Anna Maria Nenci

(NPG 1986-04-74)


L'esperienza di vita, del bambino come dell'adulto, è sempre esperienza del corpo e del mondo sentito e registrato attraverso il corpo.
Il corpo è il mediatore per eccellenza tra la persona e il mondo.
Questa esperienza concreta, fisica, materializzata, che il soggetto vive spesso con forte intensità e che lo coinvolge tutto, si condensa, attraverso la capacità di rappresentazione e la memoria dell'uomo, e diviene anzitutto «esperienza corporea», concezione intorno al proprio corpo e di sé come corpo. Una esperienza segnata da continuo divenire, mai identica a se stessa, particolarmente in quei periodi della vita nei quali il corpo dell'individuo è soggetto a più profonde modificazioni.

LA COSTRUZIONE DELL'IMMAGINE CORPOREA

La precocità dell'esperienza corporea precede perciò la concettualizzazione di un'entità astratta quale è la mente o l'«io» della persona.
Per motivi di ordine biologico, il corpo è l'antecedente temporale dell'io. Cioè l'io è stato ai suoi inizi un «io corporeo» e tale resterà sempre, anche se nel concetto dell'io le funzioni di controllo del corpo, di difesa, di costruzione del mondo mentale, sembrano prendere il sopravvento.
Basta ricorrere allo sviluppo dell'io come sistema e come istanza nel pensiero freudiano, per seguire i suoi rapporti con la dimensione biologica dell'individuo: con l'eccitazione prima proveniente dall'interno del corpo, poi dall'interno dell'apparato psichico, e infine, immagazzinata nell'io definito come riserva di energia.
«Vi è una serie di inclusioni successive che suggeriscono l'idea di un io concepito come una specie di metafora dell'organismo (1).

Lo smarrimento delle radici corporee dell'io

Ma sembra che le radici corporee dell'io vengano presto dimenticate: anzi è proprio della prima giovinezza il senso di potenza delle proprie facoltà mentali astratte, che sanno dominare il corpo. È quasi una sfida a questa «parte» di sé (il corpo), riconosciuta come valida se serve ad aumentare la libertà interiore, la progettazione nel futuro; e in questa prospettiva il corpo, come entità che è cresciuta, che finalmente si è «sistemata», e che è stata accettata con più o meno sforzo, sembra non essere calcolato. Ci si adatta ad un corpo che è il risultato delle trasformazioni e dei cambiamenti subiti nell'adolescenza. L'elaborazione del vissuto relativo al proprio corpo viene così ad arrestarsi ad un livello reputato soddisfacente, e di conseguenza non si attivano più preoccupazioni esplicite relative ad esso. Il corpo tornerà alla ribalta con le prime modificazioni della mezza età e in occasioni patologiche.

L'altalena tra corpo-oggetto e corpo-soggetto

Nell'adolescenza il soggetto oscilla nell'immagine che va costruendo del suo corpo, tra l'accezione di «corpo-oggetto», considerato quindi come estraneo a sé, e «corpo-soggetto esperienziale», fonte di un'esperienza di sé molto intensa, e perciò vissuto come non-distinto o non-separato da sé
I confini corporei che si dilatano, le reazioni periferiche del corpo sempre più lontano, lo sviluppo della muscolatura, le concomitanti sensazioni interne cenestesiche (provocate dalle modificazioni interne del corpo) portano l'attenzione dell'adolescente su parti del corpo a scapito dell'immagine intera; essa viene così frantumata, fatta a pezzi, in un'osservazione costante e ossessiva da parte dell'adolescente.
Nello stesso tempo il suo corpo è fonte di sensazioni intensissime, che possono rompere equilibri precari, sorprendere lo stesso adolescente e riproporre alla sua attenzione un «corpo diviso».
I cambiamenti adolescenziali sono attesi e desiderati non solo dall'adolescente stesso, ma anche dall'ambiente familiare intorno a lui, sono ritenuti normali ed ottengono un'approvazione benevola e in genere con relativa sopportazione di eventuali malumori da parte degli adulti. Ma prima di questo periodo c'è un momento immediatamente precedente, in cui questo fenomeno esiste in una forma molto meno evidente e più insidiosa.

VIVERE IL CORPO NELLA PREADOLESCENZA

Nella preadolescenza infatti i cambiamenti corporei non solo sono meno evidenti esteriormente, ma la loro percezione e rappresentazione da parte dell'individuo si esprimono in un diverso livello di coscientizzazione e di espressione verbale.
Il preadolescente è preda principalmente di ciò che avviene nell'interno del suo corpo, nella sua funzionalità, oltre che dei cambiamenti morfologici.

