Metafisica quotidiana /4

Roberta De Monticelli

Avvenire 2005-2006

 

31. Eichmann, Pol Pot e la libertà di scelta

E' discutibile, abbiamo visto - e personalmente non ritengo vero - che se Dio non ci fosse l'etica sarebbe priva di fondamento: ma è certo - mi pare - che se le persone non fossero veramente responsabili delle loro decisioni e dei loro comportamenti, all'etica mancherebbe addirittura il soggetto. Come posso considerare colpevole o meritevole chi non è responsabile di quello che fa? E come posso considerarlo responsabile se la sua decisione non è libera?
Possiamo ammirare la nostra facoltà di essere, nel bene e nel male, innovatori: ma se, come molti filosofi sul Vecchio Continente hanno fatto, rinunciamo a cercare il nesso fra la creatività umana e la libera volontà personale, scaricando su bizzarre personificazioni della Storia (il Destino dell'Occidente, la Tecnica, la Volontà di potenza) il peso tanto del bene e del male che facciamo, quanto del nuovo che portiamo al mondo, dovremo rassegnarci ad alzare le spalle, muti, se qualcuno ci chiede: Adolf Eichmann, il funzionario dello sterminio, fu o non fu moralmente responsabile degli ordini che avallò? E Pol Pot?
Evidentemente la risposta può essere positiva soltanto se siamo in qualche senso, ciascuno in prima persona, davvero l'origine dei nostri atti, se questi atti cioè non sono la conseguenza di eventi verificatisi indipendentemente da un nostro avallo o consenso, esplicito o implicito: un sì, un no, una presa di posizione, tale che senza di essa l'atto non seguirebbe. Altrimenti saremmo nella situazione di cui parla Spinoza, del sasso lanciato, il quale se potesse pensare si illuderebbe di essere lui a muoversi per suo volere.
E' pur vero che moltissimi filosofi, anzi fino a pochi anni fa la maggioranza di quelli versati nelle scienze e giustamente preoccupati di eliminare dalla filosofia i concetti vuoti, si sono sforzati di dimostrare che anche se la volontà di una persona fosse sempre determinata dalle circostanze, dai meccanismi fisici biologici, psicologici e sociologici, questo non sarebbe incompatibile con il suo essere libera: ma si tratta di un senso assai debole di "libertà".
Quello secondo il quale giustamente diciamo che una persona ha agito liberamente se ha agito volontariamente, e senza costrizione. Che una persona abbia agito volontariamente e senza costrizione ancora non significa né che sia lei, in prima persona, la causa o l'origine dell'azione volontaria (le cause potrebbero essere in un remoto passato, in cui la persona attuale ancora non esisteva), né che avrebbe potuto agire altrimenti (supponete che la sua chimica interna non glielo consentisse). Se così fosse, potremmo ancora certamente dire che la persona agisce liberamente nel senso che nessuno opera una costrizione sul suo volere, ma non certo che il suo volere è libero, vale a dire che è la persona che si decide o determina (invece di essere decisa o determinata da altro). E se non è davvero la persona che si determina, non si vede come possa essere responsabile della sua scelta o decisione - se non nel senso convenzionale che è ritenuta tale, socialmente, a certe condizioni, e quindi passibile di sanzioni. Ma in questo caso, come quello di "responsabilità", anche quello di "persona" è semplicemente un concetto "forense", diciamo una qualifica di ruolo e di stato, convenzionalmente e socialmente attribuita, senza bisogno che vi corrisponda nulla nella realtà.
Gli scienziati - oggi particolarmente i neurobiologi e gli psicologi cognitivi, recentissimamente poi anche i neuro-economisti, che parlano ormai delle "sinapsi della decisione" - ci incalzano a definire con maggior chiarezza in che cosa consisterebbe questa, per loro misteriosa, capacità di prendere posizione, che è l'atto in cui una persona si decide, e non lo stato corrispondente del suo cervello.
Dobbiamo accettare la sfida: e diciamo allora che decidersi è conferire efficacia causale a dei motivi di agire - qualunque essi siano: un desiderio, un dovere, una passione, un valore - che di per sé, senza questa presa di posizione - questo "sia!", esplicito e muto - non ne avrebbero: e resterebbero dei motivi possibili, non dei motivi efficaci. Questo, forse, ci dice che cosa sia la volontà, e in che senso sia libera. Ma non ci dice ancora quale sia il suo nesso con la nostra creatività, o capacità di innovazione. La ricerca continua…

32. Divagazione apparente sulla vita angelica

Ogni persona che viene al mondo produce in vita sua un'incalcolabile quantità di cose nuove - pensiamo solo a ogni nuova frase che un bambino dice, e poi alle cose da nessuno ancora dette che ciascuno dirà durante la sua vita. E d'altra parte ciascuna persona che viene al mondo è nuova in un senso molto radicale, più profondo da quello in cui è nuova ogni creatura appena nata. Nuova perché unica, non in linea di fatto, come tutti i viventi, ma in linea di principio, come solo i viventi dotati di iniziativa sono. Initium ut esset creatus est homo… Vediamo come questo è vero.
Tutto quello che iniziamo è in noi seme di novità, nascita del nuovo in noi. Un nuovo che può consolidarsi, come la memoria nella mano del pianista e di quel pianista, in abito di vita e aspetto di personalità. Un pezzo di noi che non c'era prima, un'ulteriorità che non si vede subito, e che perciò chiamiamo “interiorità” - contrapposta alla parte di noi che si vede subito. Capace di crescere fino all'ultimo giorno, capace di risvegli e di rattrappimenti, fino all'ultimo. Infatti noi siamo per così dire fatti per trasformare la contingenza delle circostanze - il posto e il tempo in cui sei nato, gli incontri che hai fatto, il male e il bene che hai avuto in sorte: lo haecce homo che tu sei - in viva sostanza personale, haecceitas. Siamo macchine per l'interiorizzazione della contingenza, per così dire, e mi sembra questo ciò che ci distingue dalle altre macchine viventi. Siamo nuovi per la virtuale interiorità che comincia a crescere in noi con la nostra comparsa. È lei che ci fa unici, perché ogni giorno nuovi.
Ma non ogni concepibile creatura capace di libertà è capace di iniziare qualcosa di nuovo. Questo vide Agostino: e lo vide quando si occupò degli angeli. Non dobbiamo avere paura degli angeli, né all'intelligenza conviene snobbarli, solo perché forse non esistono. A noi basta pensare a quel tanto che è concepibile della loro natura, indipendentemente dalla loro esistenza, perché ne sia illuminato, per contrasto, molto della nostra propria condizione.
Gli angeli figurano l'esistenza non soggetta al peso del corpo, della mortalità e del tempo. Non sono creature soggette alla virtualità del nostro vivere nel tempo: al poter divenire qualcosa o qualcos'altro; al crescere, formarsi, maturare, determinarsi nel tempo. In particolare, dunque, gli angeli non sono soggetti come noi, costitutivamente, al problema di fare qualcosa di se stessi nel tempo. Sono bensì - secondo l'angelologia agostiniana - creature libere: e perciò soggetti al problema di fare qualcosa di se stessi, ma non nel tempo. Non come noi, che in fondo la questione se essere o non essere ce la poniamo implicitamente con ogni decisione - e ogni giorno dobbiamo prenderne. Essi invece “si decidono” una tantum, ed eternamente.
Secondo la bellissima favola speculativa dell'inizio di tutto, è nel prologo in cielo che essi si decidono: essi si rivolgono liberamente alla luce oppure alla tenebra, all'essere di Dio o al nulla da cui essi stessi sono tratti. Solo nel primo caso acquistano forma - nel secondo precipitano nella dismisura e nel caos originario e abissale. La loro decisione fa per sempre di ogni angelo tutto ciò che è, Serafino o Lucifero. Gli angeli non hanno storia, non ne ha il cielo né l'inferno. Il Satana dantesco è conficcato nel cuore gelato della terra - immobile.
Ma anche gli angeli di luce, è come se pagassero il prezzo del loro “tutto o niente” con una sorta di sterilità. Loro non possono rinnovarsi, e perciò non sono capaci di produrre cose nuove, cose che non c'erano prima. Solo chi può ricrearsi può creare. Almeno se non è Dio. Ma Agostino lo dice: quello della creazione divina resta un mistero, cioè un enigma insolubile per il nostro pensiero, che non concepisce il fare cose nuove se non per vita e volontà nuove.
E così abbiamo almeno afferrato una condizione negativa della creatività - che non è la libera volontà, ma la libera volontà nel tempo. Senza vita temporale non si dà facoltà del nuovo - sarà per questo che a noi la vita degli angeli pare un po' noiosa. Ma volere, e vivere nel tempo, ognuno lo sa: ancora non basta, per creare. Che cosa ci vuole ancora? L'enigma non è sciolto, la ricerca continua.

