Perché la bellezza

ci affascina?

Charles Pépin

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La morte e la bellezza son due cose profonde
Piene d'ombra e d'azzurro: le diresti
Due sorelle ugualmente tremende e feconde
Con uno stesso enigma e uno stesso segreto.
VICTOR HUGO

Nel quadro di David, Marat è stato appena assassinato. Sul suo torso pallido, disteso nella vasca, c'è una rossa macchia di sangue. Sul volto del rivoluzionario, rovesciato all'indietro, la pace prevale ormai sulla sofferenza. In questa sala del Louvre un uomo è in piedi, immobile, di fronte al quadro di David – assorto, come rapito. Che cosa desidera, in questo preciso istante? Compiere un omicidio? Morire anche lui per un'idea? Fare bella figura in società parlando dell'Assassinio di Marat del pittore David? No, vuole solo una cosa: continuare a guardare quelle forme e quei colori.
Dire "è bello" significa essere appagati. È così, del resto, che si può definire il piacere estetico: la contemplazione di un'opera d'arte, di un paesaggio, di un corpo o di un volto ci appaga. Non chiediamo niente di più.
Forse quell'uomo ha appuntamento con una donna che si è soffermata, nel giardino delle Tuileries, davanti alla bellezza di un altro uomo. Anche lei, se la bellezza di quel passante la affascina veramente, aspira ad una cosa sola, che non è sedurlo, e neppure conoscerlo, ma semplicemente guardarlo ancora. Può darsi, certo, che faccia qualcosa per rivolgergli la parola, che cerchi una frase capace di farlo sorridere, ma questo sarà appunto il segno del suo ritorno alla vita normale, ossia la fine di quella che la filosofia, con un termine significativo, chiama la soddisfazione estetica.
Che cosa, esattamente, viene soddisfatto nell'uomo quando la bellezza, come in questi casi, lo costringe a non staccare più lo sguardo? Di che natura è il piacere che ne ricava?
È di ordine sensuale? Non del tutto, e comunque non unicamente. È vero che l'arte viene sempre percepita attraverso uno dei nostri sensi, di solito la vista o l'udito. Ma il piacere estetico che la contemplazione del quadro di David procura a quell'uomo non è dello stesso ordine del piacere sensuale che gli darebbe, ad esempio, un massaggio. La sua emozione estetica non si limita al piacere degli occhi. Quindi è di altra natura.
Possiamo dire allora che è di tipo intellettuale? Neanche questo è del tutto vero. Non c'è bisogno di ragionamenti, o di nozioni storiche, per trovare bello quel quadro. Probabilmente, al piacere dell'uomo che guarda non è estranea la riflessione: magari pensa al coraggio rivoluzionario, alla libertà o alla morte, ma neanche queste idee sono decisive ai fini del suo piacere estetico. Non sarebbe affascinato in questo modo leggendo la pagina di un libro di storia che parla dell'assassinio di Marat. Indubbiamente, la sua soddisfazione estetica non è puramente intellettuale.
Quel che più turba è che la bellezza ci affascina senza darci nulla di ciò che abitualmente cerchiamo: né la soddisfazione intellettuale né il piacere sensuale, e ancor meno la ricchezza, il potere o la felicità, quello stato durevole al quale diciamo di aspirare. Più esattamente, nell'istante stesso in cui la bellezza ci coglie di sorpresa, quando una certa melodia esce dall'autoradio o in cielo all'improvviso si fondono certi colori, noi non le chiediamo niente di ciò che di solito cerchiamo. Come se la bellezza ci rivelasse che in realtà aspiriamo a cose diverse da quelle che inseguiamo tutti i giorni. Come se, ossessionati come siamo dalla nostra figura sociale e dal nostro riconoscimento da parte degli altri, approfittassimo della bellezza per essere finalmente presenti a noi stessi.
Resta da scoprire, quindi, che cosa venga soddisfatto nell'uomo, visto che non si tratta né solo della sua sensibilità né solo del suo spirito. Sono forse le due cose insieme? E in che modo la bellezza avrebbe questo potere di riconciliare in noi il corpo e lo spirito?

Ad un primo esame, la bellezza di un capolavoro o di un paesaggio è solo superficiale: è la bellezza dell'apparenza, della "superficie", semplice questione di colori, di proporzioni... Se dovessimo dare una definizione della bellezza, non potremmo aggiungere gran che: essa rimanda a forme che una persona trova belle senza sapere il perché.
Ed ecco l'enigma: se la bellezza ci affascina (dal latino fascinum: incantesimo, maleficio), è perché ha su di noi un potere reale. Ora, questo potere non può che venirle dalla forma – dalla "bella" forma. Noi, animali umani, ci vantiamo di vivere per dei valori, delle idee... Sosteniamo di essere superiori agli altri esseri viventi in virtù della nostra ragione o del nostro linguaggio, eppure una semplice forma, per il semplice fatto che è bella, ha il potere di affascinarci.

Come può la forma, che è inevitabilmente superficiale, toccarci così profondamente?

