Il principio della carità

nella Scrittura

Gianfranco Ravasi


Vorrei fare una riflessione molto semplice, anzi, oserei dire, persino un po’ didascalica e didattica su un tema che è squisitamente teologico e apparentemente teorico, mentre in realtà vedremo che continuamente gronda di attualità, di provocazioni concrete. Il tema che mi è stato indicato, “Il principio della carità nella Scrittura”, è molto ricco e ha orizzonti immensi e sterminati.
La carità è un principio sorgivo che alimenta quasi tutte le pagine della Scrittura, è una specie di iridescenza continua che appare in qualsiasi testo, anche in quelli che sembrano apparentemente così remoti. Cercheremo di condurre un percorso complesso in una maniera molto semplificata e simbolica.
Svilupperò due quadri, due tavole di un dittico profondamente interconnesse: la prima ammicca alla seconda e la seconda dipende dalla prima.

1. TEOLOGIA DELL’AMORE: L’AMORE DI DIO

Cominciamo con la prima tavola, quella che ho intitolato la tavola dell’amore di Dio. Questo è il punto di partenza fondamentale, perché il nostro non è un impegno filantropico, non è un impegno illuministico fondato su ragioni, su una razionalità che pure esiste. Abbiamo delle motivazioni che sono ulteriori e trascendenti. Il nostro impegno è un impegno per il Regno, cioè è un impegno che ha in sé una scintilla di infinito e di eterno; il punto di partenza necessario per noi è quello dell’amore di Dio e su questo tema vorrei proporvi tre riflessioni. Immaginate che questa tavola ideale si distribuisca in tre registri.