33. Cos'è la libertà da Tucidide a Simone Weil

È contestando una proposizione di Tucidide e di Simone Weil - nihil novi sub sole - che abbiamo cominciato su queste pagine una riflessione sulla facoltà umana del nuovo. È ridando parola a Simone Weil che vorremmo oggi provvisoriamente concluderla.
Volere, anche quando basti ad agire, e ad agire bene, non basta a creare, a fare cose nuove - tutta la nostra esperienza lo attesta. Che cosa manca ancora all'uomo di (buona) volontà per essere creatore? Un esperimento mentale sugli angeli, creature che sarebbero creature libere, e quindi chiamate a fare qualcosa di se stesse, a decidersi, - ma non, come noi, nel tempo, non ogni giorno, bensì una tantum e per sempre - ci ha insegnato che solo chi è capace di rinnovarsi, o ricrearsi, è capace di portare il nuovo, di creare. Gli angeli (buoni) saranno anche pieni di grazia, ma questa grazia non basta a renderli capaci di novità. Siano di luce o di tenebra, gli angeli, sono tutti d'un pezzo. Ma è come se pagassero il prezzo del loro volere “tutto o niente” con una sorta di sterilità: con la mancanza di una facoltà del nuovo. Quanto a noi, invece, tutta la nostra vita è un doversi ogni giorno decidere. Tutta la nostra vita è esitazione, deliberazione, conflitto e sforzo quotidiani. Ma anche questo non basta a renderci creativi, né capaci di rinnovamento interiore. Che cosa ci vuole di più?
Avevamo, all'inizio di questa meditazione sulla libertà e il potere di innovazione, proposto tre immagini della “libertà”, tre icone dei concetti diversi che questa parola ospita. Solo l'ultima, quella della danzatrice che volteggia, piena di grazia e senza apparente sforzo, nel suo spazio privo di bivii o di vie (non si danza per andare da qualche parte) è rimasta finora senza commento.
Forse il commento migliore è questa definizione di Henri Bergson (che magari, come scrisse recentemente Odifreddi, di relatività einsteiniana non aveva capito molto, ma che sul fare umano e il suo rapporto con l'esperienza umana del tempo qualcosa da insegnare ce l'ha ancora): “Siamo liberi quando i nostri atti emanano dalla nostra personalità tutt'intera, quando l'esprimono, quando hanno con essa quell'indefinibile somiglianza che si trova talvolta fra l'opera e l'artista”.
Uno potrebbe esser tentato di chiamare “autenticità” questa libertà, ma sbaglierebbe, se questa parola implica un tenersi a se stessi, un imperativo di adesione a sé, un io che si afferma. In fondo anche il diavolo peccò di autenticità, volendo tenersi a se stesso, e disconoscendo la sua parte di nulla: e così divenne il “padre della menzogna”. No, la danzatrice somiglia più alla rosa di Silesio, che fiorisce senza perché, e senza perché profuma.
Già nel verbo “emanare”, che si usa per il profumo dei fiori e per le processioni dello spirito, riconosciamo quell'assenza di sforzo e quel diffondersi irradiante, “espressivo” come lo è un sorriso, senza intenzione, che ci ricorda piuttosto uno stato di grazia. Quella citata è proprio la definizione della libertas spiritus, della libertà interiore o libertà di grazia, e non d'arbitrio.
Ma l'accenno all'artista è altrettanto illuminante, sebbene se ne possa fare pessimo uso, gonfiando l'estetica fino a farle coprire tutto il regno della libertà, come fanno i romantici. Siamo tornati, con la distinzione fra libero arbitrio e libertà di grazia, alla distinzione di partenza fra iniziativa e facoltà del nuovo, o di creazione-ricreazione. Forse però questa distinzione ha ora più contenuto e più ricchezza. La creatività non è volontà - eppure la presuppone e presuppone il suo esercizio, tormentoso e felice, libero e capace di asservirci, inizio di identità e di perdita di identità. Presuppone anzi al più alto grado questo esercizio, questa faticosa e incessante vita del volere.
Ma la creatività presuppone la facoltà d'iniziativa al punto che ne richiede l'abbandono. Richiede di rinunciarvi, e fosse pure solo per attimi, gli attimi felici in cui una cosa o l'inizio di un'opera in noi si fanno da sé, senza nostro volere. Presuppone la fine, magari temporanea, dell'esitazione, dell'indecisione, del conflitto e del suo tormento. Presuppone cioè la morte della volontà, e questa è la lezione, anche agostiniana, dello spirito, che dove c'è dona libertà. Anche sotto forma di ispirazione. Toglie di voler vivere, e dà invece di vivere volentieri.
Questo agire non più volontariamente ma volentieri, Agostino lo chiama caritas, amore. E Simone Weil, cui volevamo lasciare l'ultima parola? Ecco: “Non essere che il tramite fra la terra incolta e il campo coltivato, fra i dati del problema e la soluzione, fra la pagina bianca e la poesia, fra lo sventurato che ha fame e lo sventurato che ha trovato nutrimento”. Non essere che il tramite per cui passa la creazione.

34. La musica, i sordi e la gioia fra le dita

Vi propongo oggi un esperimento che non è mentale ma reale, un meraviglioso esperimento cui ho avuto la fortuna di assistere a Verona, qualche giorno fa, in occasione di una serata musicale ideata da Antonella Paternò Rana, con il sostegno della sua Associazione Progetti Felicità e della Fondazione Giorgio Zanotto. Nel suggestivo Teatro Filarmonico, sotto la direzione del Maestro Nicola Guerini, l'Orchestra Filarmonica di Stato rumena Targu Mures ha eseguito le Sinfonie N° 4 e N °7 di Beethoven, oltre a un poema sinfonico del musicista rumeno Boldiszàr Csìky, scritto appositamente per l'occasione. Un'occasione davvero unica: l'incontro di tre diversi linguaggi, due fatti per ciascuno dei due sensi più nobili dell'uomo, il terzo - il linguaggio verbale - a fare da umile interprete fra i due, la musica da un lato, la Lingua Italiana dei Segni (Lis) dall'altro, che è la lingua dei Sordi. Si tratta di quell'incredibile lingua visiva, fatta di un lessico di parole che si pronunciano con le mani e con tutto il corpo, di una grammatica e di una sintassi che le articolano nello spazio anziché solo nel tempo, sulla quale pagine tanto affascinanti ha scritto Oliver Sacks (Vedere voci. Un viaggio nel mondo dei sordi, Adelphi 1990). Come i lettori di Sacks sanno, si tratta di una vera e propria lingua, non di una pantomima, né di un codice o di un gergo, vale a dire di sistemi di comunicazione comunque parassitari di altre lingue, oppure incapaci di esprimere pensieri. Una lingua che, come le lingue verbali, rende il parlante capace di generare infinite frasi nuove a partire da circa tremila parole del lessico di base, a sua volta enormemente arricchito dalle possibilità di ricombinazione dei parametri di ogni "parola" (configurazione delle dita, luogo, movimento). E allora, perché non usarla per rendere visibile la musica di Beethoven - del genio musicale che vinse la sfida tragica della sordità - renderla diversamente visibile a udenti e non udenti? Questa l'idea, insieme poetica e scientifica, certamente straordinariamente interessante per i linguisti, e infine feconda di effetti spettacolari per il pubblico. Medium, la sensibilità musicale e poetica che ha permesso a Lorenzo Gobbi - uno dei più significativi fra i nostri giovani poeti, autore fra l'altro di un memorabile Lessico della gioia (Qiqaion, 1998) - di "commentare" ciascun movimento delle due Sinfonie beethoveniane con una scelta di testi da Goethe, Novalis, Hölderlin, Dickinson… Quale lo stupore dello spettatore udente nel vedere i temi e le strutture del pensiero beethoveniano interpretati nello spazio dei Segni - immutati restando il ritmo e l'armonia - da un piccolo coro di "segnanti", o piuttosto di esatti danzatori, verrebbe voglia di dire, del pensiero puro.
La Lingua dei Sordi è una vera lingua, che al sordo di nascita, il quale non ha potuto attivare la sua predisposizione ad apprendere una lingua verbale, restituisce la libertà di pensare, o il potere di concepire ed esprimere stati di cose possibili, cioè possibili verità, e soprattutto la libertà di dire cose nuove, di ipotizzare verità nuove: senza la quale davvero non si pensa. Lo spettacolare esperimento veronese ha mostrato a un pubblico meravigliato e commosso che, poiché può pensare, chi "segna" è supremamente capace di poesia, ma di una poesia più di quella verbale capace, infine, di chiudere il cerchio, e ridiventare pura musica.

