L'approccio «pragmatico»

alla Parola di Dio

Cesare Bissoli


Il punto di partenza è sempre l'Òvvenimento dell'Incarnazione: come il Figlio di Dio si è fatto uomo in tutto come noi salvo il peccato, così la parola di Dio si è fatta testo in tutto come ogni nostro libro, salvo l'errore (cfr. Dei Verbum, n. 13). La Bibbia condivide in pieno le leggi e le dinamiche di scrittura e lettura. Conoscerle - e in ciò oggi aiutano, in maniera ignota agli antichi, le scienze della linguistica e della comunicazione - significa evidentemente non stravolgere il senso inteso dall'autore, ma capirlo meglio, più intensamente, in profondità: è rendere ancor più vicino, attuale il suo pensiero. Per questo si parla di «lettui;e attuali» della Bibbia, dove il plurale sta a indicare diversità di approcci a un unico tesoro per un unico scopo.
Tra queste letture, consideriamo quella che forse meglio merita l'aggettivo «attuale»: la lettura pragmatica. È una locuzione difficile per una realtà tutto sommato elementare e di facile constatazione. Da due punti di vista, del lettore e dell'autore. Anzitutto, il lettore. Di fronte a un testo non è mai neutro, passivo, ma vi partecipa attivamente, lo mette in «azione» (in greco: pragma), come un suonatore che da uno spartito inerte fa sprigionare un mondo sonoro, affascinante, racchiuso dentro quelle note segnate sulla carta, che ora riprendono corpo, dimensione, vita. In fondo, uno comprende un testo secondo se stesso, ritraducendolo nelle proprie categorie, confrontandolo con le proprie esperienze, verificandolo con le proprie attese.
Ma questa attività del lettore non è lasciata al caso; o meglio, non diventa arbitraria nella misura che si confronta con l'attività dello scrittore. Chi scrive in misura impegnata, e tali sono certamente gli autori della Bibbia, fissa ciò che dice non per una codificazione curiosa di cose marginali, ma per influenzare il lettore: far sì che conosca verità importanti, muoverlo interiormente perché prenda posizione, modifichi la propria condotta, assuma un comportamento adeguato a una situazione...
Studiare la funzione dinamica dei testi, osservando da una parte l'orientamento e le direttive date dal testo al lettore e dall'altra adeguando a tale scoperta le risorse partecipative di questo, ebbene tutto ciò delinea la «lettura pragmatica» della Bibbia. Una forma attuativa della lettura pragmatica è la narratologia: si applica ai racconti biblici. Ne ha parlato recentemente un professore del Pontificio Istituto Biblico sulla Civiltà Cattolica.

La metodologia della lettura «pragmatica»

Ora è tempo di addentrarci nella conoscenza del metodo. Primà riflettiamo sul testo dal punto di vista dell'autore; poi dal punto di vista del lettore, o, se si vuole, cosa il lettore è chiamato a ricevere e cosa è chiamato a dare nell'atto di lettura.
È la parte più strettamente inerente alla lettura pragmatica. Ci dà eccellente aiuto un esegeta di fama, ora vescovo di Bolzano-Bressanone, W. Egger 2 Per evitare arbitri di lettura è strettamente comandato di restare a contatto con il testo cercando di rispondere a tre domande.

