Esteriorità/Interiorità

Dizionario di filosofia

Nicola Abbagnano

Il tema filosofico del contrasto tra interiorità ed E. nasce contemporaneamente con la nozione di coscienza ed esprime il contrasto tra ciò che è estraneo alla coscienza e ciò che le è proprio. La predicazione popolare stoica ha per la prima volta sfruttato ampiamente questo tema: il quale ricorre continuamente nelle pagine di Epitteto, Marco Aurelio e Seneca. Dice Epitteto: «Stato e contrassegno dell'uomo comune si è né benificio né danno aspettarsi mai da se stesso, ma sì dalle cose di fuori. Stato e contrassegno del filosofo, ogni qualsivoglia utilità o nocumento sperare o temere da sé medesimo» (Manuale, 48). E Marco Aurelio: «Le cose per se stesse non arrivano a toccar l'anima, né vi hanno alcun accesso, né possono mutarla o rimuoverla. È invece l'anima che da sé sola si muta e si muove; e quali sono i giudizi che essa stima degna di sé fare intorno alle cose esterne, tali essa fa che siano per lei le dette cose» (Ricordi, V, 19). Seneca contrappone «la gioia che nasce dall'interno» a quella che deriva dalle cose esterne (Ep., 23).
Neoplatonismo e Cristianesimo operarono l'identificazione dell'interiorità con la sfera della coscienza e dell'E. con la sfera del mondo cui appartengono le cose naturali e gli altri esseri. Il tema del contrasto tra interiorità ed E. divenne così il tema classico di ogni filosofia che facesse appello alla coscienza come a una sfera di realtà privilegiata sia per la sua certezza sia per il suo valore. Il linguaggio comune ha accolto i significati filosofici delle due parole che significano in esso proprio la contrapposizione da ciò che è coscienza e ciò che non lo è. La metafisica dello spiritualismo e il metodo dell'introspezione utilizzano ugualmente questo tema tradizionale.
Sarebbe molto facile mostrare il carattere puramente metaforico, e perciò l'assenza di significato preciso, delle espressioni in cui ricorrono i termini in questione o i corrispondenti aggettivi. «Realtà in
terna» e «realtà esterna», «mondo interno» e «mondo esterno», «oggetti interni» e «oggetti esterni» sono espressioni, che propriamente parlando, non hanno senso sia perché non vien fatto riferimento all'ambito chiuso rispetto al quale un «esterno» o un «interno» si può determinare, sia perché tale ambito chiuso, quando viene determinato, non è spaziale perché è la coscienza stessa. Hegel ha fatto un uso abbondante questi termini che, attraverso la sua opera appunto, sono penetrati nella terminologia filosofica. Egli identificava l'interno con la «ragion d'essere» e l'esterno con la sua manifestazione (Enc., § 138-39). Ma aveva il buon senso di aggiungere: «L'uomo, com'è esteriormente cioè nelle sue azioni (di certo non nella sua E. soltanto corporea) è interno; e quand'egli è solo interno – cioè virtuoso, morale, solo in intenzioni, disposizioni, ecc. – e il suo esterno non è con ciò identico, allora l'uno è così vuoto come l'altro» (Ibid., § 140).