35. Ma il legislatore è nichilista?

E' strano, quello che accade nel mondo delle idee - a seguir le pagine culturali dei quotidiani. Si assiste a un’impari lotta fra la volontà del Padreterno e la volontà degli uomini, la quale ultima ha però subito una curiosa trasformazione (da un bel pezzo, credo: all’incirca dall’inizio di quella che chiamano "la modernità"): che non è mai, poniamo, la tua volontà o la mia o quella del cavalier Tirinnanzi, ma la volontà dell’Occidente (chissà perché poi non anche dell’Oriente, ma intanto ci sono i Turchi che si sa sono fatalisti, e poi l’Occidente va inteso in senso lato, probabilmente va dall’America al Giappone); e non è, poniamo, volontà buona o volontà cattiva, o magari volontà conservatrice, o volontà di soccorrere una vecchietta, ma è volontà di potenza.
Il lettore ora è avvertito: non dovrebbe illudersi di essere lui a prendere la decisione di chiudere il giornale e passare ad altre occupazioni: è la volontà di potenza che attraverso di lui opera spingendolo alla pro-duzione (dovete pronunciarlo così, con un piccolo singulto di orrore fra il prefisso e il resto - perché ci dicono sia una terribile parola questa, che indica l’uscire di qualcosa dal Nulla, per poi naturalmente farvi ritorno). Eh già, non è così che viviamo, pro-ducendo e con-sumando, senza sospetto d’eternità, noi abitatori del tempo? Magari il lettore non se ne era accorto, ma è ora che lo sappia: siamo tutti nichilisti, o che è lo stesso, siamo tutti zimbelli di quella volontà di potenza, a volte detta anche Tecnica, che fa sì che qualunque cosa voi vogliate, siete dei violenti. Eh sì, che diamine. Volere è volere che le cose stiano diversamente da come sono, cioè che siano come non sono: e siccome il non essere non è, volere è in definitiva volere il nulla (silenzio, obiezioni non accolte).
Voi credevate per caso che per essere un nichilista bisognasse assomigliare un po’ a certi personaggi di Dostoevskij? Macché. Nichilisti siamo tutti, noi che pro-duciamo e con-sumiamo. (Gli attuali indici della nostra economia dicono che non lo siamo abbastanza: vorrà dire che nel Paese della mamma la volontà di potenza perde un po’ di grinta). Bene, ora il lettore è preparato ad accogliere la notizia che anche il Legislatore, colui che formula le norme del Diritto, è nichilista!
In una lezione magistrale tenuta all’Università Suor Orsola Benincasa, Il professor Natalino Irti ci dice proprio così. “Nichilismo, sì, ma attivo e fecondo, generatore di scopi e animatore di volontà, che si succedono gli uni agli altri...nell’arbitrarietà dei contenuti giuridici”. Ma come mai è successa una cosa così orribile? Si chiederà il lettore. E cosa c’entra con questo il Padreterno? A questa seconda domanda posso provare a rispondere. C’entra perché "Dio è morto". Per questo ho detto che stavamo assistendo a una lotta impari. Fra la volontà di un morto, sia pure divina, e quella che allora, avendo preso il suo posto, si auto-autorizza a qualunque cosa, compresa qualunque legge. Chiaro, no?
L’unico dubbio: ma perché anche il professor Irti, che palesemente non è contento di questo andazzo, dà per buona l’idea che se Dio non c’è tutto è permesso? La quale deriva precisamente dalla teoria secondo cui non è che Dio voglia il bene perché è bene, ma al contrario è bene ciò che vuole Dio. È chiaro che nel primo caso, morto o vivo che Dio sia, il bene resta bene e il male male, e non è affatto vero che tutto è permesso.
Ma se invece uno non crede che Dio sia morto - se non per risorgere? Come potrà questo poverino accettare l’idea che o leghiamo il Diritto alla Tradizione e al Passato (cioè rinunciamo del tutto a fondarlo, e siamo più positivisti che mai) oppure cadiamo negli arbitri del nichilismo? E non sarà una cura peggiore del male quella di fare tutt’uno delle “voci che giungono dal passato o dall’alto”? Non sarà quella "o", che è quasi un’equivalenza, assai funeraria? Come a dire: legislatori attaccatevi al Passato, perché non c’è verso che l’Eterno vi parli più.

36. La filosofia è profonda se resta in superficie

Bartleboom, eroe di un popolare romanzo di Alessandro Baricco, Oceano mare, voleva scrivere un'Enciclopedia dei limiti riscontrabili in natura con un supplemento dedicato ai limiti delle umane facoltà.
Vorrei segnalare al lettore il libro di un solitario pensatore che somiglia un po' a Bartleboom: Carlo Conni. È un libro nuovo, dal titolo difficile: Identità e strutture emergenti. Nuovo non solo perché è appena uscito (Bompiani 2005) - se è per questo escono in continuazione libri vecchissimi. Nuovo perché è un contributo filosofico, anzi propriamente metafisico, radicalmente innovativo: e dire cose nuove in metafisica non è impresa da poco.
Qui troviamo una filosofia esatta, non solo dei limiti, ma anche delle forme, delle figure, dei confini, delle qualità più impalpabili delle cose: dal sorriso della Gioconda alla luce di un tramonto, dalla segreta coerenza degli stormi di uccelli a quella delle melodie... Una filosofia che non arretra di fronte ai più formidabili problemi della metafisica - dell'unità del molteplice, della composizione del continuo, dell'identità delle cose e di quella delle persone, dell'individualità. Già, non è facile capire un tramonto. Non è facile pensare i fenomeni. Non è facile soprattutto quando, pensandoli, li si vuole salvare, invece di “spiegarli via” - e questa è la prima scelta intellettuale e quasi diremmo spirituale compiuta dall'autore del libro, che lo qualifica come un libro di fenomenologia, e in effetti uno dei pochissimi di viva ricerca condotta coi mezzi e lo spirito di questo stile di pensiero usualmente ridotto a materia d'antiquariato, di filologia o di erudizione.
Ancor meno facile è pensare i fenomeni quando, oltre a salvarli, cioè a mostrarli fondati, non li si vuole ridurre al loro fondamento. E questo è il secondo punto forte di questo libro. Noi tendiamo a concepire il “fondante” come più importante del “fondato”. E questo è l'errore che ci impedisce di prendere sul serio l'ontologicamente nuovo, la novità irriducibile di ciò che emerge dai suoi fondamenti. Tendiamo sempre a ridurre l'identità vera della cosa al suo strato d'origine, per così dire: la statua al marmo, il libro alle lettere, il dipinto alla tela dipinta… Una sorta di atavica grammatica mentale ci induce a credere tacitamente che l'entità di queste cose, la loro realtà insomma, risieda piuttosto nella base “nascosta” che nelle proprietà “emergenti”: l'acqua, più nelle sue molecole che nella sua liquidità e trasparenza, la persona, più nella sua base biologica che nella sua personale fioritura, e così via…. Questa grammatica atavica si chiama ontologia.
Questo libro ridefinisce completamente il rapporto fra realtà e apparenza. “Fenomeno” non è più sinonimo di “apparenza”, ma di “struttura emergente”. E una struttura emergente non è semplicemente l'apparenza della cosa. È l'entità vera della cosa, è la sua identità. L'identità delle cose è determinata, per così dire, a partire dalla loro superficie. E questa ipotesi consente di scoprire straordinarie differenze: anzi di ripensare ex novo l'idea che ci facciamo dell'anima. Così, un'anfora resta un'anfora anche se la creta di cui era fatta viene sostituita. Certo, non è più quell'anfora - ma in ogni caso, perduta la forma, la creta di cui è fatta non è più un'anfora, ne tanto meno quella. Invece, Bartleboom resta quella persona anche se ipotizziamo una graduale sostituzione di tutte le sue cellule - ipotesi non lontana dal vero.
Ma anche se ipotizzassimo una graduale sostituzione delle sue cellule con materiali sintetici, purché le fosse possibile mantenere quelle proprietà globali, non riferite a un solo organo, ma emergenti insieme con gli aspetti personali del suo corpo, che sono le facoltà di una persona e di quella persona, Bartleboom resterebbe la persona che è. E che non c'era, prima di emergere dal suo fondamento biologico.