1.1. La teofania dell’amore

Al primo registro darei il titolo “In principio c’è l’amore” o, se volete, usando una terminologia un po’ più sofisticata, “La teofania dell’amore”. In tutta l’esperienza umana e cristiana anzitutto è da sottolineare l’esistenza di un “prima”, un qualcosa che ci precede, che sta prima di noi e che è in assoluto alle nostre spalle. Noi vediamo manifestarsi questa teofania dell’amore di Dio e questa sua epifania in vari ambiti. Ne ricordo tre.
Innanzitutto c’è l’ambito della creazione. L’amore di Dio squarcia il silenzio del nulla e fa germogliare l’essere che è il suo primo grande atto d’amore. E’ veramente significativa quella frase della Genesi quando Dio fa uscire le creature dalle sue mani e vede che è cosa buona (cf Gen 1,31). Nella versione originale ebraica viene usato un aggettivo che vuol dire contemporaneamente buono e bello. Ogni creatura, dalla più semplice fino a quella più alta, dalla minima fino a quella massima, porta in sé una scintilla quale sigillo della bontà di Dio e della sua bellezza, porta sempre in sé questa specie di irradiazione dell’amore di Dio. Il libro della Sapienza dice: «Tu, o Signore, ami tutte le cose che esistono, perché se tu non le avessi amate non le avresti neppure create» (Sap 11,24). Il primo grande e radicale amore è quello dell’esistenza, del vivere. C’è quella bellissima immagine del libro di Giobbe in cui Dio tiene nelle mani il filo del respiro che esce dalle labbra di ogni uomo.
Il secondo ambito nel quale si riflette questa epifania dell’amore è la storia. Nel Salmo 135, costruito per solista e coro, il solista elenca tutti gli atti storici di Dio nei confronti di Israele, a partire dalla creazione stessa, passando dalla liberazione della schiavitù d’Egitto, entrando nell’itinerario del deserto, per giungere fino al dono della terra, mentre l’assemblea ripete continuamente una frase, purtroppo tradotta male nella Bibbia della CEI, che dice: «Perché è eterna la sua misericordia». In ebraico abbiamo un vocabolo che richiama letteralmente tutta quella trama di relazioni che intercorrono tra due persone che si amano. E’ anche misericordia, ma in primis è amore, poi complicità, tenerezza, passione, fantasia, intuizione e spontaneità, questa rete di comunicazione tra due persone che si amano si esprime con questo vocabolo intraducibile. Si vede che tutto quello che noi abbiamo nella nostra storia, non più come semplici creature, ma nel tempo, come genere umano, nasce da questo amore di solidarietà, di consonanza, di complicità.
Al tempo stesso potremmo citare un’altra bellissima frase del quinto libro dell’Antico Testamento, il Deuteronomio (la seconda legge) che non è solo un libro di leggi, ma è un libro di grande profondità. In esso Mosè ricorda a Israele che: «il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi voi siete il più piccolo, ma perché il Signore vi ama» (Dt 7,7-8). Tutta la storia di questo popolo, il popolo di Dio, non è legato alla gloria, alla grandezza, allo splendore, ma è legato esclusivamente a questa fiamma che si è accesa all’inizio, la fiamma dell’amore di Dio. Potremmo pren6 dere nel Nuovo Testamento una frase della prima lettera di Giovanni: «Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo» (1Gv 4,19). L’amore dell’uomo, l’amore che l’uomo distribuisce nel corso della sua storia fiorisce dall’amore che è Dio; tant’è che, per due volte in questo capitolo (vv. 8 e 16), compare la celebre definizione di Dio, tipica del Nuovo Testamento, che diventa il vessillo della cristianità, della concezione teologica del Dio del cristianesimo, e cioè la frase «Dio è amore», è agape.
Vorrei farvi un terzo esempio di questa manifestazione dell’amore di Dio: la croce. C’è una bellissima frase di S. Ambrogio nel commento al Salmo 119. La frase in latino è lapidaria: «Caritas Dei Verbum est», «L’amore di Dio è il suo Figlio, è il Verbo». Ricordiamo a questo proposito due frasi una del vangelo di Giovanni e l’altra dalla prima lettera di Giovanni. La prima dice: «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo figlio unigenito» (Gv 3,16), la seconda dice: «Abbiamo conosciuto l’amore dal fatto che egli ha dato la sua vita per noi» (1Gv 3,16).
Quindi la suprema epifania dell’amore di Dio è la croce di Cristo e a questo proposito, dovremmo riproporre la centralità della croce di Cristo come segno supremo dell’amore di Dio. Lutero è stato conquistato dal tema della croce di Cristo, nella quale egli vede anche lo “scandalo”. Lutero, carnale com’è, dice che, sulla croce di Cristo, Dio mostra “posteriora dei”, quindi quasi qualcosa di repellente, non più il suo volto, ma il suo posteriore, tanto si umilia in quel momento, ma è quello il segno più alto del suo amore. In un mio libro ho citato Fabrizio De Andrè. Nel disco intitolato La buona novella c’è una canzone, Testamento di Tito, dove si immagina di essere sul Calvario accanto a Maria e c’è questa frase: «Io, nel vedere quest’uomo che muore, che è il Cristo, madre, ho imparato l’amore... Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho scoperto l’amore». Questo esempio testimonia come questo filo continuo della croce di Cristo arrivi anche per strade impensate.
Jung, uno dei più grandi padri della psicanalisi, ha voluto mettere sulla porta di casa «Vocatus atque non vocatus deus aderit », «chiamato o non chiamato, invocato o non invocato, Dio comunque sarà sempre presente». All’orizzonte della nostra storia, del nostro esistere, della nostra realtà si accende sempre questa presenza, questa croce, questa teofania.

