Gesù

e gli oppositori

Bruno Maggioni

 

8,12. Gesù prese nuovamente la parola e disse: Io sono la luce del mondo. Chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita.
13. Gli dissero i farisei: Tu rendi testimonianza a te stesso; la tua testimonianza non è vera.
14. Gesù rispose: Anche se rendo testimonianza a me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so donde vengo e dove vado. Voi invece non sapete né donde vengo né dove vado.
15. Voi giudicate secondo la carne: Io non giudico nessuno.
16. E anche se giudico, il mio giudizio è vero, perché io non sono solo, ma con me c'è il Padre che mi ha mandato.
17. Anche nella vostra legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera.
18. Io rendo testimonianza a me stesso, ma anche il Padre che mi ha mandato testimonia in mio favore.
19. Gli chiesero: Dov'è tuo Padre? Rispose: Voi non conoscete né me né il Padre mio. Se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio.
20. Gesù pronunciò queste parole nella sala del tesoro, insegnando nel tempio. E nessuno lo arrestò perché non era ancora giunta la sua ora.
21. Gesù disse di nuovo: Io me ne vado, voi mi cercherete e morirete nel vostro peccato. Dove vado io voi non potete venire.
22. Dicevano allora i Giudei: Che voglia uccidersi, dato che dice: Dove vado io voi non potete venire?
23. Gesù proseguì: Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete da questo mondo, io non sono da questo mondo.
24. Vi ho detto: Morirete nei vostri peccati. Infatti, se non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati.
25. Gli domandarono: Tu chi sei? Rispose: È dal principio che ve lo sto dicendo.
26. A vostro riguardo ho molto da dire e da giudicare. Ma chi mi ha mandato è veritiero, e ciò che ho udito da Lui lo dico al mondo.
27. Quelli non compresero che Egli parlava del Padre.
28. Gesù continuò: Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io sono e che nulla faccio da me, ma parlo come il Padre mi ha insegnato.
29. Colui che mi ha mandato è con me. Non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre ciò che gli piace.
30. Per aver detto queste cose molti credettero in Lui.
31. Gesù disse ai Giudei che avevano creduto in lui: Se rimarrete nella mia parola, sarete veramente miei discepoli;
32. conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi.
33. Gli risposero: Noi siamo stirpe di Abramo, non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: Diventerete liberi?
34. Gesù ribatté: In verità in verità vi dico, chi commette il peccato è schiavo del peccato.
35. Il servo non dimora nella casa in permanenza, invece il Figlio sì.
36. Se dunque il Figlio vi libererà, allora sarete liberi nel vero senso della parola.
37. Lo so che siete stirpe di Abramo, ma voi cercate di uccidermi, perché la mia parola non penetra in voi.
38. Io racconto le cose che ho udito dal Padre mio; e altrettanto voi, fate le cose del padre vostro.
39. Risposero: Abramo è nostro padre. E Gesù: Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo.
40. Invece state cercando di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita dal Padre. Questo Abramo non l'avrebbe fatto.
41. Voi fate le opere del padre vostro. Ripresero: Noi non siamo nati da adulterio, abbiamo un padre solo, Dio.
42. Gesù precisò: Se Dio fosse vostro padre, voi mi amereste: infatti io sono uscito e vengo da Dio. Non sono venuto da me stesso: Lui mi ha mandato.
43. Il motivo per cui non comprendete il mio linguaggio? Questo: non siete in sintonia con la mia parola.
44. Voi avete per padre il diavolo e volete soddisfare i desideri del padre vostro: egli fu omicida fin dal principio, non stette nella verità: in lui non c'è verità. Gli è naturale affermare il falso, perché è menzognero e padre di menzogna.
45. Proprio perché dico la verità, voi non mi credete.
46. Chi di voi può accusarmi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete?
47. Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Ecco perché non ascoltate: perché non siete da Dio.
48. Risposero i Giudei: Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?
49. E Gesù: Io non sono un indemoniato, ma onoro il Padre mio, e voi mi disprezzate.
50. Io non cerco la mia gloria: c'è chi la cerca e giudica.
51. In Verità in verità vi dico: Chi custodisce la mia parola, non morirà.
52. Dissero i Giudei: Ora siamo sicuri che sei indemoniato. Abramo è morto, e anche i profeti e tu dici: Chi custodisce la mia parola non morirà!
53. Sei tu più importante di Abramo, nostro padre, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?
54. E Gesù: Se fossi io a esaltare me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Ma è il Padre che mi esalta, Lui del quale dite: è il nostro Dio.
55. Ma voi non lo conoscete! Io invece lo conosco. E se dicessi di non conoscerlo, sarei un bugiardo come voi. Ma lo conosco e custodisco la sua parola.
56. Il padre vostro Abramo esultò al pensiero di vedere il mio giorno. Lo vide e ne gioì.
57. E osservarono: Non hai ancora cinquant'anni e hai veduto Abramo?
58. Rispose loro Gesù: In verità in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io sono.
59. Presero allora delle pietre per lanciarle contro di Lui, ma Egli si nascose e uscì dal tempio.