a) Per gli scopi che un testo intende raggiungere, di quali funzioni si serve?
Riflettendo sulla comune esperienza del parlarsi e scriversi, sappiamo bene che intendiamo arrivare a certi obiettivi (venire a contatto, far conoscere, impressionare, provocare...). Per questo facciamo giocare dal linguaggio certe funzioni. È facile ritrovare nella Bibbia almeno queste funzioni del linguaggio:
- informare tramite l'esposizione di un argomento. Si avvale di preferenza del verbo in terza persona. Si pensi ai racconti biblici: creazione, patriarchi, esodo, conquista della terra, esilio, vita e opera di Gesù, degli apostoli...
- appellare tramite l'allocuzione diretta. Si avvale del verbo in seconda persona, nella forma direttiva o conativa (imperativo...). Ad esempio, la serie dei corpi legali della Bibbia, dai dieci comandamenti al discorso della montagna, alle esortazioni degli apostoli nelle loro lettere;
- far sentire, provare, immedesimare, mediante il parlare di se stessi, l'intervento autobiografico. Si avvale per lo più del verbo in prima persona. Ci vengono in mente i testi del Deuteronomio o dei profeti, ove Dio parla di sé; ma vengono in mente anche le forti autodichiarazioni dei salmisti, le «confessioni» commoventi di Geremia, l'ardita protesta di Giobbe. Nel Nuovo Testamento chi può dimenticare i discorsi di addio di Gesù in Gv 13-17 e i drammatici soliloqui di Paolo in Rm 7?
Si vorrà notare che queste tre funzioni tendono chiaramente non solo a notificare qualcosa (cosa che è per sé punto di partenza di ogni libro: chiede di comunicare e quindi di essere ascoltato!), ma a coinvolgere il lettore nel voler fargli sapere, nel volerlo dirigere, nel voler fargli provare... Sono funzioni tra loro avvinghiate, mai pienamente separabili: di fatto nel racconto biblico sono di continuo interferenti. Come avviene nella vita concreta.
b) Di quali mezzi linguistici si serve il testo per raggiungere lo scopo?
Chi conversa oralmente, specie noi italiani, rende assai «pragmatico», attivo, il suo dire con gesti e altri segni. Servono a rinforzare il messaggio che si intende comunicare. In un testo scritto l'autore possiede solo mezzi linguistici, letterari. Si tratterà allora di vedere il modo secondo cui dice ciò che dice.
Nella Bibbia un primo grande mezzo è la poesia rispetto alla prosa. E nella poesia vi sono le tante variazioni, che vanno dall'inno alla lamentazione, alla supplica, all'oracolo di consolazione. Si pensi ai salmi, si pensi ai brani di consolazione, come Is 7-lì; 40; all'inno di Paolo nel capitolo 8 della lettera ai Romani...
Un secondo mezzo atto a stupire, a scomodare, a cambiare è il linguaggio figurato: il simbolo, la metafora, la parabola, il paradosso, il linguaggio iperbolico... Viene in mente il discorso della montagna, ma un po' tutte le parabole, la cui pragmatica sta nel provocare a riflettere, quindi a domandare (cfr. Mt 13,10-17).
Un terzo modo è il racconto, la narrazione. Tramite esso si crea una sorta di contemporaneità permanente tra il passato del testo e il presente del lettore: l'avvenimento rinasce oggi, il lettore è trasferito all'ieri. Il tempo del racconto è il tempo della vita. Ciò che è proprio di una produzione linguistica ritrova poi il massimo sostegno dalla fede in Dio, che unifica l'ieri e l'oggi.

c) In quale contesto avviene ciò che il testo comunica?

Quando si conversa, molte conoscenze prendono il loro significato dalla situazione in cui il dialogo avviene, quindi da condizioni non linguistiche della comunicazione, che riguardano soprattutto il tipo di rapporti che sussistono tra le persone: rapporti tra amici (o avversari), tra chi ha autorità e i propri sudditi, e viceversa, tra estranei e gente che si incontra la prima volta. Entro tale contesto le parole assumono proprie specificazioni, una loro tonalità, un accento speciale, superando il grigio dell'indeterminatezza.
Un semplice cenno del volto tra madre e figlio riesce a modulare una comunicazione (domanda, rimprovero, invito a fare...) altrimenti ben più povero e quasi incomprensibile con le sole parole. Si pensi al contesto delle nozze di Cana tra Gesù e Maria. Altra modulazione riveste un discorso, ad esempio sui compiti di una persona, quando è un signore, un re che si rivolge ai suoi servi: ebbene, è proprio lo schema di cui Gesù si serve per formulare i rapporti tra Dio e il mondo (cfr., ad esempio, diverse parabole: Mt 18,21-35; 20,1-16; 21,28-45; 24,42-51).
Tutto questo porta a porre un ulteriore interrogativo: i testi della Bibbia, quando vennero composti, quale tipo di rapporto storico-sociale presuppongono tra autore e lettore, tra Gesù e i discepoli, tra l'evangelista e i lettori del vangelo, tra Paolo e i cristiani cui invia le sue lettere?
Si tratta di non inventarsi niente, ma mediante gli indizi del testo medesimo, le indicazioni della sua origine, la conoscenza dei generi letterari, certe analogie di situazione tra il mondo del testo e il contesto del suo tempo, si viene a scoprire con più precisione l'intenzione depositata nel testo e quindi le funzioni che questo intende svolgere verso il lettore.

