della salvezza. Le previsioni dei suoi discepoli invece si sono rivelate inconsistenti e sbagliate.
E così, dopo gli eventi della morte e della risurrezione del Signore, le strade tra Gesù e Pietro si attorcigliano di nuovo, ma in forma diversa rispetto a ciò che era avvenuto in precedenza. Pietro, che si era orgogliosamente e polemicamente opposto alla via della croce, con la luce della risurrezione ha ricevuto la rivelazione della verità di Gesù e incomincia a comprendere che Gesù aveva proprio ragione su tutto il cammino che aveva fatto.
Nel capitolo ventunesimo di Giovanni, Egli si rivela ai suoi sul lago, riproponendo alcuni gesti che rimandano alla verità dell’ultima cena, che in sé conteneva già tutti gli elementi per comprendere l’inconcepibile decisione di Gesù di offrire il suo corpo e il suo sangue per la vita del mondo. Risentiamo ora la narrazione che segue quel momento eucaristico:
15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».
La domanda, con sfumature diverse, è ripetuta per ben tre volte. Gesù chiede innanzi tutto conto dell’amore che nutriamo nei suoi confronti. Chiede conto di dove si rivolgono i nostri affetti più profondi. Per tre volte domanda a Pietro e domanda a noi se gli vogliamo bene, se desideriamo essere abitati dal bene che Lui è venuto a portare, se siamo pronti a fare il bene che Egli ci indica. Questa triplice domanda affonda nel cuore di Pietro, tanto da metterlo in difficoltà, da rattristarlo e addolorarlo. Sembra quasi che Gesù non ritenga affidabili le sue risposte: desidera che siano sempre più consapevoli, sempre più profonde, sempre più forti e sempre più convinte. Quasi a riparare la triplice negazione e il triplice abbandono prepasquale.
Gesù chiede anche una maggiore intensità di amore a Pietro: chiede a lui e a noi se gli vogliamo bene ‘più di costoro’. Probabilmente si riferisce a coloro che sono lì, ma per l’evangelista forse si riferisce agli undici oppure alla prima comunità cristiana di cui fa parte. In tal modo sottolinea il primato di Pietro, il suo dover essere il primo anche nell’affetto e nell’amicizia con il suo Signore.
Gesù non chiede prima di tutto cieca obbedienza, offerta della nostra vita, fiducia totale nella sua parola, ma la commozione degli affetti più profondi di fronte alla sua persona, che ha vinto la morte non evitandola, ma passandoci attraverso con la sua dedizione. Il cristianesimo, da questo punto di vista, non si basa né si riduce ad una dottrina, ad una morale, ma affonda le sue radici più profonde in una relazione intima e radicale tra Gesù e il credente, in un legame personale, di amicizia e di amore. Da esso scaturiscono anche una dottrina e una morale, certamente. Ma non ci si può sbagliare sul fatto che senza amicizia e amore personale per il Signore niente può reggere del cristianesimo. Perché nel cristianesimo ciò che fa davvero la differenza è Gesù, e tutto quello che a partire da Lui prende avvio e con Lui giunge a compimento. Si tratta di una questione apocalittica. Nel Breve racconto dell’anticristo di V. Soloviev, più attuale che mai, è proprio questo il punto di svolta di tutto il racconto:
«Con accento di tristezza, l’imperatore si rivolse a loro, dicendo: “Che cosa posso fare per voi? Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani, abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare; che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”. Allora simile a un cero candido, si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza: “Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in tutto quello che viene da Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità. Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo».
Un cristianesimo senza Gesù, una vita cristiana senza relazione personale con Lui e una pastorale che di conseguenza agirebbe senza tenere conto della centralità della sua presenza prima che del suo annuncio sarebbe un grave tradimento di tutto ciò che abbiamo ricevuto in dono e abbiamo il dovere di testimoniare come cristiani.
Quindi, possiamo e dobbiamo affermare senza mezzi termini che la via privilegiata della sequela è l’amicizia e l’amore per il proprio Signore. Questo prima di tutto ci è richiesto e su questo dobbiamo verificarci come giovani in cammino. Curare l’amicizia e l’amore per Gesù è il primo compito di ogni cristiano.
Ma l’amore personale per il Signore non è fine a se stesso, nella logica dell’autoconsumo e dell’autoedificazione, che paiono essere degli imperativi della nostra epoca, segnata da una forte dose di narcisismo. A volte troviamo in giro alcuni tipi di religiosità (falsamente) cristiana, che si gioca tutta nell’intimismo di una relazione chiusa tra l’anima e Dio, orientata al benessere personale e all’autorealizzazione. Tutto ciò può essere molto lontano dalla verità della vita cristiana, che invece vive di un rapporto qualitativo con il Signore come spinta radicale alla missione. Conviene davvero riconoscere che il Signore, dopo aver avuto la triplice risposta di Pietro, invia in missione: per ben tre volte ribadisce: «Pasci i miei agnelli».
Intimità e apertura, contemplazione ed azione, interiorità ed esteriorità, ascolto e annuncio, identità e missione, fede e opere sono dinamiche che si devono compenetrare sempre più e sempre meglio nella vita di ogni cristiano, che non può fare a meno né delle une né delle altre. In particolare va riconosciuto che senza legame con il Signore la missione, anche se all’inizio può sembrare entusiasmante, si stacca dalla sua sorgente, ed è destinata ad esaurirsi presto. È il pericolo dell’attivismo, che attua un’azione senza una copertura di amicizia e amore per il Signore. Se invece si consolida sempre più come espressione del nostro affetto per il Signore, la missione è destinata a durare e a portare frutto.

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