1. La bellezza ci affascina perché ci riconcilia con noi stessi

La nostra vita quotidiana è intessuta di piccole lacerazioni, di conflitti interiori. Un altro bicchiere di vino? Ed è il desiderio contro la volontà. Voglia di vendetta? Ed è l'impulso contro la ragione, il riflesso contro la riflessione. I giudizi che alla fine esprimiamo attestano la vittoria di una parte di noi su un'altra. "Va bene", pensiamo portando alle labbra un altro bicchiere di borgogna: i sensi, in un ultimo slancio, hanno trionfato sulla ragione. "Ho fatto male", constatiamo subito dopo: la ragione ha determinato il giudizio finale. Allora posiamo il bicchiere sul tavolo, e ammiriamo il colore del vino, che trattiene la luce: "È bello", diciamo fra noi; e qui c'è una differenza. Perché questo giudizio estetico non è un giudizio come gli altri: non proviene né dalla vittoria dei sensi né dal trionfo della ragione, non è l'esito di un nostro conflitto interiore, ma, al contrario, di un'interna armonia. Non è una parte di me, a decidere che è bello. È proprio perché in me non ci sono più "parti", che lo trovo bello. Ecco perché la bellezza ci affascina: ci riconcilia con noi stessi.
Quando mi fermo rapito alla vista delle montagne che escono all'improvviso dalla nebbia, o mi colpisce la melodia di una canzone di David Bowie, mi sento in accordo con me stesso. Provo un'impressione di pienezza, come se, dentro di me, la lotta che mi lacera senza sosta miracolosamente finisse. Grazie al piacere estetico, posso finalmente lasciarmi andare. È in questo senso che mi trovo riconciliato con me stesso.
Certo, può capitarci di vivere pienamente alcuni momenti "non estetici" – quando abbiamo una soddisfazione professionale, quando facciamo l'amore – senza sperimentare alcun conflitto interiore fra ragione e sentimento. Ma c'è sempre, comunque, in noi una facoltà che prevale: la ragione nella soddisfazione professionale, il sentimento nella soddisfazione sessuale. La singolarità del piacere estetico non consiste solo nel fatto che non c'è più conflitto, in noi, fra sentimento e ragione, ma soprattutto nel fatto che essi ci appaiono su un piede di parità.
Torniamo all'esempio del piacere estetico provato ascoltando una canzone di David Bowie. Se prevalesse la sensibilità, vorrebbe dire che il mio gusto per questa canzone è determinato dal fattore della "gradevolezza d'ascolto". Se prevalesse la ragione, vorrebbe dire che il mio gradimento si basa su conoscenze musicologiche e sulla comprensione del testo. Nei due casi il piacere non sarebbe, a ben vedere, estetico, bensì sensuale oppure intellettuale. Allora la pista da battere è quella che cerca l'origine del piacere estetico nella riconciliazione fra la nostra sensibilità e la nostra mente, nel loro accordo: perché forse il nostro piacere sta in entrambi, o in qualche luogo tra i due, nel loro dialogo armonioso, che ha tutta l'aria di fare a meno della nostra volontà, e in cui nessuna delle due voci è più forte dell'altra.
"Il bello è sempre strano", scriveva Baudelaire, per evocare questa condizione alla quale non siamo abituati.
Non siamo abituati a sentir cessare il conflitto: di qui la sensazione, effettivamente strana, di pienezza esistenziale. La bellezza ci affascina perché instaura in noi la pace, o piuttosto una tregua che vorremmo prolungare.' Essa dura soltanto finché dura l'esperienza estetica, e tuttavia somiglia all'eternità. C'è di che restare affascinati, tanto più che non abbiamo fatto nulla perché ciò avvenisse. Eravamo bloccati in un ingorgo del traffico, e improvvisamente è arrivata la voce di David Bowie. La bellezza ci sorprende: in noi cessa ogni conflitto e rimane solo questa evidenza, attestata dalla nostra interna armonia. Bello. Quello che ci affascina, allora, è il fatto che non ce l'aspettavamo, e che non c'è discussione possibile. Niente dibattito. Intendiamoci: è dentro di noi che non c'è più dibattito.
Quello che ci affascina è forse che l'artista sia riuscito a creare quest'opera; ma è anche ciò che la sua opera riesce a creare dentro di noi, lo stato in cui ci mette.
Del resto, questo stato è l'unico criterio di cui disponiamo per decidere in merito al bello. Le varie epoche hanno visto succedersi vari criteri di bellezza e regole dell'arte. Questa relatività dei criteri depone evidentemente a favore dell'assenza di un criterio oggettivo di bellezza. Oggi possiamo trovare bella una statua di Apollo, fedele alle regole greche della proporzione, e un quadro espressionista, come Il grido di Munch, che obbedisce ad un criterio di sproporzione esattamente opposto. Quanto alla bellezza naturale, un criterio per giudicarla non c'è mai stato. Il solo criterio è la nostra soggettività: l'effetto che ha su di noi. Io riconosco la bellezza quando il soggetto che io sono è finalmente riconciliato con se stesso. E il segno di questa riconciliazione, è l'impressione di pienezza.
Una tradizione filosofica occidentale, tuttora dominante, presenta il soggetto umano come un essere duale, ossia lacerato: così, secondo Cartesio, la libertà [1] è l'indipendenza della coscienza rispetto al corpo, e la morale, secondo Kant [2], è lo svincolamento della ragione dal corpo. Grazie alla bellezza, il soggetto può trovarsi riunificato. La fascinazione è duplice. Da un lato, la bellezza ci fa esistere in modo unico, finalmente pieno e riconciliato. Dall'altro lato siamo noi che, in qualche modo, facciamo esistere la bellezza, giacché essa non esiste per la sua conformità a criteri oggettivi esterni, ma unicamente attraverso il nostro, interiore piacere estetico. Per mezzo dell'esperienza estetica, noi sperimentiamo quindi anche il nostro potere di "invenzione": non è solo l'artista che crea, anch'io invento il mio criterio del bello. Per trovare bella la montagna Sainte-Victoire dipinta da Cézanne, non serve a nulla avere una lunga consuetudine con le passeggiate in montagna e riconoscere nel quadro paesaggi, colori e impressioni. Non serve a nulla neppure conoscere la storia dell'arte, e il ruolo di rottura che avuto in essa l'impressionismo. Basta semplicemente provare, davanti al quadro, questa armonia interiore, questa impressione di essere chiamati lì con tutto il nostro essere, di sentire dentro di sé la propria natura umana riconciliata, pacificata. La bellezza cí affascina perché ci permette di provare intimamente la nostra libertà di giudizio: noi non cerchiamo le ragioni del nostro giudizio in nessun altro luogo che non sia la nostra natura, e soprattutto il nostro piacere. Affermare "è bello" significa allo stesso tempo affermare se stessi.
Passiamo la vita a dubitare, anche di noi stessi, ed ecco che di fronte al bello ci coglie l'evidenza. È bello, non si discute! Ciò che ci affascina, quindi, è anche quello che potremmo chiamare il risveglio del nostro "autoritarismo". Proprio quando non disponiamo di alcun argomento oggettivo, affermiamo una verità generale: è bello. Alcuni trovano insipida la musica di David Bowie, e sarà pressoché impossibile convincerli del contrario. Ma il loro giudizio non intacca minimamente il mio; lascia intatta la mia certezza soggettiva.
La nostra libertà di giudizio è tale che possiamo trovare bella qualsiasi cosa, ed è anche questo che ci affascina: dal momento che la bellezza non rimanda ad una caratteristica dell'oggetto stesso, cioè ad un criterio oggettivo, ma ad uno stato interno, soggettivo, del nostro essere, qualunque stimolo può essere per noi occasione di piacere estetico. Fiori di campo, ruderi, Cristo in croce, un uomo assassinato... Può trattarsi di cose banali, tristi o violente, ma la banalità, la tristezza o la violenza, rappresentate in un certo modo, possono creare in noi quell'armonia interiore.
Un carattere tipico di questa "strana" esperienza estetica è che non la si comprende. Non si capisce che cosa ci succede. Se infatti capissimo troppo la bellezza, allora l'armonia interiore del nostro essere, e con essa la nostra soddisfazione estetica, diventerebbero impossibili, perché in noi l'intelligenza avrebbe il predominio sulla sensibilità.
Ecco perché la bellezza, per essere affascinante, deve anche sorprenderci. Deve essere originale. Quel giallo insieme solare e verdastro del Caffé notturno di Van Gogh, in effetti, non l'avevamo mai visto. La voce di David Bowie che canta Fascination, non l'avevamo mai sentita. Quella riconciliazione "strana" sembra aver bisogno, per verificarsi, dell'effetto sorpresa [3]. La vera esperienza estetica, per chi va al Louvre con l'intenzione di ammirare i pittori fiamminghi, verrà quindi più facilmente se, persa la strada, s'imbatterà a sorpresa nel Marat di David. Anche in questo caso, le sue aspettative riguardo ai pittori fiamminghi, e tutto ciò che ne ha sentito dire, rischiano di indurre una prevalenza dello spirito sulla sensibilità. Del resto, i surrealisti [4] hanno teorizzato la sorpresa come condizione della bellezza: la sorpresa crea una rottura con quelle abitudini sociali o intellettuali che ci separano da noi stessi, dalla nostra verità, quella verità che sorge appunto nell'istante di questa "strana" riconciliazione. In altre parole, non è cercando la verità che la si trova, ma è solo cadendoci sopra per caso che la si trova, trovando se stessi [5]. In sintesi: la bellezza ci affascina perché non è compresa, e perché è una sorpresa.