37. Spontaneità contro noia

I giorni si susseguono, e con loro gli eventi e le occasioni di riflessione: senza un ordine apparente, senza una logica. Come le nostre vite, in apparenza. Eppure il genere dell'autobiografia e della biografia, e addirittura quello del racconto non esisterebbero, se fra le nostre risposte agli eventi e alle situazioni non ci fosse alcun nesso: e dico proprio alcun nesso di ragione, e non semplicemente quello di un ordine temporale, come nel "flusso di vissuti" in cui alcuni filosofi hanno immaginato consistere la coscienza. Come nel mero fluire di un fiume. E invece la coscienza non è affatto simile a un fiume, se non dove è dubbio che sia ancora coscienza, vale a dire nel sogno. Al contrario, uno degli aspetti più affascinanti e tormentosi della nostra vita di veglia è proprio la circostanza che in ogni momento possiamo chiederci il perché di quello che viviamo.
Voglio dire: non solo delle nostre azioni, o delle nostre convinzioni, ma anche delle nostre percezioni, dei nostri desideri, delle nostre fantasie, delle nostre emozioni. In genere non lo facciamo semplicemente perché le ragioni dei vissuti ci paiono ovvie. Se uno impallidisce di paura quando un altro lo minaccia, se si mette a fantasticare di spiagge incontaminate mentre si trova intrappolato in una coda autostradale, se scendendo i gradini di una scala dispone automaticamente il passo in modo adeguato, e completamente diverso da quando cammina in pianura, il motivo o i motivi sono del tutto ovvi.
Il più interessante è l'ultimo caso: non c'è alcun bisogno che il modo in cui la percezione precedente, per così dire, motiva quella successiva, e il percepire motiva il muoversi in un modo e non in un altro, ci siano presenti, come lo è la faccia terrificante di quello che mi minaccia o la fatica e la noia della coda autostradale, che sono rispettivamente buoni motivi per spaventarsi e per desiderare di essere altrove. I nessi motivazionali fra i nostri vissuti possono non esserci presenti ai margini inferiori e superiori, per così dire, della fascia media e quotidiana delle nostre risposte alla realtà: quando le risposte sono automatizzate (camminare tenendo conto della natura del terreno) e quando invece cominciano a diventare più seriamente personali di quanto ci sia richiesto dai compiti della sopravvivenza quotidiana. Cioè in realtà quasi subito. Ciascuno ha un suo proprio stile di risposta alle sfide quotidiane, ma non sta tanto a pensarci su.
Così tendiamo ad attenerci, nell'ordinaria consapevolezza del nostro vivere, alle motivazioni apparenti, in generale ovvie, e piuttosto generiche. Ma è chiaro che ciascuno ha un modo diverso di rispondere alla minaccia (e anche di camminare, del resto), che per ciascuno diverse sono le cose veramente minacciose, che per ciascuno, infine, diversi oggetti e diversi nomi hanno speranza e gioia, secondo le diverse aspirazioni e i diversi amori... Così, mentre la psicologia cognitiva segue giustamente il suo destino "nomologico" - vale a dire, cerca modelli generali di spiegazione dei comportamenti e dei relativi vissuti, noi abbandoniamo volentieri la noia del risaputo quotidiano con l'aiuto dei narratori, che non hanno bisogno di portarci in paesi nuovi per approfondire un poco la consapevolezza del modo in cui si tengono, nella profondità di ciascuna singola vita, tutte le cose che "ci passano per la testa", o "ci vengono in mente".
E il filosofo? Lui è affascinato, non tanto dalle singole storie (che comunque non "stanno in piedi" come storie se non hanno un minimo di interna "necessità", come non convince una biografia incapace di portare alla luce le "ragioni" di una vita), ma dal fatto essenziale che sta alla base di ogni vita personale: il fatto che una vita personale non è una successione di stati (come avviene in un qualunque ciclo naturale, si tratti di stati di un organismo o di stati di una macchina calcolatrice) ma una successione di atti, vale a dire di stati-di-cui-siamo-capaci-di-farci-carico, prendendo posizione nei loro confronti, assumendoli, rimuovendoli, conferendo loro un peso motivazionale più o meno grande. La possibilità di chiedercene ragione è solo uno dei modi di questo "farsi carico". A mio parere, è tutto qui quello che resta del pensiero di Kant, benché non sia poi così poco: il suo concetto di "spontaneità". Cioè di qualcosa che ci dà la capacità di farci carico della nostra vita, di risponderne pur avendola ricevuta, come rispondiamo delle nostre affermazioni pur ricevendo, in definitiva, l'informazione che ci permette di farle.
Ecco: se un lettore cercava il filo di motivazione che connette anche le tappe di questa nostra settimanale metafisica, può ritrovarlo tutto nella domanda: come nasce, come si assopisce, come si risveglia, questa radice di libertà, questo qualcosa che ci fa persone?

38. Credenti e non credenti, la lettera non è lo spirito

Accade che te lo chiedano. Accade che te lo chiedano in occasioni pubbliche, o per stamparlo in un'intervista. E tu non vorresti rispondere, anzi ti adombri, come fosse una domanda troppo intima perché si possa osare di farla così, senza veli. Lei è cattolico/a? Ma via - vorresti rispondere. Che c'entra questo con quello che dico, o che scrivo, che c'entra con quello che dovrebbe essere il candore e il rigore della filosofia. Ma non sempre è possibile non rispondere. E d'altra parte, che cosa vuol dire oggi, essere cattolici? Se esserlo vuol dire, per prima cosa, sapere per certo di esserlo e volerne dare testimonianza, ebbene allora no, chi ha una reazione di sconcerto, come per una domanda terribilmente indiscreta, quando gliela fanno, cattolico non è. Ma l'ipotesi è vera? E' necessario saperlo per certo, e volerne testimoniare, per esserlo?
Vorrei che così fosse. In fondo questo ci darebbe anche un criterio semplice e chiaro, forse anche un criterio distintivo del cattolicesimo, rispetto ad alcune almeno delle altre confessioni cristiane, che sottolineano l'intima relazione al divino e l'amorosa esperienza del bene che è negli atti e nelle parole di Cristo, piuttosto che l'appartenenza a un "noi", a una comunità visibile e gerarchicamente organizzata. Se così fosse avrebbe ragione Galli della Loggia, che in un suo recente intervento a un seminario di studi organizzato in Vaticano, dopo aver identificato la Chiesa con un nucleo di potere entro la storia, e dopo aver constatato la progressiva erosione dell'aspetto temporale di questo potere, riassume la sua storia recente e presente nella formula di una politicizzazione della Chiesa e della religione. La stessa "riduzione a parzialità ideologica" contribuirebbe "alla crescente centralità della figura del Papa": per il bisogno, dato l'interno elemento di secolarizzazione, "di una sola voce, di un solo simbolo, insomma, di un capo".
Se Galli della Loggia avesse ragione, allora sarebbe molto più facile non essere cattolici. Ma io non credo che abbia ragione, se non altro perché conosco troppi cattolici dichiarati che non la pensano affatto così, e non c'è da stupirsene. Uno non sta a Camaldoli in un eremo perché vinca un partito. Uno non dà tutto quello che ha, compresa la sua vita, per qualche partito, fosse pure quello di Dio. E non è per così poco, che uno riscopre nelle profondità della tradizione apostolica una formula come quella del "non credente" che è in ogni credente, e fa luce a tutti gli altri, cattolici o semplici cercatori del divino. E il sorriso, quasi direi materno, di un altro, il sorriso di un'intelligenza che senza mai umiliare la ragione mostra quante cose ci sono oltre i suoi limiti, fra la terra e il cielo: cosa c'entra mai con le ideologie, la storia, le utopie? Fra loro ho padri, ho madri. Tutti ne abbiamo.
Ma se il criterio dell'identità ideo-politica non funziona, quali altri funzionano? Kant avrebbe detto: il riconoscere un'autorità anche morale, sopra la propria coscienza e i propri più vagliati sentimenti, alla Chiesa. Ma a parte il fatto che quest'ultima, anche nei suoi esponenti di grande rilievo pubblico, è fatta di uomini innegabilmente molto diversi, c'è forse un solo pensatore "cattolico" che non abbia metabolizzato questo po' di kantismo, espressione dell'età adulta in morale, e ancora pretenda che sia degna del nome di morale una scelta fondata sull'autorità e non nell'intimità della propria coscienza?
Se così fosse, ancora una volta, sarebbe facilissimo non essere cattolici, non appena si sia raggiunta la maggiore età morale (che non necessariamente, purtroppo, coincide con la maggiore età anagrafica). Darwin avrebbe detto: l'origine dell'uomo non è quella che descrive la Bibbia. Con questo criterio non essere cattolici sarebbe facile come passare l'esame di terza media. Ma qui bisogna distinguere fra cattolici e fondamentalisti americani. C'è forse un solo cattolico, a partire da Ambrogio o Agostino, che abbia confuso il piano letterale con quelli spirituali e simbolici della narrazione biblica?
Si può mettere in dubbio che sentirsi qualcosa ed essere qualcosa coincidano. Uno può non sentirsi cattolico, se resta il dubbio che i criteri menzionati abbiano qualche pertinenza. Ma cos'è, esserlo? Lo chiedo con sincerità e umiltà ai lettori di questa rubrica: ci provino loro, a illuminare, al riguardo, non solo chi scrive - ma chissà quanti altri perplessi nella sua condizione.

