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La ricerca religiosa

di Cesare Pavese

Carlo Fiaschi


La figura di Cesare Pavese ci parla ancora nella sua sofferta ricerca spirituale, tesa tra il sincero desiderio di credere e l'incapacità di adesione alla fede: un'esistenza comunque aperta a Dio, fino allo strazio del grido e dell'abbandono.

Cercando «l'intima dolcezza del regno»

Racconta Davide Lajolo nella sua classica biografia di Cesare Pavese (Il vizio assurdo, Il Saggiatore 1967) che, ai primi di settembre 1943, lo scrittore piemontese rientrò a Torino dopo un soggiorno a Roma dove aveva diretto la sede locale della casa editrice Einaudi. Ritornò nella città amica gravato dalla cupa desolazione che lo aveva preso nella grande città sconosciuta e ostile. Il suo ritorno a Torino collima col periodo di più grande confusione e terrore, quando la città, pesantemente bombardata, «pareva fatta non più di palazzi e di case, ma di file di cimiteri sgretolati, uno più squallido e tragico degli altri».
«Pavese – scrive Lajolo – già disarmato di per se stesso quando attorno a lui non c'è nulla di tragico, in quei giorni di tempesta in cui le decisioni debbono essere rapide, sotto l'impeto di impulsi o di crisi violente, si sente più che mai tagliato fuori dal mondo». Tutti i suoi amici chiamati dai loro impegni politici e militari avevano già preso la via delle montagne. Pavese non sa decidere altro se non di raggiungere a Serralunga la sorella Maria, dove rimase per un breve periodo, solo con se stesso, isolato dal mondo, unica compagnia e difesa una trincea fatta di libri. Attorno a lui, sulle colline del Monferrato, un pugno di ragazzi versavano il sangue per difendere la loro terra. Come può Pavese essere sordo al richiamo di quel sangue? Ma in lui al coraggio morale non aveva mai corrisposto un coraggio fisico; gli spari, le armi, il sangue lo terrorizzavano. Ecco allora, annota Lajolo, il rifugio sempre più necessario nell'irrazionale attraverso il mito. La sua "mitologia" è, però, incapacità di comunicazione, solitudine, pena, disperazione; il tempo e i giorni diventano angoscia senza fine. È così che, accanto alla ricerca di irrazionali conforti, riemergono i dubbi religiosi.
Alla fine del '43, Pavese si rifugia nel Collegio Trevisio di Casale Monferrato della Congregazione dei Padri Somaschi, dove incontra il trentenne padre Giovanni Baravalle con il quale si lega in profonda amicizia. Padre Baravalle era il direttore spirituale dei ragazzi della scuola e, nello stesso tempo, anche studente di filosofia all'Università Cattolica di Milano. Il sacerdote gli dimostrò subito attenzione e simpatia, attratto dalla sua sofferenza umana ma anche dalla sua cultura e dalla possibilità di discutere problemi religiosi e fatti della vita. Pavese lo ricambiò con una profonda e duratura amicizia e lo ricordò esemplarmente in Padre Felice, il personaggio chiave del più bello dei suoi romanzi, l'autobiografico La casa in collina, testimoniando così il profondo influsso religioso che questo giovane prete ebbe nella sua vita.
In una conferenza tenuta a Milano nel febbraio 1990, padre Baravalle ricordò: «Io ero padre spirituale. Allora tutte le mattine raccoglievo i ragazzi della media, li portavo nella cappella del collegio. facevo dire la preghiera, facevo una piccola esortazione. [...] Era una grande cappella. Era l'antico coro di un monastero. Pavese si metteva tutte le mattine di fianco, all'incirca a metà. E osservava i ragazzi. E io gli dico: "Perché viene? Io devo tare la predica a questi bambini e mi sforzo di far loro capire qualcosa". E lui mi dice: "Vengo proprio a sentire come fa lei a cercare di rendere comprensibile a questi sventateVi, a questi ragazzi vivaci, le grandissime verità della sua religione"» (in G. Lauretano, La traccia di Cesare Pavese, Rizzoli 2008).
Quello passato al Collegio Trevisio è il periodo più intenso della costante ricerca religiosa di Pavese, quello in cui si sente più vicino alla scoperta di Dio. Il 29 gennaio 1944 annota nel diario: «Ci si umilia nel chiedere una grazia e si scopre l'intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto godere sempre quello sgorgo di divinità. È questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di esser fedele. Una rinuncia a tutto, una sommersione in un mare di amore, un mancamento al barlume di questa possibilità. Forse è tutto qui: in questo tremito del "se fosse vero!". Se davvero fosse vero...». Racconta ancora padre Baravalle che quella stessa sera del 29 gennaio Pavese gli chiese di aiutarlo a incontrare Dio; si confessò e alle 7 del giorno dopo, il 30 gennaio, ricevette la comunione.
Fino a questo momento, per Pavese, il cristianesimo aveva rappresentato un'esemplare dottrina di vita, come fondamento di una norma etica. Ma troppo articolato e complesso era il suo percorso intellettuale per arrivare spontaneamente alla scoperta di Dio. «In lui – scrive Lorenzo Mondo – conta di più lo "sgorgo di divinità", la sublimazione dell'atteggiamento estatico che prova da sempre nei confronti della "collina", il richiamo folgorante che esercita su di lui la memoria dell'infanzia» (cfr. Quell'antico ragazzo. Vita di Cesare Pavese, Rizzoli 2006). Così, il brivido religioso che lo attraversò in quell'inverno '43-'44 non dette frutti.

