Søren Kierkegaard

su Gesù

nostro contemporaneo

Maurizio Schoepflin

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Al fine di ricordare la figura e l’opera del grande pensatore danese Søren Kierkegaard (1813-1855), ancora vicini al secondo centenario della nascita, è mia intenzione richiamare I’attenzione su alcuni suoi testi che stimolano una riflessione personale, e che anzi si potrebbe dire che furono scritti proprio con l’intento di provocare nel lettore una risposta e conservano ancor oggi la vivezza di una parola attuale. Così facendo, ritengo di non tradire lo spirito più vero e profondo di opere, quali l’Esercizio del cristianesimo e il Diario – è infatti a esse che farò riferimento – che trovano il loro leitmotiv, per dirla con le parole di Cornelio Fabro, nella «tensione stessa della coscienza in cerca della propria salvezza». Seguendo l’argomentare di Kierkegaard, si avrà chiaro il senso dell’invito e del messaggio che egli formula all’inizio della terza parte dell’Esercizio del cristianesimo, quando, rivolto con tono orante al Signore Gesù, erompe nel grido: «Signore Gesù Cristo! Tu non sei venuto al mondo per essere servito, e quindi neppure per farti ammirare o adorare nell’ammirazione. Tu eri la via e la vita, Tu hai chiesto solo “imitatori”. Risvegliaci dunque se ci siamo lasciati prendere dal torpore di questa seduzione, salvaci dall’errore di volerti ammirare o adorare nell’ammirazione invece di seguirti e assomigliare a Te».
A partire da questa prima fondamentale affermazione, Kierkegaard viene poi tracciando la distinzione, a suo giudizio di decisiva importanza, fra l’imitatore e l’ammiratore di Cristo. Innanzitutto, ammirare significa ridurre la predicazione, cioè l’annuncio del kērygma cristiano, a mera meditazione che, risultando fredda e impersonale, ha abolito «l’elemento decisivo della predicazione cristiana, il momento personale, questo “tu ed io”». Al contrario, la verità cristiana non è «cosa presente solo oggettivamente» e «dal punto di vista cristiano è completamente errato il dire: “L’umanità intera ha bisogno del Cristianesimo”, – e poi mettersi a dimostrarlo senza fine. Dal punto di vista cristiano si deve dire: “Io ho bisogno del Cristianesimo”».
Ma, come Kierkegaard sosterrà ancora in un brano del Diario del 1854, è ben difficile che qualcuno osi essere un «io», un «solo», e si preferisce l’anonimato che tende ad abolire la vera ed autentica personalità. Ciò, però, va a scontrarsi direttamente con la più intima natura della verità cristiana, che non può essere spersonalizzata, meditata con distacco oppure freddamente esaminata; anzi, al contrario, è proprio essa ad esaminare l’uomo che le si pone seriamente di fronte. È per questa ragione che l’imitatore, colui cioè che si impegna in prima persona nei confronti della Parola salvifica, si trova sempre sotto esame, e da tale situazione gli deriva un rischio continuo ed ineliminabile in guanto «egli deve essere quello che predica».
Questo è un punto di capitale importanza e due brani del Diario mi sembrano costituire, nella loro chiarezza, la migliore spiegazione e il miglior commento a quest’ultima perentoria affermazione kierkegaardiana. Il primo scritto è del 1849: «La predica essenziale è l’esistenza di ciascuno. Ma la si predica ad ogni ora del giorno ed è ben diversa da quella dell’oratore più eloquente nel momento più eloquente. Permettere che la propria esistenza esprima il contrario e poi lasciare che la lingua sbrodoli il panegirico più eloquente della cosa contraria: questo è chiacchierare nel senso più basso e, dal punto di vista cristiano, è un rendersi passibili del giudizio dell’eternità anche se nel tempo è la via per ottenere grosse prebende, onori, considerazione, successo popolare e cose simili». Secondo Kierkegaard l’esistenza nella sua immediata e concreta visibilità costituisce la testimonianza più autentica della fede cristiana, anche se, volgendosi attorno, egli non vede questa rispondenza tra ciò che il cristiano dice e ciò che è, come con amara ironia esprime nel Diario, in un pensiero posto sotto il titolo La fruttuosa predicazione moderna del Cristianesimo: «La legge del Cristianesimo primitivo era: la tua vita deve dare garanzie di quel che tu dici. Il principio moderno è: la tua vita, che esprime esattamente l’opposto di quel che tu descrivi deliziosamente e dipingi in modo così affascinante, darà garanzia che tutto è una farsa e un godimento teatrale.
