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Dante vicino

Manuela Racci

Dante-Alighieri

Che cos’è la Divina Commedia? Non è una summa, è un numero primo indivisibile ed è questo inesplicabile segreto che le conferisce quella forza che si rinnova attraverso la storia.
Perché Dante? Perché oggi più che mai l’incontro con il Ghibellin fuggiasco ha il sapore dell’irrinunciabilità? Poeta concentrico, Dante sembrerebbe non poter fornire modelli a un mondo come il nostro che sta perdendo se stesso, che si allontana progressivamente dal centro e si dichiara in perenne espansione.
E proprio per questo, sembrerebbe inspiegabile alla nostra moderna cecità che quanto più il suo mondo si allontana da noi, tanto più cresce la nostra volontà di conoscerlo e di farlo conoscere a chi è più cieco di noi. Così già scriveva Montale, cogliendo l’inesplicabile segreto e cioè che Dante rappresenta una meta cui tendere per mettersi in salvo. La sua parola ha una dimensione e una pregnanza tali che la fanno attuale sempre, soprattutto quando l’uomo smarrisce se stesso e il sentimento del proprio destino. Ma donde tale forza che vince le fredde ali del tempo preservando la Divina Commedia dalla notte dell’oblio?
In primis Dante è un classico, anzi il classico per eccellenza, in quanto dominato da una particolare irrequietezza che fa sì che non si lasci facilmente collocare. Un classico non sta mai là dove lo metti e non finisce quando lo si chiude ma ti accompagna nel tempo e attraverso il tempo, attraverso le stagioni della vita. Un classico è colui che ha già occupato i primi posti a teatro, diceva Calvino, poiché lascia un margine illimitato alla cultura a venire, è potente sintesi del passato e suggestivo presentimento e vestibolo del futuro. Per cui - scrive G. Contini - l’impressione genuina del postero, incontrandosi con Dante, non è d’imbattersi in un tenace e ben conservato sopravvissuto, ma di raggiungere qualcuno arrivato prima di lui.
Oggi più che mai è necessario credere nel fatto che i grandi libri ci svegliano, ci scuotono e ci curano, poiché hanno una grande risonanza interiore e un’attualità esistenziale: in quest’ottica la Divina Commedia risulta attualissima, in quanto Dante esprime tutte le dimensioni della realtà, iniziando se stesso e noi alla scoperta che l’aldilà non è un luogo remoto dopo la vita, ma è l’altra faccia della realtà, diversa ma non distinta. Per questo la Divina Commedia parla di noi, dei nostri inferni e purgatori e paradisi, delle nostre cadute e delle nostre risalite e ci invita a elevarci, a crescere, ad espanderci per conoscerci.
Essa va letta con grande energia creativa per cogliere il nesso tra amore e conoscenza - le nozze sacre -, nella certezza dantesca che l’uomo è un perfetto microcosmo in grado di far risplendere il mistero trinitario di Dio, l’uomo e il cosmo. Già l’analisi lucida di Auerbach ha da tempo messo in evidenza la pregnanza umana della Divina Commedia vista come teatro delle passioni, in quanto Dante ha sollevato l’uomo dalla sua indeterminatezza e lo ha posto nello spazio storico, che è la sua reale dimora: Dante per primo ha forgiato quella figura dell’uomo che la coscienza europea ancora non possedeva, l’uomo, quello vivo, determinato, legato alla storia, l’individuo nella sua unità e completezza, la persona nel suo valore primario e intangibile, in breve nella sua natura storica e in questo lo seguiranno tutti quelli che daranno figura all’uomo.