I capitoli 5 e 7-8 del vangelo di Giovanni sono sostanzialmente una raccolta di parole polemiche di Gesù nei confronti dei suoi oppositori: parole acute e durissime, unite insieme – con qualche breve tratto narrativo – perché accomunate dal medesimo tema e dalla stessa forza polemica.
Ci occupiamo soltanto del capitolo 8, e non di tutte le sue parti ma di quelle più direttamente dialogiche. Il capitolo 8 presenta molti motivi che rinviano ai capitoli 5 e 7. Di questo bisognerà tenere conto. Diciamo subito che questa nostra lettura ha due limiti. Il primo è quello di privilegiare le battute dialogiche. Il secondo è quello di tralasciare molti dei temi che nel capitolo 8 si intrecciano e si sovrappongono (e anche si confondono), per concentrarci sul tema principale, che è, come sempre, l'incredulità. Naturalmente, parlando dell'incredulità e delle molte forme in cui essa si mimetizza, si chiarisce insieme anche l'identità di Gesù e la figura del vero credente [1].
Diversamente dal capitolo 7, qui non sentiamo più parlare della folla, ma soltanto dei farisei (8,13) e dei Giudei (8,31.48.52.57). L'unico personaggio che compare nel dibattito è l'oppositore.
La polemica è senza sfumature, in bianco e nero, assumendo in tal modo un carattere di particolare radicalità e aggressività [2].
Sia chiaro che se uso il termine «Giudeo» è soltanto perché lo usa l'evangelista stesso. A volte ricorro al termine «oppositore», ma non mi pare corretto ricorrervi sempre. Anche se possono fare problema, le parole del testo vanno spiegate, non cancellate. Più che una figura storica (se così fosse, Giovanni avrebbe dovuto introdurre molte precisazioni), il termine Giudeo assume qui una valenza teologica.
Nel personaggio vengono concentrati tutti i tratti dell'incredulità di ogni tempo, del Giudeo come del cristiano, dell'uomo di allora come dell'uomo d'oggi. L'incredulità può assumere in superficie forme differenti, ma la radice è sempre la stessa. Se l'evangelista insiste tanto su questa figura, è perché vi scorge una malattia religiosa, una patologia dello spirito, che egli ritiene molto diffusa tra i credenti. Si tratta, infatti, dell'incredulità del credente, non del rifiuto del non credente. È una malattia subdola, spesso nascosta, e anche per questo mortale.

