La politica
André Comte-Sponville

piramide-politica

«È necessario pensare alla politica; se non ci pensiamo abbastanza,
saremo crudelmente puniti».

Alain

L'uomo è un animale socievole: non può vivere né prosperare se non in mezzo ai suoi simili.
Ma è anche un animale egoista. La sua «insocievole socievolezza», come dice Kant, fa sì che egli non possa né fare a meno degli altri né rinunciare, per loro, all'appagamento dei propri desideri.
Per questo abbiamo bisogno della politica. Perché i conflitti d'interesse si regolino in un modo che non sia il ricorso alla violenza. Perché le nostre forze si sommino anziché opporsi. Per sfuggire alla guerra, alla paura, alla barbarie.
Per questo abbiamo bisogno di uno Stato. Non perché gli uomini sono buoni o giusti, ma perché non lo sono. Non perché sono solidali, ma perché abbiano, magari, una possibilità di diventarlo. Non «per natura», malgrado Aristotele, ma per cultura, per storia, ed è questa la politica stessa: la storia nell'atto di farsi, disfarsi, rifarsi, continuare, la storia al presente, la nostra, l'unica. Come si fa a non interessarsi alla politica? Bisognerebbe non interessarsi a niente, poiché tutto ne dipende.
Che cos'è la politica? È la gestione non bellicosa dei conflitti, delle alleanze e dei rapporti di forza – non solo tra individui (come si può vedere nella famiglia o in un gruppo qualsiasi), ma a livello di tutta una società. È dunque l'arte di vivere insieme in uno stesso Stato o in una stessa Città (Pais, in greco), con persone che non abbiamo scelto, verso le quali non proviamo alcun sentimento particolare e che, a ben guardare, sono dei rivali tanto quanto se non più che degli alleati. Ciò presuppone un potere comune e una lotta per il potere. Presuppone un governo e un avvicendarsi di governi. Dei conflitti, ma regolati, dei compromessi, ma provvisori, e infine un accordo sul modo di risolvere i disaccordi. Altrimenti non ci sarebbe che violenza, ed è questa la prima cosa che la politica, per esistere, deve impedire. Essa comincia dove finisce la guerra.
Bisogna sapere chi comanda e chi obbedisce, chi detta legge, come si suol dire, ed è quello che chiamiamo il sovrano. Può essere un re o un tiranno (in una monarchia assoluta), può essere il popolo (in una democrazia), questo o quel gruppo di individui (una classe sociale, un partito, una élite vera o presunta: una aristocrazia)... Può essere, e spesso è, un particolare miscuglio di questi tre tipi di regime o governo. Fatto sta che non ci sarebbe politica senza tale potere, che è il più grande di tutti, almeno su questa terra, e il garante di tutti gli altri. Perché «il potere è ovunque», come dice Foucault, o meglio i poteri sono innumerevoli; ma possono coesistere solo sotto l'autorità riconosciuta o imposta del più potente tra di essi. Molteplicità dei poteri, unicità del sovrano o dello Stato: tutta la politica si gioca qui ed è questo il motivo per cui ce n'è bisogno. Ci sottometteremmo al primo bruto arrivato? Al primo capetto? Certo che no! Sappiamo bene che è necessario un potere, o più d'uno, sappiamo bene che è necessario obbedire. Ma non a chiunque, non a qualunque costo. Vogliamo obbedire liberamente: vogliamo che il potere al quale ci sottomettiamo, anziché abolire il nostro, lo rafforzi o lo difenda. Non lo otteniamo mai completamente. Non ci rinunciamo mai del tutto. Per questo facciamo politica. Per questo continueremo a farla. Per essere più liberi. Per essere più felici. Per essere più forti. Non separatamente o gli uni contro gli altri, ma «tutti insieme», come dicevano i manifestanti dell'autunno 1995, anzi allo stesso tempo insieme e opposti, perché è necessario, perché altrimenti non avremmo bisogno di politica.
La politica presuppone il disaccordo, il conflitto, la contraddizione. Quando tutti sono d'accordo (per esempio nel dire che la salute è meglio della malattia o che la felicità è preferibile all'infelicità...), non c'è politica. Ma quando ognuno resta in disparte o si occupa solo dei suoi piccoli affari, nemmeno allora c'è politica. La politica ci riunisce opponendoci: essa ci oppone sul miglior modo di riunirci! E una cosa che non avrà mai fine. Ci si sbaglia ad annunciare la fine della politica: sarebbe la fine dell'umanità, della libertà, della storia, che al contrario possono continuare, e devono farlo, solo una volta accettato e risolto il conflitto. La politica, come il mare, è sempre ricominciata. È una lotta, e la sola pace possibile. È il contrario della guerra, ripetiamolo, e questo basta a dire la sua grandezza. È il contrario dello stato di natura, e questo basta a dire la sua necessità. Chi vorrebbe vivere completamente solo? Chi vorrebbe vivere contro tutti gli altri? Lo stato di natura, mostra Hobbes, è «la guerra di tutti contro tutti»: la vita degli uomini è allora «solitaria, bisognosa, dolorosa, quasi animale, e breve». È meglio un potere comune, una legge comune, uno Stato: è meglio la politica!