Una disperata filosofia del dolore

Di questo episodio e della ricerca religiosa di Cesare Pavese, ci dà conto un bel saggio di Giuseppe Molinari, il quale, ci informa il risvolto di coperta, è stato docente di Religione e di Teologia morale presso vari Istituti, poi Vescovo di Rieti e Arcivescovo Metropolita all'Aquila ("O Tu, abbi pietà". La ricerca religiosa di Cesare Pavese, Ancora Editrice. 2006'1. Il teologo Molinari, alla ricerca dell'interiorità religiosa di Pavese, ne ripercorre il cammino umano e spirituale, partendo dall'amara constatazione che la concezione della vita e la visione del mondo di Pavese sono piene di senso tragico e di pessimismo inguaribili: «Per tutti gli anni dell'adolescenza. e poi in seguito in quelli della giovinezza e della maturità, o la vita è continuata ad apparirgli "orribile", oppure gli si è presentata come un "frutto stupendo", ma non raggiungibile con le proprie forze». Attraverso i temi del dolore, della solitudine, dell'amore, Molinari traccia il sofferto cammino dello scrittore, fino all'atto estremo del suicidio che suggella un dramma esistenziale mai sopito.
Il dolore è antico e il dolore, come la vita, è mistero ed è impossibile individuarne la causa profonda; per Pavese esistere significa "soffrire" e "far soffrire". Scrive nel diario il 19 gennaio 1930: «Le crudeltà che si commettono contro il codice sono una povera banale cosa, rispetto alle inaudite, acutissime, strazianti crudeltà che si esercitano per il solo fatto di esser vivo e tirare avanti alla peggio». La pagina in cui è più sincera e riflessa la sua disperata filosofia del dolore, nota Molinari, è quella che Pavese scrive il 30 gennaio 1940: «Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l'aria. È impalpabile, sfugge a ogni presa e a ogni lotta; vive nel tempo, è la stessa cosa che il tempo; se ha dei sussulti e degli urli, li ha soltanto per lasciar meglio indifeso chi soffre, negli istanti che seguiranno, nei lunghi istanti in cui si riassapora lo strazio passato e si aspetta il successivo E...). Chi soffre è sempre in stato d'attesa – attesa del sussulto e attesa del nuovo sussulto E...]. Qualche volta viene il sospetto che la morte – l'inferno –consisterà ancora del fluire di un dolore senza sussulti, senza voce, senza istanti, tutto tempo e tutto eternità, incessante come il fluire del sangue in un corpo che non morirà più».