La partecipazione attiva del lettore

L'approccio pragmatico al testo biblico ha in proprio non tanto constatare il senso del testo, ma vedere che fanno parte ditale senso evidenti provocazioni per il destinatario cui è rivolto. I cristiani di Tessalonica leggendo le lettere di Paolo non incontravano un rotolo di papiro con notizie interessanti: sentivano un padre, anzi una madre, avvertivano in ogni parola un uomo che si rivolgeva loro con una tonalità affettiva pari solo a quella di Gesù nell'ultima cena (1Ts 2,7; Gv 15,15; 16,21).
Ma allora il lettore di oggi aprendo il testo diventa lui stesso destinatario, esposto a tali provocazioni, non può di certo chiuderlo come se niente fosse, bensì è chiamato a prendere
posizione circa le intenzioni che lui stesso ha scatenato con l'atto di lettura. Emerge dunque una domanda di partecipazione attiva del lettore, un obbligato scaldarsi al fuoco che lui stesso ha acceso facendo parlare così a fondo il testo. Se si ritira, fa più che chiudere una ricerca: produce una scortesia, un rifiuto che finisce con l'impoverire lui stesso.
A scanso di equivoci, come se si trattasse di cosa inaudita, converrà dire che la lettura della Bibbia ultimamente non può essere che pragmatica, nel senso più ampio di «parola per la prassi», e come tale è stata impiegata dalla Chiesa lungo i secoli: per avere certezze, stimolare processi di conversione, ottenere speranza, sapendo che per tali ragioni la Sacra Scrittura era stata composta (cfr. Rm 15,4; 2Tm 3,14-16).
Oggi possiamo realizzare tale compito, tipico della lettura credente, con rigore più marcato, meno esposti all'arbitrio, più fedeli alla Parola. Sappiamo così, anche per via scientifica, come la Bibbia sia intrinsecamente e globalmente pragmatica: è letteratura funzionale alla vita del popolo, tutta tesa a plasmarne l'anima. A differenza della letteratura greca, appare densamente, quasi pesantemente, impegnata (kerigmatica), non testo di sollievo o diversivo estetico o di impegno solamente umano.
Tutto ciò - ed è la seconda acquisizione che abbiamo sopra esposta - si manifesta nella sua codificazione letteraria, nelle scelte dei generi letterari, nell'uso degli «atti linguistici», nell'avvalersi, richiamandole, di determinate relazioni sussistenti tra gli scrittori sacri e le comunità di destinazione.
Questa situazione appellante provoca dunque il lettore a fare la sua parte. Ma non solo, e ben più che realizzando il cammino tecnico della lettura pragmatica in senso stretto visto sopra.
In termini generali, l'attività del lettore verso il testo, la sua azione pragmatica totale, si definisce globalmente come azione ermeneutica. In questa avrà da iscriversi quella articolata ricerca che il testo richiede e che abbiamo sopra, sinteticamente, delineata. Infatti, l'azione del lettore nei confronti del testo biblico, come per ogni altra opera scritta, è di ampiezza che va ben oltre una tecnica di lettura. È un tragitto denso, con atti diversi, eppur unitari, di cui ricordiamo qui le tappe costitutive:
- il punto di partenza è in certo modo il lettore stesso (precomprensione), la sua volontà di mettersi in ascolto del te-sto, con la ricchezza di attese, non di rado di prevenzioni (allora si deve parlare di pregiudizi) che porta in sé;
- si perviene alla fase di ascolto, di comprensione del testo (esegesi), facendo in modo di lasciarlo parlare in ciò che intende dire e per ciò che spinge a fare. Qui il massimo di soggettività si canalizza nel massimo dell'attenzione oggettiva: i propri interessi sono autentici se accettano di confrontarsi con quelli del testo. Questo è il momento della lettura pragmatica in senso tecnico. Come è evidente, proprio per la sua natura di porre privilegiata attenzione alla dinamica di comunicazione e dunque di trasformazione della situazione di vita dei destinatari, ha particolare affinità con il processo ermeneutico così attento a evidenziare la portata esistenziale della Parola;
- in un terzo momento, dal senso di ieri il lettore cerca di pervenire al senso per oggi: si cerca di ritradurre gli impulsi cognitivi e operativi del testo nel proprio mondo intellettuale e spirituale (transculturazione o attualizzazione);
- così si ritorna al punto di partenza, al se stesso che ha determinato il tragitto, per un confronto tra domande e risposte in vista dell'applicazione delle indicazioni date (attuazione), attraverso il dibattito, il silenzio, la preghiera, la decisione...
Data la circolarità del percorso si parla di «circolo ermeneutico» o interpretativo: è la figura che descrive l'intensa e attiva partecipazione alla lettura del testo. Entro il circolo ermeneutico così descritto avviene dunque l'incontro con la Bibbia: «Nei Libri Sacri, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e parla con essi» (Dei Verbum, n. 21).
Il credente sa che le tante funzioni del linguaggio, usate dagli autori umani, le ha volute Dio stesso, e quindi applicarsi nello studio della Bibbia è l'unico modo per onorarla come Dio vuole. D'altra parte, le tante incertezze immanenti alla lettura sono superate nel mistero di Cristo e della Chiesa, dunque nell'alleanza che lega Dio e il suo popolo, alleanza che rimane il progetto vero, ultimo, definitivo della Parola, orale e scritta.