39. Oltre ogni logica, il soffio della grazia

“Verrebbe da risponderti iniziando da molto lontano, iniziando dallo sgomento, dalla sorpresa, dallo sbalordimento da cui vengo invasa quando afferro per una frazione di secondo, quando percepisco anche l'idea solamente che una fede mi è donata in continuazione, senza che io la chieda, anzi, anche quando sono lontana dal chiederlo. Più che molto lontano è però forse molto dal profondo, dall'intimo, iniziare da qui. Penso che la fede è lì, è qui, disponibile perché io percepisca nel corso della vita i suoi livelli, significati, dimensioni, soprattutto ne percepisca la gratuità di poterne assorbire la non conoscibilità piena”.
“Fede in un Dio che è alleato per sempre e parla qui nella storia e che per sua natura interloquisce tra le sue diverse persone; accetta come Padre di considerare seriamente e con misericordia le scelte libere e responsabili, le esperienze vissute da e attraverso la vita terrena del Figlio; che accetta di immergersi nella storia con frasi fatte da suoni, silenzi, soffi leggeri, tuoni fragorosi e da questa storia del creato, permettimi l'ardire, trarre perfino esperienza. (…) La Chiesa cattolica, con tutti i limiti umani, mi rende visibile tutto questo, tutte queste possibilità terrene di vivere, nel riferimento ad un annuncio (non ad una "religione") col proprio carisma, coi propri talenti, con le proprie fedeltà e infedeltà, attitudini e modelli di spiritualità che salgono verso l'alto perché Dio li accolga come tensioni alla vita nuova”.
Questa, di Daniela Parisi, è una delle più belle fra le non molte risposte che mi ha guadagnato l'appello ai lettori di questa rubrica a definire, ad uso dei perplessi, che cosa possa significare oggi essere cattolici. È una risposta che fa sobbalzare di gioia il cuore del perplesso, già a partire dal suo linguaggio. Così libero, lirico quasi. Il linguaggio con cui vogliono dirsi le cose è molto importante: e questo linguaggio parla di quella libertà dello spirito che è più e meglio del nostro umano (e sacrosanto) libero arbitrio: è grazia, gratuità, dono. Di una vita che suscita sorpresa, “sbalordimento” addirittura, perché è nuova, ulteriore rispetto a quella in cui si svolge il grosso della vita di ognuno, che è la sfera della motivazione, vale a dire, in senso lato, della ragione: la sfera in cui ogni atto s'incatena a un altro come suo motivo, in cui ha sempre una risposta la domanda “perché”?
La sfera nella quale, con questa domanda e il bisogno di spiegazione, ma anche di giustificazione e giustizia che essa esprime, si radicano l'etica e la logica. Ma il linguaggio di quella risposta ci porta oltre la sfera della ragione e della motivazione. È soffio che ravviva e che rileva - come la luce, che fa esistere le cose più nettamente nella loro essenza propria - più che rivelare. Sì, queste parole mi fanno pensare a uno dei più bei testi di Edith Stein, uno degli ultimi: Vie della conoscenza di Dio (Edb), un paradossale commento a un testo perduto del grande neoplatonico Dionigi Areopagita, un testo che portava il nome di Teologia simbolica. Un commento che del divino mostra il volto più dolce e più felice, quello, oserei dire, accessibile a ognuno, o più vicino alla “natura”: il volto che paradossalmente si chiama Spirito, che di ogni creatura naturale fa un simbolo muto e parlante, come la notte stellata e il filo d'erba appena nato. Gioisce in cuor suo il perplesso, perché quello che gli viene descritto, l'opera dello Spirito, è l'inizio di un altro mondo, ma non è affatto una negazione di questo. Perché il soffio che rallegra e che ravviva porta la mente sì oltre, ma non contro la sfera della ragione (e della logica, e dell'etica). La porta oltre la necessità e il dovere, dove la mente si fa anima. È un inizio…

40. C'è anche l'islam nelle radici d'Europa

C'è una stupidaggine travestita da profonda proposizione metafisica, che si aggira - non tanto per l'Europa quanto per il Bel Paese, e ancora irretisce troppi giovani in un sonno dogmatico, e purtroppo anche un po' ebete. Non è certo la ragione principale, ma è una delle ragioni per le quali la ricerca scientifica, in particolare scientifico-naturale, in Italia, declina, con le tristi conseguenze che si possono immaginare. È la stramba trovata che fu di Heidegger, e da allora ricucinata e riproposta in tutte le salse da molti intellettuali (non quelli tedeschi, ma soprattutto quelli dei Paesi di lingue neo-latine: forse perché ben si concilia con una mentalità diffusa, la stessa per la quale ci si vergognava, a scuola, di non andare bene in italiano o in storia, ma si portava con un certo orgoglio la propria dabbenaggine in matematica. Non so se oggi a scuola ci si vergogni ancora di qualcosa).
Ecco questa stupidaggine, che per comodità divideremo in alcune sotto-stupidaggini: 1. “La scienza” e “la tecnica” sono tutt'uno. Si tratta di un' attività umana che a rigore non si dovrebbe chiamare “pensiero”, perché non ha a che fare con la verità ma con il dominio delle cose: perciò la si chiama al massimo “pensiero calcolante” (espressione che nella nostra lingua evoca subito l'immagine di legioni di ragionieri chini sulle calcolatrici, e un lieve sorriso di scherno). 2. Questo pensiero calcolante, che non può aspirare alla verità ma solo all'“esattezza”, è l'espressione suprema e definitiva della volontà di potenza, la quale vede la realtà solo come Disponibilità a essere manipolata, sfruttata, violentata (è il “nichilismo pro-duttivo e fecondo” di cui ci siamo già presi un po' gioco su queste pagine); 3. Questa volontà di potenza è il soggetto ultimo della “metafisica occidentale” - con la conclusione che la verità ultima della “metafisica occidentale” è la Tecnica.
Ma il teorema di Pitagora è vero o no? (Bah, è solo esatto). Ma la volontà di potenza cosa c'entra con la teoria dei numeri transfiniti? (È chiaro, abbiamo voluto rendere dis-ponibile, guai se dimenticate i trattini, in questa maniera di ragionare, anche l'in-finito). Ma la gloria e l'orgoglio della verità inutile, della contemplazione pura, dell'insaziata passione della conoscenza pura, insomma della pura teoria, queste con la “metafisica occidentale” non c'entrano nulla? (Hi hi, non c'è niente di puro, poveri illusi!)
Allora lasciamo questo grottesco “Occidente” al suo Destino: consiglio in questo inizio d'estate un'avventura vera e propria di rigenerazione interiore, un meraviglioso Viaggio in Oriente. Ma è un Oriente che va dai deserti dell'Arabia ai giardini dell'Andalusia, da Giundidshapur, in Persia, dove sopravvivevano nel VI secolo gli ultimi studiosi della Scuola d'Atene, a Damasco e a Baghdad, la “Città della pace”, che negli ultimi secoli del primo millennio cristiano fu anche la città della sapienza. Fu, sotto l'illuminata dinastia islamica che la rese splendida, il centro di irradiazione della rinascente scienza: primo anello di una catena di scuole che anticiparono di quasi quattro secoli l'istituzione delle prime Università europee - e fornirono loro le basi e i meravigliosi sviluppi del sapere logico, matematico, fisico, astronomico, medico e perfino psico-patologico. Cresciuto in lingua araba dalle radici greche (e indiane), e da quella suprema radice che è la gioia dello spirito, il raffinato amore della natura e della vita, la fioritura della fantasia, l'esplorazione vertiginosa del possibile. “Il fantastico nasceva dal quotidiano...”. Il meraviglioso piccolo libro che vi consentirà questo viaggio è appena uscito da Boroli a firma di Massimo Jevolella: Le radici islamiche dell'Europa. Alcuni leggeranno in questo titolo una provocazione: ma credetemi, sono quelli che a scuola non si vergognavano neppure di non sapere la storia. La nostra, quella della nascita della poesia cortese alla corte palermitana di Federico; delle segrete relazioni fra Dante, Brunetto Latini e Ibn 'Arabî; della filosofia greca salvata, di Almagesto e Averroè, dell'algebra e della fisica, del Fibonacci e di Galileo...

