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Le domande di Gesù nel Vangelo di Giovanni. Introduzione alla rubrica «Interpellati da Gesù»


Interpellati da Gesù /1

Introduzione alla rubrica

Rossano Sala

(NPG 2012-09-46)


Gesù non può mettere da parte gli uomini per prenderne il posto. Non può impossessarsi della loro libertà per fare con essa ciò che l’uomo non vuole fare, e nemmeno per fare ciò che Lui vuole fare. Se è vero che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29), la chiamata e il dono della libertà lo è sopra ogni cosa.
Così il libero coinvolgimento esistenziale è parte integrante della pienezza della rivelazione cristiana, che non avviene nonostante i compagni e gli interlocutori di Gesù, ma con loro, per loro e in loro, in un ricco e avventuroso intreccio tra libertà viventi, da cui scaturisce un vero e proprio tessuto drammatico e perfino tragico. La figura di Maria, nel suo ruolo singolare nella storia della salvezza, è il primo e più alto punto della compromissione della creatura, che offre addirittura le condizioni di possibilità della donazione del Figlio, attraverso la disponibilità paradossale a divenire «madre di Dio».
Allo stesso modo l’opera della pastorale giovanile non avviene nonostante la libertà dei giovani, ma proprio perché essa esiste e va valorizzata in tutto e per tutto. Perché il Vangelo non ci restituisce solo imperativi a cui obbedire passivamente o contenuti di cui appropriarsi intellettualmente, ma inviti e domande che facciano scaturire prese di posizione personali e convinte che nascono dall’intimo del cuore e dalla disponibilità integrale della propria persona. Tale modalità di azione non solo rispetta la nostra libertà, ma la purifica, la sollecita e la attiva in modo del tutto inedito.
Con questo si afferma qualcosa di decisivo: il coinvolgimento è essenziale all’evento della rivelazione. Ci interessano in questa rubrica le domande di Gesù, perché in esse si mostra la volontà di Dio di fare alleanza con l’uomo. In questo primo articolo è bene giustificare la pertinenza teologico-pastorale del tema trattato, legittimando nella maniera più obiettiva possibile perché ci interessiamo delle «domande»; perché proprio di quelle «di Gesù» e infine perché quelle del «vangelo di Giovanni».

