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Chi è la Beatrice

di Dante?

Manuela Racci

Waterhouse dante and beatrice

Beatrice che appare a Dante all’età di nove anni e che alla sua ultima età terrena lo conduce sulla soglia dell’ Empireo, la donna che ispira il suo primo libro giovanile (La Vita Nuova) e che egli sceglie a guida nel poema sacro del grande pellegrinaggio umano, resta indissolubilmente legata al poeta nel cuore di ogni lettore.
Dante è riuscito, come il suo amore voleva, a far rifulgere il nome di Beatrice di uno splendore vivo e profondo come pochi altri nomi umani. Ma la luce che si irradia da lei non rende facile conoscerla, poiché si chiude in un mistero che non è agevole penetrare e sfugge di mano come un fantasma inafferrabile a volerla fermare entro i limiti di un simbolo o la psicologia di un personaggio storico.
L’uno e l’altro modo non servono con lei: Beatrice è con Dante in un rapporto molto più intimo e profondo di tutti gli altri personaggi della Divina Commedia, più dello stesso Virgilio. È una cosa tutta speciale, è un po’ l’anima stessa di Dante, la luce della sua anima. Per questo bisogna accostarsi a lei con molta delicatezza: la sua poesia è una delle più difficili, poiché si tratta di un tema tutto interiore e della più chiusa stanza dell’animo di Dante, e per coglierla è necessario seguire con attento orecchio le indicazioni che il poeta ci dà là dove la sua parola lascia intravedere la segreta roccaforte.
Non è cogente ai fini di tale disamina stabilire se Dante, come tutti i poeti stilnovisti, appartenesse o meno alla setta dei cosiddetti Fedeli d’Amore, certo è che l’amore umano di Dante per Beatrice è figura di un amore iniziatico, trascendente e assoluto. Mentre tra Dante e Amore esiste una relazione da discepolo a maestro, tra Beatrice e Amore si trova la rassomiglianza, poiché Beatrice è l’involucro corporeo d’Amore (Novalis).
Per Dante l’eros, l’amore, è all’origine del mondo e ha infuso in esso, e in particolare nell’uomo, il desiderio di sé, in un perpetuo anelito d’amore, di tensione verso l’Uno. È in questa prospettiva che si può inquadrare la figura grandiosa di Beatrice. Dante, volendo tornare a Dio, non vuole certo perdere l’amore per la sua donna; accanto ad un amore infinito vuole conservare anche quello finito, l’uno non deve alienare l’altro e, nel tentativo di portare l’amore per una donna dentro il cuore di Dio, Dante scopre il principio dell’analogia: Dio si fa conoscere attraverso dei segni. Ecco quindi che il poeta ha l’intuizione audacissima di vedere Beatrice in questa prospettiva: egli, attraverso di lei, fa esperienza di Cristo e del Divino.
Beatrice, infatti, apre e chiude tutto il cammino di Dante uomo e poeta, fino ad esserne guida nel regno della beatitudine. Già nella Vita Nuova, testo-itinerarium in cui Dante descrive le diverse fasi dell’innamoramento, Beatrice è da subito la donna amata ed esaltata, perduta e rimpianta ma beata in cielo con gli angeli e viva in terra con la sua anima. Già in queste pagine, tutta l’espressività di Beatrice è concentrata nell’atteggiamento del vultus, nella potenza comunicativa del suo saluto, soprattutto attraverso gli occhi e lo sguardo luminoso.
Il saluto della donna amata è fonte di salutem, di beatitudine e di traboccante pienezza interiore, poiché è strumento sensibile, umano, che contribuisce a riformare l’uomo interiore. Ecco perché il negarlo getta il poeta nello sconforto e nell’angoscia; offesa da voci che procurano a Dante la taccia di vizioso, Beatrice abbassa gli occhi ed elimina la possibilità di ogni comunicazione, anche silenziosa. Lo sguardo dell’amata è un ponte verso il cielo, una scala che solleva, una luce che monda, che redime lo stanco viandante; è l’arma che Dio ha concesso a Dante, nuovo Perseo, per decapitare Medusa che annichilisce e fa peccare. E infatti quegli occhi tanto amati, che passano il cuore e al di fuori dei quali non c’è paradiso, tornano a salvarlo nel pieno del suo smarrimento.
Siamo nel vivo della vita del poeta, matura di esperienza, di errori e di dolore: a lui, sull’orlo della morte interiore, Beatrice si muove per portare soccorso, per lui fatto pellegrino, ella è luce e conforto nella via. E quell’antico amore si trasforma così in un legame vivo e profondo che torna con la potenza degli anni trascorsi.
Beatrice appare nel II canto dell’Inferno preannunciandosi già come faro nel lungo cammino attraverso i due regni successivi. È discesa al Limbo per chiamare Virgilio in aiuto di Dante: “Amor mi mosse che mi fa parlare” ( v.72). Certo, è l’amore inteso in senso assoluto, ma è anche soprattutto l’amore di lei per il suo fedele poeta. Il suo discorso è soffuso di particolare liricità, cosparso di femminile tenerezza e trepidante umanità, ch’ella esprime soprattutto con quegli occhi lucenti di lacrime.