Queste condizioni – assenza di un'intenzione decifrabile, originalità... – sono soddisfatte solo dal capolavoro di un genio o dalla bellezza naturale. Difficile, in effetti, trovarsi davanti all'opera di un artista di media levatura senza pensare a quello che ha "voluto dire". Il genio, invece, non  è in grado di dire esattamente da dove venga la sua arte, e tanto meno di ridurla all'applicazione di certe regole [6]. E noi neppure, ovviamente. Proprio perché non leggiamo in esse alcuna chiara intenzione, di fronte alle opere dei geni siamo come davanti alle bellezze della natura: affascinati. Queste opere, sorte da non si sa cosa, hanno il potere di riconciliarci con noi stessi [7]. Ecco perché, quando un quadro di Dürer o una poesia di Rimbaud ci colpiscono per la loro bellezza, e ci offrono questa certezza di poter finalmente esistere, noi proviamo un'immensa gratitudine per il loro creatore. Poiché quella che ci hanno offerto è l'occasione di vivere la nostra natura umana non più, come accade tutti i giorni, nella forma lacerante del conflitto fra il corpo e lo spirito, ma nella sua forma riconciliata. E mentre il conflitto può assumere una forma diversa in ogni individuo e in ogni singolo istante, questa riconciliazione fa emergere la natura umana in ciò che essa ha di universale – in ciò che abbiamo in comune con gli altri uomini. Il che significa che questa riconciliazione è possibile in ciascuno di noi. Noi lo sentiamo, ed è anche questo ad affascinarci.
Si chiarisce così il nostro "autoritarismo": infatti, quando diciamo "È bello" non diciamo "Mi piace", bensì "Questo è bello", ossia, implicitamente, "Questo è bello per tutti". Non, però, nell'intento di imporre agli altri la nostra visione. È come se questa riconciliazione, che avviene alla radice della nostra natura, ci suggerisse di riconciliarci anche con gli altri. La bellezza crea in noi, insieme a questa armonia interiore, quello slancio verso gli altri che tutti proviamo quando ci capita di desiderare che gli altri condividano il nostro gusto. È un'esperienza frequente: la bellezza di un brano musicale ci colpisce, ma l'amico accanto a noi rimane insensibile. Abbiamo l'impressione che gli manchi qualcosa di essenziale. Non capiamo come il suo giudizio possa essere diverso. Questo muro, che in tal modo sorge fra noi, ci addolora. Dentro di noi avremmo voglia che l'altro fosse d'accordo, che la bellezza ci mettesse d'accordo. E non c'è niente che si opponga a questo accordo tra gli uomini in merito al bello. Se l'apprezzamento della bellezza fosse solo questione di sensibilità, d'intelligenza o di "bagaglio culturale", effettivamente sorgerebbero frontiere tra gli individui (alcuni sono più o meno sensibili, altri più o meno colti). Ma poiché esso non dipende dallo sviluppo particolare di una di queste dimensioni umane, bensì solo dall'accordo, possibile in ogni uomo, fra sensibilità e spirito – poiché, insomma, esso mette in gioco la natura umana, e non la cultura –, esiste la possibilità di immaginare una comunione universale degli uomini di fronte al bello. I capolavori potrebbero essere definiti come le opere che hanno il potere di riconciliare ciascuno con se stesso, e gli uomini fra loro.
Quello che ci affascina è tutto ciò che la bellezza fa nascere in noi: il sentimento di esistere pienamente, e lo slancio verso l'altro. Di fronte al bello, il triste detto "Ognuno ha i suoi gusti" non è altro che un cattivo ricordo. Bisogna proprio non aver mai provato l'autentica emozione estetica, per continuare a ripetere che "ognuno ha i suoi gusti". Al contrario, quello che desideriamo è vedere il nostro gusto condiviso dagli altri. Ecco perché "la musica ingentilisce l'animo": la bellezza ci affascina perché è l'indizio di un mondo comune, di una natura comune, la promessa di una felicità condivisa. La bellezza ha successo là dove la politica spesso fallisce: essa ci fa intuire, al fondo dell'armonia che c'è in noi, la possibilità di un'armonia fra gli uomini.
Ma se una tale soddisfazione estetica è accessibile a tutti, essa rischia seriamente di essere simile per tutti. Se la si prova come riconciliazione di una natura che tutti gli uomini possiedono, che ne è allora della singolarità della mia emozione estetica? A pensarci, però, ciò che la voce di David Bowie suscita in me può essere altrettanto singolare quanto la sua voce stessa. O almeno può piacermi di credere che sia così, cioè che la mia passione per questa musica mi dica qualcosa su me stesso, sulla mia natura singolare, più che sulla natura umana.
D'altra parte, se questa impressione di pienezza è innegabile, ci porta però anche verso qualcos'altro: infatti, quando la bellezza ci colpisce, noi ci sentiamo bene, in pace con noi stessi, ma non ci limitiamo a questo. Davanti alla bellezza di un paesaggio naturale, questa impressione di armonia interiore può suggerirci, ad esempio, l'idea di un Dio creatore. Allo stesso modo la melodia di David Bowie, sempre in bilico fra semplice ballata e il lirismo puro, e la sua voce, così fragile e insieme così controllata, possono portar con sé l'idea di un certo tipo di vita, da nottambulo, da esteta magari decadente, con il riferimento implicito a certi valori. E non ho bisogno di capire le parole, per cominciare ad aderire a quest'idea. In altri termini, la bellezza ha un senso, ed è anche questo che ci affascina, tanto più che questo senso non ci viene spiegato con un discorso: vi accediamo appunto grazie all'armonia "strana" che si produce in noi. La bellezza ci affascina, quindi, anche perchéci permette di vivere il senso, invece di pensarlo. È per questo, d'altronde, che si può parlare di fascinazione: incantesimo, ma anche maleficio, diceva l'etimologia. Perché c'è davvero qualcosa di pericoloso nell'aderire in questo modo ad un senso senza averci realmente riflettuto. Come la preda incantata dallo sguardo del serpente, noi veniamo affascinati solo da ciò che ci mette in pericolo.

