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Introduzione alla

Divina Commedia 

(1307-21)

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Poema in terzine (sistemi di tre strofe di tre endecasillabi, che rimano secondo il principio della rima incatenata, ciascuna ripetuta tre volte) composto da 100 canti suddivisi in tre cantiche: 34 canti l'Inferno, 33 ciascuno il Purgatorio e il Paradiso.

Contenuto 

È il racconto del viaggio compiuto da D. per volontà divina nei tre regni dell'Oltretomba per poter indicare all'umanità la via della rigenerazione e della salvezza. Tre guide lo accompagnano: Virgilio nell'Inferno e nel Purgatorio, fino all'Eden; Beatrice dal Paradiso terrestre fino all'Empireo; qui subentra san Bernardo (Bernardo di Clairvaux) che lo introduce alla visione diretta di Dio.

Il viaggio, che dura una settimana, ha inizio la sera del venerdì santo dell'8.4.1300 (o del 25.3.1300), in cui D., per sfuggire il traviamento spirituale, dalla selva oscura in cui s'è smarrito intraprende la discesa nell'Inferno. La porta della voragine infernale, che sprofonda come un immenso cono rovesciato fino al centro della terra, si apre presso Gerusalemme, situata al centro dell'emisfero boreale o delle terre emerse. L'Inferno è diviso in nove cerchi concentrici, preceduti da un Antinferno che accoglie gli ignavi, rifiutati da Dio e dal demonio. Nei nove cerchi sono distribuiti i dannati secondo un rigoroso ordinamento che scende verso i peccati più gravi. Il I cerchio, distinto dall'Inferno vero e proprio, è il Limbo, dove si trovano le anime dei non battezzati. Nella parte superiore dell'Inferno sono puniti gli incontinenti: lussuriosi nel II, golosi nel III, avari e prodighi nel IV, iracondi e accidiosi nel V, nel VI gli eretici. Nel VII sono puniti i violenti in tre gironi, violenti contro il prossimo, se stessi e Dio. I fraudolenti sono confinati negli ultimi due. L'VIII o Malebolge è diviso in dieci fosse concentriche che ospitano: seduttori, lusingatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordie, falsari. Il IX costituito dal fiume di ghiaccio Cocito è diviso in quattro zone: Caina, traditori dei parenti; Antenora, traditori della patria; Tolomea,traditori degli ospiti; Giudecca, traditori dei benefattori. Conficcato nel ghiaccio, in un punto che corrisponde al centro della terra, è Lucifero. Attraverso un percorso sotterraneo D. e V. riemergono alla luce nell'emisfero australe. Qui sorge, proprio agli antipodi di Gerusalemme, l'altissima montagna del Purgatorio.

Nel Purgatorio le anime penitenti sono divise in due zone. Nell' Antipurgatorio, la base del monte, sostano gli scomunicati, i pigri a pentirsi, i morti di morte violenta e in una valletta i principi negligenti. Attraverso una porta D. e V. accedono al Purgatorio vero e proprio dove le anime sono ripartite in sette cornici corrispondenti ai sette peccati capitali: I superbi, II invidiosi, III iracondi, IV accidiosi, V avari e prodighi, VI golosi, VII lussuriosi.

Sulla cima del Purgatorio c'è il Paradiso terrestre, dove Adamo ed Èva fino alla caduta nel peccato godettero d'una piena felicità. Lasciato da V. e accompagnato da Beatrice D. ascende attraverso i cieli all'Empireo, sede dei beati e della divinità. Attraversa i nove cieli,che ruotano a velocità diverse l'uno nell'altro, intorno alla Terra. Forze motrici dei cieli sono le intelligenze angeliche, distinte in nove schiere. Angeli nel I o cielo della Luna; Arcangeli nel II o cielo di Mercurio; Principati nel III o cielo di Venere; Potestà nel IV o cielo del Sole; Virtù nel V o cielo di Marte; Dominazioni nel VI o cielo di Giove; Troni nel VII o cielo di Saturno; Cherubini nel VIII o cielo delle Stelle Fisse; Serafini nel IX cielo, Cristallino o Primo Mobile. D. raggiunge così l'Empireo, sede di Dio, pensato in quiete assoluta. Qui si trovano i Beati, disposti in gradini circolari formanti una luminosissima e candida Rosa. 