LA QUALITÀ EDUCATIVA DELLA DOMANDA

Interpellare un interlocutore attraverso il modo specifico della domanda significa porsi nei suoi confronti in una maniera particolare, diversa rispetto ad un’affermazione, un commento, un imperativo, una sentenza o un’esclamazione. Dal punto di vista antropologico ogni domanda che poniamo dice interesse (come stai?), coinvolgimento rispettoso dell’altro (cosa ne pensi?), sollecitazione all’iniziativa (cosa proponi?), ripensamento sulle proprie azioni (che cosa hai fatto?). La domanda può essere anche una forma sottile di verifica (com’è andata?). In ogni caso afferma custodia e valorizzazione della soggettività dell’altro, perché la domanda non passa accanto o sopra l’altro ma, per così dire, vi passa attraverso chiedendo la sua presa di posizione personale.
Per essere schematici possiamo dire che:
– La domanda manifesta attenzione all’altro. La domanda scaturisce da un autentico interesse per l’altro: domanda chi ha a cuore l’altro, non anticipando la risposta, che può venire solo da colui che ci sta di fronte, dalla sua intimità e dalla sua alterità sempre sorprendente e indeducibile;
– La domanda coinvolge e sollecita l’altro. Chi vuole creare un rapporto con un altro pone domande. In particolare, rispetto alle altre forme di rapporto, la domanda è rispettosa della relazione: è una sollecitazione della libertà, un voler aiutare l’altro a prendere posizione, a fare propria una decisione con una scelta interiore. La domanda nutre stima e rispetto per il proprio interlocutore, perché lo riconosce come una libertà vivente che ha diritto ad esprimersi e a decidersi.
– La domanda custodisce la libertà dell’altro. La domanda segna la delicatezza della relazione: dove la relazione diventa veramente consapevole di chi è l’altro che ho di fronte. Mentre gli oggetti inumani sono da noi «utilizzati», solo ad un soggetto si possono rivolgere domande. Solo una libertà vivente merita che gli si facciano domande. Nella domanda ci si fa rispettosi della dignità altrui, perché si attende la libera apertura del cuore, così che l’altro è davvero custodito nella sua dignità propria.
– La domanda mette in gioco la libertà dell’altro. La domanda, ancora, è sollecitazione verso una decisione della libertà, è il luogo che aiuta l’uomo a prendere posizione per la propria vita e ad esporsi in prima persona, manifestando la propria volontà, i propri affetti e le proprie convinzioni. Una domanda, come nel caso di un «interrogatorio», può attivare una testimonianza che mette allo scoperto le proprie convinzioni, costi quel che costi.
– La domanda infine dà da pensare ad ogni persona. Una domanda ben posta è un piccolo virus che entra nel circolo della coscienza, attivando la capacità critica del soggetto. Non sempre una domanda esige la risposta immediata: le vere domande hanno un’energia tale da non andare mai in prescrizione, scavando dentro l’individuo per riportarlo alla verità della sua esistenza e all’altezza della sua vocazione. Le domande sono il luogo del ripensamento critico delle proprie azioni e della propria condotta.
Se le cose stanno così le domande potrebbero essere, per alcuni aspetti, uno dei luoghi privilegiati della relazione educativa (parola che, non a caso, viene da «educere», tirar fuori, far emergere, estrarre), perché sono una strategia capace di far uscire allo scoperto l’altro che mi sta di fronte. Il numero 25 degli orientamenti pastorali della CEI per il decennio 2010-2020 (Educare alla vita buona del Vangelo), confermando quanto detto, sottolinea questa strategia educativo-pastorale di Gesù:
«Che cosa cercate?» (1,38): suscitare e riconoscere un desiderio. La domanda di Gesù è una prima chiamata che incoraggia a interrogarsi sul significato autentico della propria ricerca. È la domanda che Gesù rivolge a chiunque desidera stabilire un rapporto con lui: è una «pro-vocazione» a chiarire a se stessi cosa si stia cercando davvero nella vita, a discernere ciò di cui si sente la mancanza, a scoprire cosa stia realmente a cuore. Dalla domanda traspare l’atteggiamento educativo di Gesù: egli è il maestro che fa appello alla libertà e a ciò che di più autentico abita nel cuore, facendone emergere il desiderio inespresso.
Già il Dio dell’alleanza con i padri educa il suo popolo interrogandolo. Innumerevoli sono gli episodi in cui le domande appaiono il punto di svolta strategico della narrazione drammatica. Pensiamo la forza di quel «dove sei?» rivolto ad Adamo (Gn 3,9). Oppure a quel sorprendente «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gn 4,9) rivolto ad Abele. Oppure a quel meraviglioso e interminabile interrogatorio a cui Dio sottopone Giobbe (cf Gb 38-42) con una serie innumerevoli di quesiti, che rovesciano ogni prospettiva, perché: «io t’interrogherò e tu mi istruirai» (Gb 38,3).