Nella sala del tesoro

«Gli dissero i farisei: Tu dai testimonianza di te stesso, la tua testimonianza non è vera» (8,13). A questa accusa molto seria Gesù dà una risposta che i suoi denigratori non comprendono. Ma prima di rispondere, li accusa a sua volta: «Voi giudicate secondo la carne» (8,15). È questa un'affermazione che si può leggere a diversi livelli di profondità. Se i farisei non capiscono chi Egli è – «Non sapete né da dove vengo né dove vado» (8,14) – è perché vedono le cose secondo le apparenze, superficialmente. E questo perché valutano in base a criteri mondani, del tutto inadeguati per comprendere la logica di Dio [3]. È per tale cecità che gli oppositori colgono di Gesù soltanto lo spessore esteriore, rifiutando il mistero a cui la sua persona e la sua testimonianza rinviano. È su questo che Gesù si sofferma: la verità della sua testimonianza sta nella sua comunione col Padre. Anche il Padre testimonia per Lui. In che modo? Attraverso i miracoli che Gesù compie in suo nome? O attraverso quel grande segno che è la sua vita totalmente in comunione col Padre, tanto da esserne la trasparenza? Nella sua risposta ai farisei Gesù non ricorre ai miracoli, ma alla sua piena comunione col Padre: «Voi non conoscete né me né il Padre, se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio» (8,19). Un rimprovero gravissimo: gli oppositori lo rifiutano perché non conoscono Dio. La radice del rifiuto non potrebbe essere più profonda né l'accusa di Gesù più severa.
Come in altri dialoghi, anche in questo gli interlocutori di Gesù fraintendono le sue parole: «Non compresero che egli parlava del Padre» (8,27). Pensano che egli parli del padre terreno: «Dov'è tuo padre?» (8,19). Gesù lascia cadere la domanda.
Questa prima scena, ambientata nella sala del tesoro del tempio, si conclude con un'annotazione apparentemente insignificante: «Nessuno lo arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora» (8,20). In realtà si tratta di un'annotazione importante. Il progetto degli oppositori di arrestare Gesù e di ucciderlo è già stato detto in 5,18, poi ripetutamente ripreso nel capitolo 7 (7,1.19.20.25.30) e infine nel capitolo 8 (8,37.40). Lo scopo di queste ripetute annotazioni è certamente di rendere l'atmosfera di opposizione che circonda Gesù, sottolineando la gravità del rischio che egli corre. Ma il progetto dei Giudei non si realizza, è in qualche modo impedito: «La sua ora non era ancora giunta». Il piano dei Giudei fallisce sempre, non per imperizia, ma perché l'uomo è impotente di fronte ai piani e ai tempi di Dio [4]. L'uomo non raggiunge Dio, se Dio non si lascia trovare. Anche in una ricerca di segno contrario e negativa, come questa, Dio è sovrano, non l'uomo. Al Getzemani arresteranno Gesù, ma unicamente perché sarà Lui a consegnarsi (18,1 ss.). Senza dire, poi, che il suo arresto avrà un esito opposto (ed è ironia!) da quello che i Giudei pensavano. Essi intendevano uccidere Gesù, in realtà Egli è salito al Padre.