Critici e dantisti eminenti hanno già colto la posizione avanzata e di scoperta di un Dante rispetto ad una sensibilità umanistica: che si tratti della sete umana di felicità che permea di sé tutto il viaggio di Dante e che induce a parlare di vero umanesimo entro le cui coordinate la vita umana, la dimensione terrena si caricano di una dignità sconcertante; o della confessione umanistica che Dante fa quando proclama sue guide Boezio e Cicerone nello studio di Madonna Filosofia; che sia il suo individuare come forze motrici della storia la virtù umana e la brama del sapere rette da pilastri dell’etica umanistica come la giustizia e la pietà intesa come profonda simpatia tra gli esseri umani, solidarietà dell’umano consorzio civile; o che si tratti di quel suo potente sincretismo, di quel suo ricreare rispetto al modello in un’intima fusione di classicità e Medioevo, di quel suo leggere i testi antichi con occhi nuovi, gli occhi di un poeta innamorato della bellezza antica, per cui la classicità pare acquisire una suggestione più forte, che presuppone costante amore e lungo studio (non si può qui non ricordare la potente creazione, all’interno del Limbo, del Nobile Castello che esprime la ripugnanza del poeta ad assegnare uno stato di eterna pena, sia pure soltanto spirituale, ad anime attive, eroiche, ad intellettuali superiori solo perché non ebbero la vera fede), che si tratti di tutto questo insomma, tutto concorre a collocare Dante in una posizione singolarissima e profondamente personale, in una posizione nuova e consapevolmente nuova.
Ma l’elemento più significativo che determina il fascino di Dante e fa la giovinezza e l’attualità della sua poesia sta nella sua indomabile volontà di vivere da uomo, di agire da uomo, di parlare da uomo nella sua inesauribile tensione a mettere a confronto tutto della sua vita con il Destino. I fatti salienti della sua esistenza, la sua stessa vita interiore, il suo pensiero vivono nell’oltretomba. La Divina Commedia è un fatto personale dall’inizio alla fine.
L’autore di questo viaggio straordinario non è un eroe leggendario, un santo o un profeta, ma un uomo immerso nei suoi dolori e smarrimenti, calato appieno nella storia a lui coeva, una storia di cui conosce le pieghe più riposte, le forti contraddizioni, il peso e la depravazione poiché attore ne è l’uomo, l’uomo di sempre di cui il poeta conosce ogni pascaliana miseria e grandezza per cui, paradossalmente, è proprio la forte connotazione storica, la presenza costante del contingente a rendere vivo e contemporaneo il racconto dell’aldilà.
Così il lettore non tratterrà tanto Didone nel suo cuore quanto Francesca, non Costanza d’Altavilla quanto Piccarda. Scendendo di girone in girone, attraverso gli incontri con le anime perse, è come se Dante scendesse dentro se stesso, incontrando una parte di sé, una parte che il poeta-pellegrino deve superare, oltrepassare, staccandola da sé e giudicandola.
In ogni incontro, soprattutto in quelli più alti e drammatici, Dante lascia una parte della sua vita, una forte passione che lo ha accompagnato e attraversato - l’amore passionale, la fierezza politica, la bramosia della conoscenza - ma che ora deve allontanare e sublimare per ritrovare se stesso e risalire. Così in questa sua abissale discesa Dante conduce con sé ogni uomo, da sempre.
Suggeriamo la lettura suggestiva ed irrinunciabile del commento alla Divina Commedia di Anna Maria Chiavacci che con passione e pathos narrativo conduce il lettore all’interno di un itinerario di recupero della dimensione umana e storica del poema. La Divina Commedia non è un poema sacro, non è un trattato di teologia, ma un grande testo poetico; Dante non è un teologo, un politico, un uomo di chiesa ma è un uomo in cammino, e ogni gesto dell’uomo è prezioso, ogni sua parola è contata, tutta la realtà è guardata da Dante con appassionata cura e amore in ogni sua sfumatura.
Ogni moto del cuore umano sembra appartenere a Dante, nulla gli è estraneo poiché tutto ciò che riguarda l’uomo lo attraversa ed è da lui guardato con somma pietà. Èquesto suo immedesimarsi nell’umano che conferisce al suo poema un amore e un’universalità che durano da sempre. La straordinaria novità della regia dantesca nasce dall’irruzione della storia, dall’appassionata ansia del presente, dalla forza di un destino che trasfonde un significato personale alle figure e agli eventi.