LE DOMANDE DI GESÙ NEI VANGELI

Le domande nei Vangeli, pur essendo molte, sono di solito poco prese in considerazione, ma a ben vedere hanno un ruolo di grande interesse nello svolgimento della vicenda drammatica del Nazareno [1].
Tante e diverse sono le domande che si susseguono: alcune veramente importanti e altre forse meno intense. I vangeli sono colmi di domande perché ogni domanda è quasi una spinta che Gesù fa ai suoi – e l’evangelista rivolge al lettore – nel tentativo di renderli partecipi come attori reali nella sua storia. Figurativamente, potremmo pensare alle domande nei Vangeli come ad una mano che «esce» dal testo sacro nel tentativo di afferrarci e di farci entrare nel testo stesso come protagonisti attraverso la nostra personale risposta. Il lettore, chiunque esso sia, è parte integrante del Vangelo, è pensato dallo scrittore sacro fin da subito come interlocutore attivo: deve anch’egli, confrontandosi con le domande e le risposte degli attori in campo, prendere posizione.
Le domande nei vangeli ci devono anzitutto convincere della originaria natura dialogica della rivelazione. Si tratta della volontà chiara di Dio di intrattenere una relazione di amicizia, di alleanza, di inclusione reciproca con l’uomo. La domanda è uno dei luoghi dell’engagement dell’uomo nella rivelazione di Dio, che è sempre rivelazione per, con e mai senza l’uomo. Facendosi domande, Dio e l’uomo manifestano la loro reciproca stima e l’interesse che condividono l’uno per l’altro. Potremmo quasi dire che la rivelazione è un insieme di domande e risposte che Dio e l’uomo si fanno e si danno.
Noi restringiamo il campo e ci occupiamo delle domande di Gesù. Gesù ci pone domande: questo potrebbe sembrare strano, perché troppe volte ci viene presentato come la risposta esaustiva e conclusiva a tutte le nostre domande. A volte la nostra catechesi con i giovani funziona così, secondo lo schema teologico della corrispondenza – basato sull’assioma «l’uomo domanda e Dio risponde», da cui deriva per direttissima l’altro per cui «Dio ordina e l’uomo obbedisce». In realtà tutto ciò appare per lo meno superficiale, perché Gesù in tante occasioni si rivela facendo domande, cioè sollecitando i suoi a decidersi responsabilmente nei suoi confronti e mai sostituendosi ad essi nella risposta che solo loro possono e devono dare, perché nessuno può credere al loro posto:

Gesù sa che nessuno può credere al posto di un altro. Certo, una parola esterna, una parola dei genitori o una parola di un «traghettatore» è assolutamente necessaria per accedere a questa «fede»; ma a che cosa servirebbe se non riuscisse a convincermi? Devo sentire me stesso mormorarmi: ci credo, sì, è vero. Il termine «con-vinzione» dice proprio che si stratta di una vittoria su tutti i messaggi negativi che attraversano un’esistenza: vittoria che, come suggerisce la parola «con-vinzione», necessita del con-corso di altre persone, ma vittoria anche che nessun altro può ottenere al mio posto. [2]

Nel vangelo di Marco ci sono 61 domande di Gesù (una media di quattro per ogni capitolo!), in quello di Matteo 40, in Luca 25 e in Giovanni 48. Come si vede Marco predilige un Gesù che domanda, non solo perché questo forse corrisponde maggiormente ad una tratto più antico e vibrante della sua identità, ma anche perché l’attenzione alla domanda lo caratterizza in modo speciale. Solo questi dati ci devono far pensare alla persona di Gesù come a una figura interrogante e interpellante, attenta e interessata a non scavalcare mai i suoi interlocutori, ma a farli intimamente partecipi della sua rivelazione. Le domande di Gesù hanno un ruolo strategico nelle narrazioni evangeliche in vista dell’identificazione della regalità stessa di Gesù: il centro del vangelo di Marco è data dalla domanda «ma voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,29).
Egli rivela la sua identità per mezzo della qualità delle domande che pone: «una persona non si rivela soltanto per le risposte che sa dare, ma anche per le domande che sa porre» [3]. La capacità di fare le domande giuste al momento giusto è un tratto qualificante della sua identità di Figlio di Dio. Questo vale evidentemente per ogni buon educatore che, entrando nello stile del nazareno, sa quando e come porre le giuste domande in vista di una piena valorizzazione dei giovani che gli sono affidati.
Nella nostra rubrica prendiamo in considerazione alcune domande di Gesù, perché esse hanno una qualità teologica notevole. Non sono quelle degli uomini a Lui, che a volte sono banali e superficiali, e non meritano risposte. Se Dio rispondesse alle nostre domande così come noi gliele poniamo, sarebbe perlomeno ingenuo, nel senso che egli sa benissimo, come ogni buon pastore di anime, che noi non sappiamo nemmeno ciò che sia conveniente domandare (Rm 8,26). Con la domanda si manifesta un desiderio: così Gesù, facendoci domande, mostra con chiarezza che ha bisogno di noi, della nostra partecipazione, del nostro interesse. Che, per dirla con un gioco di parole, ci ha creato senza di noi ma non ci salverà senza di noi. Egli domanda allora per interpellare la nostra libertà: Dio è uno che domanda, che chiede conto, che si interessa, che si preoccupa, uno che ama e che quindi è attento. Vorrei dire, non pensando di esagerare, che solo chi ama sa domandare.
La contemporaneità eterna di Gesù, infine, pone ognuno di noi davanti alle sue domande. Siamo degli «interrogati da Gesù», siamo di fronte alle domande di Dio che vogliono spingerci ad una libera decisione in vista dell’amore che Lui è venuto a portare. Per questo è attuale oggi parlare delle domande che Gesù fece ai suoi interlocutori, che adesso siamo noi: come educatori e come giovani.
In sintesi possiamo dire che Gesù ci inserisce alla qualità originariamente drammatica della sua rivelazione. Le loro domande rivelano i nostri «desideri» buoni (o quelli cattivi), sollecitano la nostra «disponibilità» (o il nostro rifiuto), intensificano la nostra «fede» ( o la nostra incredulità). Ad esse non si può rimanere indifferenti, perché sono appelli a cui non possiamo sottrarci.