Morirete nel vostro peccato

«Di nuovo Gesù disse loro» (8,21): con questa annotazione di transizione l'evangelista ci informa che inizia una seconda scena del dibattito. Si apre con un'affermazione enigmatica di Gesù («Dove io vado, voi non potete venire»), seguita dal solito fraintendimento: «Forse si ucciderà dal momento che dice: Dove vado io voi non potete venire?» (8,22).
Non è però sul detto enigmatico di Gesù né sul fraintendimento dei Giudei – per altro due cose oscure – che deve soffermarsi la nostra attenzione. Più importante è il fatto che Gesù vede la radice dell'incomprensione e del rifiuto in una profonda distorsione, in una diversità di origine, fra lui e i Giudei: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete da questo mondo, io non sono da questo mondo» (8,23). La preposizione adoperata dall'evangelista è da (ek), che non esprime soltanto la distanza, ma una diversità di provenienza e di appartenenza.
Sorprendente e durissima è poi la minaccia che Gesù ripete due volte: «Morirete nel vostro peccato» (8,21); «Morirete nei vostri peccati» (8,24). Con tale minaccia Gesù attribuisce ai Giudei un'ostinazione che sembra avere qualcosa di definitivo, quasi un peccato senza speranza. Qualcosa di analogo c'è anche nella tradizione sinottica (Mc 3,29). Ma a quale peccato si allude? E perché quel «morirete», quasi si trattasse di un fatto ormai irreversibile? E perché prima si parla di peccato al singolare e poi se ne parla al plurale? La seconda affermazione di Gesù ci offre qualche elemento per rispondere: «Se non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati» (8,24). Il peccato, che prima era espresso al singolare, ora è espresso al plurale: il peccato è uno solo, ma si esprime in forme molteplici. È sempre, comunque, un non credere nell'Io sono di Gesù. La formula – usata in assoluto, senza alcuna specificazione – è enigmatica, ma il lettore del quarto vangelo la conosce. Al di là delle discussioni tuttora presenti fra gli esegeti, possiamo ritenere quanto segue: è in Gesù che l'Io sono [5] dell'Antico Testamento – dove Dio si presenta come Signore della storia, una presenza reale, concreta, attiva e fedele – trova il suo compimento. Gesù è il luogo in cui Dio entra nella storia e la sua presenza si fa visibile e salvifica.
Giovanni si premura poi di aggiungere due precisazioni: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io sono e che nulla faccio da me, ma parlo come il Padre mi ha insegnato» (8,28). La prima precisazione è che comprendere l'Io sono di Gesù significa comprendere la sua obbedienza: Gesù può dire «Io sono» unicamente perché è la trasparenza del Padre. La seconda orienta verso la croce/risurrezione: è lì che la manifestazione di Dio, carica di tutto il contenuto dell'Io sono, appare pienamente.
Una possibilità di sottrarsi alla minaccia di morte ci sarebbe: credere che Gesù è quello che dice di essere (8,25), cioè «Io sono». Ma è proprio questo che i Giudei ostinatamente rifiutano, e questa ostinazione – per la sua violenza e la sua lucidità – appare a Gesù come qualcosa di definitivo. Naturalmente si tratta di una minaccia, non di una definitività senza speranza. L'evangelista sa molto bene che la verità di Gesù sarà certamente conservata e annunciata nelle comunità e, quindi, sempre aperta e disponibile. È altrettanto vero, però, che la rivelazione si presenta in un evento storico, in un'occasione circoscritta, di cui bisogna approfittare senza inutili rinvii.

