Il mistero pasquale,

fulcro dell'interpretazione

cristiana

Lorenzo De Lorenzo


L'interpretazione cristiana della Nuova Alleanza si distingue da ogni altra prospettiva di riflessione perché si fonda e si concentra sulla fede. La Nuova Alleanza si iscrive necessariamente nell'ambito umano-divino della «storia della salvezza» che si svolge nel tempo e qui, con il suo già e non ancora.
Già, poiché da sempre e a suo modo è presente e operativa nel mondo, sino a raggiungere l'evento sommo e determinante che fu l'invio di Gesù sulla terra; e non ancora, poiché, sia pur garantita dallo Spirito, la meta per i fedeli è ancora lontana, mentre con il creato «anche noi, che abbiamo il primo dono dello Spirito (...) (siamo] in attesa dell'adozione a figli, del riscatto del nostro corpo» (Rm 8,23), il che accadrà quando il Signore Gesù «trasformerà il nostro misero corpo per uniformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21).
La Nuova Alleanza stretta «nel sangue» di Gesù stesso (Lc 22,20; iCor 11,25) non è soltanto il momento cronologicamente determinato e concluso della morte-risurrezione di Gesù, ma abbraccia anche e soprattutto la predicazione che l'annuncia (kerygma) e l'incontro che lo spiega (catechesi e liturgia), quindi ministero apostolico («ministri idonei della Nuova Alleanza», quella «dello Spirito»: 2Cor 3,6) e vita della Chiesa che, nelle sue diverse realtà e carismi, la prosegue e assicura per l'umanità d'ogni tempo.
L'interpretazione cristiana della Nuova Alleanza, riflettuta innanzitutto nei testi neotestamentari, continuerà a esplicitarsi nei secoli successivi sostanziando il pensiero e l'opera dei padri della Chiesa fino ad Agostino (+ 430) per l'Occidente e fino a Cirillo d'Alessandria (+ 444) per l'Oriente. I frutti della riflessione patristica saranno verificabili ancora lungo il Medioevo, sino alle soglie dell'umanesimo, non cessando nemmeno nei secoli della polemica tra cristiani, benché si manifestino sporadici e in forme singolari (mistici e santi), in terreni circoscritti (monasteriali e colti).