LE DOMANDE DI GESÙ NEL VANGELO DI GIOVANNI

Stringiamo ancora la nostra ottica, giustificando la nostra triplice scelta: le domande, quelle di Gesù, nel vangelo di Giovanni. La caratteristica propria del quarto vangelo è una profondità e una genialità narrativa eccezionale. Pochi episodi, poche diatribe, pochi miracoli, nessuna parabola, ma una profondità senza confronti. Qualcuno ha definito il vangelo di Giovanni, con piena pertinenza, il Vangelo della contemporaneità di Cristo: certo la storia di Gesù è un evento passato, ma è da Giovanni raccontata come una storia che continua a riproporsi e a interpellare in presa diretta gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo. Chiaramente l’intenzione dell’evangelista è di rendere contemporanea al lettore la storia che racconta e di farlo partecipe della grazia e della verità che Gesù è venuto a portare, portando se stesso. Lo schema utilizzato è semplice e abbastanza costante: da una parte una luminosa rivelazione di Gesù, dall’altra l’accettazione o il rifiuto della sua testimonianza, che dipende dalla luce o dal buio interiore dei suoi interlocutori e dalla disponibilità a lasciarsi toccare dalla sua manifestazione.
Il lettore del vangelo di Giovanni, di fronte alle domande del Signore, si sente coinvolto in prima persona. Le domande che Gesù rivolge ai discepoli, agli ammalati che vuole guarire, ai giudei che cercano motivi per ucciderlo, in verità sono rivolte ad ognuno di noi. In questo modo l’uditore delle domande non è pura passività di ricezione, ma è chiamato ad attivare una collaborazione, una cooperazione e una decisione di vita. Senza il lettore il testo non attiva mai la sua potenzialità comunicativa e performativa: ci vuole un lettore consapevole del suo ruolo assolutamente imprescindibile, che si senta attore in prima linea nel dramma della vita.
Si potrebbe cercare un confronto tra la strategia delle domande e quella delle parabole – quasi del tutto assenti in Giovanni –, nel senso che l’intento di Gesù appare il medesimo: precisamente il tentativo di far entrare il suo interlocutore nel suo modo di pensare, nelle sue intenzioni, nella sua fiducia nel Padre, nella sua obbedienza, nella sua speranza e nella sua fede, mettendo a nudo le contraddizioni, le perversioni e la lontananza dalla verità degli uomini.