La verità vi farà liberi

«Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in Lui» (8,31): l'uditorio sembra, almeno in parte, cambiare un'altra volta, segno che si apre nel percorso del dibattito una scena nuova. Gesù si rivolge ai Giudei credenti, e precisamente a Giudei credenti già da tempo (questo il senso del participio perfetto). Ma si tratta di credenti nell'errore, tanto che ciò che Gesù dice suona alle loro orecchie come un insulto o come qualcosa che non li riguarda: «Siamo stirpe di Abramo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno» (8,33).
I Giudei sono convinti di conoscere già la verità e di essere già liberi. Ma la verità e la libertà di Gesù sono oltre. Per apprezzarle – e sentirne poi il bisogno – l'uomo deve superarsi. Sono oltre la misura del desiderio dell'uomo. E tuttavia, una volta conosciute, fanno scomparire ogni altro desiderio e fanno impallidire altre verità e altre libertà.
Le affermazioni di Gesù che si leggono in questa parte del dibattito – non prive di complessità, come facilmente si intuisce – sono interamente finalizzate alla libertà: «Sarete liberi». Tracciano un percorso: rimanere nella sua Parola, essere veramente suoi discepoli, conoscere la verità, queste le tappe per giungere alla libertà (8,31-32). La libertà è, per così dire, l'approdo di questo percorso. Il verbo al futuro «sarete liberi» mostra che la libertà è un punto di arrivo e segna lo stacco tra il prima (una vita nella schiavitù della menzogna) e il dopo (una vita nella verità e nella libertà). La libertà di Gesù non è già nell'uomo, ma va accolta e costruita, e segna la differenza fra l'uomo vecchio e l'uomo nuovo.
Ma l'immagine del percorso va in parte corretta. Le diverse realtà che Gesù elenca (parola, discepolato, verità, libertà) più che tappe di un cammino ascensionale, sono sovrapposizioni, o successive chiarificazioni, di un'unica esperienza. Tanto che le diverse espressioni potrebbero essere tranquillamente collegate secondo ordini differenti: «La verità vi farà liberi», dice Giovanni. Ma si potrebbe anche dire: la Parola vi farà liberi. Oppure: l'essere discepoli vi farà liberi.
«Se rimanete fedeli nella mia Parola» (8,31b): la libertà evangelica si radica nella parola di Gesù, cioè nella sua rivelazione. Basta già questo a mostrare che la libertà è dono, non qualcosa che l'uomo raggiunge da sé. L'impotenza dell'uomo nei confronti della libertà evangelica non sta semplicemente nel fatto che egli, abbandonato a se stesso, non trova la forza di viverla. Sta soprattutto nel fatto che egli neppure sa che cosa sia, e perciò si illude di possederla già, come i Giudei che non ammettono di essere schiavi. Per loro le parole di Gesù sono prive di senso: «Come puoi tu dire: diventerete liberi?» (8,33). E l'incontro con Cristo che svela all'uomo la natura e l'ampiezza della libertà a cui è chiamato.
Gesù dice «se rimanete»: dunque la libertà esige un rimanere, una sorta di immobilità, che a molti può sembrare il contrario della libertà, intesa come possibilità di continuo cambiamento: libero è chi può – di volta in volta – scegliere ciò che più gli aggrada o più gli è utile! La libertà evangelica, invece, esige la fedeltà. Si noti come nel parlare di Gesù questo rimanere sia proprio la condizione base («se rimanete») che regge tutto il seguito: essere discepoli, conoscere la verità, essere liberi. Se non si rimane nella sua Parola, non è possibile essere discepoli, né conoscere la verità, né essere liberi.
«Sarete miei discepoli», continua Gesù. Per essere liberi bisogna essere veri discepoli. Anzi la costruzione del periodo sembra dire che essere discepoli ed essere liberi siano due cose quasi equivalenti. Infatti le due affermazioni sono sostanzialmente parallele: rimanere nella sua Parola rende discepoli e conoscere la verità rende liberi. È chiaro che per Gesù la libertà si vive nel discepolato, cioè in una dipendenza. La libertà evangelica è davvero paradossale!
«E conoscerete la verità» (8,32a): biblicamente «conoscere» è molto più del semplice sapere. Conoscere la verità significa accoglierla dentro di sé, radicarla nella propria persona, sperimentarla e farla. La verità – abbiamo già letto altrove (3,21) – non è solo da conoscere ma da fare. La libertà è frutto, o meglio il dono, di un'appassionata accoglienza della verità: un'accoglienza nella vita, non nelle sole idee o nelle sole parole.
«E la verità vi farà liberi» (8,32b): quest'ultima annotazione ci porta al cuore dell'affermazione di Gesù. Ciò che rende liberi è la verità, non altro. Ma quale verità? [6] Nel modo comune di parlare verità equivale per lo più a esattezza. Una definizione è vera se descrive esattamente una cosa.
Un racconto è vero se narra esattamente ciò che è accaduto. Nella Bibbia invece, e specialmente nel vangelo di Giovanni, la verità è la rivelazione di Dio. Chi è Dio per noi e chi siamo noi per Lui: questa è la verità. Gesù può dire di essere la verità perché la sua persona, le sue parole e la sua vita sono la perfetta trasparenza di chi è Dio per noi e di chi siamo noi per Lui. Se si dimentica questa verità – che in Gesù Cristo si è fatta luminosa – la libertà viene meno.
Alla persuasione dei Giudei di essere già liberi, Gesù ribatte accusandoli di essere schiavi del peccato: «Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato» (8,34). Il peccato che i Giudei commettono è il rifiuto di Gesù che è la verità. E il peccato rende schiavi, perché il rifiuto della verità ottenebra l'uomo, rendendolo incapace di percepire la luce: questa è schiavitù. Invece l'accoglienza della verità trasforma la struttura interiore dell'uomo, liberandola da tutte le idolatrie che la deviano. La verità di Gesù rende l'uomo a se stesso. Ma per essere se stesso (questa è la libertà), l'uomo deve appartenere a Dio. Lo spazio della libertà è la dipendenza da Dio. Non la dipendenza dello schiavo, ma l'obbedienza del Figlio (8,36). La libertà, infatti, fa parte della condizione di figlio. Ecco perché soltanto il Figlio può rendere l'uomo libero: «Se il Figlio vi renderà liberi, sarete liberi davvero» (8,36). Ed ecco perché soltanto se si è figli si sperimenta la libertà: una libertà, appunto, che si vive nell'obbedienza al Padre.
Tutto il vangelo di Giovanni mostra dal vivo che Gesù ha posto la sua libertà in rapporto con l'obbedienza al Padre e col dono di sé agli uomini, due modi di orientare la vita che sembrerebbero il contrario della libertà. Gesù non ha mai contrapposto i due valori, libertà e dipendenza, ma li ha unificati nella categoria della verità. È obbedendo che Gesù manifesta la sua identità, vive la realtà che gli è propria, cioè la sua verità di Figlio in ascolto, di immagine del Padre. La libertà è verità, e la verità non è senza l'obbedienza. Libero è l'uomo che è vero, che realizza ciò che deve essere. Ma l'uomo è immagine, e dunque la sua verità è nell'obbedienza, in un costante rifiuto di farsi padrone di se stesso e di vivere per se stesso. Senza dipendenza non c'è verità né libertà né novità e originalità. E neppure senza il dono di sé. Volendo rendere visibile la sua verità, Gesù ha scelto di vivere un'esistenza in dono, un'esistenza aperta, estroversa, costantemente proiettata al di là di sé. La verità di Dio, la verità che fa liberi, è l'amore. Ho accennato alla novità e all'originalità. Credo che questo meriti una parola in più, a costo di ripetermi. Profondamente vero, anche se – come sempre – paradossale: per essere nuovo e originale, cioè libero e creativo, Gesù non ha inventato cose nuove, ma ha manifestato pienamente, luminosamente, l'unica novità che è Dio, il suo amore. La novità si accoglie e si manifesta, non si inventa. Anche la novità trova il suo spazio nell'obbedienza e nell'amore. Naturalmente – questa è la conclusione – la libertà di cui stiamo parlando esige profonda conversione. Non solo il coraggio di viverla, ma la conversione per comprenderla.