2. La bellezza ci affascina perché trasmette dei valori

Entro nella cattedrale di Chartres. Il mio viso è obbligato a volgersi verso l'alto. Lo esigono le forme della volta. Il mio sguardo si lascia trasportare dal movimento dei blocchi di pietra sopra di me, dai loro gesti arcani che, uno dopo l'altro, mi invitano ad alzare gli occhi verso l'invisibile. L'esperienza estetica non è semplicemente estetica: mi dà voglia di credere in Dio. La bellezza ci suggerisce di crederci, e la sua suggestione è potente. Per chi è sottoposto alla sua fascinazione, è quasi un comando. Troviamo qui un nuovo potere della bellezza: quello di farci aderire ad un certo contenuto di senso.
È vero che nella cattedrale, come davanti ad ogni opera di cui subisco il fascino, io vengo coinvolto tutt'intero: la mia sensibilità e il mio spirito, infatti, sono entrambi in gioco. Percepisco delle impressioni, e sento il richiamo di certe idee (Dio, un tipo di vita, certi valori...), e da tutto ciò proviene questa indiscutibile pienezza esistenziale. È vero che questo piacere, che non è solo sensuale né solo intellettuale, nasce proprio dal rapporto fra queste due dimensioni. Ma se la bellezza di una cattedrale ci fa desiderare di credere in Dio senza interrogarci sulla natura di questa fede, se la nostra emozione estetica, quando ascoltiamo David Bowie, ci dà voglia di aderire a certi valori senza metterli veramente in questione, allora la natura di quel rapporto si chiarisce: è la nostra sensibilità che affascina la ragione, come se la irretisse in una stregoneria. Ecco, effettivamente, una cosa "strana" che potrebbe spiegare la nostra fascinazione! E possiamo anche avere l'impressione di un'armonia, giacché si tratta di una violenza dolcissima, una forma di seduzione. La bellezza ci affascina, dunque, perché "crea senso".
Per capire meglio, e anche per misurare i pericoli di una simile fascínazione, pensiamo ai nazisti che sfilavano a braccio teso fra edifici anch'essi tesi con autorità verso il cielo. Quegli uomini erano affascinati perché la bellezza di quell'architettura monumentale aveva per loro un senso. Certo, sulle prime essi non se ne rendevano conto, ma ciò accresceva ulteriormente la loro fascinazione, tanto più pericolosa in quanto capace di neutralizzare il loro esame critico. "È bello": questo giudizio estetico porta con sé altri giudizi. Trovare bella, nella Germania degli anni trenta, l'architettura di Albert Speer, era già fare un passo verso l'approvazione della politica hitleriana di conquista e la dottrina della disuguaglianza delle razze. Trovare belli i riflessi colorati di un vino di Borgogna è già sentirsi spinti a berlo. Fascino, dunque: la bellezza ci riempie di un'intensità di esistenza. Ma anche maleficio: questa impressione di pienezza nasconde l'adesione insidiosa a certi valori o credenze – insomma, ha un senso.
La bellezza ci affascina perché la bellezza delle forme rimanda con forza alla verità dei valori: attraverso l'amore per la forma ci viene trasmesso un "contenuto". Sorgono le obiezioni: quando la bellezza mi colpisce, io non penso a queste cose! Appunto: non siamo obbligati a pensarci, perché l'idea si faccia strada. L'hanno ben capito gli Stati totalitari, che si sono serviti degli artisti per insinuare i valori del regime nelle coscienze affascinate dalla bellezza. Questo è il potere fascinoso della bellezza: la accogliamo come se fosse la verità. È come se implicitamente ci dicessimo: "Se è bello, ci sarà una ragione!".
Nella storia, del resto, la bellezza è stata spesso concepita come lo splendore della verità, la traduzione sensibile, e accessibile a tutti, di un significato superiore, quello di Dio, del mondo o della vita umana. L'armonia delle forme è stata considerata, nella sua stessa perfezione, come segno della verità di Dio. Rientrano in questa logica le riflessioni sul tema della sezione aurea: il fascino che la bellezza ha per gli uomini si spiegherebbe con il riconoscimento della mano di Dio in certe forme perfette. La famosa sezione aurea (1/1,618 = 0,618) fu chiamata, nel Rinascimento, "divina proporzione". La si trova in numerosi capolavori (la piramide di Cheope in Egitto, l'Apollo in Grecia, varie opere del Rinascimento, e, nel XX secolo, l'architettura di Le Corbusier...), ma anche e soprattutto in natura (ad esempio nei gusci delle lumache). Una simile perfezione, spiega sant'Agostino, è la prova dell'esistenza di Dio, anzi la sua traccia. Il fascino che questa bellezza esercita su di noi si spiegherebbe quindi con la relazione che essa ci permette di stabilire con il divino, con la verità [8].
Ciò che ci affascina, allora, è che ci venga imposta l'adesione ad un significato superiore. Giacché questa adesione confina con l'abbandono: ancora una volta, non la poniamo in discussione. Impossibile dubitare di Dio di fronte ad una così "divina proporzione"! La bellezza ci affascina come potrebbe affascinarci l'improvviso incontro con la verità di Dio, con il senso stesso del mondo, quando invece viviamo nella quotidianità inessenziale delle nostre esistenze. Analogamente, ma in un contesto profano, la bellezza della montagna Sainte-Victoire di Cézanne ci affascina apparendoci come un blocco, staccatosi e caduto davanti ai nostri occhi, della massiccia verità del mondo. Come se, dipingendo questa montagna, l'artista ci facesse vedere, nella superficie del quadro, la carne [9] stessa del mondo. Le "scarpe" di Van Gogh, che hanno assorbito il colore della terra e del tempo, non sono più semplici scarpe, scrive Heidegger [10], ma la verità improvvisamente abbagliante della condizione umana, il suo senso ultimo: siamo condannati, per soddisfare i nostri bisogni primari, a lavorare la terra come nessuna bestia è costretta a fare. Ciò che ci affascina, nella bellezza di questo quadro, è allora il fatto di accedere, con i nostri sensi, a questo significato. È, potremmo dire, la dimensione spirituale della nostra sensorialità.
Che sia verità di Dio, del mondo o della nostra condizione umana, la bellezza, a partire dal momento in cui le siamo sensibili, non ci lascia scelta. Questa constatazione risulta enigmatica se pensiamo che la bellezza dipende semplicemente da una concatenazione superficiale di forme – che essa non è altro, a prima vista, che una bella apparenza. La bellezza è solo un po' di materia cui si dà forma! Ma questa forma esprime tuttavia un senso che s'impone con forza.
Quello che dobbiamo capire, è questo potere delle forme di "creare senso". Prendiamo l'esempio della Sfinge. Raffinati esteti, turisti, bambini, sono in tanti a restare incantati davanti a lei nella sala di egittologia del Louvre. Come mai? Qual è il senso della Sfinge, questo corpo di felino da cui emergono i fini tratti di un torso e di un volto umano? L'Egitto di quei tempi era ancora sottomesso alla Natura: la politica era retta dalla legge del sangue, si diventava faraone di padre in figlio, e le violente piene del Nilo ricordavano agli Egizi che era la Natura a decidere. Il corpo di felino simboleggia appunto la fascinazione esercitata dalla natura. Ma l'Egitto di allora aveva anche visto nascere, innestato sulle periodiche piene naturali, un sapiente sistema di irrigazione e, intorno al faraone, una complessa organizzazione politica: insomma, un'aspirazione alla cultura e alla civiltà, di cui era simbolo quel torso umano emergente dalla base imponente della bestia. La bellezza della Sfinge ci affascina perché simboleggia la verità lacerata della civiltà egizia, scrive Hegel [11]. Fascinazione riservata ad un'élite di persone colte? No.
Anzitutto perché tutti gli Egizi, quale che fosse la loro condizione sociale, davanti alla loro Sfinge restavano come pietrificati. Quella bellezza simboleggiava i loro valori e le loro credenze più profonde. Diceva loro chi erano. Come più tardi i Greci davanti alle statue di Apollo che fiancheggiavano i viali di Atene, gli Egizi si fermavano in ammirazione di fronte a quella bellezza che parlava loro di loro stessi, del senso della loro vita. Gli uomini si sono serviti dell'arte, in primo luogo, per raffigurare i loro dei, i loro valori. La bellezza ha quindi un senso, che è veicolato, suggerito dalle forme sensibili.
D'altra parte, se la bellezza della Sfinge imponeva all'Egizio la verità del suo tempo, il suo fascino si esercita anche sugli uomini dei tempi successivi. Quella verità non è soltanto la verità di una civiltà particolare. Noi siamo i figli di quel passato egizio in cui degli uomini ancora sedotti dal torbido enigma della Natura riuscirono tuttavia a staccarsene. Se al Louvre io sono affascinato dalle forme della Sfinge, è perché la mia sensibilità mi fa aderire all'idea che io, parigino del XXI secolo, ho dovuto staccarmi dalla bestia per essere quello che sono. Ecco perché i capolavori sono patrimonio comune dell'umanità. Essi raccontano, tutti, un momento della medesima storia. La bellezza ci affascina perché ci pone in un altro rapporto col tempo: il passato è presente davanti ai nostri occhi, il passato diventa presente assumendo la forma della bellezza. Ogni capolavoro dà forma, come scrive Hegel, a "ciò che si agita nell'animo umano", ai valori che l'uomo ha più cari [12].

