Metafisica quotidiana /1

Roberta De Monticelli

Avvenire 2005-2006

 

1. L'ossigeno per il cuore? È la filosofia

Come introdurre una rubrica come questa, che dovrà, sul filo delle settimane, costringere la filosofia a parlare una lingua viva e anche quotidiana, come le questioni che ogni giorno la vita ci rivolge? Perché aprire un giornale, parlare con un amico, iscrivere un figlio a una scuola, far visita a un parente in ospedale o interrogarsi su cosa faremo di un pomeriggio di libertà sono alcune fra le infinite occasioni di imbattersi in questioni che solo la fretta, la modestia o… la mancanza di abitudine al pensare, appunto, ci impediscono di riconoscere come filosofiche. Metafisiche addirittura alcune, teologiche altre, psicologiche, esistenziali, estetiche, etiche. E infine, molto più di quanto non sembri, questioni di logica. Che in definitiva è l'etica del pensiero, e senza la quale non c'è responsabilità nell'uso delle parole. Non c'è coscienza del loro peso, del loro contributo alla verità e alla falsità di quello che diciamo.
Nonostante questo, cominceremo "leggeramente", un avverbio che volentieri il padre della nostra lingua, Dante, associa al verbo "ragionare". Cominceremo dall'allegria che fa lieve la mente - perché "allegria" si apparenta con "alleggerire". Se dobbiamo credere ad Agostino, di cui si è festeggiato quest'anno il milleseicentocinquantesimo anniversario della nascita, «Nutre la mente solo ciò che la rallegra».
Questa frase si trova nel libro delle Confessioni dedicato allo Spirito, alla terza persona della Trinità. Quando lo spirito soffia, le cose si ravvivano, e questo soffio, che come la luce rileva più che non riveli, è allegria della mente.
Però lo spirito soffia quando e dove vuole… E certamente non dove e quando vorremmo noi, solo perché ne avremmo bisogno, come si ha bisogno di respirare.
Noi, più modestamente, cominceremo con un breve esercizio di respirazione. Sapete, è una tecnica antica per dissipare l'ansia e la paura. Una che si occupa di filosofia ha spesso occasione di notare quanto la filosofia spaventi la gente che non la pratica. Ecco un passo di un grande filosofo del Novecento, Karl Jaspers, che sembra fatto apposta per dissipare la paura dell'astratto:
«Si sente dire non di rado : "Per me la filosofia è troppo elevata", "la filosofia non la capisco", "non ho alcuna sensibilità per la filosofia", "la filosofia non è la mia materia". Filosofia vuol dire astrattezza. Si dice che essa sia come uno spazio senz'aria, in cui la voce non arriva lontano. La risposta giusta sarebbe, non che lo spazio è senz'aria, ma che, in realtà, non è altro che aria; apparentemente nulla ; in verità, aria, che dobbiamo respirare per esistere».
La filosofia, ci dice questo passo, è come l'aria: non un bene fra altri, ma la condizione stessa per non soffocare - nella nostra vita professionale e privata, nell'esercizio intellettuale, nell'elaborazione delle decisioni, nella partecipazione a tutta la vita civile. Il respiro della filosofia è indispensabile alla vita della mente. Il punto di verità di questa immagine è che l'utilità della filosofia viene evocata proprio in base a quella sua caratteristica nella quale il senso comune vede la sua "astrattezza": la mancanza di un oggetto visibile, tangibile. E invece l'immagine dell'aria ci dice che l'indeterminatezza apparente dell'oggetto della filosofia non significa affatto l'inconsistenza della filosofia. Ma al contrario, la sua invisibile, onnipresente necessità.