Chi è da Dio ascolta la parola di Dio

Partendo dalla dichiarazione dei Giudei di essere figli di Abramo – affermazione che Gesù riconosce («So che siete discendenti di Abramo»: 8,37) – Egli si sforza di far capire ai suoi oppositori che rifiutandolo si pongono proprio in contraddizione con lo stesso Abramo al quale si vantano di appartenere. Prova ne sia che «cercano di ucciderlo» (8,37) perché la sua parola non trova posto in loro. Lui, Gesù, dice quello che ha visto presso il Padre, lo ascolta e gli obbedisce. Loro, invece, non fanno quello che hanno ascoltato dal loro padre (Abramo). Sono orgogliosi di essere figli di Abramo («Il nostro padre è Abramo»), ma poi non gli assomigliano in nulla. Come possono allora dirsi suoi figli? Un vero figlio deve assomigliare al padre; questo è per Gesù il criterio decisivo di una vera appartenenza: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo» (8,39).
I Giudei, invece, dal momento che cercano di uccidere Gesù perché dice la verità, svelano tutta la loro distanza da Abramo: «Questo, Abramo non l'ha fatto» (8,40).«Voi fate le opere del padre vostro» (8,40): sin qui il termine «padre» è stato usato in due significati. Per Gesù il padre è Dio, per i suoi oppositori è Abramo. Ma ora dicendo: «Voi fate le opere del padre vostro», di chi sta parlando Gesù? Lo preciserà qualche battuta più avanti. Ma già subito l'affermazione provoca una reazione dei Giudei («Noi abbiamo un solo padre, Dio»), che serve a Gesù per condurre il discorso più in profondità. «Se Dio fosse vostro padre, certo mi amereste» (8,42). Ora non è più in gioco Abramo, ma Dio. Se i Giudei rifiutano Gesù, è perché non hanno Dio per padre, anche se si illudono di essere al suo servizio. Se non comprendono il suo linguaggio, è perché sono in sintonia non con la verità, ma con la menzogna: «Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro» (8,44).
Gesù descrive il diavolo come «omicida fin dal principio» e «padre della menzogna»: «Quando dice il falso, parla del suo» (8,44). Menzogna e violenza camminano insieme. Se la verità infastidisce, si ricorre alla menzogna: si dice che la luce è tenebra e la tenebra luce. Ma se la luce è tanto forte da non lasciarsi smentire, allora si ricorre alla violenza per spegnerla.
Le battute di Gesù si fanno sempre più taglienti: «A me non credete, perché dico la verità» (8,45). Dicesse la menzogna, gli crederebbero! Il segno che si è da Dio è l'ascolto della sua parola. Se non l'ascoltate è «perché non siete da Dio» (8,47).