L'interpretazione dei padri

Per quanto vasta e articolata sia la produzione patristica impegnata nei più diversi campi (apologia, didattica, esegesi, storia, controversia, catechesi...), il filone specifico dell'interpretazione cristiana della Nuova Alleanza manifesta una sostanziale identicità in ciò che gli è essenziale e fondamentale, così come si presenta vario e personale sotto vari altri aspetti, dominati da preoccupazioni contingenti e locali.
L'identicità è quella del costante riferimento al Cristo, alla sua vita - detti e fatti - e soprattutto alla sua opera redentrice da cui il cristiano è dominato e vivificato, orientato e guidato. Beninteso, tutto questo non è fine a se stesso. Nel Cristo il cristiano accoglie e professa l'opera diretta di Dio Padre che ha stretto l'ultima ed eterna alleanza con l'uomo nel Figlio stesso, nella sua persona. La Nuova Alleanza è appunto Gesù stesso in croce e risuscitato, il «mistero pasquale» che liturgicamente rivive nella Chiesa, in ogni comunità e in ogni cristiano. Essa diviene così esperienza di vita e impegno concreto assunto dal cristiano; di conseguenza, partecipe di Cristo e dello Spirito (Nuova Alleanza), il cristiano è promosso a collaborare all'opera di Dio per il mondo oggi, al compimento storico del mistero di Cristo.
Ciò che i padri intendono realizzare non è semplicemente un approfondimento o un'apologia della fede che professano - il che non è escluso -, ma una loro maggiore conoscenza che sia soprattutto salvifica e in grado di stimolare l'uomo, tutto l'uomo, all'impegno concteto verso lo stesso Signore.
L'interpretazione cristiana della croce e della risurrezione, pur facendo ricorso nei padri a diverse componenti cultura-li, converge verso l'unico obiettivo di edificare il «corpo di Cristo» che è la Chiesa. In essa il cristiano rivive nella propria esistenza la duplice realtà umano-divina che è quella del Cristo stesso. Da una parte il Cristo è come l'archetipo (dell'umanità come di tutta la creazione, oltre che autore e parametro di quella attuale); dall'altra egli viene globalmente confermato come il teleotipo finale cui adeguare la quotidianità in tutta l'articolazione del vissuto ai diversi livelli, nella Chiesa e nel mondo.
Per i padri, in genere, risultano dunque inseparabili - e pertanto sono visti convergenti e unificanti - la teologia e il dogma con la fede vissuta e la carità in tutte le sue manifestazioni (cristologia e vita). Tutta la vita è permeata dalla teologia segnata necessariamente dalla Nuova Alleanza. Teologia, liturgia, pastorale, spiritualità... sono orientati a, e guidati da, una «comprensione» sapienziale ed esistenziale della Nuova Alleanza come è intesa nella fede della Chiesa: èla prospettiva storica salvifica cristologica completa, cioè il mistero di Cristo come chiave del mistero dello stesso essere dell'uomo.
Ma l'interpretazione cristiana dei padri registra anche note peculiari determinate di volta in volta dalla diversa personalità dell'autore, ma anche dalle differenti circostanze e situazioni storiche che coinvolgevano la vita della Chiesa e del cristiano. Si pensi, solo a titolo d'esempio, alla preoccupazione pastorale del periodo apostolico, che può essere collocato tra la fine del I e l'inizio del Il secolo (Clemente, Ignazio, Policarpo ecc.) e a quella di difesa e di proselitismo del periodo apologetico, tra il Il e il III secolo (Aristide, Giustino, Taziano, Atenagora, Teofilo, di lingua greca; Tertulliano, Lattanzio, di lingua latina); all'impegno esegetico e catechetico della scuola di Alessandria e di Cesarea che ebbero in Origene (III secolo) «il più grande erudito della Chiesa antica» (Quasten), il loro maestro più insigne. Né inferiore, sebbene su altra metodologia esegetica, sarà l'impegno della scuola antiochena. Possiamo ricordare in particolare lo sforzo di sintesi teologica e d'interpretazione della Scrittura e della Nuova Alleanza compiuto da Ireneo di Lione (Il secolo) contro lo gnosticismo e ancora, più avanti, nella cosiddetta epoca d'oro della patristica, quando l'elaborazione teologica era concentrata principalmente sulla riflessione trinitaria stimolata inizialmente dall'avvento della dottrina ariana: Atanasio d'Alessandria, i Cappadoci, Cirillo d'Alessandria per l'Oriente (III-V secolo); Ilario, Ambrogio, Girolamo, Agostino per l'Occidente (IV-V secolo).
Impossibile qui tentare un approfondimento dei singoli; conviene piuttosto evidenziare soprattutto quella riflessione cristiana che si basò sia sull'interpretazione allegorica del testo sacro (Scuola alessandrina) sia sull'esegesi storico-grammaticale (Scuola antiochena). S'intravedono intuizioni e criteri che gli stessi padri si sono dati e a cui si sono attenuti e che dagli studiosi saranno recuperati e formulati come «metodi» o «regole» ermeneutiche. Accanto agli stessi «principi», esplicitati da Origene nel De principiis, si ricordino i famosi «quattro sensi» della Scrittura (tre soli in Origene!) che sono altrettanti tipi di lettura o prospettive di riflessione o piste di approccio alla Parola di Dio, sia per la Prima che per la Nuova Alleanza.
Grazie a questa pluralità di sensi, il Cristo è venuto e si è manifestato dopo essere stato prefigurato e preadombrato (senso storico e senso spirituale), è presente e attivo oggi nella Chiesa, nei sacramenti e nella vita dei fedeli (senso tropologico), i quali sono in cammino verso la patria di «lassù» (senso anagogico) con Cristo nella visione per l'eternità (senso escatologico). Ogni varietà di senso, come si vede, è ricondotta essenzialmente al suo dato cristologico e cristocentrico.
Un accenno, infine, a Cirillo d'Alessandria (t 444), già definito da Atanasio Sinaita (t inizio secolo VIII), «sigillo dei padri». La sua «contemplazione spirituale» (theoria pneumatiké) lo porta ad approfondire sempre di più il mistero globale di Cristo e quindi a evidenziare i rapporti tra la Parola incarnata - il Figlio che è Dio e uomo - e la Parola scritta, in particolare nella Nuova Alleanza (si ricordi il suo Commento a Giovanni). Egli visse intensamente il suo ministero di pastore e di teologo, non solo come vescovo e scrittore, ma anche nel presiedere il concilio di Efeso (431) e ancor più vivacemente contrastando (dal 423 in poi) con tutte le sue energie prima gli ariani e poi i nestoriani.
Non possiamo nemmeno rinunciare a qualche riga su Agostino. Con lui la patristica raggiunge le vette più alte. Per lui, tutto ciò che è stato compiuto dal Cristo nella sua vita, morte e risurrezione comprese, è interioris hominis sacramentum, dal momento che tutta la vita del cristiano è configurazione al mistero di Cristo. Il credente, infatti, non soltanto accoglie l'annuncio di quegli eventi, ma «si configura alla realtà che in essi viene rappresentata» (Agostino; del tutto simile anche in Ambrogio).

