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Roberta De Monticelli  

 

D. Hai sviluppato nei tuoi saggi il concetto di “persona”. Nel contesto italiano la tua riflessione potrebbe essere interpretata in direzione del “personalismo”, ad esempio quello con cui Pareyson e altri si opponevano all’idealismo di Croce e Gentile. Come si potrebbe mettere a fuoco la differenza?

R. Sono consapevole del rischio e in genere mi premuro di dire che questa brutta parola “personologia” serve proprio a richiamare l’attenzione sul fatto che non è un personalismo. Il personalismo in genere da noi è interpretato come un’eredità spiritualistica, quindi dualistica, sebbene i personalisti francesi abbiano sviluppato anche altri aspetti, più legati al carattere sociale della persona ecc. Tuttavia il suffisso –ismo mi pare denoti la tendenza a andare in una determinata direzione. In questo senso il personalismo è un pensiero che va dalla parte, giustamente, di valorizzare aspetti, realtà che ci stanno a cuore. Io tento di fare una teoria della persona ed è una cosa diversa. In particolare è una teoria consapevole delle possibilità oggi in dibattito, che sono grosso modo due o tre. Le due classiche, ma oggi più ribadite, sono le posizioni dualistiche e quelle monistiche (in generale riduzionistiche, eliminativistiche ecc.), ossia i due poli del dibattito della mente configuratosi ormai da una decina d’anni. Proprio perché consapevole dei limiti di queste due possibilità, mi è sembrato utile ritradurre tutto il dibattito in termini non tanto di cos’è una mente, che è un oggetto parziale, ma di che cos’è una persona, cioè il suo intero di appartenenza**??. La terza possibilità che si configura oggi mi pare molto feconda: una concezione della realtà fatta per strati. Abbiamo per lo meno un desiderio comune, fra coloro che rappresentano questa posizione: non essere né dualisti né riduzionismi. In questo senso una teoria della persona dovrebbe far leva su una nozione di ascendenza fenomenologica: la nozione husserliana di fondazione: “qualcosa è fondato su qualcos’altro se e solo se ha bisogno di questo qualcos’altro per esistere, ma non si riduce a questo qualcos’altro” Già nella definizione c’è una prospettiva non dualistica, perché qualcosa è fondato su qualcos’altro (ad esempio la mente sul cervello) né riduzionistica. Una teoria della persona ingloba questa nozione.

D. Sul rapporto tra la parola e il fenomeno percettivo esistono due posizioni antitetiche. La prima è la posizione “genetica”: dal fenomeno percettivo - soprattutto percezione dell’altro - alla parola. La seconda intende la percezione come già plasmata dalla parola: il percetto è dato a partire dai concetti verbali. Come ti poni rispetto a queste posizioni?

R. Sono molto più simpatetica con la prima che con la seconda. Forse più che una prospettiva strettamente genetica, io comincerei a proporre come problema il rapporto – usando una terminologia fenomenologica – fra “riempimento intuitivo” e “concettualizzazione”. Così da un lato ne sottolineo l’indipendenza: possiamo pensare senza vedere e anche vedere senza pensare. Dall’altro però sottolineo il fatto che quando vogliamo renderci conto se ciò che abbiamo pensato è vero, dobbiamo pur “riempirlo” di una qualche forma di cognizione diretta. Nella parola “cognizione diretta” includo un po’ tutto quello che si chiama anche intuizione. Però appunto che cosa? “Percezione” in tutte le modalità: visuale, visiva ecc. ma anche quello che si chiama il “sentire”, che magari non dipende da organi specifici, eppure è un modo della cognizione diretta. Io credo quindi anche in quello in cui credeva Gödel: l’intuizione formale del matematico, che pure è una forma di evidenza riempiente.

D. Le tue argomentazioni sono per lo più fondate sul senso comune (modi di dire ecc.), sulla nostra intuizione, gli endoxa, le “opinioni accreditate”; d’altra parte invece – come se controbilanciassi questa tendenza - affermi l’importanza del fare filosofia come cammino individuale. Come stanno insieme queste due cose: la filosofia come cammino individuale non entra prima o poi in conflitto con l’assetto dato degli endoxa, o meglio, delle doxai?