41. Comincia la ricreazione, ed è una nuova nascita

Stazione minima d’eternità: così Mario Luzi definiva l’estate. C’è in questo frammento di verso una verità che abbiamo forse ancora il tempo di meditare - ora che l’estate è all’inizio, e questa serie di settimanali appuntamenti con il quotidiano della metafisica si avvia al suo termine. L’estate è stagione di riposo, ancorché per troppi ancora minimo. Ma il riposo, con l’eternità, ha un nesso profondissimo, che non è soltanto quello funebre del Requiem: "L’eterno riposo...". Se pure timidamente, perfino con queste parole auguriamo vita, e non morte, a un morto. Riposo è una parola che in profondità significa la vita: una vita più vicina alla propria essenza, vale a dire più lontana dal morire. Perché l’eternità non è affatto l’infinità del tempo, ma un modo di vivere che non declina nel passato, vale a dire che dimora nel presente, senza residui. Secondo la celebre definizione di Severino Boezio, è “il possesso simultaneo e totale di una vita interminabile”: tutto qui, tutto ora, tutto insieme. Fermo presente, nunc stans. Senza futuro e passato, senza "non ancora" e "non più". Detta così, naturalmente, l’eternità è una vita di cui nessuno che non sia Dio ha la minima esperienza, e possiamo anche chiederci, come Borges, come faceva a saperlo, Boezio, cosa fosse l’eternità - dato che ancora non siamo riusciti a definire con chiarezza il tempo, dove pure siamo di casa. Eppure, esercizio di metafisica altro non è che imparare a vedere l’essenziale nel dato, anche se nessun dato realizza perfettamente la propria essenza. E così, di eternità noi sappiamo molto più di quanto crediamo, se solo ci è dato qualche momento di riposo. Come quando beatamente indugiamo nel momento presente.
Il riposo ha molte affinità con il silenzio. Il silenzio non è soltanto assenza di rumore, ma anche pausa di suono, di voce. Così la musica è fatta di suoni e di pause, così il dire è fatto di parole e di silenzi. Analogamente il riposo è pausa dell’attività, ma in questo non è mera assenza di attività. Il riposo vivo è veglia. Lo stato di veglia in riposo è fenomenologicamente diverso da quello delle occupazioni. Gli animali in questo senso non riposano mai. O sono occupati (o magari in fervente attesa di occupazione, come il cane che aspetta attivamente che il padrone si decida a portarlo fuori), o dormono. E noi, non stiamo un po’ perdendo questa capacità fra le più elevate, a quanto pare, nella scala evolutiva?
Perché il riposo ci "ricrea"? E che cos’è, "ricreazione"? Ricreazione è forse lo stato nascente di ogni nuova crescita. C’è un senso di freschezza, di rinnovamento e come di rinascita in atto nel riposo vivo, nel riposo che ricrea. Forse possiamo osare di più e dire che il riposo vivo è il luogo di nascita e di crescita dell’anima. Il riposo è libertà dalla pressione del dover rispondere. È pausa che differisce le risposte immediate alle esigenze poste dal reale – cose da fare, libri da leggere, lettere da scrivere, eccetera. È differimento di qualunque reazione immediata – è sospensione dell’immediatezza del vivere. Si può sorbire un caffè in stato di riposo, o no. Lo stato di riposo è quello che permette al caffè di liberare il suo aroma e il suo sapore come se questo presente non ne comportasse più uno diverso, a venire. Conferisce al caffè quel minimo di assolutezza che basta a rendere veramente indipendente da ogni motivazione bell’e fatta il berlo – piacere, fine del pranzo, necessità di svegliarsi. Così è di ogni piccola o grande intuizione, come quelle di cui sono maestri, per esempio, i grandi critici letterari. C’è una forma di indugio che è il riposo di chi legge, non per fare qualcosa di ciò che legge: ed è in questo indugio, paradossalmente, che il testo secerne quel sovrappiù di senso che in una lettura professionale va spesso perduto.
Il riposo è infine lo stato di assimilazione involontaria dell’esperienza, e quindi lo stato in cui ciò che accade si fa, attraverso la coscienza e la memoria, interiorità di una persona. In questo senso possiamo anche dire che il riposo è lo stato nascente del ricordo. È la vacanza in cui l’accadere si conserva sotto vuoto, sciolto dalle connessioni di mezzo e scopo che finiscono ben presto per far somigliare l’uno all’altro i giorni del lavoro. Forse è questa la ragione per cui conserviamo un ricordo tanto vivido delle vacanze della nostra infanzia?