Luci e ombre nel Medioevo

Dopo il vertice agostiniano e il concilio di Efeso presidiato da san Cirillo nel 431, si direbbe che il processo di avanzamento nell'interpretazione cristiana vera e propria della Nuova Alleanza perda un po' di smalto. Tale interpretazione non viene comunque a cessare, anzi regna nelle «scuole» monastiche (ove però viene ridotta quasi del tutto alla dimensione ascetico-contemplativa), ma resta come ancorata al passato. Non mancano nomi celebri sia in Oriente (per esempio lo Pseudo-Dionigi, Procopio di Gaza, Massimo il Confessore, Giovanni Damasceno...) sia in Occidente (Leone Magno, Cesario d'Arles, Gregorio Magno...).
Personaggi illuminati, di sorprendente incidenza ed efficacia (ascoltando la Parola di Dio «è come se vedessi la sua propria bocca»: Gregorio). Le loro note fondamentali, però, sono l'eco del pensiero e della riflessione dei padri dei primi secoli dei quali raccolgono, quasi per sintetizzare e mai dimenticarne la sapienza, una lunga serie di sentenze (Isidoro, Beda, Alcuino, Rabano ecc.).
Contemporaneamente, il popolo va partecipando sempre meno alla vita cristologica, che pure lo riguarda come corpo di Cristo, luogo della sua espressione salvifica nel mondo. Sostanzialmente, il nutrimento fondamentale di un'interpretazione unitaria della fede è assicurato ancora dal contributo efficace di una liturgia che resta sufficientemente viva e aderente, ove la Parola è spezzata secondo i «canoni» tradizionali.
Purtroppo anche la lingua si fa sempre più estranea alla massa con l'avanzare del tempo. L'organizzazione diocesana e parrocchiale si accentua. Globalmente la cristianità è chiamata a fare i conti con il regresso della cultura (VI-VIlI secolo) e con la rapida espansione dell'islamismo.
Le «scuole» (Boezio, Cassiodoro) non mancano di viva attenzione verso la Scrittura e in particolare verso il Nuovo Testamento. Sono specialmente le «scuole» abbaziali ed episcopali, cui dal secolo VIII si aggiunge la palatina fondata da Carlo Magno e affidata ad Alcuino di York (781), che in questo campo e a un certo livello continuano a offrire ancora dei frutti.
Con i secoli IX-XII si manifesta la progressiva divaricazione tra fede e ragione/intelletto: gli spazi si fanno sempre più autonomi rispetto alla fede, anche se tale autonomia ha sovente scopi di servizio nei quali si risolve. Per Scoto Eriugena, ad esempio, che dall'847 dirige la scuola palatina presso la corte di Carlo il Calvo, pur se le arti liberali mantengono un proprio valore formale, vengono tuttavia esercitate intorno ai contenuti della Scrittura e alla dottrina cristiana. Anche Anselmo d'Aosta, il maestro del secolo XI in Occidente, che pure vuole attenersi al modello agostiniano, in effetti, però, si prefigge di provare in modo concettuale, ricorrendo alla dialettica aristotelica e mediante le «ragioni necessarie», quelli che sono i dati della stessa fede, quali l'esistenza di Dio, Trinità, incarnazione. La fede è in cerca della ragione, e questa si muove lungo il tracciato della fede, ma le due appaiono già autonome. Ci si avvicina così alla scolastica.
Attraverso le scuole di Chartres e di San Vittore, con Abelardo (significativo l'intelligo ut credam al posto del credo ut intelligam di Anselmo!), con Pietro Lombardo, e ancor più con l'avvento delle università, la scolastica maturerà man mano sino a raggiungere il suo periodo aureo nella seconda metà del 1200. La linea domenicana (Alberto e Tommaso) adotterà completamente la filosofia di Aristotele, purificandola progressivamente dagli influssi pagani e dalle incrostazioni arabe (Averroè); quella francescana (Alessandro di Ales e Bonaventura), invece, accoglierà solo in parte la novità aristotelica, ma privilegerà l'alveo agostiniano.
Nei secoli XIV e XV, con il nominalismo di Guglielmo di Ockham e Gabriel Bicì, si accentua notevolmente una interpretazione della Nuova Alleanza avulsa dal Gesù della storia. Sono i secoli in cui si afferma la cosiddetta devotio moderna (la corrente cui si riferisce l'Imitazione di Cristo), nasce l'umanesimo, e sempre più frequenti e vivaci si percepiscono i prodromi di spaccature che vanamente si vorrebbero saldare con decreti e repressioni, e che invece talora si solidificheranno in modo tuttora visibile nelle varie fratture tra cristiani, tra le quali la luterana è certamente la più rilevante.
Il magistero cercava di vigilare sui movimenti nuovi che spuntavano qua e là frequenti, e spesso anche ereticali, tutelando per quanto possibile l'ortodossia della fede nel popolo. Quest'ultimo, che già di per sé restava alquanto discosto dalle quaestiones delle università e dalle speculazioni e aridità degli scolastici, continuava a rivivere messaggi, ma quanto a un nutrimento pingue e positivo - la vita in Cristo o, meglio, il Cristo stesso nella vita e nella storia - restava più una supposizione che un punto specifico e positivo di trattazione, tanto meno il suo nocciolo.
Nonostante la situazione sociopolitica e culturale assai sfavorevole, la fede del popolo semplice, unitamente alla responsabilità dei vescovi e ai carismi dei santi - spesso veri trascinatori di masse - mantenevano viva nella Chiesa quella via d'incontro della Nuova Alleanza di cui si è detto, la via stessa neotestamentaria e patristica che era stata seguita da tanti altri luminari dei secoli passati, dotati d'una straordinaria preparazione letteraria, in continuo dialogo con quanto era loro intorno per continuare l'opera stessa del Cristo, centro della storia.