R. Certamente, non solo confligge con questo, ma apparentemente confligge anche con l’istanza fortemente teorica che io do anche al pensare. Io penso che in tutto quello che concerne lo strato di realtà che ci include, la realtà personale in termini fenomenologici, viga un regime di conoscenza che precisamente ho chiamato “personale”. Là dove le Sachen hanno questa caratteristica individualità, il tipo di conoscenza appropriata è individuale. Nell’epistemologia dell’individuale il modo di “riempimento” di una conoscenza di qualcosa di essenzialmente individuale (per esempio un’opera d’arte o una persona) mette in gioco un tipo di cognizione diretta che ha sempre la natura di un cammino. Certo, in certa misura anche la percezione di questo tavolo è qualcosa che perdura: per es. secondo il variare della luce confermo oppure no se è ad es. bianco. Tuttavia nel mettere in atto questo tipo di verifica di conoscenze su individui c’è qualcosa di ancora più simile a un processo, come per es. l’empatia – ne ha parlato anche Laura Boella. La conoscenza personale di una persona è dunque un processo, come la lettura (certamente qualcosa di complesso, perché attiva anche un tipo di conoscenza simbolica, linguistica) che è tipicamente una cognizione diretta. Perché attraverso il momento segnico e simbolico io vengo portata direttamente a contatto con qualche cosa, il cui contatto trasforma me: questo è il punto del cammino. Cosa caratterizza dunque l’epistemologia dell’individuale? Che questa non solo ha sempre una forma di cognizione diretta a riempimento delle tesi, cosa comune anche ad altre forme di conoscenza, ma che questo riempimento ha il carattere del cammino, cioè trasforma me. Immaginiamo un dialogo ideale con le diverse filosofe della differenza sessuale (ti abbiamo visto in disputa reale con Adriana Cavarero). Infatti sembra che nel tuo concetto di “persona” fin dallo strato della percezione, che incapsula in sé tutti gli altri livelli, ci sia già questa dimensione sessuata. Vedendo la singola persona, per es. il suo volto, non puoi astrarre dal suo essere uomo o donna, a differenza di una sedia o d’altro. Qui c’è un livello simbolico della differenza sessuale. Eppure questo è assente nella filosofia tradizionale, anche là dove si parla di corporeità (per es. gli studi di semantica di Lakoff e Johnson). Come ti poni rispetto a questo? La differenza sessuale è per te un problema anche teorico-filosofico oppure unicamente politico, sia pure importante? Forse tenderei a dire che è più politico che teorico. Per un verso negli ultimi anni io ho imparato molto da alcuni filosofi [che poi fossero] donne [era più o meno contingente]. Ho imparato cose che vanno nella direzione di una rivalutazione dell’aspetto diretto della conoscenza e in particolare della componente affettiva. Non solo, ma recentemente ho vissuto immersa nell’universo femminile, ho incontrato persone meravigliose, che mi hanno insegnato molte cose, anche in altri campi di ricerca, ad es. il mio ultimo incontro veramente decisivo è quello con Margherita Pieracci Harwell, la Mita di Cristina Campo, che vive e insegna a Chicago letteratura italiana. Lei non ha mai teorizzato la differenza sessuale, eppure ha scritto pagine illuminanti su alcune delle nostre scrittrici migliori, la Ortese, la Banti, la Morante, la Guidacci. Bellissime pagine in cui la grazia, la levità, la capacità d’ascolto, questo “supplemento d’anima” - tutto ciò che in fondo dovremmo rappresentare a questo mondo - viene fuori così bene. Quindi c’è qualcosa di vero, di importante in un nostro modo d’essere, che è anche un modo di pensare, di focalizzare certi problemi piuttosto che altri. Io però non ho mai tematizzato questo, al punto che una volta Luisa Muraro, che io invitai a Ginevra, disse: “ma questa è una cosa mostruosa! Un libro intero sulla identità personale in cui non c’è una sola parola della differenza” Effettivamente non aveva mica torto! Allora io me la sono cavata così: sì la differenza fra lui e me è un dato anche sensibile, ma io ho basato tutta la mia ricerca sul concetto di ulteriorità. Importantissimo è sì ciò che si vede, ma perché ci avvia verso ciò che non si vede. Allora quando noi andiamo oltre ciò che si vede, nella trascendenza di ciascuno di noi, l’essere sessuato quanto a lungo persiste? Secondo me persiste abbastanza a lungo. Tuttavia la mia teoria è che il sentire - il luogo di costituzione dell’individualità personale - comincia a diventare personale a livello dei sentimenti. Una cosa è che ci sia un essere sessuati, il fatto che io possa provare un sentimento amoroso per un sesso piuttosto che per un altro o viceversa, altra cosa è invece il complesso della dimensione affettiva dei sentimenti. Oltre la battuta che gli uomini non hanno anima è difficile andare! Mi sembra un terreno interessante e pericoloso, pericoloso perché purtroppo si presta moltissimo alla tendenza. La tesi fondamentale del mio ultimo libro L’ordine del cuore è che l’affettività si riduce a due componenti: una è il sentire, l’altra è il tendere, una è quella recettiva, l’altra è il vettore d’azione. Sono entrambe importanti, solo che l’una, il sentire, è per me fondante rispetto all’altra, la tendenza. In questi discorsi sul nostro essere (femminile) c’è a volte alla base una sorta di molla rivendicativa, che è sacrosanta sul piano politico. Però non si possono fare insieme due cose: stare fermi a guardare e andare da una parte. Molto spesso per raggiungere qualche verità bisogna stare fermi, viceversa per raggiungere qualche risultato bisogna muoversi. E’ quello che a volte un poco mi sconcerta: io prendo il discorso su un piano, quello dello stare fermi a guardare, e invece una certa platea educata a prenderlo su un altro, vuole subito andare da una parte. Allora c’è uno sfasamento. Perché capisco che è sacrosanta la lotta, però le due cose insieme non riesco a vederle.