Non cerco la mia gloria

Nell'ultima parte del dibattito le interruzioni degli oppositori sono arrabbiate e ironiche. Due volte insultano Gesù dicendo che è un indemoniato (8,49.52). E lo ridicolizzano: «Sei più grande del nostro padre Abramo? Chi pretendi di essere?» (8,53-54). E ancora: «Non hai cinquant'anni e hai già visto Abramo?» (8,57).
L'opposizione non potrebbe essere più radicale e violenta. A sua difesa Gesù porta un solo argomento, per lui decisivo: «Io non cerco la mia gloria»(8,50). Qui sta la differenza fra lui e gli avversari, lo spartiacque fra due opposte ricerche: la vera e la falsa ricerca di Dio. Cercare la propria gloria non è una vanità di superficie. Cercare (zetein) – verbo che già conosciamo – dice il desiderio, l'intenzione, la passione, l'orientamento della vita o, addirittura, la ragione (anche se spesso nascosta) per cui si vive [7]. La scelta sbagliata – tanto sbagliata da sconvolgere i rapporti più profondi, a cominciare da quello con Dio – è la ricerca di sé. Proprio come accade agli oppositori di Gesù, che si vantano di appartenere a Dio («E nostro Dio») e invece neppure lo conoscono (8,54-55). La ricerca della propria gloria rende ciechi. Gesù, al contrario, «conosce il Padre», perché non cerca se stesso, ma unicamente «l'osservanza della sua parola» (8,55). L'autenticità di Gesù sta nella sua obbedienza.
Gesù ha sviluppato questo argomento anche nelle controversie del capitolo 5 e del capitolo 7. Nella controversia del capitolo 5 l'ostilità dei Giudei sembra motivata dall'interesse per la legge e per l'onore di Dio. La ragione esplicita per cui rifiutano Gesù è infatti la sua violazione del sabato e la sua pretesa di farsi uguale a Dio (5,18). In realtà è il contrario. Gesù li conosce («Ma io vi conosco»: 5,42) e li smaschera senza pietà. Manca loro la volontà di venire a Lui (5,40): non sono, cioè, disponibili alla verità. Scrutano male le Scritture (5,39) e non hanno in se stessi l'amore per Dio (5,42). Non cercano la gloria che viene dall'unico Dio, ma la loro (5,44). A dispetto delle apparenze sono idolatri nel profondo del cuore. Tutto il contrario di Gesù che invece non cerca la sua volontà (5,30). Questi uomini apparentemente religiosi sono in realtà talmente distorti che rifiutano Gesù proprio perché viene in nome di Dio: se venisse a nome proprio, lo accetterebbero (5,43).
Nel capitolo 7 si legge questa frase di Gesù: «Chi cerca la gloria di Colui che l'ha inviato, è veritiero, e in lui non c'è ingiustizia» (7,18). In questa affermazione Gesù nonparla di volontà, bensì di gloria. Ciò fa meglio risaltare il contrasto fra le due ricerche – quella autentica e quella falsa e approfondisce l'idea di 5,30, mostrando la radice della ricerca di Gesù, radice che è nel contempo il segno distintivo di ogni vera ricerca religiosa. Gesù non soltanto obbedisce al Padre ed è continuamente attento a cogliere la sua volontà e a eseguirla fedelmente (questo è il suo desiderio, la sua ansia, il suo cibo), ma si è prefisso – nelle sue azioni e nelle sue parole – un solo scopo, quello di non mettere mai in mostra se stesso, di non suscitare l'attenzione su di sé, bensì di far trasparire unicamente la presenza salvifica del Padre e di attirare l'attenzione su di Lui. Tutto questo è, appunto, il senso di «gloria».
L'affermazione in 7,18 è impersonale e generale. Dunque non riguarda solo Gesù, ma tutti. Lo schema contempla due possibilità, due ricerche in apparenza simili – ambedue religiose e ambedue di Dio – ma che sono in realtà antitetiche, una di Dio e l'altra di se stessi. Il segno concreto e rivelatore dell'autentica ricerca di Dio è l'abbandono di sé come centro dell'azione. Qui non è il caso, sembra, di coloro che vanno in cerca di Dio che ancora non conoscono, ma dei credenti che «dicono» di cercare la sua volontà e la sua gloria.
Ritorniamo al capitolo 8. Di fronte all'ironia e alla violenza dei suoi oppositori, Gesù non arretra di un passo. L'ultima battuta è riservata a lui, come sempre. Ne approfitta per ribadire con grande solennità la pretesa che maggiormente ha scandalizzato e irritato: «In verità in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io sono» (8,58). Nessuna meraviglia se i suoi ascoltatori raccolsero pietre per scagliargliele contro. Ma anche nessuna meraviglia se «si nascose e uscì dal tempio». Anche il suo destino è nelle sue mani.