"Ciò che si agita nell'animo umano" può anche essere, più semplicemente, la verità di un sentimento. Nella Madonna di Foligno, di Raffaello, Maria porta il bambino e lo avvolge col suo sguardo, oltre che con le braccia. L'amore è esattamente questo, sente chi si commuove davanti a questo quadro. Qui la bellezza lo affascina come rivelazione di questa verità dell'amore. Esserle sensibile significa abbandonarcisi, significa capire, senza doverci riflettere, il senso stesso dell'amore cristiano.
Quel che ci affascina nella bellezza è, allora, questa impossibilità di tener separati il sensibile (la bellezza delle forme) e il senso (il loro significato). Il senso, che si esporrebbe a discussioni se fosse espresso mediante il discorso, trova nell'unione con la materia, nelle forme della Sfinge o nelle note della melodia di David Bowie – dunque nella bellezza – la sua verità indiscutibile.
Le bellezze dell'arte [13] ci affascinano perché simboleggiano idee, valori... ed è questo che ci attira, è questo che percepiamo "sotto" la bellezza.
La proprietà di un simbolo è quella di designare un significato che in parte deriva dalla sua stessa materialità – pensiamo al leone, simbolo di forza – ma che va anche al di là di essa. Qui si compie una sorta di salto, ma soprattutto sorge un enigma. Noi passiamo dall'essere semplicemente sensibili alla bellezza di forme e volumi allo sposare dei valori. Le forme e i volumi sono il "significante": ciò che significa. I valori sono il "significato": ciò che viene significato. Il mistero dell'arte è questo passaggio dal "significante" al "significato". Quando studiamo il codice della strada, impariamo un codice convenzionale che permette di passare dal "significante" (un cerchio bianco bordato di rosso) al "significato" (su quella strada non si può circolare). Nell'arte, un tale codice non esiste. Al suo posto cí sono la nostra immaginazione, la nostra vita interiore, la nostra sensibilità, risvegliate dalla bellezza. Nel passaggio dal significante al significato, noi siamo soli. La bellezza ci affascina perché ci obbliga a sostituirci a questa assenza di codice. Nell'istante stesso in cui la bellezza ci colpisce, ci conduce anche verso valori che non avremo il tempo di esaminare. La bella forma non ha solo il potere di piacere alla nostra sensibilità, ma anche quello di sedurre il nostro spirito.
Si spiega così come sia possibile, quando si è affascinati dalla bellezza, perdere la ragione. Diventare immorali, criminali. Nerone faceva bruciare Roma per poter contemplare la bellezza della città in fiamme. Anche senza arrivare a questo punto, può esserci violenza nel modo in cui il senso cerca di farsi strada. I nostri sensi ci costringono ad approvare ciò che viene espresso. Non si può dire che la musica militare addolcisca l'animo; a suon di musica, i giovani soldati greci erano incitati ad andare incontro alla morte. E quando non erano queste partenze in tromba verso una morte probabile ad essere stimolate dalla musica,erano orge dionisiache, coi corpi ebbri di vino e di desiderio che si eccitavano al suono dei flauti. Gli uomini che subiscono un tale incantamento non sono più necessariamente d'accordo con se stessi. Sono d'accordo con ciò che la bellezza simboleggia, ma a prezzo, in tal caso, di una violenza compiuta dai loro sensi ai danni della loro ragione.
Questi esempi fanno già capire che la bellezza risveglia nell'uomo qualcosa di diverso dal riconoscimento di un senso, qualcosa di più profondo, dato che a volte gli fa perdere la ragione. Fanno capire anche che la nostra ultima risposta – la bellezza ci affascina perché "crea senso" – era probabilmente troppo "intellettuale": giacché vorrebbe dire che siamo meno affascinati dalla bellezza che dal suo significato... Ora, c'è qualcosa di ambivalente nella bellezza, qualcosa che non è riducibile al suo senso, e che si rivela appunto nella violenza che è capace di scatenare.