1.2. L’ “arcobaleno” dell’amore divino

La seconda considerazione nasce dal fatto che l’amore di Dio ha in sé una gamma notevole di sfumature e manifestazioni.
C’è un vero e proprio spettro in cui si passa per dimensioni molto diverse rappresentate attraverso un discorso di tipo simbolico.
Si ricorre all’esperienza che noi abbiamo dell’amore per parlare dell’amore di Dio. Un filosofo contemporaneo, ebreo, di origine lituana, vissuto sempre in Francia, Emmanuel Lévinas, sostiene che una delle grandi realtà di Dio è proprio quella del presentarci l’“arcobaleno” dell’amore, cioè non un amore unidirezionale, bensì un amore che riesce a presentare tutta quella gamma di sensazioni che la persona umana sperimenta.
Voglio ricordare alcune sensazioni. Dio è Go’el, cioè è amore del parente più prossimo, a cui spetta il diritto e il dovere di intervenire a difesa il debole, Dio si manifesta Go’el più volte nella Bibbia verso gli ultimi della terra, verso coloro che non hanno nessun avvocato difensore. E’ a loro che Dio offre gratuitamente il suo patrocinio. Nel Salmo 68 si dice che Dio è «padre degli orfani e difensore delle vedove» (v. 6).
C’è poi l’amore paterno. Il profeta Osea filtra l’amore di Dio attraverso la sua stessa esperienza di padre. Egli è un padre con un matrimonio travagliato e quando deve rappresentare Dio, lo rappresenta nel gesto che egli faceva nei confronti del figlio: prendeva Efraim e lo portava alla guancia per farlo mangiare, lo traeva a sé con legami d’amore e gli insegnava a camminare (cf Osea 11). Questa rappresentazione di Dio come padre è fondamentale non solo nell’Antico ma anche nel Nuovo Testamento: «Il padre vostro sa di quale cosa avete bisogno ancor prima che gliela chiediate» (Mt 6,32) dice Gesù nel discorso della montagna e usa poi quelle icone con cui rappresenta Dio sotto le immagini del padre che dà un pane e non una pietra al figlio che gli chiede il pane (Mt 7, 9-11).
Se andiamo oltre vediamo l’amore di Dio acquistare persino i colori della maternità. In Isaia si legge «Si dimentica forse una donna del figlio delle sue viscere? Quand’anche una donna dimenticasse il suo nato, io non ti dimenticherò, Israele» (Is 49,15). Nell’Antico Testamento, per quasi duecento volte, Dio viene invocato con un termine che noi traduciamo come un aggettivo, ma che in ebraico è un sostantivo, che traducendo alla lettera sarebbe “l’utero della donna”, “le viscere materne”. Dio ha come caratteristica fondamentale quella di avere anche lui delle viscere come quelle di una madre, di avere un grembo visto come segno di un amore istintivo, radicale e fondamentale che può capire solo una madre che ha portato suo figlio dentro di sé durante tutto il periodo della gestazione. Con questo figlio, quand’anche tutti i rapporti saranno tagliati, la madre terrà sempre un legame sottile e segreto. L’Antico Testamento attribuisce a Dio questa qualità.
Pensiamo poi all’immagine sponsale. In Osea (Osea 2), in Ezechiele (Ez 16) e in altri testi dell’Antico Testamento si rappresenta il volto di Dio come quello di uno sposo, di un innamorato.
Dio vive tutta la gamma dei sentimenti di un innamorato.
Per esempio in Osea, c’è un finissimo studio psicologico del profeta trasferito in Dio, un sentimento di amore-odio che prova nei confronti della donna che lo tradisce. Dio sperimenta in sé lo sconvolgimento tragico e drammatico della persona che si sente tradita: Dio non è indifferente per cui si può veramente introdurre la teologia della sofferenza di Dio come atto d’amore. Dio non dovrebbe soffrire, dato che la sofferenza è segno del limite della creatura. In realtà c’è un dolore, una sofferenza che è pienezza e non imperfezione. Il dolore della madre per il figlio che soffre o è traviato, il dolore dell’innamorato nei confronti della persona amata, questo dolore di donazione è un aspetto positivo, è un aspetto di generosità, di grandiosità dell’amore. Da qui anche la sofferenza all’interno della relazione nuziale tra Dio e Israele.
In questo senso si comprende il significato della gelosia di Dio di cui spesso si parla nella Bibbia. La gelosia ha di sua natura un aspetto negativo di possesso bieco, ma c’è anche l’aspetto della pertinenza, si considera cioè l’altra creatura così importante da non concedere facilmente che ti fluisca via, che tu l’abbia a perdere. Dio sperimenta anche questa dimensione.
Da ultimo in questo arcobaleno dell’amore di Dio potremmo ricordare l’amicizia. Abramo è per eccellenza l’amico di Dio, tant’è che gli arabi, che lo venerano, non lo chiamano Abramo, bensì “amico”. Mosè nel libro dell’Esodo viene indicato come colui che parla direttamente con Dio da amico (Es 33,11), mentre in un testo apocrifo, dove viene descritta la morte di Mosè, si dice che lo bacia sulle labbra, gli “sugge” l’anima e subito dopo piange la morte dell’amico. Gesù è per eccellenza colui che si mette a livello degli altri, come è stato detto molto bene da un commentatore del vangelo di Luca. Luca rappresenta Cristo non dal punto di vista della testa, del volto solenne, ma rappresenta Gesù dal punto di vista dei piedi, un Gesù che impolvera i piedi per le strade della Palestina incontrando continuamente i “rifiuti” della società, e questi ultimi della terra diventano i suoi interlocutori al punto tale da essere definito per eccellenza «l’amico dei pubblicani e dei peccatori» (cf Lc 19,1-10).