2. La prima morale è chiedere «perché?»

Un uomo di pace e di conoscenza, ancora una volta, vittima della disperazione accecata dal fanatismo. Come centinaia di bambini. Donne e uomini di buona volontà che rischiano lo stesso destino, ogni giorno. E intorno a loro, fiumi di parole che affermano invece di domandare, che predicano invece di pregare, che alzano il volume invece di affilare la sola lama della parola, che è la logica.
C’è una breve parola, che ci sale alle labbra nei momenti di forte temperatura emotiva ma anche in quelli di calma ricerca: «Perché?» . Non sono mancate nei giorni scorsi le occasioni di usarla: con sgomento, anche, senza poter pronunciare altre parole che questa. Ma non è solo lo sgomento o l’orrore che ce la fa salire alle labbra: è anche, in altre occasioni, la meraviglia o la curiosità, e soprattutto il desiderio di vederci chiaro. È sorprendente: chiede «perché?» chi chiede ragione del male che (gli) è stato fatto, e questa è la differenza fra il nostro soffrire e quello degli altri animali, ma chiede «perché?» anche chi semplicemente chiede evidenza o ragione di quello che viene detto.
C’è una sola parola che va bene in entrambi i casi per designare quello che si chiede: «giustificazione». Questo è un fenomeno che, forse, ci può aiutare a capire meglio sia l’uno che l’altro tipo di domande – sia le domande di Giobbe che quelle del cercatore di conoscenza, del bambino, dello scienziato, del filosofo.
Chiediamo a chi fa, in particolare a chi fa il male, che risponda delle sue azioni. Chiediamo a chi parla, qualunque cosa dica – se parla sul serio e non per gioco – che risponda delle sue asserzioni. Chiediamo cose diverse, ma profondamente connesse, anzi intrecciate. Nel primo caso chiediamo a chi ha agito di giustificarsi, di mostrarci la giustezza di ciò che ha fatto se lo può, e più questo sembra impossibile più intensa, anche dove è solo mormorata, è la domanda. Dunque presupponiamo un orizzonte di giustizia, o almeno di giustezza, per ogni azione: come se chi agisce avesse implicitamente accettato un impegno ad agire in vista del bene. Le stesse agghiaccianti pseudo-giustificazioni di cui si nutre sempre la violenza, nello stesso tempo ribadiscono e tradiscono questo impegno, e perciò fanno orrore. Nel secondo caso chiediamo a chi parla di giustificare le sue affermazioni, vale a dire di indicare a chi ascolta dove deve guardare per vedere che quello che è stato detto è vero.
Dunque presupponiamo una pretesa di verità per ogni affermazione: e un impegno a onorarla, cercando e offrendo evidenza per quello che si afferma. Chi usa senza spiegazione parole che hanno mille significati o nessuno, chi afferma «la verità non esiste» (e non si accorge di fare un’asserzione che pretende di essere vera), chi dal «destino dell’Occidente», con un paio di sortilegi verbali, deduce l’attualità della cronaca, ma soprattutto chi ascolta e non chiede perché, manca a questo impegno. Che è in definitiva etico, dato che la conoscenza sia un valore, o una condizione migliore dell’ignoranza e della confusione. E senza responsabilità nell’uso delle parole, non può esserci conoscenza – vale a dire, secondo la celebre definizione platonica, «opinione vera giustificata». La domanda «perché?» ci fa scoprire l’intreccio di etica e logica, su cui i filosofi si interrogano, da Platone a Husserl. Se l’etica è la logica dell’agire giusto, la logica è l’etica del pensare.
Pascal si chiedeva: perché uno storpio ci ispira compassione, mentre uno che è storpio nel ragionare ci irrita? La risposta è lì, nell’intreccio di etica e logica. Chi usa le parole in modo da non poter rispondere ai nostri «perché?» – e forse neppure li ode – ci irrita perché trasgredisce un dovere costitutivo della ragione. Parlare con giustezza è un modo dell’agire responsabile.

3. Anche i grilli parlanti e i marziani sono persone? 

Si conclude la raccolta delle firme per il referendum di modificazione della legge sulla fecondazione assistita. Molte delle questioni che la legge solleva si riconducono ad una: che cos'è una persona?
Vorrei argomentare questa tesi: appartenere alla specie homo sapiens e essere una persona non sono concetti equivalenti. Vale a dire, non solo sono concetti diversi (il primo si applica a tutti i membri di una determinata specie biologica, il secondo invece a tutti gli esseri che sono almeno in potenza agenti razionali e morali); ma non hanno neppure la stessa estensione. Infatti è perfettamente concepibile che esistano agenti razionali e morali non “basati” su un organismo come il nostro: ad esempio marziani, grilli parlanti, angeli… Per alcuni è pensabile senza contraddizione che esistano tre Persone Divine; per altri è materia di fede.
I filosofi, che hanno il senso del possibile, si sono perciò guardati dall'includere l'appartenenza alla specie umana nella definizione di “persona”. Quella celebre di Severino Boezio afferma che persona è “la sostanza individuale di (ciò che ha) natura razionale”. Non c'è menzione, qui, della nostra parte animale. Chi apprende questa definizione di solito lamenta questa mancanza, quasi che l'origine teologica della nozione di persona inducesse a ignorare qualcosa di essenziale alla nostra natura: il suo fondamento biologico.
Ora non c'è dubbio che il patrimonio genetico della specie homo sapiens è costitutivo delle persone umane: ma si può sostenere che l'identità biologica non è affatto sufficiente a fare di un umano una persona, non più di quanto il marmo di cui è fatta la Pietà Rondanini basti a farne una scultura. Ci sono proprietà della scultura che non sono proprietà del marmo, ad esempio la grazia struggente di quel corpo che si abbandona. Così ci sono proprietà delle persone che non sono proprietà dei loro organismi, ad esempio essere filosofi o sorridere.
Il logico Boezio, che non ignora la differenza fra una condizione solo necessaria (non c'è persona umana senza patrimonio genetico umano) e una condizione anche sufficiente (non basta il patrimonio genetico umano a fare una persona), si concentra su quest'ultima: l'individualità (essenziale). Tradotto in lingua corrente: una persona è un essere di cui ci si può chiedere chi è. Una persona è un essere dotato di una natura individuale, o personalità, che è ben di più della semplice identità numerica (per la quale tu sei una persona, io sono un'altra: siamo due). La semplice identità numerica ce l'hanno anche le cose che possono esistere in più esemplari “identici”: due bicchieri dello stesso servizio, due molecole della stessa sostanza, due atomi dello stesso tipo. La natura individuale invece fa di quegli individui che sono le persone degli individui unici, non replicabili.
Socrate, Cesare, o anche solo Chaplin. Gente che ha nomi propri, come tutti noi. L'identità numerica è quella che conosce il doganiere guardando la carta d'identità; l'identità personale, o personalità, è quella che neanche il tuo miglior amico finirà davvero mai di conoscere. Ecco perché fu geniale da parte di Boezio introdurre l'individualità nella definizione.
Ed ecco perché oggi questo è un concetto così cruciale. Oggi molti credono che l'individualità si riduca al patrimonio genetico del singolo. Il quale invece è certamente, in linea di principio se non già di fatto, replicabile: del resto da sempre esistono individui con genoma identico, i gemelli. Questo non significa che siano clonabili le persone! O che due gemelli siano due copie di una stessa persona. Come è strano: oggi, mentre biologi come Edoardo Boncinelli e medici come Lucio Luzzatto ci mostrano serenamente che ci vuol altro che l'individualità biologica a fare l'identità personale, sono filosofi cui sta a cuore l'interiorità, come Vittorio Possenti, a rischiare di ridurre l'identità personale, addirittura, al fondamento biologico pre-individuale della persona, la morula che ancora può dividersi in due embrioni umani!
Io credo che Boezio sarebbe stato più d'accordo con i primi che con il secondo, ma se mi sbaglio, mi consola un altro studioso dell'anima, Giovanni Reale: il quale ci ha recentemente ricordato che “la Bibbia insegna non come la vita dal non essere venga all'essere; ma piuttosto i modi in cui, venuta all'essere, la vita debba essere vissuta”.