L'esperienza amorosa

Insieme al dolore, è la solitudine la condizione che tormenta l'uomo Pavese, anche se di fronte ad essa lo scrittore oscilla tra un misto di esaltazione e di abbattimento. L'intellettuale stoico afferma il valore della solitudine: «Ogni sera, finito l'ufficio, finita l'osteria, andate le compagnie – torna la feroce gioia, il refrigerio di esser solo. È l'unico vero bene quotidiano» (25 aprile 1946). Ma quando si cala nella sua dolente umanità, la solitudine non appare più un valore e una liberazione. La solitudine, scrive Molinari, non si accorda con l'esigenza dei sentimenti. Il sentimento fondamentale che esige Pavese è l'amore di una donna.
Ne è testimonianza, fra tanti altri scritti, la poesia Lavorare stanca dall'omonima raccolta: «Val la pena esser solo, per essere sempre più solo? / Solamente girarle, le piazze e le strade / sono vuote. Bisogna fermare una donna / e parlarle e deciderla a vivere insieme. / Altrimenti, uno parla da solo. / E...] Se fossero in due, / anche andando per strada, la casa sarebbe / dove c'è quella donna e varrebbe la pena. / E...] Non è giusto restare sulla piazza deserta. / Ci sarà certamente quella donna per strada / che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa».
Molinari osserva giustamente che il modo di vivere l'amore e di cercare un rapporto con la donna ci illumina anche sulla storia più segreta della sua anima: l'esperienza amorosa di Pavese è una delle più sinceramente sofferte. In un curioso e illuminante ritratto psicologico che lo scrittore fece di sé, nell'ottobre del '40, destinandolo a Fernanda Piva-no, la nota studiosa di letteratura americana, allora giovane universitaria, scrisse: «Una volta che sarà innamorato, Pavese farà esattamente ciò che gli detta la sua indole e che è appunto ciò che non va fatto. Lascerà capire, innanzi tutto, di non essere più padrone di sé; lascerà capire che nulla per lui nella giornata vale quanto il momento dell'incontro; vorrà confessare tutti i pensieri più segreti che gli passeranno in mente. E...] Pavese si dimentica d'innamorare di sé la donna in questione, e si preoccupa invece di tendere tutta la propria vita interiore verso di lei, d'innamorare di lei ogni molecola del proprio spirito, di tagliarsi insomma tutti i ponti dietro le spalle E...]. Pavese gioca fino in fondo la sua parte amorosa, primo per il suo bisogno feroce di uscire dalla solitudine...».
L'intensità di un amore così spaventa la donna, la fa allontanare. «Quale donna – si interroga Pavese – chiede a un uomo di perdere assolutamente ogni staffa e ogni puntello, e amarla con l'intensità cosmica di un temporale d'agosto?». In questa complessa e drammatica esperienza dell'amore, come Pavese l'ha sofferta non ci vuole molto a intuire che cosa la fede, che pure ha tentato di conquistare, avrebbe potuto arrecargli e come essa avrebbe potuto agevolargli sentimenti di fiducia, stabilità e certezza: invece, tutto è mancato.
Per la teologia cristiana, l'uomo è innanzitutto una creatura e ciò significa correlatività esenziale dell'uomo a Dio. L'uomo, scrive Molinari, è impensabile senza Dio, senza un riferimento costante, ontologico a Dio creatore. Ma Dio creatore è anche Dio padre. Ecco allora l'esigenza, da parte dell'uomo, di un incontro personale con Dio. Pavese ha sentito l'istanza che alberga nel cuore dell'uomo. ma non ha saputo (o voluto) trovare un'apertura al trascendente. Nella teologia morale contemporanea, scrive ancora Molinari. si parla sempre più della vita cristiana secondo le categorie della "chiamata" da parte di Dio e della "risposta" da parte dell'uomo. Pavese non ha avvertito questa chiamata o, più verosimilmente, l'ha soffocata, ha permesso che fosse travolta da altre chiamate che possono apparire più effimere, quelle che venivano dalle creature (fossero esse il "mito", l'"arte". la "donna", la "realizzazione di sé"). Proprio perché in Pavese non si è verificata questa positiva tensione tra "chiamata" e "risposta", egli ha continuato stancamente a cercare di dare un senso alla vita e non è riuscito a costruire in modo umanamente e cristianamente lucido la propria storia.