1.3. Uomo icona di Dio

L’uomo è la rappresentazione più alta dell’amore di Dio.
Vorrei ricordarvi due testi biblici, uno dell’Antico e uno del Nuovo Testamento, che riportano nella traduzione greca la parola eicon che significa icona, immagine.
Prendiamo anzitutto il testo di Genesi dove si dice che «Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Fermiamoci su questa frase e cerchiamo di scoprire qual è il suo vero significato. Sono state dette molte cose a proposito dell’immagine di Dio. Sant’Agostino e tanti altri sostengono che l’anima è l’immagine e che Dio è dentro di noi. L’Antico Testamento, invece, non dà alcun rilievo all’anima: è l’uomo nella sua totalità che conta, perché corpo e anima sono miscelati in maniera talmente inestricabile da non potersi separare. Esaminando la frase secondo lo stile semitico del parallelismo, abbiamo modo di capire qual è la vera definizione dell’immagine secondo la Bibbia. «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina lo creò». Tutta la Genesi è costruita su una serie di genealogie, di generazioni e le generazioni sono frutto dell’amore tra uomo e donna. L’uomo e la donna, generando, fanno sì che la storia avanzi e Dio penetra nell’interno della storia che l’uomo crea. Noi siamo immagine di Dio in quanto riusciamo a creare attraverso la generazione che nasce, a sua volta, dall’amore tra l’uomo e la donna.
L’immagine di Dio non è solo il maschio, ma è l’uomo e la donna insieme in quanto insieme danno principio alla vita, al flusso continuo della generazione, ma non è solo generazione fisica, bensì questo continuo far muovere il grande fiume della storia, che nasce dall’essere maschio e femmina, dall’essere coppia. In questo senso siamo immagine di Dio.
L’altro testo da prendere in esame è la lettera ai Romani (Rm 8,29) nel quale Paolo dice che noi siamo eicon, immagine, di Cristo, perché Dio Padre ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo che grida “Abbà Padre”. Quindi non siamo più schiavi ma figli. Nel Nuovo Testamento siamo immagine di Dio per il fatto che dentro di noi c’è lo Spirito, e se prendiamo lo Spirito nella sua pienezza biblica, ci accorgiamo che lo Spirito è respiro di Dio. Dentro di noi allora, non c’è solo un respiro che esce dalle nostre labbra e che è quello della vita fisica, ma c’è il respiro che è quello della vita stessa di Dio, del Figlio suo, che è presente in noi figli di adozione (cf 8,15). Noi siamo immagine di Dio perché dentro di noi l’amore di Dio ha deposto la filiazione.

2. ANTROPOLOGIA DELL’AMORE: L’AMORE DELL’UOMO

Come titolo per questa tavola utilizzo una dichiarazione della prima lettera di Giovanni: «Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi, e l’amore di lui è perfetto in noi» (1Gv 4,11- 12). C’è un rapporto di causa-effetto circolare nell’interno della nostra esperienza d’amore. In questa seconda tavola propongo due registri.

