Il buio da cui

tutto discende

Umberto Galimberti

Con un gesto preciso e senza esitazioni, Paolo Mauri, con il suo libro Buio (Einaudi) entra nella metafora della luce, che è poi la metafisica dell'Occidente, per prender congedo dal sole platonico che sta in cima a tutte le idee, e tornare nella caverna dove rientra anche lo schiavo che ne era uscito, per raccontare ai compagni che ha lasciato cos'è luce e cos'è oscurità, cos'è passaggio dall'oscurità alla luce, cos'è la cecità indotta dalla luce, cos'è quel non vedere, quel non capire dove di solito abita l'uomo, che per questo è in cerca, e non assiso a contemplare l'ordine del mondo.
E siccome è persuasione dell'umanità, fin dai suoi primordi, che è la luce ad esser venuta dopo (anche la Bibbia ne parla come della prima creazione di Dio: «Fiat lux») , indagare sul buio vuol dire portarsi in quel luogo che antecede la creazione del mondo, nell'oscurità di quel ventre materno primordiale da cui un giorno il mondo è nato, e di cui forse ogni giorno è ininterrotta memoria di questo accadimento.
Antecedente l'apparire del mondo, con la ribellione di Lucifero ("il portatore di luce") il buio è diventato nella tradizione giudaico-cristiana, la tentazione del mondo, la luce nera e cosi poco rassicurante che irradia sinistramente tutti i mali della terra.
Non così per la Grecia antica che, insieme alla tradizione giudaico cristiana, è l'altra fonte della cultura occidentale. Per i greci l'oscurità è il luogo dove si custodisce, prima del suo svelamento, la verità. Il termine, infatti, che sta per "verità": a-letheia, significa: "non latente", "non nascosto", "s-velato". La verità non è ciò che si oppone alla falsità secondo il regime dualistico di ogni dottrina religiosa, ma è ciò che si manifesta, si s-vela dal suo nascondimento che l'oscurità custodisce. Per questo Socrate è filosofo e non sapiente. I sapienti "sanno", i filosofi "cercano", inoltrandosi nell'oscurità dove la verità è celata e insieme custodita.
Paolo Mauri ci ricorda che fare scienza è muoversi nell'oscurità per portare alla luce quel minimo che ci consenta di decifrare il mondo, e, in una splendida e insieme enigmatica pagina su Freud (come è bene che sia là dove non tutto, grazie a dio, può essere portato alla luce), Mauri ci ricorda che anche la conoscenza di sé non è raggiungibile se non immergendoci, possibilmente accompagnati come Dante da Virgilio quando scende all'inferno, nell'oscurità dell'inconscio. Ma anche la coscienza può essere oscurata dalla luce nera della depressione che Paolo Mauri definisce: «Un buio in presenza della luce. Il depresso vede tutto, ma non sa che farsene. E morto mentre è vivo».
Ma c'è anche una cecità che è chiaroveggenza. Quella di Omero che «dicono fosse cieco», quella di Demodoco «a cui la musa tolse la vista corporea per conferirgli qualcosa di meglio: il dono del canto perché lo amava». Ciechi alla luce, i poeti vedono l'invisibile. Ad essi gli dèi conferiscono quella vista superiore (epopteia) che ha la sua controparte nella cecità per le cose della terra. Avvolto nel buio, il poeta vede quello che noi, immersi nella luce del presente, non vediamo. E perciò può accompagnarci nel passato che l'oblio può inghiottire in un buio irrecuperabile, e nel futuro dove il buio è ancora più intenso, essendo in gran parte legato al caso e all'imprevedibile.
Il buio, scrive Paolo Mauri, è il più grande deposito del passato che esista. Saperi scomparsi, libri dimenticati, leggende scadute, religioni abbandonate, miti perduti, dèi impotenti che attendono una formula, che forse non verrà mai pronunciata, per essere richiamati in vita. Anche il Dio cristiano oggi teme il suo oblio. Mail buio avvolge anche il futuro che i nostri giovani Non avvertono più come una promessa ma soprattutto come una minaccia, e perciò dicono: «Se la vita è solo uno stupido scherzo, dovremmo almeno poterci ridere sopra». Chissà se tanta demotivazione giovanile e forse tanta violenza non dipendono proprio dal buio del futuro.
E perciò nel buio della notte avvengono quei piccoli sabba della vita giovanile (e non solo) con tanto di balli propiziatori e assunzione di alcol e droghe estasianti, in quei locali bui fiammeggiati da luci psichedéliche che stanno a dire che per i giovani la luce diurna ha la durata di un lampo. Immemori della storia, incuranti della politica, lontani dalle idee, desueti ai valori, i giovani oggi giocano con quell'''ospite inquietante" che Nietszche chiamava "nichilismo". E tutti sappiamo che anche il nulla ha il colore del buio. Viene prima della nascita del mondo, e attende il mondo dopo il suo tramonto. Chissà se è un caso che "occidente" voglia dire "tramonto" e sia percorso da voluttà nichilistiche.
E tutto questo senza tralasciare quel buio che è in noi se è vero che ormai più non ci segnaliamo con il nostro nome, ma solo con la nostra professione. E già duemila anni fa il mito gnostico riferiva la risposta del messaggero che dio aveva mandato sulla terra a recuperare le anime degli uomini: «Io le ho chiamate - riferiva il messaggero - ma loro non rispondevano, perché avevano dimenticato il loro nome nel buio della loro memoria».
«Il buio è infinito – scrive Paolo Mauri - la luce circoscrive». Circoscritti in questo piccolo cerchio, noi viviamo. Se ne avessimo consapevolezza, conosceremmo, come gli antichi greci la "giusta misura". È a questa giusta misura che ci invita Paolo Mauri con il suo bellissimo libro sul buio, ai margini del quale, noi viviamo in un "indefinito oggi" fatto di presente e di presenzialismo. Come se il presente fosse l'eternità e non 'quell'attimo avvolto dal buio del passato inghiottito dall'oblio e dal buio del futuro avvolto dall'imprevedibile. Immemori che, come ci ricorda il poeta: «Ed è subito sera», e poi notte e sempre più notte..
la Repubblica 27 aprile 2007