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La risposta


Alla scuola di Gesù /5

Elizabeth E. Green

(NPG 2008-05-37)


E ora, caro lettore, cara lettrice, è arrivato il momento di rispondere. Dio ci chiama. Qual è la nostra risposta? Forse avremmo voluto rimandare questo momento, tergiversare, prendere ancora del tempo. Forse ci sentiamo in difficoltà, un po’ combattuti. Eppure nel nostro intimo sappiamo che, prima o poi bisogna decidersi!
Da un lato, la proposta divina è estremamente invitante, coinvolgente, entusiasmante. Dio ha un piano per me! Dio vuole che io lo aiuti, insieme ad altri e altre a realizzare il suo sogno! E che sogno! Le parole di amore, di giustizia, di perdono, di solidarietà, di pace, di libertà toccano in me corde profonde, si rivestono di tutti i colori dell’arcobaleno per danzare e cantare e costruire un’umanità riconciliata e un mondo nuovo. Sì, vale la pena, lasciare tutto per seguire Gesù e vivere il suo regno. Mi ci butto! Eccoci un po’ come l’uomo che dopo aver trovato un tesoro nascosto nel campo, lo nasconde, e va e vende tutto quello che ha pur di comperare quel campo. Perché? Per “la gioia che ne ha” (Mt 13, 44). Ci lasciamo trascinare dalla gioia, dall’entusiasmo, dalla meraviglia di aver trovato un tale tesoro e, senza pensarci due volte vendiamo tutto, rinunciamo a tutto pur di seguire Gesù. In questa piccola parabola, però, non viene raccontato ciò che accade il giorno dopo o come reagiscono i familiari alla decisione dell’uomo. Certo, perché la parabola stessa vuole spingerci ad una risposta positiva alla chiamata divina.
Dall’altro lato, però, Gesù stesso scoraggia delle risposte avventate alla sua chiamata. Anzi, prima di metterci in marcia il maestro ci chiede di sedere un attimino e valutare bene la nostra risposta. Altro che rispondere sulla scia di un entusiasmo facile, Gesù vuole che comprendiamo bene di che si tratta, ciò che ci viene richiesto. Se no, rischiamo di diventare come un costruttore costretto a lasciare il suo edificio a metà per mancanza di fondi o come un re costretto a trattare la pace perché incapace di vincere la guerra da lui dichiarata (Lc 14, 28-32). Sappiamo bene che cosa voleva dire Gesù, il nostro paese è fin troppo pieno di strade e ospedali lasciati a metà per aggiungerne altri e basta guardare l’Iraq per non metterci (metaforicamente) in una guerra che non siamo in grado di vincere.