42. Riposare. Cioè lasciar vivere le piccole cose felici

“Ma io eviterò/ perché lo debbo/ parole amare, il loro fitto morso”. Non so perché, ma queste parole di Pindaro, che impongono al poeta il dovere di non dire male del mondo, mi sono rimaste conficcate nell'anima. Avevamo iniziato una piccola meditazione sull'essenza del riposo: ebbene, avrete notato che, appena consentite veramente al riposo, tutto ciò che accade intorno a voi si trova in una segreta, impalpabile corrispondenza con qualcosa di felice entro voi stessi. Il poeta sa d'istinto che a questo felice consentire, anche attraverso e oltre tutto il possibile dolore, all'esistenza stessa, deve le sue parole vive, i suoi semi di luce. Ma sentite che precisione e che decisione in queste parole di una delle più grandi poetesse di tutti i tempi, Emily Dickinson: “Trovo estasi nell'atto di vivere/ il semplice senso di vivere è gioia sufficiente”. Atto di vivere - e basta. Atto d'essere: attualità. Presente. Non fuggirlo per fare, dovere, volere. Non fuggirlo col desiderio. In questo è l'attualità del vivere, da cui costantemente decadiamo, cadendo dal presente nel tempo. E le nostre vite si fanno scadenti. Il riposo è perché per un poco non scadano così, le nostre vite, dal loro puro atto, dalla loro semplice attualità, che è anche tutto ciò che abbiamo. “La pace è un luogo profondo”, scrive Emily. E aggiunge: “Alcuni, troppo deboli per farsi strada, vengono aiutati dagli angeli”. Gli angeli sono degli annunciatori, anzi stando a una definizione di Tommaso d'Aquino, che si premurava di distinguerli dagli ordini superiori delle gerarchie celesti, sono qui minima nuntiant, quelli che annunciano le cose più piccole. Intendevo parlare di queste cose piccole, accennando sopra alla loro consonanza con qualcosa di felice entro voi stessi. Quando c'è questa consonanza, sono piccole cose annunciate: e l'annuncio vi riguarda. Il riposo serve a che le piccole cose possano farsi annuncio di quello che c'è in voi di felice, e che non ha mai il tempo né lo spazio per vivere e respirare. Leibniz lo chiamava così: “Quel non so che di architettante e armonico, che appena liberato dal compito di dirimere le idee, si volge a comporne”. Sembra una felicissima definizione dell'anima, questa. I grandi platonici, che è poi un modo di dire i grandi filosofi, e i poeti (perdonate la generalizzazione: forse voglio dire semplicemente i poeti che amo) hanno questa singolare preoccupazione: di richiamare l'anima di ciascuno alla memoria e al sentimento della propria nobiltà d'origine, di richiamare ciascuno all'incomparabilità della propria vita, alla felicità a volte difficile del proprio demone. “Ogni vita converge al proprio centro”, scrive Emily (nella traduzione della nostra grande e troppo poco ricordata Margherita Guidacci). E ancora: “Va' per il tuo grande cammino!/ Le stelle che incontri/ son della tua natura - /poiché le stelle son solo asterischi/ per indicare la vita di un uomo”. E per lettera, con la stessa imperturbabile luce, mentre chiude una meditazione sulla morte: “Ogni giorno la vita sembra più grande, e quello che noi abbiamo il potere di essere, più stupendo”. “Di essere”, dice. Non di diventare. Siamo sempre qui, nel luogo della quiete o dell'attualità. O, come si diceva l'altra volta, dell'eternità. Riposo, è non fuggire questo luogo. È anche e soprattutto, dunque, riposo dal desiderio. Certo, le agenzie turistiche andrebbero magari in rovina se tutti ci accorgessimo di questo. Ma risalire a quell'origine da cui siamo decaduti, e che Tradizioni e Religioni chiamano Dio, è in primo luogo non scivolare giù dal presente. La più potente delle forze che ce ne allontanano è il desiderio, che ci fa divergere all'infinito da noi stessi. Cosa importante e necessaria, certamente: ma guai a idolatrare il desiderio, questa eterna obiezione a consentire veramente all'esistenza altrui e alla propria, quest'obiezione costante alla gratitudine. Questa vera radice degli infiniti negoziati e delle infinite guerre di acquisizione che bisogna attraversare prima di consentire, e il più delle volte infelicemente, obtorto collo, al proprio essere. Un ultimo piccolo esperimento dickinsoniano. Una sera scrivete una lettera. Se aspettate a mandarla, qualche giorno dopo probabilmente non vi sembrerà più “giusta”. Perché? “Perché l'anima è un luogo così nuovo che la notte di ieri sembra già antiquata”. Purché, riposando, la lasciate vivere.

43. Paradise now: essere grati per l'esistere, ogni giorno

C'è in un grande romanzo di Dostoevskij un morente che dice parole non dissimili da quelle che abbiamo citato di Emily Dickinson: «Mamma(…) non piangere: la vita è un paradiso, e tutti siamo in paradiso, ma non vogliamo riconoscerlo: che se avessimo volontà di riconoscerlo, domani stesso si instaurerebbe in tutto il mondo il paradiso». È Markel, che parla così: il fratello, morto poco più che bambino, dello Starec Zosima, la guida spirituale del giovane Aliosa Karamazov. Torna in mente Emily, che vedeva il cielo fra due case e un giardino, nella perfezione di ogni giorno. Questi cieli di cui ci parlano i santi e i poeti non sono senza l'offerta di sé - è della loro donata vita che il loro cielo risplende nella memoria di ognuno, è la loro accensione quieta che li fa risplendere anche per noi: la loro vita, che non ha tempo perché non può o non vuole avere futuro, e non vuole perché non ha progetto e non ha Io. Queste anime non hanno tempo in modo molto diverso da quello in cui non l'abbiamo noi, che di tempo siamo insieme così avari e così prodighi. La loro vita è presente - va a fondo, si approfondisce e si allarga immensamente nell'ora presente, così che in quella breve ora presente che fu la loro vita molti di loro hanno visto ciò che per gli altri è divenuto visibile solo nei decenni, nei mezzi secoli: chi legge oggi quello che Simone Weil scriveva negli anni Trenta su quello che sarebbe stato il periodo post-coloniale dei paesi magrebini può provare un brivido di sacro terrore, come avveniva di fronte ai profeti. Non stanno nel tempo, questi santi, perché vivono già sub specie aeterni, perché non scadono dal presente ma vi vanno a fondo.
Noi non abbiamo tempo in tutt'altro modo. Non perché non desideriamo nulla per noi e non abbiamo nulla da affermare, ma al contrario perché siamo perennemente affamati. Fame d'essere, per noi vuol dire: fame di tempo. E non è la cosa di cui siamo più avari, il nostro tempo? Tutti. Nessuno escluso, non abbiamo tempo da perdere. E tutti, però, ne siamo infinitamente prodighi. Tutti, con tristizia ed ira, ci lasciamo occupare - ad esempio dalla televisione quotidiana, dai quotidiani media, che "burlano" così la nostra vita - direbbe Dante. La dissipano.
Un'antica tradizione riduce a superbia e cupidigia la radice di tutti i mali umani. La superbia è il delirio supremo - prendersi per Dio. Si capisce perché sia radice di tutti gli altri "peccati", se "peccato" è trasgressione di un ordine percepito come emanante da Dio, dalla sua legge: e perciò questa parola convoglia l'idea di un delirio, di un eccesso, di una dismisura che non siamo più abituati a cogliere nell'uso fiacco e invasivo di questa parola, che è teologica e metafisica, non etica. Ma la cupidigia? Se non è che l'espressione della nostra deficienza d'essere, della nostra costitutiva e insaziabile fame, perché è radice di peccato? Forse perché il poco di essere che abbiamo può essere vissuto in due modi: con gratitudine per quel poco, o al contrario con ingratitudine. "Sconoscenza". Ancora una volta Dante lo dice con memorabile concisione: (Inferno VII, 53-54): La sconoscente vita che i fé sozzi / Ad ogne conoscenza or li fa bruni. Sono gli avari e i prodighi, che si affrontano e si maledicono a vicenda, fissati per sempre nel loro delirio ossessivo, chiusi ad ogni rinnovata conoscenza dell'essere. Essi non hanno più presente: solo rimorso, rimpianto e angoscia. Alla base della nostra avarizia - avarizia di sé, avarizia di tempo - c'è la più sconoscente, ingrata, chiusura affettiva: il non accorgersi e non sapersi grati, semplicemente, dell'esistenza delle cose e degli altri presenti, il contrario di quello stare contenti praesentibus che la tradizione paolina identifica con i mores sine avaritia. E questa sconoscenza presto diventa vera e propria mancanza di discernimento, cecità dell'anima: deficienza del sentire. L'avaro è cieco e sordo, non ci sente più. C'è un gran buio nella sua anima, se ancora ne ha una. Non stupisce che ci sia anche molta tristizia: una sorta di nevrosi ansioso-depressiva. Anche questa, il male più comune che ci sia.
Avari e prodighi del tempo: anche di questa infelice condizione la stanchezza, anche suprema, è un indice, il riposo un possibile benché difficile rimedio. La filosofia comincia di domenica, amavo ripetere: ancora meglio comincia col primo giorno di vacanza.

