I sette nomi

del bello

Come definire l’indicibile senza violarne il mistero

Bruno Forte 

Dire l’indicibile senza violarne il mistero è come accendere i sette bracci del candelabro santo, la “menorah”, nella notte del mondo, facendo risplendere la vivente “menorah” dei volti con le loro sette aperture dell’unica luce del cuore, che solo il Messia, l’Eterno entrato nel tempo, è in grado di accendere in noi con la sua luce. L’evocazione di sette nomi del bello nelle lingue dell’Occidente potrà aiutare ad alimentare questa menorah vivente nel santuario di Dio, che è il mondo intero da Lui chiamato ad esistere.

Il primo di questi nomi del bello è l’ebraico tov: il termine ricorre come un canto fermo quale commento divino all’opera dei sei giorni (cf. Gen 1, 4. 10. 12. 18. 21. 25. 31: “E Dio vide che ciò era buono/bello”), dicendo inseparabilmente la bontà e la bellezza del creato agli occhi del Creatore. In rapporto alle otto opere di Dio la parola ricorre sette volte: secondo la tradizione rabbinica non è detto dell’opera del secondo giorno perché in essa Dio compie la separazione delle acque dalle acque, della terra dal cielo, che sembra contraddire alla bellezza come unità e corrispondenza. Ciò significa che il creato è bello perché è domanda, desiderio del cielo: “tov”, bello è dunque ciò che nutre il desiderio, lanciando ponti verso l’Eterno per cui siamo fatti.

Un secondo nome del bello è il greco kalós (secondo i Medioevali da “kaléo” = chiamo; in realtà dal sanscrito “kalyah”): il bello chiama, attira a sé, è amabile, si offre, viene incontro. La bellezza è appello, offerta, avvento dell’Altro... Basti ricordare la voce del misterioso Maestro, unanimemente riconosciuto e amato, che è Dionigi, lo pseudo Areopagita: “Anche in Dio l'eros è estatico, in quanto non permette che gli amanti appartengano a se stessi, ma solo all'amato... Perciò anche Paolo, il grande, tutto preso dall'eros divino e divenuto partecipe della sua forza estatica, grida con voce ispirata: Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me. Egli parla come un vero amante”. Estatico è il bello, e non lo raggiunge se non chi si perde, chi accetta di essere attratto fuori di sé per andare verso l'altro.

Un terzo nome della bellezza è il latino pulcher (da un cognome romano): bello è, cioè, qualcuno, un soggetto concreto; la bellezza è sempre in un “frammento”, fragile, finita... A proposito di questa fragilità del bello, di questo suo essere legato al breve spazio e tempo della caducità, scrive Cristina Campo: “Non è la bellezza ciò da cui si dovrebbe necessariamente partire? È un giacinto azzurro che attira col suo profumo Persefone nei regni sotterranei della conoscenza e del destino... Imperdonabile è, per il mondo d'oggi, tutto ciò che somiglia al giacinto di Persefone... William Carlos Williams ha definito ciò una volta per tutte in tre grandi versi: Ma è vero, essi la temono / più che la morte, la bellezza è temuta / più di quanto essi temano la morte... E hanno ragione perché accettarla è sempre accettare una morte, una fine del vecchio uomo e una difficile nuova vita... Tutti provano questo terrore ma i più preferiscono sparare sulla bellezza o rifugiarsi nell'orrore per dimenticarla”. La bellezza ha insomma un'aura tragica: il suo bacio è mortale, perché il Tutto che si offre nel frammento ne rivela l'inesorabile finitezza. Il bello denuncia la fragilità del bello. La bellezza è come la morte, minacciosa nella sua imminenza: è questa la ragione profonda per la quale l'esperienza del bello è impastata di malinconia. Il bello ricorda agli abitatori del tempo la caducità della loro dimora. Sospeso sugli abissali silenzi della morte, il cuore umano, sovrastato dal bello, si fa inquieto riguardo al suo destino. La fragilità del bello rinvia così paradossalmente all’eterno, come Persefone che dall’Ade rimanda ai giardini della primavera.