La storicità connota dunque ogni tratto del sommo poema, e a ciò è strettamente coerente anche la sorprendente qualità della scelta delle guide del poeta nel suo viaggio: Virgilio, Beatrice, San Bernardo. E se la terza guida rappresenta una scelta normale, in quanto chi meglio di un grande mistico può condurre Dante alla visione finale di Dio, le altre due sono determinanti nella vicenda personale narrata: coloro che lo salvano sono infatti quelli che più ha amato, il poeta pagano da lui venerato e la fanciulla fiorentina tanto amata fin dalla tenera giovinezza.
Beatrice, un nome che è diventato un guadagno per il sempre, un nome che risveglia visioni iperuraniche, che mette le ali e rilancia la propria vita verso il senso dell’ulteriorità, perché Beatrice è e resterà sempre la donna tenacemente amata dal poeta. Il Paradiso di Dante sono gli occhi di Beatrice, il suo sorriso e il suo beato riso. Fino all’ultimo essa non cesserà mai d’essere ciò che era al principio, cioè una creatura particolare, un’esperienza contingente e personalissima, la forza dell’incanto dei sensi che vengono messi al servizio della Redenzione del poeta.
Beatrice è l’incontro determinante, è figura dell’aldilà personale di Dante: colpito in tenera età dalla sua grazia, si accese in lui quella fiamma d’amore che più non si spense. Ben presto il poeta dovette riconoscere che tale legame, per la sua misteriosa forza, era il fatto più importante della sua esistenza. Fu allora che si impose a lui una scelta: o fare di questo amore la sua dannazione, un ricordo struggente, un possesso egoistico che lo separava dal mondo, o obbedire alla sua natura totalmente gratuita, riconoscendo in esso i segni dell’aiuto di Dio per tornare a camminare verso di Lui.
“Amor mi mosse che mi fa parlare”, così Beatrice dice a Virgilio (Inf. canto II, v. 72), esprimendo tutto l’amore suo, personale, che ormai fa parte dell’Amore divino: in nome di quell’amore lei si è mossa e si muoverà fino al Paradiso; il gesto umano, terreno coincide con il destino ultimo, lo storico con l’eterno. Beatrice, dunque, è lo strumento d’amore che Dio ha predisposto per trarre a sé Dante: egli vede lo splendore di Dio riflesso negli occhi belli della sua donna ("onde a pigliarmi fece amor la corda"), veicolo di grazia, nel senso che ha un ruolo salvifico.
Essa è espressione della magnificenza, della meraviglia di Dio, è la Forma visibile della Bellezza Assoluta. Sedotto da tale bellezza, Dante compie la sua evoluzione spirituale e intellettuale, simile a una vera e propria conversione. Ecco il miracolo operato da Beatrice, creatura platonicamente demonica al modo di Eros perché conduce Dante dall’esistenza terrena alle realtà celesti, una scala verso il cielo, un ponte verso il soprasensibile, senza però smaterializzarsi mai; essa resta centrale, anche nell’incontro finale, non viene mai negata, mai inghiottita dall’amore dovuto a Dio, né annientata in altro.
Il sentimento che Dante prova per l’amata e che gli è entrato dentro proprio attraverso le porte degli occhi accendendo un fuoco eterno, è qualcosa di incancellabile e non riassorbito mai nell’adorazione di Dio, anche se Dante ora sa che Dio è alfa e omega di ogni atto d’amore. La compresenza di questi due sentimenti che non si negano mai, ma coesistono in armonia, costituisce un valido criterio per parlare della Divina Commedia come il più grande romanzo d’amore di tutti i tempi, la più grande esaltazione della bellezza di una donna, di una bellezza che è simulacrum della Bellezza divina e forza motrice di un viaggio straordinario, di una bellezza che salva, che libera, che introduce alla totalità riconducendo a Casa il viandante stanco e smarrito.

(fonte: http://www.manuelaracci.com/dantevicino.htm)

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