D. Un capitolo del tuo ultimo libro è dedicato all’attenzione. L’importanza che dai all’attenzione richiama alla mente le grandi tradizioni spirituali, con le loro pratiche concrete di meditazione, di esercizi spirituali , che sono in fondo vere e proprie fenomenologie. Ti ha ispirato tutto ciò?

R. Ho sempre pensato che la filosofia fosse questa strana cosa a due gambe, teorica e spirituale, senza le quali non è tutta se stessa. E’ difficile tenere questo equilibrio, ma è necessario che ci siano entrambe. Allora ad es. nel mio ultimo libro, mi sono resa conto che è difficilissimo parlare con un po’ di spirito dello spirito o dello spirituale. Per farlo bisogna forse uscire dal regime dell’argomentazione, del logos argomentato, della giustificazione, perché il regime del discorso razionale fa parte di quella sfera, importantissima, della vita personale che è la sfera della motivazione. Però c’è anche un “sotto” e un “sopra”. La sfera “sotto” la motivazione, per cui ad es. la digestione non è un processo spiegabile in termini di motivazione (anche se è fondante: se non ci fosse, se io non digerissi, neanche penserei). Poi c’è la sfera “sopra” la motivazione: questa è la sfera della gratuità e dell’apertura personale a questa “x”, in termini tradizionali anche il “divino” (lo si può intendere in tantissimi modi, minori, maggiori ecc.) “Ci sono più cose fra il cielo e la terra di quante stiano nella filosofia”. Ora la cosa più difficile è fare attenzione a dare alla filosofia tutto quello che può fare, compreso forse arrivare a questi limiti dove si mostra che c’è altro dal discorso razionale motivato. Lì comincia quello che forse Adriana Cavarero chiamerebbe il canto, e il canto tanto più è una vera festa e un vero riposo rispetto al lavoro filosofico, quanto più il lavoro filosofico c’è stato. I mistici distinguevano fra meditazione e contemplazione, cioè fra il lavoro anche fumigante, faticoso - leggere, rimuginare, assimilare - e poi questo distendersi nel vedere, nell’essere toccati da qualcos’altro. Alcune pensatrici hanno mostrato che quanto prima si fa cessare il regime dello sforzo e della volontà, tanto più si avranno “doni di grazia”. Io spero che sia vero, ad es. nella teoria dell’attenzione di Simone Weil il suo sforzo consisteva nel mostrare che la soluzione di un problema non va tanto cercata, ma bisogna aspettarla: il contrario dell’attenzione infatti è la faccia tesa, l’attenzione è davvero distensione. Questo è un paradosso, ma tutto ciò che fa parte dello spirito è paradossale. Ora avendo messo in gioco queste due dimensioni, l’essenziale è riconoscere che c’è qualcosa probabilmente oltre la nostra argomentazione razionale ed è il paradosso. Il paradosso è ciò in cui si manifesta quella x, che possiamo chiamare in tanti modi: “vento”, “soffio” o “spirito” … e anche “Dio” se vogliamo.