Beatrice ricompare sulla cima del Purgatorio a compiere l’opera che renderà Dante puro per la salita alle stelle. Questo è veramente il momento centrale della poesia di Beatrice, così come lo è della salvezza del poeta. Ella scende, qui cinta dell’autorità della beatitudine in un mirabile trionfo, avvolta in una nuvola fiorita,“sotto verde manto vestita di color di fiamma viva” (Canto XXX, vv. 32/33).
Dante, ancor prima di vederla, riavverte dopo tanti anni, l’antico tremito e la commozione di un tempo, come al momento del loro primo incontro “conosco i segni de l’antica fiamma” (v: 48) ed è a questo punto che Virgilio scompare, quasi senza lasciare traccia per lasciare posto a Beatrice come nuova guida del poeta. E mai come ora Beatrice perde i suoi connotati divini. È come se fosse il nuovo Virgilio, la nuova coscienza e umanità di Dante. Ma il passaggio dall’una all’altra vita della sua anima, dall’una all’altra madre, è profondamente doloroso.
È un momento di alta poesia quello in cui Dante piange l’amato Virgilio, pur avendo finalmente di fronte la donna tanto attesa. Donna che si fa giudice altero e severo dello smarrimento del poeta dietro le cose fallaci. È il duro momento in cui si varca veramente il limite. La requisitoria di Beatrice è inflessibile e spietata; niente è risparmiato all’autore protagonista, che qui assume su di sé tutto quel carico di accuse e lacrime e, quando alza il volto per guardare Beatrice e la intravede, pur velata e lontana, molto più bella di quella antica che ricordava, avverte in lui la più profonda puntura del pentimento e perde i sensi.
È necessario lo spezzarsi del cuore del pellegrino per varcare il limite tra i due mondi. Ma ora Dante è degno di passarlo. Finalmente Beatrice si disvela, così che Dante possa fruire di quel volto che è, esso stesso, splendore di viva luce eterna. E, nelle parole con le quali il poeta canta quella bellezza ritrovata “O isplendor di viva luce eterna” (Canto XXXI v.139), vibra già tutta la poesia del Paradiso.
Nella terza cantica Beatrice si trasfigura ancora, come tutto si trasfigura agli occhi di Dante. Perduta ogni scoria terrena, ella diventa la sensibile misura dell’immortale splendore che l’occhio del poeta contempla. Dante ha rotto tutti ponti con la terra; egli tenta qui di ridire lo stato della beatitudine, lottando contro i limiti dell’assurda parola e Beatrice si fa centro vivente di quella stessa beatitudine, ardore e riso degli stessi cieli.
Nel Paradiso il rapporto tra Dante e Beatrice è veramente speciale: è un rapporto totalmente intimo, fatto di gesti, di sguardi, di cenni. Le parole non servono più “gli occhi di Beatrice, ch’eran fermi sovra me come pria di caro assenso al mio disio certificato farmi “ (Canto IX vv.16/18); “Io mi volsi a Beatrice e quella udìo pria ch’io parlassi e arrisemi un cenno che fece crescer l’ali al voler mio” (Canto XV vv.70/72); “e nulla vidi e ritorsili avanti dritti nel lume della dolce guida che, sorridendo, ardea nelli occhi santi “(Canto III vv.22/24).
Ecco la pienezza della prima rappresentazione paradisiaca, occhi che ardono d’amore, poiché sono claritas, irraggiamento, emanazione di ciò che è più profondo e che sta sotto l’aspetto sensibile delle cose. Gli occhi e il riso di Beatrice sono veramente il paradiso di Dante, occhi e riso che aprono al poeta le porte dell’amore universale e nei quali egli si perde estasiato, rapito in contemplazione.
Particolarmente indicativi a tale proposito sono i versi 31/36 del Canto XV: Dante, stupito dalle inattese parole di uno spirito (quello del trisavolo Cacciaguida), guarda prima attentamente la luce da cui è partita la voce, poi, con movimento naturalissimo, si volge a Beatrice per chiederle spiegazione. Ma è preso da nuovo stupore nel vedere gli occhi della sua donna così luminosi e ridenti che gli sembra di raggiungere il grado più alto della sua beatitudine.
Lo sguardo beatificante di Beatrice è dovuto non solo al fatto che ella è salita ad un più alto cielo, ma anche alla gioia suscitata in lei dalle parole di Cacciaguida, parole in cui vede il trionfo dell’amato poeta e il coronamento dell’opera propria. I versi rivelano nel loro ritmo tutta l’ebbrezza ed il rapimento con cui il poeta si perde negli occhi divini e comunicano vibrazioni di gioia che si dilatano gradualmente verso purità celestiali.