Corpo e cambiamento

Il preadolescente e l'adolescente reagiscono spesso con una preoccupazione ossessiva ai cambiamenti della loro costituzione fisica: le frequenti disarmonie nella crescita, qualsiasi imperfezione nello sviluppo, possono riflettere caratteristiche del sesso opposto e quindi indurre timori di inadeguatezza sessuale.
Molti ragazzi si sentono disarmonici, e tengono sotto controllo o si vergognano dei segni di maturazione fisici, che rendono il loro corpo estraneo a loro stessi.
I dati dello sviluppo in questo periodo (caratteristiche sessuali primarie e secondarie, sviluppo staturale, scheletrico, adiposo e muscolare, meccanismi neuroendocrini) fanno sì che il corpo assuma un nuovo significato, influenzando non solo l'impressione che uno fa agli altri, ma anche la propria immagine corporea.

L'immagine corporea

L'immagine del corpo è il modo in cui il corpo appare a noi stessi. Non è una somma di percezioni tattili, cinestesiche, visive, articolari, ma è l'esperienza del proprio corpo come unità, come un tutto che è più della somma delle singole parti, che non è data dall'inizio, ma è costruita nel corso dell'esistenza.
Essa acquista una funzione simbolica, che riassume l'insieme di significati diversi del rapporto del soggetto con se stesso e con gli altri soggetti. Per Schonfeld l'immagine corporea è il modo di vedere noi stessi non soltanto sotto l'aspetto fisico, ma anche fisiologico, psicologico e sociologico.
L'incidenza del contesto psicosociale nel processo di strutturazione dell' immagine corporea è, in questa occasione, fondamentale. Nei fattori fisici rientra la percezione soggettiva del proprio aspetto fisico e dell'adeguatezza delle funzioni fisiologiche; i fattori psicologici sono costituiti da problemi di adattamento nell'infanzia, da relazioni disturbate tra genitori e figli, che possono incidere negativamente sulla capacità di adeguamento ai mutamenti fisici e, a maggior ragione, ad anomalie reali o immaginarie.
La sensazione di essere «diversi», con un corpo diverso da prima e anche da quello degli altri, può significare per i preadolescenti sentirsi «inferiori».
Nei fattori sociologici è implicata la reazione a ciò che gli adolescenti o i preadolescenti pensano di sé, e a ciò che gli altri pensano di loro. L'immagine corporea individuale è sempre accompagnata dall'immagine corporea altrui e da quello che si crede l'altro veda del nostro corpo.
Quanto più il soggetto soffre di disturbi emotivi, tanto più questi si manifestano in disturbi dell'immagine corporea, con modalità comportamentali in genere inaccettabili e con focalizzazioni su aspetti delimitati del proprio corpo.

I disturbi dell'immagine corporea

Specialmente nella preadolescenza il soggetto è portatore di strani disturbi fisici, che hanno la caratteristica principale di essere di breve durata, oltre quella generalmente di preoccupare i genitori, mettendo in moto una serie di controlli medici che, se sono inevitabili e necessari, non dovrebbero escludere poi un'indagine psicologico-relazionale che spesso viene invece annullata.
La natura psicogena del malessere, se viene intuita, non è affrontata: l'ambiente familiare ed educativo esprime così una fiducia nelle risorse organizzative di sviluppo del preadolescente, che in altri settori (come quello intelletuale o del rendimento scolastico) non è così facilmente elargita.
Del resto spesso il ragazzo viene incontro a questa richiesta inconscia di chi si occupa di lui, ponendo fine a quel disturbo psicosomatico, salvo poi a riproporlo sotto altra forma o localizzato su altre parti del corpo. Attraverso tutti questi disturbi il preadolescente in realtà vuole lanciare un messaggio a chi si interessa di lui attraverso un proprio «codice». Un codice spesso difficile da captare ed interpretare, da parte dell'educatore, ma che, una volta capito, può offrirgli la possibilità di rivedere e riadeguare realisticamente l'immagine che egli si era fatto del preadolescente stesso. È un linguaggio, questo, che si fa strada attraverso l'inefficienza dei gesti, la ripetitività e le disarmonie dei movimenti, blocchi di respirazione, mal di testa, magrezza od obesità, vomito ecc..., fino alla malattia.