Riforma e controriforma

A una interpretazione di tipo cristototalizzante e fortemente esistenziale (talora anche troppo) si richiamerà la Riforma nella sua globalità, benché questa sana prospettiva d'interpretazione cristiana risulti assai spesso come soffocata o comunque resti impigliata nell'infuocata polemica antiromana, antistituzionale e sovente anche antidogmatica.
Prima, durante e dopo il concilio Tridentino le cose sostanzialmente non cambiano. Nel concilio si ribadisce ovviamente che il vangelo non solo è promesso dai profeti, ma risuona nella Chiesa dopo essere stato promulgato e verificato nella persona di Gesù, e la Chiesa stessa lo conserva negli scritti e nelle tradizioni non scritte. Notevoli le indicazioni sull'attività magisteriale e rivelatrice che lo Spirito svolge tuttora nella Chiesa (concilio di Trento, IV sessione, 18 febbraio 1546).
Ma le affermazioni di principio e le buone intenzioni che manifestavano l'indubbio disagio delle comunità cristiane dell'epoca erano troppo determinate dalla situazione polemica (contro-riforma) e condizionate dalle affermazioni luterane e postluterane perché potessero sortire un effetto pratico a largo raggio e risultare durature.
Le stesse indicazioni conciliari che chiedevano una revisione dei testi e una maggiore culturalizzazione della Scrittura nella sua integralità rimasero, in certo senso, lettera pressoché morta. La liturgia venne riformata e il messale romano uniformato, ma la Parola non recuperò di fatto quella vitalità e centralità che pure sembra presupposta, e non ottenne nemmeno quella purificazione di testo che veniva prescritta quanto alla versione allora corrente o Vulgata. Si era ancora lontani dal recuperare quella prassi e quella familiarità con la parola di Dio e il suo Spirito che pure s'erano sperimentate nella lettura della Chiesa patristica e medioevale.
Nei secoli che, dal tardo '500, precedono il Vaticano Il, l'interpretazione cristiana del Nuovo Testamento si risolve praticamente in una serie di confronti, rivolti da una parte ai non credenti o anche ai credenti, ai quali si dimostra la rettitudine della dottrina cattolica (in chiave appunto di scolastica), o davanti ai quali ci si difende dagli errori. Si è, infatti, di fronte al dati (o comunque affermazioni) della scienza positiva, che va creandosi sempre più ampi spazi dal secolo XVII e che si propone come nuovo contesto culturale. Dato il veloce progresso registrato dalle scienze e le affermazioni (non soltanto da parte atea e liberale) che talora concluderebbero a presunte falsità o errori della Scrittura, l'interpretazione cristiana raccoglie a sostegno frasi e sentenze, argomenti filologici, letterari, storici...
La difesa è talora a oltranza: si giunge a sostenere addirittura l'ispirazione verbale; troppo spesso l'impronta umana presente nella Bibbia viene dimenticata; e il comune fedele, benché non sia raggiunto direttamente da tali problemi, non può non risentirne nelle differenti espressioni della sua religiosità. Si dovrà attendere il concilio Vaticano Il per ritrovare nell'interpretazione cristiana della Nuova Alleanza quell'aria pura e fresca che segnò l'epoca patristica e quell'unità di fede e di vita che ne fu la felice caratteristica.