4. I filosofi e la maledizione di Babele

“Ciò che chiamiamo "cultura" non è soggetto al criterio di verità, ma nessuna grande cultura può fondarsi su una falsa relazione alla verità”. Questa frase di Musil avrebbe potuto divenire il motto del Convegno internazionale della Società italiana di filosofia analitica su "Filosofia analitica e cultura europea", che si è appena concluso a Genova, quest'anno "capitale europea della cultura". Se dobbiamo credere a Richard Rorty (Truth and Progress, Philosophical Papers III, Cambridge University Press 1998) la filosofia analitica, dove regna, non riscuote gli interessi del pubblico.
Vien da pensare all'interesse suscitato invece, per esempio in Italia, dai dibattiti filosofici: ad esempio ai grandi festival che rallegrano il rientro di settembre (Mantova, Modena, Sarzana con il Festival della mente, la stessa tavola rotonda finale del convegno di Genova, che ha avuto Umberto Eco fra i partecipanti).
Non credo affatto che questa differenza possa essere spiegata con l'abusata opposizione fra filosofia "analitica" e "continentale". Questo secondo aggettivo, infatti, non è che un'etichetta applicata a un non ente, dato che non c'è entità senza identità: e ciò che si intende con questo termine è solo un coacervo di stili, metodi o anche soltanto opinioni diverse.
Ora però la "cultura europea" non ha prodotto solo, in filosofia, apocalittici e postmoderni, retori, sofisti, nichilisti e soprattutto scettici, ma anche buona parte della filosofia analitica e tutta la fenomenologia. Si perdonerà a chi scrive una certa parzialità nei confronti di quest'ultimo grande programma di filosofia come ricerca rigorosa di verità (al plurale), sul quale si addensano oggi i peggiori equivoci: ne parleremo domenica prossima. Oggi troneggia nella mente il bel volto e la parola limpidissima di un grande maestro, sir Michael Dummett, che ha aperto il convegno con una lezione su Il ruolo della filosofia nella cultura europea. I compiti urgenti che aspettano i filosofi sono due, ed entrambi riguardano in definitiva la condivisione di significati che permette la comprensione reciproca. Quella fra filosofi e scienziati, anzitutto. Quella fra gli stessi filosofi, a qualunque denominazione appartengano, poi.
Ma la possibilità stessa di questa miglior comprensione, senza la quale la filosofia perderà il posto che ancora conserva nei fondamenti della cultura, dipende da una verità che l'opera intera di Dummett sta a dimostrare. Che è il nesso necessario fra la possibilità che abbiamo di esprimere pensieri definiti - e quindi di capirci gli uni gli altri: di capirci quando discutiamo in filosofia e nelle scienze, ma anche quando discutiamo dei fatti, dei valori, delle cose che è giusto fare - e la nostra disponibilità a prendere sul serio la pretesa di verità implicita in ogni asserzione. Se ad esempio affermo che non esistono verità, sto affermando che è vero che non esistono verità.
Il contributo di Dummett è di mostrare ben più di quanto faccia questo classico ma troppo spesso dimenticato argomento anti-scettico: e cioè che se non c'è accordo sulle condizioni alle quali riconosceremmo per vero un qualunque asserto, non c'è semplicemente un pensiero definito che quell'asserto esprime. Parliamo, parliamo, e non diciamo nulla. Questa lezione ci insegna che, se parlare o no razionalmente (cioè dando ragioni di quello che si afferma) dipende da noi, non è in nostro potere pensare qualcosa di definito se non indichiamo condizioni di verità per le nostre asserzioni. Se lo scettico, se il relativista culturale inducessero la maggior parte dei parlanti a non prendere sul serio la pretesa di verità delle asserzioni, allora, conclude Dummett, scenderebbe su di noi “una maledizione peggiore di quella che Dio ha imposto ai costruttori di Babele: invece che parlare diversi linguaggi non parlare affatto un vero linguaggio”. Dato che quest'ipotesi non è purtroppo puramente accademica, segnaliamo almeno un libretto che ogni studente dovrebbe leggere, e che esiste al momento solo in italiano (mentre quasi l'intera opera è tradotta nella nostra lingua): La natura e il futuro della filosofia (Il melangolo, Genova 2001). Ancora grazie, caro maestro.