 

NOTE

1 Si vedano i principali commentari già più volte citati, in particolare R. Fabris, Giovanni, cit., pp.493-537.
2 Sorprende l'assenza in tutto il dibattito del motivo della luce, con cui il discorso si è aperto (8,12). Certamente Gesù non intende qui svolgere il tema della luce. Lo farà nel capitolo successivo (l'episodio del cieco nato).
3 In 8,17 Gesù dice: «Anche nella vostra legge sta scritto...». Dicendo «vostra» Gesù sembra affermare una sua distanza dalla Legge, quasi un rifiuto. Ma in realtà più volte altrove ci viene detto che le Scritture parlano di Lui, che la Scrittura è sua. Meglio intendere allora diversamente: il «vostra» sottolinea che l'argomento è irrefutabile, senza scuse. Si fonda infatti su un' autorità che gli stessi oppositori accettano. Inoltre, forse, si vuol dire che, rifiutando Gesù, «gli oppositori rifiutano se stessi». Non rifiutano una novità estranea, ma la logica più profonda delle loro Scritture.
4 Sul destino di Gesù sta il divino non ancora (cfr. 5,18; 7,30.44; 8,59; 10,39): cfr. H. Strathmann, Il vangelo secondo Giovanni, cit., p.243.
5 Cfr. A. Feuillet, Les Egoeimi christologiques du quatrème évangile, «Itevue de Sciences Religieuses», 54 (1966), pp.5-22, 213-240.
6 Sul tema della verità in Giovanni si veda soprattutto lo studio molto analitico di I. de la Potterie, La verité dans Saint Jean, 2 voll., Roma 1977; id., Gesù Verità, Genova 1973. La verità non è soltanto la realtà di Dio da contemplare, ma da ascoltare e da fare, la verità è il disegno di Dio svelato in Gesù Cristo. Vedi anche R. Bultmann, aletheia, in GLNT I, 658-665.
7 Cfr. H. Cveven, GLNT III, 1530 ss.

(La brocca dimenticata, Vita & pensiero 1999, pp. 87-101)