E la comunità dirà: è stata, con l’aiuto di Dio, una predica deliziosa!». A giudizio di Kierkegaard, se viene a mancare la reduplicazione viene a mancare lo stesso Cristianesimo: tale reduplicazione è assolutamente necessaria e non può essere sostituita da niente, tanto meno da una predicazione che inevitabilmente, a parere del filosofo danese, tradisce la più vera natura del cristianesimo, anche distorcendo e travisando la Scrittura, spesso facendo ricorso a «un’esegesi biblica triste e pusillanime ma anche astuta e scaltra, che tormenta e tortura la Scrittura per trovare qualche passo da cui il povero tribolato possa cavar fuori tutto quel che desidera». Come accennavo poco sopra, ciò che conta veramente per l’autentico cristiano è la reduplicazione, quello che potremmo definire il personale raddoppiamento esistenziale del Verbo salvifico, mentre le parole, per quanto ben dette, non possono sostituire l’impegno di una vita tutta tesa alla vera imitazione di Cristo. Del resto – insiste Kierkegaard – Gesù stesso ha voluto degli imitatori: non si è limitato a presentare soltanto una dottrina, ma si è proposto come modello; non ha forse detto il Cristo: «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi»? Egli vuole lasciare un’impronta in colui che desidera sinceramente imitarlo.
Dunque, l’imitatore è colui che si fa improntare da Cristo, e l’imitazione richiede un’impegnativa sequela Christi, come ribadisce a chiare lettere lo stesso Kierkegaard: «Un imitatore è ossia aspira ad essere ciò ch’egli ammira; un ammiratore invece rimane personalmente fuori». Nell’ammirazione manca il compromettersi personalmente, il rischio connesso al vivere nella contemporaneità con Gesù, rischio che è del tutto assente nella quiete della cristianità stabilita: «Quando non c’è alcun pericolo, quando regna la calma e quando tutto sta in favore del Cristianesimo, è fin troppo facile scambiare l’ammiratore con l’imitatore e con tutta tranquillità può accadere che l’ammiratore muoia nell’illusione d’aver scelto la strada giusta. Attenzione quindi alla contemporaneità». Addirittura l’ammiratore, secondo Kierkegaard, si trasforma assai facilmente in traditore, come accadde a Giuda «che divenne traditore proprio perché era ammiratore». E se Giuda fornisce l’esempio più clamoroso della degenerazione ultima dell’ammirazione che si muta in tradimento, v’è, tramandataci dal vangelo, un’altra figura che, agli occhi di Kierkegaard, incarna il modello dell’ammiratore con tutta l’ambiguità del suo atteggiamento: è Nicodemo, colui che si recò da Gesù di notte. A tale riguardo aveva lapidariamente annotato Kierkegaard già nel 1844: «Cercare la verità di notte, è come cercare il Risorto tra i morti». Al contrario fece la peccatrice: «La peccatrice, la quale era pur donna e peccatrice, osò andare da Cristo nella casa del fariseo, durante il convito. Nicodemo, che invece si riteneva uomo giusto, osò andare da Lui soltanto di notte». E di notte si va laddove ci si vergogna di andare, laddove non si vuol far sapere che ci si reca: «Nicodemo era un ammiratore; il pericolo della realtà era per lui qualcosa di troppo; personalmente desiderava tenersi fuori».
Secondo Kierkegaard, Nicodemo, pur interessato o quanto meno curioso della verità, non ebbe tuttavia il coraggio di rischiare se stesso e non compì il grande passo della fede autentica, che è autentica imitazione. Egli, probabilmente, era anche pronto ad accettare la verità della dottrina del Cristo, purché ciò non mettesse in discussione il suo buon nome e la sua reputazione. Secondo il giudizio di Kierkegaard, a Nicodemo mancò la cosa essenziale: la volontà di cambiare davvero la propria vita, e se fa difetto questa profonda disponibilità ad operare la metanoia a ben poco servono le parole, anche le più convincenti. Veramente, per quanto riguarda il fornire assicurazioni verbali, l’ammiratore non è secondo a nessuno e la sua loquacità è notevole, tanto da farlo apparire in grado di sfidare l’imitatore stesso nell’affermare con grave solennità le proprie convinzioni. Ma la sostanziale falsità di tale situazione viene svelata quando il pericolo della realtà, connesso al sentimento della contemporaneità con Cristo, mostra con evidenza chi è l’ammiratore e chi l’imitatore e rende palese la differenza infinita che intercorre fra loro: il primo non coinvolto da ciò che crede, il secondo pronto a sacrificare perfino la vita in nome della fede. Va pur detto – sottolinea ancora Kierkegaard – che nella cristianità stabilita si tende quanto più possibile a eliminare questa decisiva diversità: tutti sono, o meglio, si sentono cristiani e il rischio di confessare Cristo è pressoché del tutto svanito.