5. La filosofia? Nasce di domenica...

Quando cerco di spiegare ai miei studenti come la filosofia possa essere scienza rigorosa, si spaventano subito. Quando li introduco alla fenomenologia per una porta forse inattesa - la festa - sorridono incerti se io parli sul serio. Tanto poco naturale ci è oggi associare le virtù della conoscenza - l'attenzione, la disciplina logica, la precisione dello sguardo - con il riposo, anzi con la gioia pura del non aver “da fare”. Tanto difficile ci è associare la conoscenza con la contemplazione, o vacatio, con lo svuotarsi della mente da ogni occupazione e preoccupazione pratica.
Basterebbe leggere l'incipit del Proslogion di Anselmo d'Aosta, il breve e abbagliante trattato che contiene la famosa prova ontologica dell'esistenza di Dio, per convincersi che non è sempre stato così. “E ora, omiciattolo, fuggi un attimo dalle tue occupazioni, cerca di sottrarti almeno per poco al tumulto dei tuoi pensieri…”. Fuge, tace, quiesce: il monaco Anselmo fa certo eco al motto di tutti i monaci, che nel ritiro dal mondo cercano il silenzio e più ancora quella Quiete cui secondo Agostino sempre aspira il nostro cuore. Ma lo fa dando a quel “ritiro” un più di profondità: facendone un “ritrarsi”, almeno provvisorio, dall'impegno tacitamente preso con le cose: letti da rifare, pranzi da preparare, bollette da pagare, giornali da leggere… Un impegno preso non con l'essere delle cose, ma con il loro potere di sostenere il nostro. Il ritiro dal mondo del monaco in questo senso somiglia a quella sospensione di ogni routine del nostro fare, compresa quella dei giudizi e pregiudizi, che segna l'entrata in filosofia, e che i fenomenologi chiamano epochè, “sospensione”. La filosofia comincia di domenica.
Ci sono tanti strati di senso di questa condizione di sospensione che è ogni festa: dalla modesta pausa domenicale ai grandi eventi della vita individuale o collettiva. Ma solo il suo strato “anselmiano” di sospensione della banalità del fare risveglia perché ricrea, rifà nuova la mente. E mette alla portata di ognuno la felicità mentale. Che i filosofi antichi e dopo di loro i monaci ponevano alla fine di una faticosa ascesi: era l'attimo di eternità concesso al filosofo fin da questa vita, o il sabato eterno del Paradiso.
Ma ricordate Pier Damiani, “che pur con cibi di liquor d'ulivi/ lietamente passava caldi e geli/ contento ne' pensier contemplativi”? Il fondatore dell'ordine camaldolese, autore di un poema Sulla gloria del Paradiso, incontrato da Dante nel cielo dei contemplativi, non esita a tradire il segreto ben noto ai contemplativi, che sta tutto in quella parola, “contento”. Non solo appagato cioè, ma contenuto, raccolto in sé, come chi riposi in un presente che non passa e non ci disperde nell'ansia del futuro e nel rimpianto del passato: ma viva in quell'alta rerum quies, cui già Seneca richiamava nel De brevitate vitae.
Quella “sospensione” che è l'inizio stesso della ricerca filosofica ha un esito sorprendente, eppure ogni volta confermato: oltre lo strato di banalità di cui le cose si velano quando se ne comprende solo ciò che se ne può prendere, ogni cosa diventa una porta alla ricerca infinita dell'essenziale, attestando a chi vorrà sostare nella luce del suo apparire - si tratti di una melodia, di un'azione giusta, di un volto umano, di una cattedrale - che nulla appare invano. Anche se poi potrà non bastare una vita a mettere in teoria l'essenziale di una cosa sola - della musica, ad esempio, o della giustizia, o della personalità… o della festa.