3. Non sentiremmo il fascino della bellezza senza il godimento inconscio che essa procura

E se questa violenza, talvolta visibile, non fosse che il puntuale sorgere di una violenza, di solito nascosta, ma inerente ad ogni piacere estetico? Quale potrebbe essere questa violenza nascosta? Quella, appunto, di cui è teatro la natura umana, a differenza della natura animale, che conosce solo la violenza manifesta. È proprio in questo che consiste l'insegnamento di Sigmund Freud, con la sua principale scoperta: l'inconscio è il luogo di una violenza nascosta.
Alla nascita, spiega Sigmund Freud, l'uomo viene proiettato nella civiltà. Questa civiltà, organizzata in una serie di proibizioni, di valori sociali o morali, viene a trovarsi incompatibile con la natura pulsionale del bambino. Queste proibizioni e questi valori impongono la rimozione di certe pulsioni: sessuali, aggressive, possessive... La rimozione di queste pusioni naturali è il prezzo da pagare per entrare nella cultura. I primi anni di vita del bambino sono quindi marcati da diversi strati di pulsioni rimosse, che a poco a poco vengono a formare il suo inconscio. L'incivilimento consiste dunque nell'incivilimento delle pulsioni. Ma una volta "cadute" nell'inconscio, queste pulsioni continuano a reclamare soddisfazione. La rimozione non uccide la pulsione.
Ora, questa pulsione umana, a differenza dell'istinto animale, può trovarsi soddisfatta da un oggetto diverso da quello cui inizialmente mirava. La pulsione sessuale rimossa può così trovare la soddisfazione che cerca in cose diverse dall'attività sessuale. È quella che Sigmund Freud chiama "sublimazione" [14]: la pulsione sessuale si definisce sublimata quando è ridiretta verso un nuovo obiettivo, non sessuale, e valorizzata nel quadro della civiltà. La bellezza può essere questo nuovo obiettivo.
Se è così, allora la bellezza ci affascina perché ci offre un'occasione per soddisfare le nostre pulsioni sessuali rimosse [15]. Essa ci rende muti d'ammirazione, e noi non chiediamo niente in cambio perché ci offre già tanto: la soddisfazione inconscia delle nostre aspirazioni più profonde, di quella vita che cerca di esprimersi in noi da tanto tempo, da quando la cultura ci ha costretti a quella rimozione che ha fatto di noi degli animali civilizzati – degli uomini. Noi interiorizziamo da sempre valori sociali o morali in nome dei quali, il più delle volte inconsciamente, respingiamo aspirazioni che tuttavia sono le nostre. "Come Edipo, siamo inconsapevoli dei desideri che feriscono la morale e ai quali ci incatena la natura", scrive Sigmund Freud. La cultura ci ha obbligati a censurare questi desideri che feriscono la morale. Ed è ancora la cultura ad offrirci l'occasione di sublimarli. Ecco che la bellezza delle opere d'arte ci permette di soddisfare la vita censurata. C'è di che restare affascinati. La bellezza della Madonna di Foligno non mi affascina solo perché dà forma al senso dell'amore cristiano, ma perché mi dà occasione, attraverso le sue forme, di soddisfare in modo indiretto, simbolico, chiaramente non sessuale, le mie pulsioni sessuali rimosse.
Ora cogliamo meglio la ragione per cui non capiamo che effetto ci faccia la bellezza – ossia la ragione per cui essa ci affascina [16]. La bellezza del Marat assassinato di David non mi turba perché simboleggi l'ideale rivoluzionario, ma perché in quelle forme, dipinte dal genio, c'è qualcosa intorno a cui si avvolgono le mie pulsioni per trovare soddisfazione. È questo il potere della forma sull'animale umano.
Non avevamo torto a concepire la soddisfazione estetica in termini di cessazione del conflitto. Ma quello che cessa non è il conflitto tra la nostra sensibilità e il nostro spirito. È quello che oppone, nel cuore del nostro "io", le pulsioni rimosse e la civiltà che ha imposto tale rimozione: nel linguaggio freudiano, l'"es" (l'inconscio) e il "super-io" (i valori sociali o morali, gli ideali all'origine della rimozione). La soddisfazione estetica è la risoluzione, provvisoria, di questo conflitto che può fare di noi dei nevrotici, dei pazzi o dei criminali. Nel momento dell'emozione estetica, nel momento in cui ascolto quella canzone di Bowie, il mio "es" smette di essere in conflitto col mio "super-io": trova soddisfazione senza scontrarsi con lui. Se le mie pulsioni si esprimessero direttamente, verrebbero moralmente condannate dal mio "super-io". Ma il genio di Bowie consiste nel permetter loro di esprimersi in modo sublimato, accettabile da parte del "super-io".
Strano e complesso è l'animale umano, così civilizzato che, in lui, persino le radici di una vita pulsionale violentemente asociale riescono ad essere soddisfatte dai più raffinati prodotti della civiltà: le opere d'arte.
Strana e affascinante è la potenza della bella forma, superficiale per definizione, trattandosi sempre di bellezza "della superficie", ma capace di soddisfare in noi lo strato più profondo della vita. Nel fascino che ha per noi la forma trova modo di esprimersi l'informe che si nasconde al fondo di noi stessi. Nella fascinazione della bellezza è in gioco l'appagamento, in noi, di ciò che non è né bello né brutto, ma è stato censurato dal "super-io" perché associato al male, all'eccesso, all'inconfessabile. Si comprende meglio, allora, perché l'uomo è affascinato da cose che non sono belle a vedersi, dalle belle rappresentazioni della bruttezza o del male così frequenti nella storia dell'arte: le tele di Hieronymus Bosch, le immagini della vanità, passando per tutte le raffigurazioni cristiane che mostrano, sul volto e sul corpo del Cristo o dei suoi carnefici, i segni della sofferenza, della tortura, dell'odio o della morte.
Si entra nell'arte attraverso uno dei sensi, vi si resta per l'indecenza [17]. Ad affascinarci non è solo il significato che la bellezza simboleggia, ma anche, e forse soprattutto, ciò che essa risveglia nel nostro inconscio.
Rimane da capire quali tipi di bellezza siano i più adatti ad offrirci tale soddisfazione inconscia. Le opere degli artisti ottengono questo effetto probabilmente più delle bellezze naturali.
Sigmund Freud ha delineato la propria teoria della sublimazione mettendo in rapporto certi eventi dell'infanzia di Leonardo da Vinci con i motivi ricorrenti nella sua pittura. Il genio ha questa capacità di trasformare qualcosa di privato, un'intima ferita nascosta nella propria storia personale, in un'opera universalmente utile, nella quale gli altri uomini si riconosceranno inconsciamente, tramite l'emozione che essa suscita. Che Leonardo da Vinci abbia nutrito, giovanissimo, un amore eccessivo per sua madre, e che in seguito non abbia probabilmente mai avuto una vita sessuale, è cosa che riguarda solo lui. Tuttavia egli ne ha fatto, grazie alla forza di un lavoro sovrumano sulle forme, qualcosa di universale che ci dà piacere estetico. Il fatto che noi proviamo questo piacere significa che abbiamo, almeno in parte, le stesse pulsioni rimosse – e le corrispondenti ferite. L'arte del genio ci affascina perché è abitata dalle pulsioni che egli sublima. La bellezza "superficiale" è la forma che il genio impone a ciò che non ha forma [18]. Ecco perché la bellezza delle modelle sulle pagine delle riviste non ci commuove quanto una donna meno bella dipinta da Manet, e perché la bellezza di una montagna ci abbaglia in modo nuovo nel quadro di Cézanne, o perché solo l'obiettivo di un grande fotografo rende veramente affascinante la bellezza di una top model. È che qui siamo nel regno dell'arte: la bellezza che ci affascina è quella che ci permette di modellare le nostre pulsioni, di dar loro la forma della civiltà, di esprimere in modo raffinato, o addirittura spirituale, la nostra energia libidica. È per questo, del resto, che l'arte ci incanta. Comprendiamo meglio la violenza dell'emozione estetica perché è la soddisfazione di una violenza censurata nel profondo di noi stessi. Capiamo anche come mai i regimi totalitari si servono di questo potere della bellezza per galvanizzare le folle. Dato che le pulsioni umane sono "adattabili", la pulsione sessuale può essere deviata verso un obiettivo estetico, e poi ancora deviata verso uno scopo politico. La bellezza che ci affascina è effettivamente pericolosa. Essa risveglia in fondo al nostro inconscio delle pulsioni che possono, sì, esprimersi in modo civilizzato, estetico, sublimato, ma che esigono, anzitutto e comunque, di esprimersi.