2.1. L’ “arcobaleno” dell’amore umano

I testi biblici che ci presentano l’amore sono molti e tutti meriterebbero un commento a sé. Qui traccio solo una pennellata, indico un tratto di queste caratteristiche, di queste sfumature molteplici, di questo spettro cromatico dell’amore.
Consideriamo anzitutto il timore, lo sdegno e il dolore. Di per sé si dovrebbe dire che il timore è il contrario dell’amore, ma c’è un timore che fa parte pienamente dell’amore e che è frequentissimo. Se la rabbia è un vizio, lo sdegno è una virtù e fa parte dell’amore perché è rivolto al bene della persona nei cui confronti ci si sdegna. Gesù è stato ripetutamente sdegnato. Nel vangelo di Matteo (Mt 23) non si incontra un Gesù “liquoroso”, Gesù certo è anche tenero, ma genera anche timore e conosce anche lo sdegno. Dio ha anche nei nostri confronti, alcune volte, un comportamento e un modo di manifestare il suo amore che noi non condividiamo. E’ quella che si chiama la paideia di Dio, cioè l’educazione di Dio. Nel Deuteronomio leggiamo che «come un padre corregge il figlio così il Signore corregge te» (Dt 8).
Dietrich Bonhoeffer, morto nei campi di concentramento nazisti, usa una frase veramente folgorante: «Le tue mani, Signore, alcune volte sono mani di grazia, ma altre volte sono anche mani di collera, ma sono comunque sempre mani d’amore».
La collera di Dio non è segno di odio, ma di amore, anche se la creatura umana non riesce a comprendere il perché di quella correzione.
Questa è anche una delle strade, non l’esclusiva, per riuscire a capire il perché del dolore della creatura umana.
Un altro esempio di questo arcobaleno è l’eros, che è una componente peculiare e straordinaria dell’esperienza umana.
Senza l’eros metà della poesia non esisterebbe, metà dell’arte non esisterebbe. L’eros nella sua forma più alta è una potenzialità propria solo dell’uomo. Noi, come animali, abbiamo la sessualità, ma come uomini abbiamo in più l’eros che è la scoperta della bellezza dell’altro, del fascino dell’altro e anche il desiderio del possesso dell’altro. Certo noi sappiamo che l’agape è oltre l’eros ed è molto più grande dell’eros, però guai a non avere anche l’eros. Abbiamo subìto forse una predicazione che ha continuamente penalizzato l’eros portandolo, alla fine, a confonderlo con l’erotismo o peggio con la pornografia; l’eros, in sé, invece è puro, è altissimo. Vi invito a leggere i capitoli 4, 5 e 7 del Cantico dei Cantici dove è rappresentata la bellezza del corpo della donna e dell’uomo. L’eros, quando è autentico, è un grande strumento di comunicazione e comunione, e per questo motivo direi che l’eros ha la forza di rendere più gioiosa, colorata e intensa l’esperienza d’amore. Anche nel campo della mistica, abbiamo alcuni esempi. Il primo esempio è il Cantico spirituale di Giovanni della Croce che è un testo di una suprema spiritualità e di una sensualità straordinaria. Evidentemente in quel momento l’amore per Dio non è una larva spirituale generica, è un amore anche carnale ed è per questo che l’amore per il fratello acquista una sostanza e non è solo un amore evanescente e angelico.
Il secondo esempio è l’estasi di Santa Teresa. I suoi scritti, attraverso il linguaggio dell’amore, rivelano una profonda passione.