6. Dal “sonnambulismo” alla maturità

La filosofia comincia di domenica, dicevamo domenica scorsa. Perché c'è un riposo, una festa della mente, che è anche vera veglia, e sospendendo il fare e anche i giudizi bell'e fatti ci avvicina all'essere di ciascuna cosa data, permettendoci anzitutto una più esatta percezione della sua faccia. Ma il fenomeno della vera veglia, per noi, non si esaurisce qui. Non c'è solo la veglia contemplativa, c'è anche la veglia morale.
C'è una cosa che scopriamo spesso nella vita, e quasi ogni volta ce ne dimentichiamo. Da sempre colpisce i filosofi. È la scoperta che siamo tutti sonnambuli, per la maggior parte del tempo.
Sì - la realtà, quasi sempre, noi ci limitiamo a sognarla. A sognarla, anche nel senso positivo che la desideriamo, aspiriamo a raggiungerla, a conoscerla: come ogni persona che cerchi, e non trovi, la verità. Ma noi la sognamo anche in un senso molto più mediocre. Sognare è quello che si fa quando si dorme. E noi dormiamo, quasi tutto il tempo. Una parte importantissima di noi - dorme. Questa parte è il nostro sentire. La realtà sfugge al sonno del sentire.
E il bello è che crediamo tutti di essere ben desti. Non è vero! Non ci accorgiamo, letteralmente, della maggior parte delle cose che ci succedono intorno. Non ce ne accorgiamo, nel senso che neutralizziamo l'aspetto affettivamente sensibile delle cose, appena fa un po' male. Se poi la cosa è lontana, come si dice, è lontana anche dal cuore. La perdita del dito mignolo ci colpisce di più della distruzione di un capolavoro, di una città, di vite sconosciute. In questi anni ancora stormi di sonnambuli fracassano l'orecchio del cielo, alla guida dei loro cacciabombardieri. E ci sono altri sonnambuli lontano, a dirigere il mondo e l'avvenire, con gli occhi fissi allo schermo dei loro sogni…Già, perché la beffa è che non c'è nessun bisogno di esser desti per fare il male, per distruggere, per togliere realtà. Anzi, da svegli, non ci si riuscirebbe proprio: non si può sentire il male che si fa e continuare a farlo. Ecco perché fu detto “Perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Non lo sentono. E invece, bisogna sentirci e vederci come Iddio per fare un po' di bene - per aggiungere un po' di realtà, per creare qualcosa. Ci vuole molto amore per vederci.
Certo, ci si sveglia anche, in certi momenti. I poeti, ci svegliano. I dolori. L'amore. Ci si sveglia improvvisamente, stupiti di aver dormito tanto. Ma poi ci si riaddormenta, e il tran tran quotidiano di noi sonnambuli prosegue indisturbato, dappertutto. A scuola. In ufficio. Per strada. Nei cieli.
Ci sono vari gradi di sonnambulismo. C'è quello estremo dei sonnambuli senza dubbi e senza sospetti, che della realtà altra misura non hanno se non la forza. Reale è solo ciò che resiste alle loro voglie, e il più reale è il più forte. Ancora più diffuso del sonnambulismo della forza cieca è quello di tutti noi, sognatori quotidiani, che giriamo le pagine patinate dei nostri sogni-cartolina, spiagge incontaminate e vacanze di sogno.
Ma il bello di stare a questo mondo, forse, è che dal lungo, lungo sogno, lentamente e gradualmente, ci si può svegliare. Forse. Ci si sveglia a poco a poco, un pezzo dopo l'altro, uno strato dopo l'altro, alla realtà. Questo, pieno di stupore e di meraviglia, di progressi e regressioni, di fatica e di sordità, di sonno e di insonnia, di rivelazioni e di oblii, è il risveglio lungo e lento del sentire. Chissà se qualcuno arriva alla fine completamente desto, almeno per un attimo. Ma questo lungo e precario risveglio del sentire, noi lo chiamiamo maturare, crescere. Maturità è tutto - diceva il poeta, e non per caso.