La ricchezza del concilio Vaticano II

La preparazione del concilio Vaticano Il risale a circa un secolo prima. La ventata dello Spirito che aveva segnato il risveglio del movimento liturgico, il provvidenziale ritorno alla Bibbia e in particolare alla sua valorizzazione storicosalvifica, con conseguente accento sulla cristologia e la pastorale biblico-liturgica, la riscoperta (anche materiale) dei testi patristici e del loro valore insieme al crescente interesse circa l'ecumenismo ne sono stati il clima e ne hanno determinato l'atmosfera.
Impossibile riassumere la ricchezza espressa in materia dal concilio. Se esso nasce dal desiderio di presentare più netto al mondo il volto della Chiesa e se quindi tutto il Vaticano Il si muove in una linea nettamente cristologica intesa in dimensione universale - sanando anche divisioni e incomprensioni che l'avevano afflitta da secoli -' è evidente che il documento più espressivo per il nostro tema sia la costituzione Dei Verbum (18 novembre 1965), in particolare, il suo capitolo V, intitolato «Il Nuovo Testamento» (nn. 17-20).
Il tenore dominante è storico-salvifico, l'amore di Dio che si rivela e tutto conduce a salvezza mediante lo Spirito attraverso il quale agisce; l'opera del Figlio verso Dio e verso gli uomini, tuttora operante nel mondo e vivente nella famiglia dei credenti che è la Chiesa, testimone e mediatrice di salvezza a loro favore poiché a tutti è offerto di «avere accesso al Padre ed essere resi partecipi della divina natura» (Dei Verbum, n. 2). E questa «Parola di Dio... si presenta e manifesta la sua forza in modo eminente negli scritti del Nuovo Testamento» (Dei Verbum, n. 17); «4a profonda verità su Dio e sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione, risplende a noi nel Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione» (Dei Verbum, n. 2).
L'atteggiamento di fondo della Chiesa verso la Scrittura ci sembra meglio riassunto nel suo rapportarsi a essa come al corpo eucaristico del Signore: Scrittura ed eucaristia, due forme del tutto peculiari di presenza del Cristo: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra tradizione, la Chiesa le ha sempre considerate e le considera come la regola suprema della propria fede» (Dei Verbum, n. 21). Il rapporto della Parola di Dio all'eucaristia non solo richiama la lunga tradizione patristica, ma evoca Gv 6, anzi la stessa istituzione eucaristica. Alla duplice mensa, eucaristia e Scrittura, si accenna ancora in altri documenti conciliari.
È pure notevole come tutta la Scrittura, proprio perché presenza di Cristo, sia considerata dalla Chiesa come la «regola suprema della propria fede». Ogni altra le è subordinata: lo stesso «magistero vivo della Chiesa», cui «è stato affidato... l'ufficio d'interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa», «non è al di sopra della Parola di Dio ma la serve, insegnando solo ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente l'ascolta, santamente la custodisce e fedelmente la espone...» (Dei Verbum, n. 10). Il motivo è evidente: ciò che chiamiamo ispirazione biblica, per cui essa è Parola vera, efficace, definitiva di Dio, è la voce stessa dello Spirito. Il Vaticano Il ha trattato della Scrittura entro la cornice della rivelazione del Dio amorevole, sapiente, soccorritore, potente in salvezza, donatore costante di grazia, di cui l'espressione somma è il Figlio suo nella vita e nella Parola, cui si accede mediante la fede per la quale è «necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo», per mezzo dei quali egli «continuamente perfeziona la fede» per «l'intelligenza della rivelazione» stessa (Dei Verbum, n. 5).
Non è necessario documentare ulteriormente quale e quanto sia il cammino compiuto dal Vaticano Il in riferimento alla precedente teologia positivo-scolastica e scolastica in genere e, in breve, all'interpretazione della Nuova Alleanza nella Chiesa. Il discorso che si potrebbe fare sul rinnovamento dei singoli trattati teologici, e soprattutto sulla liturgia, la predicazione, la catechesi, sulla lettura pubblica e privata, sui particolari approcci dei gruppi biblici o dei diversi movimenti, sulle associazioni di promozione biblica ecc., non sarebbe che un commentario vivo, frastagliato e variegato, ma ancora insufficiente, della voce del concilio, degli sforzi del magistero, dei vescovi e dei fedeli.
La via che resta da percorrere è certamente molta ma, stimolato e guidato dal «magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo» (Dei Verbum, n. 10), l'incoraggiamento del concilio stesso non è caduto nel vuoto: sempre più numerosi e attenti sono «i figli della Chiesa che coltivano le scienze bibliche» e si sentono impegnati «con energie sempre rinnovate», sicché «continuano nell'opera felicemente intrapresa, con ogni applicazione secondo il senso della Chiesa» (Dei Verbum, n. 23). Scopo di tutto questo resta sempre «il nutrimento dei suoi figli [della Chiesa] con le divine parole», cibo cui non poco giova «lo studio dei santi Padri, d'Oriente e d'Occidente e delle sacre liturgie» (Dei Ver bum, n. 23).
È qui, in questo molteplice concorso che riporta l'uomo all'ascolto e all'obbedienza verso Dio secondo la sua originaria «immagine» con il Creatore secondo il piano creazionale di Gn 1-2 e la nuova creazione che avviene in Cristo e nello Spirito, che l'interpretazione cristiana della Nuova Alleanza meglio si riassume e si esprime: è il Cristo stesso vissuto nella storia, tramandatoci dalla tradizione nella Scrittura e nella vita della Chiesa e, ora e qui, vissuto nella misura sua completa, per quanto consentito alla condizione terrena dei credenti. La vita stessa di ciascuno, della Chiesa nel suo insieme e quindi dell'intera umanità, continuerà a offrire le varie articolazioni di questa interpretazione che manifesta e garantisce la visibilità dell'amore del Padre verso i figli e dei fratelli verso il Padre e tra loro.