44. Quante forze vitali ci vogliono per riposare davvero

Come una fenomenologia del riposo e della ricreazione, così è tutta da scrivere una fenomenologia della stanchezza e dell’esaurimento. La stanchezza! Com’è strano che i filosofi non abbiano ancora riflettuto molto su questo fenomeno così quotidiano, eppure così istruttivo. Proviamo ad affrontarlo di petto: qual è l’essenza della stanchezza? Chi ha la fortuna di aver appena cominciato le vacanze, in questo momento, può sperimentare un inizio di risposta. Quando si è veramente molto stanchi, è difficile cominciare davvero a riposare. A riposare, nel senso semplice e profondo che abbiamo appreso dai contemplativi e dai poeti: quello stato di veglia contento del presente, ovvero insieme pago di questo che ora si dà – frinito di cicala, respiro del mare, un verso sulla pagina aperta, un volto – e contenuto nell’orizzonte del presente. Senza più l’assillo di quei guardiani di fabbrica che sono volontà e desideri, con le loro dannate spade di fuoco pronte a cacciarci dall’eden del presente nel tempo del mondo, a colpi di rimorsi e rimpianti per le cose non fatte o malfatte, preoccupazioni e ansietà per quelle da fare… Appunto, perché è così difficile cominciare a riposare, quando si è molto stanchi? Perché per gioire di un volto amato o apprezzare la musica di un verso, o anche solo quella fragorosa e alta delle cicale in una pineta estiva, o sorridere con il «sorriso innumerevole del mare» (Eschilo) bisogna puramente e soltanto sentire. Sentire e basta. Ma questo «e basta» non è un meno: è un più. Il sentire puro di tendenze, di pulsioni, aspirazioni, bisogni, desideri, impulsi ad agire, è accensione e consumo di vita, di più vita di quella che basta al sentire misto, carico di tutte quelle tendenze che gli danno automaticamente direzione e scopo. Il sentire puro, libero di direzione e scopo, presta tanto più di sé alla cosa cui presta attenzione: perché alla cosa, alla sua realtà e al suo valore, risponde nella misura – anche infinita – che la cosa chiede, non nella misura limitatissima che basta a ottenere, con la cosa, il proprio scopo. Cosa vedo del mare se me ne devo solo servire per nuotare e rimettermi in forma? Ecco allora l’inizio di risposta sull’essenza della stanchezza, o almeno della stanchezza umana. La stanchezza è l’indice sensibile dello stato dell’energia vitale, che in noi viventi ma mortali è continuamente consumata e va continuamente alimentata – e questo è ovvio. Ma quello che è meno ovvio, e altrettanto essenziale, è che il riposo stesso, in quanto si distingue dal semplice sonno, richiede più vita, più energia, che la routine delle preoccupazioni ed occupazioni quotidiane. Ci vuole vita per ricostituire la vita, per ricrearci! È questo il paradosso della stanchezza umana. Il cane corre e gioca, poi dorme. A noi, dormire non basta per raggiungere lo stato di riposo, di ricreazione. E la fresca energia che ci dà una bella dormita non è necessariamente quella che ci vuole per… riposare, cioè per ricrearci e sentire fluire in noi nuova vita, nuova energia. Che cosa ci vuole, ancora? Non di solo pane vive l’uomo. Ognuno sa, in fondo, che alcune esperienze ci «consumano» – lo si dice comunemente di un amore infelice, o anche del dolore, ma più quotidiana ancora è la stanchezza enorme che può causare una persona noiosa. E che altre ci «riempiono», ci «danno vita», ci «ricreano» – l’amore stesso, da un altro punto di vista, ma anche la lettura di un buon libro o un incontro, anche una semplice conversazione. La nostra stanchezza non è solo un indice del bisogno di ricambio fisico, ma anche e soprattutto di quello di ricambio dell’anima, per così dire. In francese c’è un termine bellissimo: se ressourcer, attingere a nuove fonti di vita. La cosa interessante è che, fuor di metafora, ciò che tutte le fonti di vita hanno in comune è la capacità di suscitare gioia. Si tratti della bellezza di un crepuscolo, della gentilezza di un gesto, dell’eleganza di un sonetto o di un’equazione. E allora ecco la domanda che dobbiamo lasciare aperta, ma che, mentre si pone, ancora un po’ di luce sull’essenza della stanchezza umana la proietta: come mai accade questo? Come mai la gioia dà energie anche fisiche straordinarie, come mai il primo effetto della tristezza – o come si dice oggi, degli stati depressivi – è la stanchezza, l’«esaurimento» delle forze, e infine quell’immobilità catatonica che è una specie di controfigura diabolica del riposo?

45. Il nemico della gioia non è il dolore, ma l'apatia

«Esultare» è in definitiva far salti di gioia, e «allegria» è parola apparentata ad «alleggerire», e chi è leggero cammina come danzando. La gioia nutre il riposo vero, che sta contento all’ora e non si muove né cerca altro, ma la gioia ne fluisce anche, come nuovo slancio. Dalla quiete accesa del riposo nasce una mobilità nuova – che è quella che non ha fuori di sé il suo scopo, ma ha in sé la sua finalità senza fine (direbbe Kant): quella che distingue il movimento della danza, che non serve ad andare da nessuna parte, dal moto a luogo, e il gioco dall’essere indaffarati.
Eppure, sempre di mobilità, rapidità, leggerezza, libero gioco di un’energia nuova, si tratta. L’altra faccia del paradosso della stanchezza, per il quale ci vuole già un po’ d’energia, un po’ di vita, per sentire la gioia che ristora e riposa, è il paradosso del riposo. Per il quale più si è in riposo più si è in intimo moto, più la quiete è profonda più la vita è viva, meno si vuole pensare e vedere e più largo è l’orizzonte del visibile per la mente, più folti e insieme limpidi i nessi che le cose mostrano al pensiero.
Il riposo nutre se stesso, come la stanchezza da sé si divora. Che cos’è questa vita che nell’uno cresce, nell’altra si riduce, e che crescendo aumenta la capacità di ricreazione e dunque di nuova vita, riducendosi ci toglie fino a quel minimo necessario per bere, ristorarci, riposare? Lo abbiamo già incontrato a più riprese lungo queste meditazioni, tanto che potremmo addirittura considerarlo il loro visibile e invisibile filo. È il sentire, i suoi improvvisi risvegli, il suo lungo sonnambulismo, le sue avventure carnali e spirituali, le sue tremende latitanze e le sue amorose fioriture, la sua dolorosa interminabile maturazione.
Il sentire è quella facoltà senza la quale non avremmo accesso al valore delle cose, e al disvalore che le minaccia. Alla loro bellezza e alla loro fragilità, ai beni e ai mali dell’esistenza. È dunque ciò senza di cui nessuna azione sembrerebbe valere la fatica che costa, nessuna decisione potrebbe apparire migliore di un’altra, nessun esercizio di libertà sarebbe dunque praticabile. La vita allora sarebbe solo un carico, ma nulla di cui farsi carico. Perché nessuna presa di posizione avrebbe un senso: e dunque nessuna responsabilità, nessun dovere di rispondere delle nostre azioni e delle nostre parole ci parrebbe vincolante. E questo è il perfetto stato di apatia, diabolica caricatura della quiete, del distacco, dell’abbandono di chi "vive volentieri".
Ecco una pagina del diario dell’apatico: «Non prendo gusto a niente, né a camminare – è una fatica; né a sdraiarmi perché allora bisognerebbe o restare distesi a lungo ed è quello che non ho voglia di fare, o alzarsi subito dopo e neppure di questo ho voglia…invano cerco qualcosa che possa mettermi in gioco…insomma, non ho neppure voglia di annotare quello che ho appena scritto, né di cancellarlo». È Kierkegaard che parla, e descrive come meglio non si potrebbe l’accidia, vale a dire uno stato depressivo profondo, che come si vede si accompagna alla suprema stanchezza. All’esaurimento di ogni vita, all’appiattimento di ogni differenza, allo svuotamento di senso di ogni alternativa.
E questo un’ultima cosa ancora ce la suggerisce, forse: un’ultima piccola verità che può ben servire da congedo per chi scrive, e da augurio per ognuno. Il rigoglio, la fioritura, la felicità di una vita non si oppone affatto alla sofferenza, che è un modo del patire, ma all’apatia, che è la corona triste della suprema stanchezza. Si oppone al vuoto, all’indifferenza, all’aridità. All’anima morta che si lamenta di esser tale: «Tu non sei morta, ma se’ ismarrita/anima nostra che sì ti lamenti…» (Dante). Felicità la piena attivazione, il vigere dalla superfice all’estrema profondità, di tutti gli strati del sentire che ci costituiscono.
Forse per questo non esiste piena felicità che là dove il sentire si risveglia e ci scopre più grandi, più vivi, così che sentiamo in noi il respiro che si allarga, mentre si fa più capace e più puro il sentimento della realtà. E questo avviene in ogni nuovo amore, nel suo felice consentire a ciò che esiste.