7. A lezione dai poeti per continuare a incominciare

I poeti ci risvegliano la mente e il cuore - dicevamo domenica scorsa, sul filo di una riflessione intorno ai modi di aprirsi all'essenziale, e a quel modo sempre inizialmente domenicale o festivo, perché sospende le occupazioni e la banalità del fare, che è la filosofia. Ma una delle feste più belle che ci sia dato vivere - il novantesimo compleanno del nostro massimo poeta vivente, Mario Luzi, che sarà festeggiato in questi giorni - ci induce a soffermarci un poco su questo altro modo di apertura all'essenziale che è la poesia, e la poesia quale Luzi la fa e la pensa.
Il suo ultimo libro, edito da Garzanti, ha uno splendido titolo: Dottrina dell'estremo principiante. Come sempre accade ai veramente grandi, l'essenza di una vita e di un pensiero appare a vista, appare fin nei titoli, tutti memorabili, delle opere. Appare, sì - ma chiede ogni volta un'altra vita per essere conosciuta. Ogni opera di Mario Luzi somiglia in questo alla pura realtà - è lì da vedere, ma come fonte di informazione, è infinita. E somiglia, in particolare, alla realtà dell'anima - che è la cosa insieme più appariscente e più inafferrabile che uno ha.
Più appariscente - basta un bravo fotografo nei casi più semplici, un bel titolo in quelli più profondi, per catturarla, l'anima, in un ritratto o in un frontespizio. Più inafferrabile - neppure la consuetudine quotidiana basta mai ad afferrare il nuovo della vita nuova (forse è questa la definizione dell'anima, quando è viva, e l'anima non c'è se non è viva).
Quel “nuovo nato al mondo” che in ogni nuovo presente è l'io vivo di ognuno, quel punto attivo che ora scrive, ora sorride o ricorda, mentre tutto il resto della persona aspetta, come una bella addormentata nell'ombra. Aspetta di svegliarsi a sua volta, di accendersi in un altro punto che diventi io vivo, mano che carezza, occhio che ammira, orecchio che ascolta.
Ma nel poeta, invece, è tutt'intera la persona, il punto vivo. Il punto nuovo, raccolto nell'ora. “Essere tutto intero in ogni cosa: / l'immensa squarciatura”: questo l'io del poeta secondo Machado. “Il punto pullulante dell'origine continua”, secondo una definizione più greca e platonica. Potrebbe essere una frase di Husserl, come sua è la definizione del filosofo “eterno principiante”. E invece è un verso di Luzi.
Tutt'intera la vita, anche quando estrema, si genera da quel punto vivo, da quell'origine che non è affatto in un passato immemorabile, ma è ora: come dalla testa della cometa, dal suo fuoco vivo, si genera immensa la coda. E come Luzi da sempre sa, “si addice alla parola la temperatura del fuoco”. In questa parola sorgiva tutta la vita si ricrea, come se in quell'ora fosse creata, dal principio. “La voce del vero poeta dà sempre l'impressione d'una voce perpetua che ricomincia miracolosamente a parlare in quel punto” - così ancora Luzi. Ecco la “dottrina dell'estremo principiante”.
Non che ci fosse prima, questa voce: la sua perpetuità è solo questo incessante principiare. E anche in questo la voce del poeta è come l'anima di ognuno: esiste solo allo stato nascente, quando si risveglia - o allora si lamenta di esser morta.
Luzi racconta che la filosofia e il pensiero puro sono sempre stati una tentazione per lui. Come per Dante, come per Leopardi, possiamo aggiungere. Quello che lo ha trattenuto al di qua della filosofia professionale è la mancanza di incarnazione del pensiero filosofico. Ebbene, questa non è una vaga metafora contro l'astrazione. “Incarnazione” è la condizione stessa della partecipazione della parola franta, umana alla potenza creativa che la teologia ascrive al Verbo. Non è il riferimento dotto o devoto alla tradizione che conta, ma l'esperienza viva: che ci dice come possiamo intendere anche questa parola “creazione”. Generare pensiero, invece di servire, semplicemente, quello che già esiste.
Questo fa, dice Luzi, la parola poetica. Ecco perché anche nel giorno del suo compleanno molti filosofi commenteranno Luzi. La poesia può generare filosofia. Grande e perniciosa illusione credere che possa esistere, senza il “plenario sgomento” dell'agonia e della metamorfosi (parole per eccellenza luziane) - senza incarnazione - il cammino inverso.

8. La scossa benefica delle emozioni

Correndo lungo il suo filo - i risvegli della mente e del cuore - la nostra riflessione incontra oggi un libro uscito (in italiano) quest'anno: L'intelligenza delle emozioni della filosofa americana Martha Nussbaum (a cura di G.Giorgini, traduzione di R.Scognamiglio, Il Mulino). Peccato, forse, averne in italiano dimezzato il titolo, che in inglese conteneva un'immagine: i terremoti del pensiero. Questo libro ci procura indubbiamente un incremento di intelligenza della nostra vita emotiva. Ma lo fa, soprattutto, dimostrando che le emozioni stesse sono intelligenti. Il dolore per la perdita di una persona mi insegna quanto fosse preziosa per me la sua vita. Le emozioni sono pensieri, anzi giudizi. E quindi non sono affatto "irrazionali", ma sono più o meno razionali a seconda che siano più o meno adeguate al loro oggetto. Sono i modi in cui realizziamo quanto e come le cose e le persone ci stanno a cuore, quanto importanti sono, o non sono, entro l'implicito progetto di felicità - o "fioritura" - che ciascuna persona porta al mondo.
Ma le emozioni sono anche terremoti, veri e propri "sommovimenti geologici del pensiero". L'immagine viene da Proust, che fornisce non solo questa metafora, ma addirittura uno dei fili conduttori della riflessione. Si tratta di un celebre passo della Recherche, dove Proust descrive la metamorfosi prodotta dall'amore nel "pensiero" del Barone di Charlus, fino a poco prima simile a una pianura “così uniforme che fino ai limiti estremi egli non avrebbe potuto scorgere un'idea sola levarsi dal suolo”; e che di colpo fa di questa pianura un paesaggio di montagne e avvallamenti, “dove si torcevano in gruppi giganteschi e titanici il Furore, la Gelosia, la Curiosità, l'Invidia, l'Odio, la Sofferenza, l'Orgoglio, lo Spavento e l'Amore”.
L'elemento importante dell'immagine sono i rilievi, i dislivelli di altezza e profondità. Le emozioni danno rilievo alle cose, danno loro rango e salienza in una gerarchia di importanza, urgenza, valore. Ma andiamo a fondo dell'immagine: c'è lo sconvolgimento, la scossa, il trauma, anche. E qui Proust si incontra con gli antichi Stoici. Perché più di ogni altro pensatore antico, lo stoico vede, nell'emozione, lo sconvolgimento del pensiero: vale a dire, al contempo, l'elemento traumatico e l'elemento cognitivo, anzi l'elemento traumatico che potenzia quello cognitivo, intensifica, dilata, approfondisce la percezione della realtà. Le emozioni sono passioni della mente, non del corpo: sono giudizi e non "moti".
Per gli stoici, però, sono giudizi falsi: perché confessano che la nostra felicità dipende dagli accidenti della fortuna. A tutti noi pare che, se anche le emozioni sono giudizi, pure non è in nostro potere sospenderli: a meno che sia in nostro potere non soffrire la perdita di una persona amata. Ma lo stoico antico crede che lo sia: che il nostro volere sia sovrano anche nella potestà di concedere o negare l'assenso alla percezione che il dolore ci dà di quanto questa persona fosse importante per noi.
Questo - della stoica libertà del volere - è l'assunto che Nussbaum rigetta. Ella continua però a chiamare neo-stoica la sua teoria perché sono gli stoici che per primi hanno visto negli affetti il luogo dell'esperienza della nostra fragilità e dipendenza: della finitudine. La fragilità del bene: così suona il titolo dell'opera più nota di Martha Nussbaum. Le emozioni ci insegnano la fragilità del bene che la fioritura personale e la prosperità umana rappresentano, per ciascuno e per tutti.