Come vivere insieme, e a quale scopo? Questi sono i due problemi che è necessario risolvere, e subito (poiché abbiamo il diritto di cambiare opinione, campo, maggioranza...) riproporre. A ognuno il compito di riflettervi; a tutti di dibatterne.
Che cos'è la politica? È la vita comune e conflittuale, sotto il dominio dello Stato e per il suo controllo: è l'arte di prendere, custodire e usare il potere. È anche l'arte di condividerlo; ma perché, in verità, non c'è altro modo di prenderlo.
Sbaglieremmo a vedere nella politica solo un'attività subalterna o spregevole. E senz'altro vero il contrario: occuparsi della vita comune, del destino comune, dei conflitti comuni, è un compito essenziale per ogni essere umano, e nessuno se ne potrebbe astenere. Lascerai il campo libero ai razzisti, ai fascisti, ai demagoghi? Lascerai che dei burocrati decidano al posto tuo? Lascerai che dei tecnocrati o dei carrieristi ti impongano una società a loro somiglianza? Con quale diritto, allora, lamentarti di ciò che non va? Come non essere complice del mediocre o del peggio, se non fai niente per impedirlo? L'inattività non è una scusa. L'incompetenza non è una scusa. Non fare politica significa rinunciare a una parte del tuo potere – cosa sempre pericolosa – ma anche a una parte delle tue responsabilità, e questo è sempre da condannare. L'apoliticità è allo stesso tempo un errore e una colpa: significa andare contro i propri interessi e contro i propri doveri.
Ma si sbaglierebbe anche a voler ridurre la politica alla morale, come se non avesse a che fare nient'altro che con il bene, la virtù, il disinteresse. Anche stavolta, è vero il contrario. Se regnasse la morale, non ci sarebbe bisogno di polizia, di leggi, di tribunali, di eserciti: non ci sarebbe bisogno dello Stato né dunque della politica! Contare sulla morale per vincere la miseria o l'esclusione significa evidentemente raccontarsi delle storie. Contare sull'umanitarismo in sostituzione della politica estera, sulla carità in sostituzione della politica sociale, e persino sull'antirazzismo in sostituzione della politica dell'immigrazione, significa evidentemente raccontarsi delle storie. Non certo perché l'umanitarismo, la carità o l'antirazzismo non siano moralmente necessari; ma in quanto non potrebbero essere politicamente sufficienti (se lo fossero, non si avrebbe più bisogno di politica) né potrebbero risolvere da soli un problema sociale qualsiasi.
La morale non ha frontiere, la politica sì; la morale non ha patria, la politica sì. Né l'una né l'altra, questo va da sé, potrebbero riconoscere alla nozione di razza la minima pertinenza: il colore della pelle non fa né l'umanità né la cittadinanza. Ma la morale non ha a che fare nemmeno con gli interessi della Francia o dei francesi, dell'Europa o degli europei... La morale non conosce altro che gli individui: la morale non conosce che l'umanità. Mentre, al contrario, ogni politica francese o europea, che sia di destra o di sinistra, non esiste se non per difendere un popolo o dei popoli particolari – non certo contro l'umanità, il che sarebbe immorale e suicida, ma comunque in modo prioritario, cosa che la morale non potrebbe né imporre né vietare assolutamente.
Potremmo trovare preferibile che basti la morale, che basti l'umanità: potremmo trovare preferibile non aver bisogno della politica. Ma questo significherebbe ingannarci sulla storia e mentire a noi stessi.
La politica non è il contrario dell'egoismo (com'è invece la morale), ma è la sua espressione collettiva e conflittuale: si tratta di essere egoisti insieme, poiché tale è la nostra sorte, e il più efficacemente possibile. Come? Organizzando delle convergenze di interessi, e questo è ciò che chiamiamo solidarietà (a differenza della generosità, che presuppone invece il disinteresse).