Un altro esempio è l’amicizia. La Bibbia rappresenta a più riprese la tipologia dell’amicizia. Nel primo libro di Samuele si legge che «l’anima di Gionata s’era talmente legata all’anima di Davide, che Gionata lo amò come se stesso» (1Sam 18,1), e ancora «lo amava come l’anima sua, come se stesso» (1Sam 20,17). Se vogliamo potremmo mettere, quasi in sovrimpressione, quelle parole che sono state pronunciate da Gesù l’ultima sera della sua vita terrena nell’interno di quella sala al piano superiore di una casa di Gerusalemme, nel Cenacolo: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici se farete ciò che vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma io vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,13-15). Tante volte la carità è un po’ disumana perché non conosce il sapore della amicizia, il gusto dello stare insieme, del condividere, della fraternità spontanea propria dell’amicizia. Non basta semplicemente fare della carità all’altro, molte volte è infinitamente più importante avere in sé questa specie di brivido che è il brivido dell’amicizia, della spontaneità, dell’immediatezza.
Sottolineerei un ulteriore volto dell’amore che è quello della compassione con tutto quello ad essa legato: la tenerezza, la misericordia, la filantropia. Occorre intendere la compassione nel suo senso originario. Si pensi ad esempio che nella religione indù e nel buddismo esistono due virtù che sono considerate legge eterna e che sono espresse da termini di difficile traduzione che corrispondono a tenerezza, sentimento, misericordia, compassione, elemosina. Si noti che l’elemosina nel suo significato originario (dal greco) è tenerezza compassionevole, è partecipazione misericordiosa. Il vangelo presenta Gesù come colui che fa il vero atto d’amore senza ignorare la tenerezza. In Luca si ha la rappresentazione del buon samaritano (Lc 10) che compie tutta una serie di gesti che sono gesti di carità. Non solo, ma egli prova pure compassione, sente le sue viscere quasi ribollire nei confronti del disgraziato ed è questa la profondità e l’intensità dell’amore che conosce anche la passione e il sentimento. Il sentimento è spesso troppo castrato e troppe volte umiliato, rispetto alla solidità dell’impegno concreto e realistico e della razionalità.
L’uomo, però, ha bisogno del sentimento perché è una componente radicale del suo essere e del suo conoscere, l’uomo ha bisogno di manifestare la tenerezza.
Proseguendo nell’esame dell’arcobaleno dell’amore umano, un altro aspetto che vorrei illustrare è la giustizia. Non voglio fare una trattazione sul dibattito teologico e morale in atto, sul rapporto tra giustizia e amore, mi limito a dire che la giustizia altro non è che una gradazione dell’amore. L’amore è oltre la giustizia, ma l’amore senza giustizia non è completo. Vorrei ricordare solo due testimonianze bibliche particolarmente significative per rinnovare il nostro impegno di giustizia. Nel libro del Levitico (Lv 25) si parla del Giubileo, le cui funzioni erano due: rimettere i debiti e liberare gli schiavi. Il Giubileo permetteva a tutti, dopo 50 anni, di ricominciare da capo, di ritornare ancora al punto di partenza per cominciare un’altra avventura, per dare la possibilità di ricostruire la propria famiglia e il proprio piccolo mondo e per riconquistare la libertà. Questa è la forma più nobile di giustizia, è la giustizia distributiva. Dovremmo aspirare sempre più a questa dimensione che non raggiungeremo mai perché è una dimensione sostanzialmente utopica, ma guai a vivere senza utopia. Ricordo una bella frase del Deuteronomio che sollecita a far sì che non vi sia tra noi alcun bisognoso e, nel caso vi fosse, sollecita a non indurire il nostro cuore e a stendere la mano.
Un ulteriore volto dell’amore è quello della solidarietà e della comunione fraterna. Questa comunione è definita molto bene in Atti: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (At 4,32). Tutto ciò è utopia, ma l’utopia è l’anima del realismo, che diventa quasi una specie di seme nell’interno della società che spinge a tentare continuamente di spezzare la rigida gabbia del mio e del tuo, di ricordare che è primaria la destinazione universale dei beni rispetto alla proprietà del singolo e di fare in modo che l’uno con l’altro siano un cuore solo e un’anima sola.