9. La nuova Europa viene da Hegel e va verso Agostino

“Pregava lei, pregava, / ed era / pregata intanto dalla sua preghiera”. Questi versi sono di Mario Luzi. “Lei” è Maria nell’Annunciazione di Simone Martini, una delle più perfette della storia della pittura. Lei guarda solo obliquamente l’angelo – si può dire che anche il suo sguardo ascolta. In una mano tiene un libro, l’altra si piega in un gesto di protezione e raccoglimento in sé che quasi oppone all’angelo un gesto di sgomento. Di “plenario sgomento” - così in un suo saggio Luzi chiama lo stato di poesia, l’attenzione profonda a tutti i fili delicati che prolungano le cose nell’invisibile. Oppure, con parola più corrente, l’ispirazione.
La più bella meditazione sull’ispirazione si trova nel XIII libro delle Confessioni di Agostino, il libro dedicato all’indagine di quello che potremmo chiamare l’aspetto più dolce e più felice del divino: quello per cui ebraico, greco e latino hanno parole simili a un soffio, a un alito di vento, che non solo designano, ma evocano quasi il respiro del vivo. “Soffia dove vuole”, e quando soffia avviva, accende ogni cosa come dall’interno, come fa un raggio di sole improvviso.
Per un attimo le cose sono lucenti e come nuove, esaltate nella loro propria natura. Le cose appaiono più intensamente se stesse, sono come rianimate nella propria essenza. Questo ha visto con occhio limpidissimo un’altra nostra grande poetessa, Margherita Guidacci, che dà del tu a questo soffio lucente, e lo chiama con il suo antico nome divino di Apollo: “Rocce, piante, animali e acque, tutto / ridiviene se stesso, ritrovando / in te colore e forma...”.
“Dono” è uno dei nomi divini dello Spirito nella tradizione cristiana, dono di vita. Ma quello che rende lo spiritus, quando viene e allevia e rallegra ciò che sfiora, simile al soffio lucente di un vento leggero, è proprio questo: che ciascuna creatura non ne riceve in dono altra vita che la propria, la quale pareva smarrita o assopita. Risveglia, questo soffio, e rinnova o ri-crea: come la luce, nulla rivela ma tutto rileva.
Fa più che renderci a noi stessi: risveglia la profondità di ciò che siamo, l’unicità della nostra essenza, il poco di assoluto che ciascuno incarna: perché l’individuo è questo, un punto di vista unico e assolutamente irripetibile su tutto l’esistente, comparabile in questo – scrisse Leibniz – a una “fulgurazione della Divinità”.
Come scrive il grande Duns Scoto, proprio l’individuo che ciascuno di noi è, è “la cosa ultima”: la cosa che “principaliter in principalissimis” viene all’esistenza. O meglio ciascuno sarebbe questa cosa ultima, e per questo infinitamente preziosa – se ciascuno potesse vivere a partire dall’intera profondità di sé, come “lei” quando ascolta, “pregata dalla sua preghiera”. Ma Leibniz e Duns Scoto non fanno che commentare Agostino: “ut initium esset creatus est homo”. Fu creato per essere un inizio. Perché si desse il nuovo. Perché il presente di ciascuno fosse il principio del mondo, e la profondità di ciascuno, il suo senso.
Hegel scrisse che la lettura dei giornali è la preghiera mattutina dell’uomo moderno. Già – per lui e per Heidegger, più tardi, e per tutti quelli che li hanno seguiti – lo Spirito si serve soltanto degli individui: non loro, non la loro libertà, non la loro colpa, non la loro fioritura e il loro dolore, sono la “cosa ultima”. Non ha nomi propri, il “destino dell’Occidente”. Nulla di divino c’è nell’unicità di ciascuno.
Paradossalmente, i più fra noi hanno dato ragione a Hegel. Con che ragione? Perché non ci basta lo spirito dei quotidiani, che è il dio dell’epoca in cui la scienza della persona vuole ridursi alla sociologia. Quella lettura mattutina non ci ricrea né ci dona a noi stessi.
Se ne vanno da Roma, i capi di Stato e di governo che hanno firmato la Carta dell’Europa. E mentre loro partono, si prepara un altro viaggio verso Roma: quello delle spoglie di Agostino, il miglior fenomenologo dello spirito. Che sosteranno in Vaticano prima di tornare a Pavia, nella bellissima chiesa di San Pietro in Ciel d’oro, a simbolica conclusione dell’anno agostiniano.