D. La fenomenologia è feconda, tra le tante altre cose, anche perché è attenzione al momento presente, proprio come avviene in diverse tradizioni spirituali.

R. E’ molto bella questa cosa del presente. Nella filosofia di lontana o vicina matrice heideggeriana quando si parla di “presente”, “presenza” sembra che ciò sia quasi un insulto. Ed è questo il punto strano: da una certa tradizione heideggeriana il presente non è inteso nella sua natura di origine. Quando ad es. il fenomenologo parla dell’”originario”, questo non è mai “dietro”. L’origine è semplicemente l’originale, la cosa data qui e ora. A proposito della rilevanza spirituale del presente, uno dei libri più belli che ho letto (consigliatomi da Margherita Pieracci Harwell) è un trattatello settecentesco del gesuita Jean Pierre de Caussade, L’abbandono alla provvidenza divina. E’ una serie di meditazioni spirituali sul presente ed è veramente straordinario (tra l’altro nell’edizione Astrolabio c’era una prefazione di Bernhard, un grande psicologo del profondo junghiano). Sull’importanza del presente mi pare poi che la cosa più bella l’abbia detta un poeta: “il punto pullulante dell’origine continua”. Questo è Mario Luzi, ma potrebbe essere Edmund Husserl!

D. Allora fare filosofia non è più un fare storia…

R. Ah no, certamente, non raccontatemi storie! Fare filosofia non è sempre stare a riportare cosa hanno detto gli altri. Ed effettivamente questo è un discorso molto complesso, che nel nostro dna di filosofi quasi non c’è più: “di cosa ti occupi?” Ci si aspetta sempre che uno risponda di Tizio, Caio, dei nomi di persone insomma. “No, ma di quali problemi?” Questo gli scienziati lo sanno meglio…

D. Un’ultima domanda sul rapporto tra università e donne. Tu hai avuto esperienze universitarie in Italia e all’estero e ora da anni insegni in un’università, dove sei succeduta a una donna, Jeanne Hersch, che non faceva filosofia in un modo accademico tradizionale. Potresti dirci qualcosa su questa felice occasione di una genealogia femminile?

R. Ci sono a volte delle astuzie della ragione. E’ molto semplice la ragione per cui fui nominata a Ginevra. La commissione non volendo problemi con le quote, mi mise nella seconda posizione come fiore all’occhiello. Solo che il primo rinunciò e quindi mi dovettero tenere! Jeanne Hersch è un filosofa da rivalutare, che ha potentemente vissuto la sua femminilità in filosofia, anche lei senza troppo teorizzarla. Ha scritto anche un bellissimo romanzo d’amore Temps alternés. Di lei è così straordinariamente qualificante, ancora a proposito della differenza anche nel pensiero, che dappertutto ha sentito l’esigenza di fare ordine. Infatti si è sempre presentata come una “casalinga del pensare”, una vieille ménagère. Per esempio ha fatto ordine nelle migliaia di pagine, spesso francamente lussureggianti, del suo maestro Karl Jaspers. Ma ha fatto di più. Ha percepito in ogni cosa visibile un esempio di forma. La sua è una filosofia dei contorni, tutto ciò che esiste, esiste in modo finito e senza contorni non esisterebbe. In quel suo bellissimo testo Dieu contre Dieu, afferma che Dio per creare il mondo deve introdurre un po’ di niente in sé, altrimenti non riesce a staccarselo da sé. Tutto l’essere si agglutina: cerca di creare l’albero, un bellissimo albero, che sorge dalla sua mano, poi oscilla un attimo, e subito reimplode in Dio. Solo soffrendo, perché non ce la fa a creare, Dio vive un attimo di mancanza e finalmente ecco: l’albero c’è! 

(Il colloquio si è svolto il 20 settembre 2003 a Modena. Il testo dell’intervista è stato redatto da Paloma Brook)