Entusiasti e impauriti

Eccoci qua, allora entusiasti, avvinti da una parte, ma impauriti, persino recalcitranti dall’altra. Allora, siamo in buona compagnia, perché nelle scritture quasi ogniqualvolta che Dio chiama qualcuno (o qualcuna ma purtroppo abbiamo pochissimi racconti di chiamata al femminile), quella persona ha da obiettare qualcosa. Prendiamo il profeta che ha dato il suo nome al libro di Isaia. Prima di rispondere alla chiamata divina (“Chi manderò?”), Isaia è colto da un fortissimo senso della sua inadeguatezza, consapevole di essere indegno di stare alla presenza del Signore, “Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo delle labbra impure” (Is 6,5). Dio dovrà togliere quel senso di inadeguatezza prima che Isaia possa rispondere alla chiamata divina “purificando le sue labbra e togliendo la sua iniquità”. Solo allora, quando Dio cerca chi può mandare al suo popolo Isaia è in grado di rispondere: “Eccomi, manda me!” (Is 6,8).
O prendiamo Geremia, per il quale Dio aveva un piano persino prima che Geremia fosse concepito: “Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre… io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni” (Ger 1,5). Geremia, però, non ne è molto d’accordo, si ritiene troppo giovane per assumere tale incarico, non si sente all’altezza soprattutto perché non sa parlare. Sembra che il Signore non voglia sapere delle titubanze di Geremia: “Non dire ‘Sono un ragazzo’ perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò”. Allo stesso tempo, però, Dio viene incontro le obiezioni del ragazzo promettendo di accompagnarlo in questa impresa, liberandolo e dandogli le parole giuste al momento giusto (Ger 1, 7-10).
In alti casi le obiezioni sollevate alla chiamata di Dio sono tali da rendere lunga e persino dolorosa la risposta positiva. Giona, per esempio, non aveva nessuna voglia di portare avanti il sogno di Dio e fece esattamente l’opposto di ciò che Dio gli aveva chiesto. Pur di fuggire alla sua chiamata prese una nave diretta a Tarsis invece di andare in Babilonia. Ci vorrà un naufragio e il drammatico episodio del pesce in cui ventre Giona rimase tre giorni e tre notti (ci ricorda qualcosa?) prima che Giona, interpellata una seconda volta accetti la chiamata del Signore. Anche Zaccaria ha da obiettare alla sua chiamata. Nonostante gli illustri precedenti (basti pensare ad Abramo e Sara), Zaccaria ritiene che sia lui sia sua moglie Elisabetta siano troppo vecchi per partecipare al sogno divino. Ci vorrà ben nove mesi di silenzio prima che Zaccaria assuma pienamente la sua vocazione. Vediamo, quindi, che dubbi e tentennamenti circa la chiamata divina sono all’ordine del giorno; tuttavia, l’esempio più eclatante a proposito è proprio il grande Mosé.
Come abbiamo già avuto occasione di vedere, apparendo a Mosè nel pruno ardente Dio gli fa partecipe del suo sogno: liberare Israele dall’oppressione d’Egitto. Dio si è lasciato così tanto commuovere dalle grida di sofferenza provenienti dal popolo d’ Israele che ha deciso di “liberarlo dalla mano degli Egiziani” (Es 3,8). Solo che per liberarlo Dio, come sempre, interverrà per interposta persona inviando Mosè: “Or dunque va, io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire da Egitto il mio popolo” (Es 3,10). Mosè naturalmente non si sente all’altezza di siffatto compito e domanda: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire da Egitto i figli d’Israele?” A tale obiezione il Signore risponde promettendo a Mosè di accompagnarlo nella sua impresa: “Va’, perché io sarò con te” (Es 3, 12). Tuttavia sembra che per Mosé (il quale sta mentalmente anticipando i problemi che avrà d’affrontare) questo non basta; chiede, quindi, a Dio di definirsi meglio. Se, quando Mosè andrà da Israele dicendo, “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, gli Israeliti gli chiedono “Qual è il suo nome?”, egli che cosa dovrà rispondere? Segue una lunga risposta da parte di Dio in cui non solo Dio si rivela come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe ossia l’“Io sono”, ma dà a Mosè ancora delle istruzioni dettagliate circa ciò che dovrà fare. Mosè, però, non ne è ancora convinto. E se gli Israeliti non dovessero credere che Dio gli sia veramente apparso, allora che cosa dovrebbe fare? Se dovessero pensare che sia un impostore, un fanfarone? Quali sono le sue credenziali? Mosè è assalito da dubbi. Il Signore risponde a questa obiezione dando a Mosè tre segni, sicuri di convincere qualsiasi oppositore. Sembrerebbe che il nostro uomo fosse pronto. Ora sì potrà rispondere alla chiamata divina.
Eppure non è così; c’è un altro inghippo da superare, come Geremia, Mosè non si considera un oratore, non sa mettere insieme due parole. E se non sa parlare come farà a convincere il faraone a liberare il popolo? La risposta di Dio non si fa attendere, ancora una volta Dio risponde alla difficoltà di Mosè promettendo di diventare Lui la sua bocca, cioè rendendo Mosè in grado di vincere il suo handicap e parlare. Sembra che Mosè proprio non ne voglia sapere. Cerca in ogni modo di sottrarsi alla chiamata di Dio. Lancia un ultimo grido disperato: “Ti prego, Signore, manda il tuo messaggio per mezzo di chi vorrai!” Altro che Isaia, “Eccomi, manda me”! Mosè vuole svignarsela definitivamente supplicando Dio di mandare un altro al posto suo. A questo punto il Signore sta per perdere la pazienza, tuttavia anche questa volta accontenta Mosè mandando insieme a lui suo fratello Aronne, lavoreranno entrambi sostenuti da Dio stesso: “Io sarò con la tua bocca e con la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare” (Es 4,15). Non resta altro a Mosè che mettersi in cammino in risposta alla chiamata divina.
Da questi brani che cosa abbiamo imparato? Prima di tutto, se abbiamo dei dubbi e siamo titubanti davanti alla chiamata di Dio, che siamo nella norma! La stessa grandezza di Dio nonché l’immensità del suo sogno non possono che farci sentire inadeguati. Ma questo, stranamente è proprio il punto perché, in secondo luogo, Dio non ha bisogno di eroi e eroine ma di persone come Mosè, come Agar, come Geremia, come Giona, come Zaccaria, come Maria, Pietro, Lidia ossia di persone come noi, con le nostre perplessità, le nostre difficoltà ma anche con il nostro slancio, la nostra forza, la nostra disponibilità! Dio cioè ha bisogno di persone che rispondono in modo positivo alla sua chiamata, un passo alla volta. Come l’unica cosa che doveva fare Paolo era alzarsi e andare a Damasco così anche Mosè pur chiamato a portare Israele fuori dall’Egitto, doveva solo cominciare andando da suo suocero per dirgli che se ne andava un passo alla volta, appunto. Infine, vediamo che il Dio che ci chiama ci ascolta e prende su serio le obiezioni che possiamo sollevare. Dio, infatti, viene incontro alle nostre difficoltà e al momento giusto dà tutto ciò che ci serve per rispondere in modo positivo alla chiamata che Egli ci rivolge. In altre parole, come ha promesso a Mosè, a Giosuè, a Geremia e a tutti i suoi discepoli e discepole lungo la storia, Dio continua a dire “Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai” (Gs 1,9).
“Ti chiama con amore” dice un canto, “rispondigli, rispondigli, rispondigli di sì”! Dio ci chiama, Gesù ci invita a seguirlo ma nessuno ci costringe a farlo. Davanti a Dio siamo liberi, liberi di accettare, libere di discutere, liberi di rifiutare, liberi di rimandare, liberi di fuggire, liberi di dire di no e poi cambiare idea. E’ il messaggio di una delle parabole raccontate da Gesù, un padre chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo dice che ci andrà ma non ci va, il secondo non ha nessuna voglia, rifiuta ma poi cambia idea e ci va. “Quale dei due fece la volontà del padre?” chiede Gesù. La risposta è chiaramente “L’ultimo” (Mt 21,31). Di questo si tratta, per usare una parola decisamente fuori moda ma in questo contesto difficilmente evitabile: ubbidire alla chiamata divina.

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