Eppure il messaggio cristiano, con il nuovo sconvolgente impegno che comporta, è sempre in grado di rendere manifesto tale equivoco e di svelare l’abissale differenza che sussiste fra ammirazione e imitazione: «Quindi la differenza in ogni modo sussiste: l’ammiratore non vuole affrontare nessun sacrificio, non vuole rinunciare a nulla, né abbandonare alcun vantaggio terreno; ricusa di riformare la sua vita, di essere l’oggetto dell’ammirazione, di esprimerlo con la vita; ma quanto a parole, a formule, ad assicurazioni in cui proclama fino a che punto egli apprezzi il Cristianesimo, egli è inesauribile. L’imitatore invece si sforza d’essere l’oggetto ammirato e, cosa strana abbastanza, anche se vive nella Cristianità stabilita, egli vede ergersi davanti a sé il medesimo pericolo che una volta era connesso al confessare Cristo». Non v’è dubbio – insiste ancora Kierkegaard – che la cristianità stabilita abbia fatto di tutto per appiattire ogni differenza, e ciò in due modi: per un verso abolendo, come si è visto, qualsiasi pericolo legato a una sincera confessione della fede in Gesù Cristo, per un altro eliminando «anche il secondo pericolo di quando si prende sul serio l’esigenza del Cristianesimo di rinnegare se stessi e di rinunciare ai beni di questo mondo, col relegare la vita cristiana nell’interiorità segreta e nascondendola in modo che nulla possa trapelare nella vita».
Kierkegaard vuole spingere l’autentico credente verso un’ imitazione che non si rinchiude nell’intimismo, ma è testimoniata visibilmente da una vita coerente col credo e perciò nemica di ogni accomodamento sia interiore che esteriore. Facendo appello alla fondamentale idea della contemporaneità del vero credente con Cristo, il filosofo di Copenhagen intende dare alle sue parole il mordente necessario per proporre un’immagine di fede cristiana che si impernia sulla vitale vivacità di una persona da seguire, piuttosto che sulla mera accettazione della lettera di una dottrina quanto si vuole ammirevole, ma pur sempre incapace, nella sua aridità, di muovere la persona verso un’adesione esistenziale profonda. L’ammirazione conduce inevitabilmente al distacco, mentre l’imitazione spinge fino all’assimilazione, finché il credente diventa il prolungamento dell’Incarnazione, come dice san Paolo con particolare pregnanza: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me». Il tema dell’imitazione, seppur con toni e sfumature diversi a seconda delle diverse personalità e situazioni che qui non è possibile esaurientemente esplicitare e analizzare, percorre tutta la grande tradizione della Chiesa fino dagli antichi Padri.
Per l’autentico credente la vera imitazione di Cristo è la più perfetta realizzazione della propria vita, in essa egli trova gioia, appagamento e, già fin da questa vita, ricompensa. In questo senso, agli occhi di Kierkegaard l’imitazione non appare frutto di obbligo, né si impone come un peso intollerabile da portare con rassegnata pazienza. V’è, a tale riguardo, un brano molto eloquente del Diario nel quale il pensatore danese esprime le sue convinzioni circa la più vera natura e origine dell’autentica imitazione: «Che vuole Cristo? Anzitutto e soprattutto la fede. Poi la gratitudine. Questa gratitudine è nel discepolo, in un senso più rigoroso, l’“imitazione”. Ma anche il cristiano più debole ha questo in comune col discepolo più forte: mostrare gratitudine. L’“imitazione” non è un’esigenza della legge (così si ricadrebbe di nuovo nel legalismo), ma l’espressione più forte di gratitudine nel più forte. L’“imitazione” non è l’esigenza della legge con cui un povero uomo deve torturare se stesso.
No, una tale tormentosa imitazione ripugna anche a Cristo. Egli direbbe certamente a costui, se per il resto lo vedesse pieno di gratitudine: per carità non ti agitare, dàtti tempo, e sarà facile che la cosa venga da sé; ad ogni modo che venga come un frutto di gioia della gratitudine, altrimenti non è “imitazione”. Già, si dovrebbe anche dire che una simile imitazione così tremendamente tormentata, sarebbe piuttosto uno scimmiottamento di parodia». Dunque l’imitazione autentica è quella che sgorga dalla gratitudine per il Signore, per Colui che ha il potere di salvare l’uomo e di ridonargli la pace.