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«Tu, credi nel Figlio dell’uomo?»


Interpellati da Gesù /4

Rossano Sala

(NPG 2013-03-51)


La terza domanda che propongo alla vostra attenzione fa parte della conclusione del bellissimo capitolo nono, quello del cieco nato, che tratta magnificamente il tema della fede e dell’incredulità. Immergiamoci nel clima drammatico di quel capitolo, risentendone almeno la parte finale:

24Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». 25Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». 26Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». 27Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». 28Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! 29Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». 30Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». 34Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
35Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». 36Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». 37Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». 38Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
39Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». 40Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». 41Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane».

L’immagine della luce e delle tenebre sono simboli della fede e dell’incredulità. È sicuramente decisivo dell’esperienza evangelica il fatto che Gesù chiede di credere in Lui dopo aver aperto gli occhi e chiedendo di guardare a Lui, tenendo gli occhi ben aperti. La prospettiva sta nel «vedere per credere», contro il nostro senso comune per cui per credere è necessario abdicare ai nostri sensi e alla nostra intelligenza.
Uno dei grandi equivoci a riguardo della fede è quello di metterla in contraddizione con il vedere e soprattutto in contraddizione con il sapere. «Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo» (Gv 9,5): queste parole di Gesù, che introducono il brano, ci dicono esattamente che non basta che egli sia la luce, ma che ci vogliono occhi capaci di percepirlo, e che non è scontato che noi abbiamo questi occhi. Anzi, per Gesù, che ci conosce molto più di quanto ci conosciamo noi, appare scontato che noi siamo «ciechi dalla nascita», che gli occhi della fede si ricevono e non si conquistano, che è Lui che ce li dona nel momento in cui si rivela, guarendoci dalla nostra incredulità.
È altrettanto evidente che non è adatto a ricevere la vista chi crede già di vedere, chi pensa di sapere tutto su Dio. Che si è già in pari con Lui e che al limite a Dio si possono offrire sacrifici, ma mai ricevere qualcosa da Lui. La conclusione del brano non lascia dubbi in proposito: «Siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane» (Gv 9,41b). Loro sanno già, vedono già, non hanno bisogno di niente da Dio: questo è il punto, in questo sta la vera cecità, quella del cuore e della mente… Dio non gli può dire o dare niente che secondo loro si possano procurare da soli. In questo modo ogni strada per ricevere la grazia è sbarrata, ogni porta è definitivamente chiusa.

In realtà Gesù ci chiede di utilizzare in maniera retta tutti i doni che ci sono stati consegnati dalla sua bontà, compresi i nostri sensi e la nostra intelligenza. Venendo nel mondo, la sua prima opera consiste nel guarire i nostri sensi ammalati e la nostra intelligenza incapace di operare con rettitudine: in tante occasioni, come al termine di questo brano, accusa i suoi interlocutori di avere gli occhi ma di non vedere, di avere orecchi ma di non udire, di avere intelligenza, ma di non cogliere i segni dei tempi. Effettivamente una delle restituzioni evangeliche che più colpiscono è il rimprovero di Gesù circa il fatto che i suoi contemporanei, pur avendo una vista e un udito perfetti, non vedono e non odono affatto ciò che si presenta davanti a loro: «guardano ma non vedono, sentono ma non comprendono» (cfr. Mc 4,12). Sembra pazzesco pensare ad una possibilità del genere e che questo possa valere per un’intera epoca. Per Gesù, i cui sensi spirituali sono in perfetto ordine, è normale pensare che i suoi contemporanei «vedono senza vedere» e «ascoltano senza comprendere». Come l’apostolo Paolo, anche noi in tante occasioni abbiamo gli occhi aperti ma non vediamo nulla (cfr. At 9,8)!
Ecco la necessità del segno di guarigione fisica che rimanda alla riabilitazione di un nuovo sguardo spirituale: il vedere l’umanità di Gesù – ovvero la sua vicenda storica, il suo operare con dedizione incondizionata per il bene di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – diventa la condizione necessaria per riconoscere la sua identità di Figlio unigenito – la sua provenienza dal Padre, il suo essere pieno di grazia e verità, la sua intenzione di essere il primogenito di molti fratelli.
Ma il passaggio tra il «vedere Gesù» e il «credere in Gesù» non ha nulla di automatico: non può essere qualcosa che avviene a prescindere dalla riattivazione personale della libertà. Non c’è riconoscimento senza una presa di posizione intima del soggetto, che deve far sua la prospettiva che Gesù gli offre, inserendosi così nel ritmo della fede. Ecco allora la necessità della domanda coinvolgente, la cui risposta non può che essere personale e intima: «‘Tu, credi nel Figlio dell’uomo?’. Egli rispose: ‘E chi è, Signore, perché io creda in lui?’. Gli disse Gesù: ‘Lo hai visto: è colui che parla con te’. Ed egli disse: ‘Credo, Signore!’» (Gv 9,35-38). Allora, almeno in questo brano, il credere e il vedere non sono in contrapposizione, ma hanno una forma intrecciata e di inclusione reciproca: per credere bisogna vedere e per vedere bisogna credere.
Forse è proprio il preconcetto della modernità, che oppone pregiudizialmente il credere e il vedere, quello che è da superare. La figura della fede si realizza in un contesto di luce, di vita, di relazione felice con Dio.
Sia all’apice dell’esperienza salvifica del popolo d’Israele («Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto, e il popolo temette il Signore e credette in lui e in Mosè suo servo» Es 14,31) che in quella della nascita della fede cristiana alla vista della tomba vuota («Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette»: Gv 20,8) vi è una profonda unità tra il vedere e il credere, dove il senso pieno degli eventi è accessibile solamente alla luce di un autentico consenso di tutto il proprio essere, che si rende disponibile ad accogliere l’azione salvifica di Dio.

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