Spazio esterno e spazio interno del corpo

Vivere il corpo come soggetto nella sua interezza è un obiettivo dell' educazione, ma sulla continuità tra «corpo esterno» (aspetto esteriore del corpo) e «interno» di esso (c'è uno spazio anche interiore del proprio corpo) ci possono essere «buchi neri» nella rappresentazione del proprio sentire il corpo; come ci si può rifiutare di avvertire il dinamismo del variare continuo delle sensazioni interne, o subirlo passivamente.
Ciò può avvenire particolarmente nella ragazza: il senso d'identità femminile poggia primariamente su dati biologici, che storicamente hanno interagito, e tuttora interagiscono, con fattori ambientali di ordine socio-storico-culturale. La discriminazione avvenuta riguardo al corpo femminile, considerato da una cultura maschile come corpo-oggetto, distinto dal corpo-soggetto d'esperienza, ha fatto sì che la donna solo ora stia ricuperando l'autenticità della sua immagine. A questo proposito per la preadolescente può essere difficile accettare le modificazioni della funzionalità del proprio «spazio interiore», in una conoscenza che appartiene solo a lei e a cui non corrisponde spesso un'adeguata apparenza di adulta all'esterno.
L'evento emozionale corrispondente al cambiamento interno del suo corpo non risulta integrato psicologicamente, e si può manifestare in evidenti contraddizioni e ambivalenze comportamentali di rifiuto della femminilità.
Al contrario il maschio, più diretto e certo nella sua sessualità, sembra essere, riguardo alle sensazioni provenienti dall'interno del corpo, meno problematico. O almeno, questa è la opinione più corrente.
Non sappiamo quanto una cultura che tenga conto dello spazio interiore del corpo, sia maschile che femminile, possa cambiare questo stato di cose.

QUALE SPAZIO PER L'AZIONE DELL'EDUCATORE?

Ci si è chiesto spesso se l'informazione scientifica fornita al preadolescente su ciò che avviene all'esterno e all'interno del proprio corpo, possa aiutarlo nel processo di riacquisizione di un'immagine «intera» del suo corpo.
Ma la capacità di apprendimento, comprensione e memorizzazione delle nozioni scientifiche, sarà subordinata all'intervento di variabili complesse, in primo luogo ai dati sensitivi e alle informazioni cinestesiche (informazioni provenienti dalle modificazioni interiori e dal movimento del corpo nello spazio). Ognuno, portando l'attenzione su di sé, può sentire il proprio corpo; le informazioni esterne vengono filtrate dalle sensazioni che possono confermare o alterare i dati appresi. Le componenti emotive e simboliche diventano predominanti ogni volta che l'accento viene posto nella coincidenza del corpo oggetto di studio con quello «vissuto» dal soggetto.
Le informazioni vengono selezionate sulla base della loro capacità di spiegare, confermare o smentire certezze emotive.
Le informazioni diverse rispetto a quelle provenienti dal vissuto del proprio corpo sollecitano il soggetto al cambiamento. Ma il ragazzo potrà rivedere il proprio mondo interiore, solo se il cambiamento si rivela tollerabile.
Anche per gli adulti, nel nostro caso gli educatori, la possibilità di rappresentarsi il proprio corpo non coincide completamente con l'ordine neutro del codice scientifico, anche se via via la persona diventa sempre più capace di integrare gli elementi.
L'azione educativa che punta su una corretta e adeguata informazione non sembra quindi sufficente a favorire o risolvere da sé un'immagine del corpo frammentaria e mal integrata.
Solo se il contesto pedagogico è capace di accettare la presenza complessa di tutti gli elementi in gioco (risorse cognitive disponibili e specifiche dell'età e l'insieme del quadro affettivo che comprende la storia, la memoria e il modo di relazionarsi all'ambiente del preadolescente) sarà possibile avvicinarsi a livelli di implicazione profonda, che permettono, parlando del corpo, di allargare la sfera della consapevolezza e perciò della responsabilità.
Il problema, nell'ambito pedagogico, è costituito dalla difficoltà dell'adulto di accettare il proprio disorientamento e l'inquietudine personale derivante dal grande numero di significati diversi che la realtà del pa/sussidi corpo ha per i preadolescenti ed evoca nell'educatore.
In un qualsiasi rapporto educativo, infine, la comunicazione avviene prevalentemente a livello non-verbale: nel momento preadolescenziale questo è ancora più vero; è difficile «guardare» un corpo in cambiamento e quindi conoscerlo. La diffidenza e l'imbarazzo del ragazzo nel decifrare il proprio corpo attivano a livello inconscio quelle medesime difficoltà passate e presenti dell'educatore, e mettono in discussione un'altra volta la stabilità del rapporto con il proprio corpo che finora l'educatore aveva conseguito.

NOTE

(1) Cf la voce «io» in LAPLANCHE-PONTALIS, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Bari 1984.