Stranamente, molto prima di Freud, Aristotele, che fu il primo filosofo a porsi la questione della natura del piacere estetico, sfiorò nella sua Poetica la vera risposta. Osservando la fascinazione dei Greci per la bellezza del teatro tragico, Aristotele afferma anzitutto che la soddisfazione estetica proviene dal piacere che l'uomo prova nel riconoscere ciò che viene imitato. Questa prima pista, plausibile talvolta per la pittura figurativa, non è molto convincente: non è chiaro che cosa imitino l'architettura, la musica, o alcune tragedie che mostrano eroi schiacciati da destini abnormi. Ma Aristotele nota anche che il teatro dà allo spettatore l'occasione di un intenso sollievo da certe sue passioni: la catarsi, che egli intende nel senso di purgazione. Lo spettatore, cioè, grazie alla rappresentazione della tragedia si scaricherebbe di una violenza che è in lui, e ciò gli permetterebbe di affrontare meglio le situazioni difficili connesse con il destino della sua città [19]. Al contrario di Platone, che voleva "scacciare i poeti dalla città" e rimproverava loro di lusingare "la parte irragionevole dell'anima", Aristotele invita gli artisti sulla pubblica piazza: lungi dal "lusingare" quella violenza irragionevole, essi ne consentono la catarsi, la purgazione, e forse anche la purificazione. La bellezza dell'arte ha dunque un'utilità sociale. È necessaria alla civiltà: non per decorarla, né per evaderne, ma per permetterci di viverci, purgandoci dalla nostra violenza eccessiva, animale.
Comprendiamo allora perché la bellezza, che appare sempre così calma, può farci pensare all'eternità. Forse è qui, nella vita eterna, in questa pace, o in questa morte, nell'estinzione di tutte le passioni, forse è qui la soluzione al conflitto che c'è in noi tra l'es e il super-io, e con cui si identifica la nostra stessa vita.
Affrontiamo un'ultima questione: qual è allora il rapporto fra, da un lato, tutto ciò che la bellezza ci mostra –armonia interiore, verità, senso... – e, dall'altro, questa oscura soddisfazione che ugualmente ci dà, e di cui non abbiamo neppure coscienza?
E se ciò che essa ci mostra servisse proprio a nascondere la natura profonda della soddisfazione che ci procura? La bellezza non può essere definita divertente, giacché risveglia in noi cose essenziali. Eppure, la bellezza ci abbaglia con la magia delle sue belle forme o di un'apparenza carica di senso, quindi, in una certa misura, ci diverte, proprio per veicolare meglio, come di contrabbando, un piacere più profondo. È quello che Freud chiama "premio della seduzione", il piacere "strano" che si ricava dalla contemplazione della bellezza formale, ma che serve a permettere, e forse nascondere, la liberazione di un godimento superiore di natura inconscia. L'uomo si ferma, rapito, davanti al Marat assassinato di David: crede che a catturarlo siano semplicemente i colori e le forme, o che il quadro gli parli della rivoluzione francese. Non vede tutto quello che gli si agita nel profondo, e che proprio il suo rapimento gli impedisce di vedere. Per sua fortuna, del resto; poiché se lo vedesse, non potrebbe accettarlo. Comprendiamo meglio per quale ragione la bellezza ci affascina: perché ci nasconde qualcosa.

La bellezza ci affascina perché, nel momento dell'esperienza estetica, essa vela e svela, mostra e nasconde.
Mostra una strana pace dentro di noi, ma nasconde la violenza che essa copre. Ci mostra quanto siamo civilizzati, ma ci nasconde il fatto che, sotto forme civilizzate, noi appaghiamo una violenza pulsionale asociale.
Ecco perché non riusciamo a staccarne gli occhi: guardiamo forme che troviamo semplicemente belle, mentre nel píù profondo di noi stessi trova soddisfazione una vita violenta e inconscia.
La bellezza ci affascina perché crea una diversione.