«O Tu, abbi pietà»

Una storia personale, quella di Pavese, al di fuori della grande Storia, in una zona grigia di disimpegno e di indifferenza totale verso i grandi avvenimenti che, in quegli anni, devastavano l'Italia e il mondo intero. Chi legge il suo diario, non troverà alcun accenno a vicende che pure segnarono drammaticamente la storia del nostro paese: passa inosservato i125 luglio 1943, la caduta del fascismo, passa inosservato 1'8 settembre, l'armistizio: le sole annotazioni che si leggono in quelle date richiamano alcune riflessioni sul mito e sul simbolo. Niente della storia «penetrò in quel mondo, in cui "il mestiere di vivere" aveva come compagna una quieta disperazione. Impegnato nel tentativo di risolvere il suo dramma esistenziale, non aveva tempo o voglia di comprendere la realtà che lo circondava, di coglierne la possibilità di intervento pubblico» (S. Solinas, Fu un decadente, cercò l'impegno, morì d'amore, «Il Settimanale», 2 settembre 1980).
L'autentica fede cristiana, commenta Molinari, impegna l'uomo lealmente nella storia di questomondo in cordiale solidarietà con gli altri. «La fede autentica è quindi un forte e sicuro antidoto per difendersi dai gorghi e dai baratri dell'anarchia individualistica. Pavese non ha visto nella fede questo "antidoto" e anche per questo venne a mancargli una ragione profonda per impegnarsi nella storia». Ma non gli era estraneo, si conforta Molinari, un desiderio sincero e struggente di credere. L'amica Bona Alterocca, nel venticinquesimo anniversario della morte dello scrittore, ricordava: «Era lontano quell'inverno di guerra in cui era riuscito ad accostarsi alla fede ed aveva ricevuto i sacramenti dal giovane padre somasco. Il momento di grazia era trascorso, non sarebbe tornato. Però gli dispiaceva. Un giorno ero di cattivo umore, stanca e sfiduciata. e fu lui ad esortarmi a guardare in alto per riprendere energia. Trovò argomenti adatti per dimostrare come nella vita anche le prove siano un mezzo di elevazione voluto dall'Essere superiore, per il nostro bene e come la fede ci offra forza e conforto per superarli. Rimasi sconcertata. Non lo conoscevo ancora abbastanza. non potei fare a meno di domandargli se, insomma, era credente o no. Rispose, quieto: "Purtroppo no, non ci riesco. Lo vorrei tanto, perché allora avrei risolto tutti i miei problemi. Ma lei, che ha la fortuna di credere, non può lasciarsi andare. Deve essere sicura e tranquilla"» (in Pavese dopo un quarto di secolo, SEI 1974).
Anche Divo Barsotti, in un piccolo, limpido saggio uscito su «Città di Vita» (Pavese in lotta con Dio, gennaio/febbraio 1968) non ha difficoltà ad ammettere che «di tutti gli scrittori italiani degli ultimi decenni, Pavese è uno dei più religiosi» e osserva: «Il suicidio, tentazione permanente della sua vita, certamente è il riconoscimento di una disfatta. Pavese è stato consapevole di essere un vinto: ma da chi? L'impotenza a costruire una sua vita può essere stata la condizione, per lui, di abbandonarsi finalmente a Dio. Allora l'atto dell'abbandono avrebbe concluso la sua vita meglio di come egli poteva aver sognato». Nell'atto in cui si dà la morte, con l'invocazione che si legge nel diario alla fatidica data del 18 agosto 1950, «0 Tu, abbi pietà», Dio ritorna a farsi vivo e presente nell'umile preghiera che invoca pietà. «Tutto è dono – chiude Molinari –, tutto è grazia. E la grazia entra nel cuore che si apre, perché nessun uomo può trovare in se stesso il senso della propria vita e il prezzo della propria salvezza. Ma solo in un Altro».

(Feeria, dicembre 2008 - n. 34, pp. 52-55)

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