Perché ci chiamiamo "giovanile"?

 

Editoriale

Alberto Martelli

(NPG 2015-03-2)

 

Continuiamo ad approfondire le linee editoriali e le questioni pastorali che abbiamo accennato in apertura del primo numero di quest’anno.
Dicevamo allora: «Abbiamo imparato in questi anni il valore di pensare la nostra pastorale in termini evolutivi, anche grazie agli approfondimenti delle scienze umane che ci hanno guidato nel nostro agire per il bene dei giovani. Ora crediamo sia venuto il momento di ripensare tali tematiche dal punto di vista della rivelazione».
In una domanda riassuntiva potremmo oggi chiederci: come mai la nostra rivista ritiene che il termine giovanile, che ne caratterizza da sempre il titolo, non sia soltanto un aggettivo, ma un vero e proprio sostantivo di riferimento?
Proviamo a rispondere a questa domanda proponendo al lettore due elementi che ci sembrano assolutamente qualificanti il nostro modo di intendere il lavoro e la riflessione pastorale.
In primo luogo NPG è giovanile perché crede che i giovani ne siano non solo destinatari, ma protagonisti.
Noi siamo padri ed educatori, ma lontani da ogni pensiero paternalistico. Riteniamo infatti che i giovani non siano semplicemente destinatari dell’operare di una comunità adulta e, quindi, recettori di un’opera pastorale, seppur fatta con le migliori intenzioni e con i migliori esperti. Noi riteniamo che i giovani siano effettivamente i primi educatori ed evangelizzatori dei giovani e che l’età giovanile sia una età che fa del protagonismo la propria caratteristica portante e chiede, quindi, di valorizzare questo aspetto fondamentale del loro essere.
I giovani sono i co-scrittori e co-fondatori delle nostre riflessioni. Forse non sempre ci rivolgiamo a loro, ma certo sempre ci rivolgiamo ad una comunità di adulti che sa essere padre, cioè sa dare al proprio figlio il giusto posto e la giusta responsabilità nell’essere protagonista del proprio mondo.
La nostra pastorale è giovanile perché i giovani ne sono pienamente coinvolti, ne sono la principale risorsa, ne sono i migliori pensatori e migliori organizzatori, perché da giovani è possibile essere santi e come tali è possibile essere veri evangelizzatori dei propri coetanei e del mondo.
Il tema giovanile apre poi una seconda importante riflessione: la nostra rivista è tale perché è accordata all’età dei giovani.
Dopo alcuni decenni in cui abbiamo a lungo insistito sulla questione, è ormai consapevolezza comune degli operatori che la vita non è un continuum senza interruzioni e diversità, ma una serie di età della vita che si susseguono, scandiscono il nostro crescere, caratterizzano la nostra vita. Sulla base di questa consapevolezza si sono sviluppate innumerevoli inchieste e ricerche per cercare di definire sempre meglio le caratteristiche di queste età. E, sempre sulla base di questa idea di fondo, abbiamo sviluppato negli anni una serie di itinerari di educazione alla fede che hanno saputo intercettare queste diverse età, adattarsi ad esse e aiutare il loro sviluppo.
Ora riteniamo che sia compito di una seria riflessione pastorale provare a fare un passo avanti rispetto a queste consapevolezze già assodate.
Due sono le direzioni che ci sembra necessario percorrere: intrecciare il tema delle età della vita con il tema dell’iniziazione cristiana e il tentare di sviluppare un pensiero teologico di queste età.
Per il primo cammino l’impressione è che le età non si muovano una dopo l’altra semplicemente crescendo, ma in modo simile a come la riflessione sull’iniziazione cristiana ci ha aiutato a pensare la crescita in questi ultimi ani. L’età della vita non è solo una fase di passaggio, ma una fase che è contemporaneamente pienezza, anticipo e passaggio. Pienezza perché in quell’età la persona è completa in se stessa, pur non essendo adulta; anticipo perché in quell’età di vive in modo particolare una caratteristica della persona che il singolo dovrà maturare e portare avanti per tutta la vita; passaggio perché soltanto vivendo in pienezza quell’età e lasciandosela alle spalle è possibile compiere il salto iniziatico verso il futuro.
La seconda direzione ci spinge a sviluppare una antropologia teologica di riferimento che tenga conto delle varie età della vita. Perché è possibile essere santi da giovani? Qual è la pienezza della rivelazione che è possibile vivere in ogni età e non soltanto da adulti? E cosa dice la rivelazione sul senso delle diverse età in modo da non restare in balia delle sole scienze umane o della sola descrizione empirica?
NPG è giovanile perché crediamo nei giovani e nell’impegno che questo termine si porta dietro per noi educatori ed evangelizzatori. Questa è la nostra sfida e il nostro futuro.