Questa differenza è spesso misconosciuta; ragione di più per insistervi. Essere solidali significa difendere gli interessi dell'altro, certo, ma perché essi sono – direttamente o indirettamente – anche i miei. Agendo per lui, agisco anche per me: perché abbiamo gli stessi nemici o gli stessi interessi, perché siamo esposti agli stessi pericoli o agli stessi attacchi. Così nel sindacalismo, nell'assicurazione o nel fisco. Chi si considererebbe generoso perché è ben assicurato, perché iscritto a un sindacato o perché paga le tasse? Questo perché la generosità è un'altra cosa: è difendere gli interessi dell'altro, ma non perché sono anche i miei; è difenderli anche quando non li condivido – non perché vi trovo il mio guadagno, ma perché lui vi trova il suo. Agendo per lui, non agisco per me: non è escluso che ci perda qualcosa, anzi è quanto accade più di frequente. Come conservare ciò che si dona? Come donare ciò che si conserva? Non si tratterebbe più di un dono, ma di uno scambio: questa non sarebbe più generosità, ma solidarietà.
La solidarietà è un modo di difendersi collettivamente; la generosità, al limite, un modo di sacrificare se stessi per gli altri. È per questo che la generosità è moralmente superiore; ed è per questo che la solidarietà è socialmente, politicamente, più urgente, più realista, più efficace. Nessuno versa i contributi previdenziali per generosità. Nessuno paga le tasse per generosità. E che strano sindacalista sarebbe quello che si iscrivesse al sindacato per generosità! Tuttavia la Previdenza sociale, il fisco e i sindacati hanno fatto più per la giustizia – molto di più! – di quel po' di generosità di cui questo o quell'altro abbiano saputo talvolta dar prova. Ciò vale anche per la politica. Nessuno rispetta la legge per generosità. Nessuno è cittadino per generosità. Ma il diritto e lo Stato hanno fatto molto di più, per la giustizia o la libertà, dei buoni sentimenti.
Non per questo solidarietà e generosità sono tuttavia incompatibili: essere generosi non impedisce di essere solidali; essere solidali non impedisce di essere generosi. Non sono però equivalenti, e quindi nessuna delle due potrebbe bastare o sostituire l'altra. Anzi, potrebbe forse bastare la generosità, se fossimo molto generosi. Ma lo siamo così poco, così raramente, così miseramente... Abbiamo bisogno di solidarietà solo perché manchiamo di generosità, ed è per questo che, di solidarietà, ne abbiamo così bisogno!
Generosità: virtù morale. Solidarietà: virtù politica. Il grande compito dello Stato è la regolazione e la socializzazione degli egoismi. Per questo è necessario. Per questo è insostituibile. La politica non è il regno della morale, del dovere, dell'amore... Essa è il regno dei rapporti di forza e delle opinioni, degli interessi e dei conflitti d'interesse. Si vedano Machiavelli o Marx. Si vedano Hobbes o Spinoza. La politica non è una forma di altruismo: è un egoismo intelligente e socializzato. Ciò non solo non la condanna, ma la giustifica: dal momento che siamo tutti egoisti, tanto vale esserlo insieme e con intelligenza! Come si fa a non vedere che la ricerca paziente e organizzata dell'interesse comune, o di ciò che si crede tale, è meglio, quasi per tutti, del conflitto e del disordine generalizzato? Come si fa a non vedere che la giustizia è meglio, quasi per tutti, dell'ingiustizia? Che sia anche moralmente giustificata è una prova evidente di come morale e politica non si oppongano nel loro intento. Ma che la morale non basti a ottenerlo, questa è un'altra prova evidente di come morale e politica non possano neanche confondersi.
La morale, per principio, è disinteressata; nessuna politica lo è.
La morale è universale, o si vuole tale; ogni politica è particolare.
La morale è solitaria (vale solo alla prima persona); ogni politica è collettiva.
Per questo la morale non potrebbe prendere il posto della politica, non più di quanto potrebbe la politica sostituire la morale: abbiamo bisogno di entrambe, e della differenza tra le due!