Un quarto nome del bello è il latino formosus (da “forma”: il termine si conserva ad esempio nel castigliano “hermoso”): bello è ciò che ha forma, dove la proporzione delle parti rispecchia l’armonia dei numeri del cielo. È l’insegnamento di Agostino, su questo punto totalmente discepolo del mondo greco: “Non a caso nel lodare si usa tanto il termine speciosissimum - che ha l'essenza in sommo grado - quanto il termine formosissimum - che ha la forma in sommo grado”. La bellezza è ordine, armonia, pace: raccolto riposo dell’anima. Rispetto alla visione greca Agostino innova, tuttavia, su due punti: il primo è che la bellezza per lui non è qualcosa, ma Qualcuno, un Tu amato: “Tardi Ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi Ti amai!”. Il secondo è che il bello come armonia non dà ragione del male e della sofferenza: da una parte Agostino spiega la disarmonia come momento dialettico necessario, che sta al bello come l’ombra alla luce; dall’altra cerca insoddisfatto altre possibilità.

Un quinto nome del bello è quello che evoca l’irradiarsi della luce: splendido è il bello, radioso come il sole del mattino, e insieme pudico come lo stesso sole alle prime luci dell’alba, o infiammato di sangue come l’astro nell’ora che volge al tramonto, quando sa tingere ogni cosa del sapore della nostalgia. Claritas è il termine usato da Tommaso d’Aquino alla ricerca di questa ulteriore, conturbante bellezza: egli ricorre al termine quando parla del bello in rapporto a Colui, cui più si addice l’idea della bellezza, il Figlio Gesù Cristo. È in tale contesto che Tommaso aggiunge ai due termini agostiniani - “integritas” e “proportio”, il Tutto e la proporzionata armonia delle parti - l’idea della “claritas”, di ciò che irradiando trasgredisce i confini, oltrepassa le soglie: “La bellezza - scrive nella Summa Theologica - ha a che fare con ciò che è proprio del Figlio. Tre cose richiede infatti la bellezza. In primo luogo, l'integrità o perfezione... Quindi, la debita proporzione o armonia. E poi la luminosità... Riguardo all'integrità, essa riguarda ciò che è proprio del Figlio, in quanto il Figlio ha in sé in maniera vera e perfetta la natura del Padre... Riguardo alla proporzione, essa corrisponde a ciò che è proprio del Figlio, in quanto egli è l'immagine espressa del Padre. Di qui si desume che qualunque immagine può dirsi bella, se perfettamente ripresenta/rappresenta l'oggetto... Riguardo al chiarore, esso corrisponde a ciò che è proprio del Figlio, in quanto egli è il Verbo, luce e splendore dell'intelligenza”. In altre parole, il Tutto si fa presente nel Figlio incarnato non solo come armonia, ma anche come trasgressione, irradiazione, rapimento, lacerazione: l’Infinito nella fragilità del finito, l’Eterno nel tempo, il Bene sommo nella morte di Croce. L’agape crocefissa è la rivelazione della bellezza che salva... È da qui che nasce il nome destinato a più larga fortuna nelle lingue dell’Occidente: “bello”.

Un sesto nome del bello è, appunto, bello (dal latino medioveale “bonicellum” ‘ piccolo bene, bene abbreviato; da qui i termini che nelle lingue romanze designano il nostro oggetto: “bello”, “bonito”, “beau”, “beautiful”). La bellezza è la contrazione dell’Onnipotente nella debolezza, del divino nell’umano, della gloria nell’umiltà e nella vergogna della Croce: “Non coërceri maximo, contineri tamen a minimo, divinum est” - “Non l’essere costretti dal più grande, ma l’essere contenuti dal più piccolo è il divino”. Il bello è l’amore che induce l’infinito Bene a consegnarsi alla morte per la creatura amata. Il bello è umiltà, kènosi dello splendore e proprio così paradossale splendore della kènosi.

Altri nomi potrebbero essere qui evocati (ad esempio quello di “sublime”, derivante da “sub limen”, sospeso all’architrave della porta, al “limen” e dunque alto, elevato: amato dalla filosofia moderna, esso è definito da Kant come ciò il cui solo pensiero dimostra “la presenza di una facoltà dell’animo nostro che trascende ogni misura sensibile”): il settimo nome del bello resta, però, più propriamente custodito nel silenzio. È la bellezza oltre ogni bellezza. È la voce del silenzio che secondo il testo ebraico (1 Re 19,12) solo parla ad Elia sull’Oreb. 

(L’Osservatore Romano, 19 Gennaio 2012, p. 4)