Tipologia e senso delle domande in Gv

Abbiamo detto che nel vangelo di Giovanni ci sono ben 48 domande di Gesù. Distinguendo per tematiche potremmo avere le seguenti ripartizioni: domande riguardanti la ricerca, la fede, il destino di Gesù, la ineludibile decisione per Gesù, e poi l’ambito propriamente legato all’identità divina di Gesù stesso. Se invece distinguiamo per destinatari, notiamo che le domande sono rivolte ai discepoli e in particolare a Pietro, ai giudei, ai suoi giudici e uccisori, a coloro che sono sanati dalla sua azione taumaturgica.
La prima parola pronunciata da Gesù nel vangelo di Giovanni è una domanda formidabile: rivolto verso coloro che lo seguivano su indicazione del Battista, domanda loro «Che cosa cercate?» (Gv 1,38); nell’orto degli ulivi, sulla stessa linea, domanda alle guardie per ben due volte «Chi cercate?» (Gv 18,.4.7); al termine del vangelo a Maria Maddalena viene domandato: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15). Così le domande sul cercare fanno un po’ da inclusione a tutto il Vangelo di Giovanni, che è un itinerario di ricerca che giunge a compimento nella sequela del crocifisso-risorto, perché, al termine della narrazione, sul lago, per ben tre volte Gesù domanda a Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami [mi vuoi bene] più di costoro?» (Gv 21,15.16.17).
Nel nostro percorso annuale cercheremo di passare attraverso alcune domande strategiche di Gesù, che fanno la differenza e danno davvero da pensare in profondità. Domande con cui un operatore di pastorale giovanile si confronta e che sa riproporre con sapienza a coloro che gli sono affidati in vista di un sempre più autentico discepolato, che rimane la meta ultima e unica della pastorale giovanile. Pensiamo ad esempio alla conclusione dell’intensissimo discorso del pane di vita, quando Gesù gela letteralmente i suoi domandando loro: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67), provocandoli così ad una decisione di vita; oppure quando, dopo il gesto solenne della lavanda dei piedi, li interpella dicendo: «Capite quello che ho fatto per voi?» (Gv 13,12); oppure quando a Pietro, risoluto nel difendere Gesù fino alla morte, domanda con fermezza ironica: «Darai la tua vita per me?» (Gv 13,38); o ancora quando nel cuore della notte, dove tutti sono lontani dal comprendere lo stile di Dio, che si rivela in pienezza nel dono di sé, domanda ai suoi: «Il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?» (Gv 18,11).
Solo da queste brevi battute si coglie quando la posta in gioco sia intrigante e avvincente, sia per la nostra vita spirituale di discepoli e apostoli del Signore, che per il compito di cura pastorale dei giovani che ci è affidato. Riscoprendo un tratto dei vangeli che tante volte sfugge al nostro sguardo, possiamo ripensare ad una strategia interessante per la pastorale giovanile oggi.

Una metodologia interrogante

Il sommario di ciò che fin qui siamo andati dicendo – se per caso tutto quello che è stato detto fin qui appare troppo complicato – potrebbe essere questo: è da superare decisamente uno schema superficiale di leggere i vangeli – e a volte di fare pastorale giovanile – e di comprendere la rivelazione che intende da una parte l’uomo che domanda e dall’altra Dio che risponde. Questo schema predeterminato è da rivedere per il semplice motivo che Gesù è uno che evangelizza facendo domande, è un Gesù interrogante e interpellante.
Di più: questo schema è da demolire in quanto semplicistico e da sostituire con un modo di leggere i vangeli che fin dall’inizio coinvolge l’uomo in una storia di salvezza fatta non solo per l’uomo, ma con l’uomo e mai senza di lui, perché è orientata alla comunione dell’amore, che non può avvenire senza il pieno e libero assenso di tutti gli interlocutori in campo. Con questo si spiega la qualità originariamente drammatica della rivelazione e della fede, che non possono essere visti come due vagoni di un treno connessi da un gancio; si tratta invece di comprendere la rivelazione di Dio e la fede dell’uomo intrecciati in maniera indissolubile.
Se nella pratica della pastorale giovanile consideriamo i giovani degli autentici soggetti, la strategia educativa ed evangelizzatrice che viene dal domandare va recuperata con convinzione. Il senso di questa rubrica è quindi quello di confrontarci con una metodologia interrogante che affonda le sue radici direttamente nello stile interrogante di Gesù, capace di provocarci ad una revisione e ad un ripensamento di alcune nostre prassi tanto consolidate quanto discutibili.

NOTE

1 Uno dei pochi testi dedicati al tema è: G. Perini, Le domande di Gesù nel vangelo di Marco. Approccio pragmatico: ricorrenze, uso e funzioni (Dissertatio – Series Romana 22), Glossa, Milano 1998. Il testo, definito pionieristico, presta proprio attenzione al carattere interrogante di Gesù nei vangeli, in particolare in quello di Marco.
2 C. Theobald, Trasmettere un Vangelo di libertà (Nuovi saggi teologici 82), Edizioni Dehoniane, Bologna 2010, 17.
3 Dalla presentazione di R. Penna a G. Perini, Le domande di Gesù nel vangelo di Marco…, VII.

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