Dante è talmente sedotto dallo splendore di quegli occhi e dalla luminosità di quel sorriso che continuamente è tentato di fermarsi lì, alla bellezza della sua donna. Ma Beatrice ogni volta lo scuote, rimproverandolo amorevolmente, e lo riporta a prospettive più ampie: “Vincendo me col lume d’un sorriso, ella mi disse: ’Volgiti e ascolta; chè non pur nÈ miei occhi è paradiso’”(Canto XVIII vv.19/21); “perché la faccia mia si t’innamora, che tu non ti rivolgi al bel giardino che sotto i raggi di Cristo s’infiora?” (Canto XXIII vv.70/72).
Quando il pellegrino raggiunge l’Empireo, all’inizio del XXX canto del Paradiso, che è tra le cose più grandi che il poeta ci ha lasciato, è giunto il momento di rinunciare al tema più caro della sua poesia: lasciare di cantare Beatrice. Al momento dell’incontro finale con Dio, Dante perde la sua guida fedele: “anche il più alto e puro degli amori umani non può fare da intermediario tra il pellegrino ed il suo Dio, ogni legame con la terra è infranto”.
Tutta la sua vita di poeta e di uomo gli è davanti, ora, ed egli ripercorrendola con il pensiero la vede sempre illuminata da un'unica immagine, la riconosce assiduo tentativo di immortalare quello che di più bello ha visto sulla terra. E scaturiscono così le sublimi parole: “Dal primo giorno ch’io vidi il suo viso, in questa vita, infino a questa vista, non m’è il seguire al mio cantar preciso; ma or convien che mio seguir desista, più dietro a sua bellezza, poetando, come a l’ultimo suo ciascuno artista” (Canto XXX vv.28/33).
Giunti finalmente all’Empireo, Beatrice compiuta la sua missione affida il suo poeta a San Bernardo. Dante si volge credendo di trovare la sua donna, e invece si vede al fianco un vecchio venerando. È questo un momento difficile da commentare e dispiegare; c’è rinserrato in esso tutta la lunga vicenda di poeta e di uomo. Nell’attimo in cui può finalmente godere della visione tanto disiata, quella della Candida Rosa, il pellegrino, nella pienezza della sua storia intrisa di dolore e di speranza, perde la sua luce, il suo conforto, l’unica presenza corporea che lo ha sostenuto e che aveva ritrovato sulla cima dell’Eden.
Il cerchio si chiude, il viaggio volge al compimento. Ma Dante non ferma la sua attenzione sul nuovo venuto, domanda invece con trepida ansia dove si trovi la sua dolce guida. E poiché il cuore è pieno di lei, non ne pronuncia neppure il nome, come se fosse impossibile supporre che egli intendesse domandare di un’altra donna: “E ‘ov’è ella’, subito diss’io” e, volgendo gli occhi in alto, vede la sua donna che come uno specchio riflette da sé i raggi divini in forma d’aureola.
Mai Beatrice è apparsa così fulgida come in queste semplici parole “e vidi che si facea corona reflettendo da sé li etterni rai”, parole in cui la sovraumana potenza della sua virtù è presentata senza il minimo commento. È l’ultima immagine che il poeta ha voluto lasciarci della donna che ha illuminato la sua vita fin dalla fanciullezza e della quale, al suo primo apparire, i suoi sensi avevano detto: “Ecco che è apparsa la vostra beatitudine”.
Dante allora, nonostante l’immensa distanza, si tende tutto verso di lei e dal profondo del cuore le rivolge una commossa e appassionata preghiera, in cui palpitano tutta la riconoscenza per il bene ricevuto e lo strazio per il necessario congedo. È musica che da sempre incanta e commuove il cuore dei lettori, poesia pura che si stempera in immagini di inusitata bellezza spirituale, dove trepida il ritmo segreto e profondo di un’anima innamorata che canta:
“O donna in cui la mia speranza vige, e che soffristi per la mia salute in inferno lasciar le tue vestige, di tante cose quant’i’ho vedute, dal tuo podere e da la tua bontade riconosco la grazia e la virtute. Tu m’hai di servo tratto a libertate per tutte quelle vie, per tutt’i modi che di ciò fare avei la podestate. La tua magnificenza in me custodi sì che l’anima mia, che fatt’hai sana, piacente a te dal corpo si disnodi” (Canto XXXI, vv.79/90).
Versi sublimi che, sebbene si riferiscano alla Beatrice trascendente, tradiscono ancora l’impeto passionale dell’amante e riconducono il pensiero ai cari e lontani giorni dell’amore giovanile. Beatrice, sebbene tanto lontana, gli invia un ultimo sorriso e un ultimo sguardo come a dimostrar, ancora una volta, l’amore che gli porta; poi, anima beata, torna a contemplare la Fonte eterna: “e quella, sì lontana come parea, sorrise e riguardommi; poi si tornò all’etterna fontana”(Canto XXXI , vv.91/93).
Mai sorriso e sguardo di creatura hanno avuto tanta eloquenza d’amore tutto dicendo senza nulla dire; mai nella stessa Beatrice l’umano si è fuso con il Divino con tale delicatezza e profondità come in questo commiato finale. Veramente ora il poeta, sciogliendo la sua promessa, ha detto “di lei quello che mai non fue detto d’alcuna” .

(fonte: http://www.manuelaracci.com/beatrice.htm)

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