Una elezione, senza eccezioni, non oppone buoni e cattivi: essa oppone campi, gruppi sociali o ideologici, partiti, alleanze, interessi, opinioni, priorità, scelte, programmi... Che la morale abbia da dirvi la sua, va senz'altro ricordato (ci sono voti moralmente condannabili). Ma questo non potrebbe farci dimenticare che essa non sostituisce né un progetto né una strategia. Cosa propone la morale contro la disoccupazione, contro la guerra, contro la barbarie? Essa ci dice che bisogna combatterle, certo, ma non ci dice affatto in che modo abbiamo maggiori possibilità di vincerle. Ora, è il come, politicamente, che conta. Sei per la giustizia e la libertà? Moralmente è il minimo che tu possa fare. Ma, politicamente, questo non ti dice né come difenderle né come conciliarle. Desideri che israeliani e palestinesi dispongano di una patria sicura e riconosciuta, che tutti gli abitanti del Kosovo possano vivere in pace, che la mondializzazione economica non si faccia a detrimento dei popoli e dei singoli individui, che tutti gli anziani possano beneficiare di una pensione decente, tutti i giovani di un'educazione degna di questo nome? La morale non può che approvarti, ma non certo dirti come aumentare le nostre possibilità di giungervi insieme. E chi può credere che l'economia o il libero gioco del mercato possano bastare? Il mercato non vale che per le merci. Il mondo però non è una merce. La giustizia non lo è. La libertà non lo è. Quale follia sarebbe affidare al mercato ciò che non è in vendita! Quanto alle imprese, esse mirano in primo luogo al profitto. Non glielo rimprovero: è la loro funzione, e di questo profitto abbiamo tutti bisogno. Ma come si fa a credere che il profitto basti a fare una società che sia umana? L'economia produce ricchezze, e ce n'è bisogno, e non se ne avranno mai troppe. Ma abbiamo bisogno anche di giustizia, di libertà, di sicurezza, di pace, di fraternità, di progetti, di ideali... Nessun mercato vi provvede. Per questo occorre fare della politica: perché la morale non basta, perché l'economia non basta, e perché sarebbe perciò moralmente condannabile ed economicamente disastroso pretendere di accontentarsene.
Perché la politica? Perché non siamo né dei santi né soltanto dei consumatori: perché siamo dei cittadini, perché dobbiamo esserlo, e affinché possiamo restarlo.
Quanto a coloro che fanno della politica il proprio mestiere, bisogna essere loro grati degli sforzi che dedicano al bene comune, senza però illudersi troppo sulla loro competenza né sulla loro virtù: la vigilanza fa parte dei diritti dell'uomo e dei doveri del cittadino.
Non si confonderà questa vigilanza repubblicana con la derisione, che rende tutto irrisorio, né con il disprezzo, che rende tutto disprezzabile. Essere vigili significa non credere sulla parola; non significa condannare o denigrare per principio. Non si riabiliterà la politica, come sarebbe urgente fare oggigiorno, sputando addosso a coloro che la praticano. In uno Stato democratico, si hanno gli uomini politici che si meritano. E una ragione in più per preferire questo sistema a tutti gli altri: moralmente non si ha il diritto di lamentarsene – e le ragioni certo non mancano! – se non a condizione di agire, insieme ad altri, per trasformarlo.
Non basta sperare nella giustizia, nella pace, nella libertà, nella prosperità... Occorre agire per difenderle, per farle progredire, cosa che si può fare efficacemente solo in molti e passando, necessariamente, per la politica. Che quest'ultima non si riduca né alla morale né all'economia è una cosa su cui ho insistito a sufficienza. Questo non vuol dire, ricordiamolo a conclusione, che essa sia moralmente indifferente ed economicamente irrilevante. Per ogni individuo che tenga ai diritti dell'uomo e al proprio benessere, occuparsi di politica non è soltanto un diritto: è anche un dovere e un interesse – ed è forse il solo modo di conciliarli il più possibile. Tra la legge della giungla e la legge dell'amore, c'è la legge pura e semplice. Tra l'essere angelici e l'essere barbari, c'è la politica. Gli angeli potrebbero farne a meno. Le bestie potrebbero farne a meno. Gli uomini no. È per questo che Aristotele aveva ragione, almeno in questo senso, a scrivere che «l'uomo è un animale politico»: perché, senza la politica, non sarebbe in grado di prendere su di sé per intero la sua umanità.
«Far bene l'uomo» (la morale) non basta. Occorre fare anche una società che sia umana (poiché è la società, a ben guardare, che fa l'uomo), e per questo rifarla sempre, almeno in parte. Il mondo continua a cambiare; una società che non cambiasse sarebbe votata alla sua rovina. Bisogna dunque agire, lottare, resistere, inventare, salvaguardare, trasformare... A questo serve la politica. Ci sono compiti più interessanti? Forse. Ma non ve ne sono, a livello sociale, di più urgenti. La storia non aspetta; non restare stupidamente ad aspettarla!
La storia non è un destino, né soltanto ciò che essa fa di noi: la storia è ciò che noi facciamo, insieme, di ciò che essa fa di noi, e questa è la politica stessa.

(da: Discorsi brevi sui grandi temi della filosofia, Angelo Colla editore 2010, pp. 25-33)