2.2. La celebrazione dell’agape

Introduciamo ora il secondo registro, che è quello dell’agape, dell’amore. Mi riferirò ad un testo soltanto sul quale occorre fare una serie di riflessioni. Questo testo dovrebbe essere un po’ l’emblema della Caritas, è un testo capitale per ogni cristiano, ma in maniera particolare per voi nel vostro impegno.
«Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro qual è il più grande comandamento della legge?” Gli rispose: “Amerai il prossimo tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.
Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.”» (Mt 22,34-40).
Facciamo alcune considerazioni. Si vede anzitutto che le due dimensioni sono intrecciate tra loro, ma in realtà il primo comandamento assorbe già il secondo. Questo è il più grande dei comandamenti e Gesù, rispondendo ai farisei, risponde alla questione rabbinica dell’ordine dei precetti. Alla domanda circa quale sia il più grande comandamento Cristo non indica un comandamento da osservare, ma un atteggiamento radicale da adottare: “amerai”. Provate a mettere in pratica l’“amerai” e vedrete che in pratica è come un fondale, come una specie di realtà interna che intride tutte le azioni. Amare è una specie di retroterra costante, ecco perché non è il primo, ma è il più grande comandamento che tutto alimenta, è il comandamento radicale. La radicalità è espressa già nel comandamento stesso: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente» – cioè con tutto il tuo essere, totalmente – «e il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22). Gesù però non si accontenta: l’ultima sera della sua vita Gesù non si limita a dire «Ama il prossimo tuo come te stesso» – cosa che già sarebbe radicale –, ma sostiene «Amatevi gli uni e gli altri come io vi ho amati. Non c’è amore più grande di colui che dà la vita» (Gv 15, 12 ss). Gesù ci chiede di essere pronti persino a sacrificare noi stessi.
Credo che il cristianesimo sia sostanzialmente utopia nel senso più nobile del termine. Il cristiano, attraverso l’insegnamento del suo Maestro, introduce il seme dell’utopia, la scintilla dell’infinito e dell’eterno, le due dimensioni sono Dio e l’uomo. L’amore per Dio si commenta attraverso le parole di Paolo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» (Rm 8,35), e «Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20) e si sottolinea una comunione profonda, totale con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, con tutta la mente.
Dall’altra parte c’è il legame col prossimo e l’amore verso il prossimo, espresso molto bene nella prima lettera di Giovanni: «Chi non ama il fratello che vede come può amare Dio che non vede?... Chi ama Dio ami anche il suo fratello» (1Gv 4, 20-21).
La radicalità di Cristo nell’amore verso il prossimo rompe quella dimensione a centri concentrici che il giudaismo usa per definire il prossimo. Al centro c’è l’io; il primo cerchio è la famiglia, il secondo la tribù e il terzo la nazione, oltre c’è l’altro che non interessa. Cristo rompe anche il terzo circolo e introduce il nemico. Nell’Antico Testamento si fa balenare un gesto d’amore verso il nemico. Nel libro dell’Esodo si dice che se si incontra l’asino del proprio nemico che si è perso, non si deve lasciarlo vagare, bensì prenderlo e riportarlo al nemico.
E’ Cristo che in maniera radicale ed assoluta introduce questa donazione che passa al di là di ogni confine. Cristo ha introdotto non più una legge precisa, ma un orizzonte estremo per la nostra testimonianza sociale, pubblica e internazionale. L’amore di Cristo per il nemico permane anche quando può oggettivamente configurarsi come nemico pubblico e il cristianesimo risulta così una spina nel fianco delle strutture giuridiche e di ogni politica machiavellica.

CONCLUSIONE

Abbiamo presentato due quadri con due volti: da un lato il volto di Dio che ama e dall’altro il volto dell’uomo che ama.
La mia prima conclusione vorrebbe proprio concentrarsi sul volto. Una teologia del volto è stata proposta dal filosofo, Lévinas, che l’ha messa alla base per esaminare il rapporto con Dio come gioco dei volti. Uno dei fenomeni più evidenti della psicanalisi è l’incapacità di alcune persone di guardarti negli occhi. Il volto non è un complesso di piani, non è un complesso di forme, ma strumento di comunicazione. Pascal sostiene che in amore, come nella fede, i silenzi sono molto più eloquenti delle parole, perché c’è comunione nello sguardo. Il volto dovrebbe essere rivalutato e l’esame di coscienza per certi aspetti deve riguardare proprio il volto dell’amore così come lo presenta la Bibbia e il nostro volto così come lo presentiamo agli altri.
In secondo luogo vi inviterei a leggere la prima lettera ai Corinzi al capitolo tredicesimo, l’inno dell’amore, e il capitolo 25 di Matteo sul giudizio finale. San Giovanni della Croce dice che al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore, ma c’è un’altra cosa molto più interessante: in quel giorno ci saranno alcuni che avranno fatto gesti d’amore senza pensare minimamente a Cristo, eppure l’atto di amore diventa un battesimo. Così come esistono i cosiddetti credenti anonimi, quei credenti che sono tali senza saperlo, esiste anche un amore anonimo.
L’ultima considerazione è un augurio che esprimo con il libro del Siracide: «Beati coloro che ti videro e che si sono addormentati nell’amore» (Sir 48,11). E’ una beatitudine e un augurio per la nostra vita.