NOTE

1 È il "libero arbitrio". Un passaggio abbastanza accessibile di Cartesio sul "libero arbitrio" si trova nella Lettera a Elisabeth del 3 novembre 1645, in Tutte le lettere 1619-1650, Bompiani, 2005.
2 I. KANT, Critica della ragion pratica.
3 È per questo che i prodotti del design funzionale da cui siamo circondati (spremiagrumi, lampade, portacenere...) non ci procurano un'autentica esperienza estetica. Fabbricati in serie, non avranno mai il potere, che hanno le opere originali, di far scattare qualcosa in noi, e ancor meno di operare la riconciliazione di cui stiamo parlando. Potranno avere un aspetto gradevole, e allora la sensibilità prevarrà sullo spirito; oppure sarà la loro funzionalità a saltare agli occhi, e allora avrà la meglio lo spirito.
4 A. BRETON, Manifesto del surrealismo, Einaudi, 2003; o LAUTRÉAMONT, Canti di Maldoror, Rizzoli, 1995 seguiti dalle Poesie, dove scrive: "Bello come l'incontro fortuito su un asse da stiro fra un ombrello e una macchina da cucire".
5 La nostra frequentazione ulteriore dell'opera d'arte resterà comunque interessante: ci permetterà di misurare compiutamente la sua originalità, e anche di ricordare quella prima impressione, che è in realtà impareggiabile.
6 Molti artisti "geniali", in particolare nel Quattrocento, hanno comunque tentato di farlo; ma viene da pensare che una simile razionalizzazione non esaurisca in nessun caso la realtà della loro arte.
7 Potremmo proporre qui una definizione del capolavoro geniale come l'opera che ha appunto il potere di creare in noi questo stato, questa armonia interiore delle nostre due facoltà, sensibile e intellettuale.
8 Osserviamo che qui c'è ancora una volta il tentativo di affrontare l'enigma della bellezza attraverso l'idea di armonia. Ma non è più l'armonia interiore del soggetto, bensì l'armonia esteriore delle proporzioni. In realtà, questo collegamento della bellezza con l'armonia è riduttivo. Si potrebbe scrivere un'intera storia dell'arte alla ricerca della disarmonia: il simbolismo monumentale cinese, l'età barocca, l'espressionismo tedesco... Ma in tal caso sarebbe altrettanto possibile mostrare che questa bellezza ci affascina anche perché mostra, col suo stesso estremismo, la verità della nostra condizione.
9 La "carne del mondo" è una nozione sviluppata da Merleau-Ponty come approccio alla verità ultima del mondo. Reagendo alle concezioni metafisiche classiche di tale verità, che si troverebbe al di là, nel "cielo delle idee" (Platone) o in Paradiso (cristianesimo), e indurrebbe ad una svalutazione delle apparenze sensibili, Merleau-Ponty vede invece la verità nello spessore stesso del mondo: dietro di esso non c'è nulla, è nel modo in cui ci si mostra che risiede la sua verità. Ecco perché i pittori, forse più dei filosofi, sono capaci di svelarcelo. La morte precoce impedì a Merleau-Ponty di completare la sua filosofia della "carne del mondo", che appare comunque in Il visibile e l'invisibile, Bompiani, 1999, e in L'occhio e lo spirito, SE, 1989. Sono le ultime opere che Merleau-Ponty riuscì a portare a termine: un'introduzione mirabile, e semplice, alla sua filosofia.
10 M. HEIDEGGER, L'origine dell'opera d'arte, in Sentieri interrotti, La Nuova Italia, 1984.
11 G. W. E HEGEL, Estetica, Einaudi, 1977, vol. I. Qui Hegel ripercorre l'intera storia dell'umanità attraverso quella dell'arte, in una summa appassionante e abbastanza facile da leggere. L'estetica di Hegel è una buona chiave d'accesso alla sua filosofia.
12 Più precisamente, ciò che si è agitato nell'animo umano in una determinata epoca, che, allacciandosi alle epoche successive, scrive il testo di un'unica Storia, quella dell'umanità, che la storia dell'arte riproduce a modo suo. Cioè in bellezza.
13 Consideriamo che, spesso, noi siamo sensibili alle bellezze naturali dopo che gli artisti ci hanno insegnato a vederle. Come scrive Oscar Wilde, abbiamo cominciato a vedere la bellezza delle nebbie londinesi solo dopo che Turner ce l'ha mostrata con la sua pittura. Di qui il suo celebre aforisma: "Non è l'arte che imita la natura, ma la natura che imita l'arte". Ancora una volta, la bellezza crea senso: la bellezza artistica ci affascina perché ci offre la visione della bellezza della natura. Non potremmo neppure sapere che cosa trovassero bello gli uomini di ieri, senza le opere dei loro artisti! Ciò che ci affascina nella bellezza artistica, quindi, è il fatto che essa ci indica ciò che è bello. È il suo potere di trasformare una realtà brutta o banale. Prima dell'arte di Turner, quella nebbia non aveva alcun senso: minacciava solo di far tossire...
Ma dopo di lui la nebbia diventa bella, ed è questa bellezza che, in cambio, le conferisce il suo senso, erigendola a simbolo di civiltà industriale e di dandysmo.
14 Freud ricorre a questo concetto in tutta la sua opera, in particolare nell'Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni), o nel Disagio della civiltà. Si veda J. LAPLANCHE – J.-B. PONTALIS, Enciclopedia della psicanalisi; Laterza, 2004.
15 Più esattamente: ci permette di sublimare l'energia associata alle nostre pulsioni rimosse.
16 L'etimologia conferma del resto questo rapporto fra il fascino e il sesso: essa rimanda, è vero, ai termini "incantamento, maleficio", ma presso i Romani, non esistendo la parola "fallo", il vocabolo greco phallos si rendeva appunto con fascinus. Dunque il fascinus e l'organo sessuale sono la stessa cosa! "E quest'immagine, questo fallo che noi cerchiamo – scrive Pascal Quignard in Le Sexe et l'Effroi, Gallimard – si trova dietro ogni bellezza."
17 Non si può rendere in italiano questo gioco di parole: in francese, un des sens e indécence si pronunciano allo stesso modo. [N.d.T.]
18 La bellezza ci affascina perché è l'espressione apollinea (Apollo essendo il dio della bella forma) del dionisiaco (Dioniso essendo il dio del desiderio).
19 Questa catarsi può anche tradursi con purificazione. Può darsi, allora, che le passioni o i sentimenti dei Greci fossero suscettibili di essere, più che purgati, purificare, che potessero cioè mutare di stato, ed esprimersi in modi che non erano quelli "naturali".

(da: Sette giorni di filosofia, Il Melangolo 2006, pp. 69-97)