10. Ora Montecchi e Capuleti aprano gli occhi

Chissà se i ragazzi, le ragazze d’oggi ne sanno qualcosa dei figli dei fiori, dei vagabondi ragazzi di quarant’anni fa, che cantavano “We shall overcome” e “Fate l’amore, non la guerra ”. Ecco: una canzone, e perfino un ideale, non debbono necessariamente essere intelligenti o far prova di profondità metafisica. Però pensate a come si può banalizzare lo slogan sull’amore e sulla guerra. Chi non sarebbe d’accordo che la prima cosa è meglio della seconda ? Non c’è neppur bisogno di consultare Alberoni. La cosa è tanto ovvia quanto vuota è l’esortazione, se il suo senso è tutto qua: fate una cosa buona e piacevole, non una una cosa dolorosa, sporca e atroce.
E invece no, non è tutto qua. C’è una cosa che perdiamo di vista stando, come facciamo di solito, alla superficie delle parole. Eccola: di tutti i Montecchi, di tutti i Capuleti, Giulietta e Romeo sono i soli che ci vedono. Che si vedono. L’uno vede l’altra per quello che è: lei, come è, nient’altro. La vede nella sua unicità. Nella sua individualità irripetibile e senza eguali. E lei vede lui, allo stesso modo. Se i Montecchi e i Capuleti potessero vedere in ciascun individuo della parte avversa un individuo, svanirebbero le ragioni dell’ostilità reciproca delle parti. Ma tutti gli altri non vedono Tizio, Caio e Sempronio. Vedono in ciascun rappresentante della parte avversa solo l’avversario. Un’astrazione, una generalità. Un universale. In questo senso, i due innamorati sono i soli che hanno gli occhi aperti sulla realtà. Gli altri è come fossero sonnambuli. Non escono dall’universo dei loro fantasmi. Pensate a come gronda di retorica fantastica, da sempre, il linguaggio della guerra. Guerra a universali astratti: al terrorismo, ad esempio, anche se poi le bombe cadono su uomini e pecore individuali. Dizioni collettive: gli ebrei. Gli arabi. I reprobi. Espressioni da fumetto o da medioevo fantascientifico: l’Impero del Male. O anche più crude, da saloon e mezzogiorni di fuoco: gli Stati-canaglia. E quanto fantastiche sono le Entità Avverse, il Nemico, tanto vacue e vaghe sono le Identità tenute insieme da quest’opposizione all’ingrosso. Temibili identità da grossista, declinate sempre al noi (la prima persona plurale non è da sempre il rifugio di chi stenta ad esser persona al singolare?), disperatamente puntellate dal “voi” – voi altri, voi contro cui dobbiamo difenderci. Ecco fatta la menzogna più tronfia e sanguinaria di questi anni: che quello in atto sia un conflitto di civiltà. L’altra volta parlavamo di Hegel, di Heidegger, di quello che intendono loro per “Spirito” e per “Occidente”. Di questa menzogna, hanno colpa anche loro.
Penserete che non è necessario amare per vedere gli individui. È vero. E infatti ci metteremo alla ricerca, da oggi, di quelle forze interne ed esterne che tanto ci offuscano la vista da nasconderci la caratteristica più straordinaria, la sola assoluta, di ciò che siamo – quella comunissima fonte dell’incomparabile valore di ogni vita personale, che è la sua unicità. Abbiamo, oggi, cominciato dalla più cruda di queste forze: l’odio. E quindi, ci perdoni Alberoni, siamo costretti a parlare anche del suo contrario, l’amore. Perché l’amore, in ogni sua forma, resta la sola percezione piena ed evidente, benché anch’essa inadeguata, che ci sia dato sperimentare dell’unicità di un altro. Questa unicità, che altrimenti ci lascia freddi (perché unici siamo tutti, no?) appare all’occhio amorevole per quello che è, la vera radice del valore di ciascuna persona, a prescindere dalle sue qualità, buone e cattive. Si ama qualcuno perché è lui. Non perché è buono, bello, bravo. “Perché era lui, perché ero io” – così Montaigne si spiegava l’amicizia che lo legava a La Boétie. Non è affatto cieco, l’amore, se vede questa cosa che nessuno vede: la tuità di te, ineffabile, senza repliche possibili. Nel linguaggio comune si chiama anima.