INFERNO 

Canto I: Dante si trova smarrito in una selva oscura (simbolo del suo traviamento spirituale), per uscirne tenta di risalire un colle illuminato dal sole. Tre fiere: una lonza, un leone e una lupa, gli sbarrano il passo. Appare allora un'ombra, è Virgilio che invita il poeta a seguirlo per altra strada e preannuncia la venuta di un Veltro, che scaccerà la lupa. Egli guiderà D. alla salvezza attraverso i regni oltremondani dell'Inferno e del Purgatorio, per poi affidarlo alla guida di un'anima più degna. D. accoglie l'invito e si mette sulle orme di V.

Canto II: D. è assalito da un dubbio: se sia egli degno d'andare nel regno dei morti, come Enea e San Paolo. V. lo rassicura, raccontandogli che è stato inviato a lui da Beatrice, per intercessione di due donne benedette: la Vergine e Santa Lucia. Confortato D. si mette in cammino.

Canto III: Giunto alla porta dell'Inferno, D. vi legge un'iscrizione che lo spaventa. Rincuorato da V. varca la soglia. Lo accoglie un frastuono di pianti e lamenti. V. spiega a D. che si trovano nell'Antinferno dove sono gli Ignavi. I due poeti giungono poi sulla riva del fiume Acheronte, dalla quale Caronte, traghettatore delle anime infernali, tenta di allontanare D. Un improvviso terremoto fa cadere D. svenuto.

Canto IV: Al risveglio D. si trova oltre l'Acheronte, V. gli spiega che in questa prima regione infernale, il Limbo, sono le anime dei non battezzati, puniti solo della privazione della vista di Dio, e accenna alla discesa di Cristo. Insieme raggiungono un luogo illuminato, dove V. è accolto da Omero, Ovidio, Grazio e Lucano. I sei poeti entrano in un "nobile castello". Qui sono mostrati a D. gli "spiriti magni", coloro che conseguirono fama tra gli uomini. D. e V. lasciano il Limbo e riprendono il viaggio.

Canto V: Scendono nel secondo cerchio e trovano all'ingresso Minosse, il giudice infernale, che tenta invano di trattenere D. Qui una vorticosa bufera trascina senza sosta le anime dannate dei lussuriosi, due di esse si avvicinano a D.: sono Paolo Malatesta e Francesca da Rimini. Francesca narra a D. la storia del suo infelice amore per Paolo, mentre egli le è accanto silenzioso. Vinto da pietà, D. cade a terra svenuto.

Canto VI: D. è miracolosamente trasportato nel terzo cerchio, dove sono i golosi flagellati da una pioggia greve e incessante. Cerbero, custode del cerchio, tenta d'opporsi al passaggio, ma è placato da V. D. si trattiene con l'anima del fiorentino Ciacco, che interroga sul futuro di Firenze, venendo a sapere della rovina dei guelfi di parte bianca. Chiede poi dove siano alcuni grandi fiorentini come Farinata degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi e Jacopo Rusticucci.

Canto VII: All'ingresso del quarto cerchio D. e V. trovano Pluto. Ancora una volta V. interviene per evitare che un demone infernale ostacoli il loro cammino. Quindi mostra a D. i dannati, avari e prodighi, costretti a spingere in opposte schiere enormi pesi. Interrogato da D. egli spiega che la Fortuna è un ministro del volere divino, cui è stata affidata la distribuzione dei beni mondani. I due poeti scendono nel quinto cerchio occupato dalla palude Stigia, dove sono immersi gli iracondi e sommersi nel fango gli accidiosi.

Canto VIII: Sulla barca di Flegiàs D. e V. attraversano la palude Stigia. Filippo Argenti, un fiorentino di parte Nera, si scaglia contro D., V. lo respinge. Scesi dalla barca i due poeti vedono le mura della città di Dite protette da diavoli minacciosi che sbarrano le porte.

Canto IX: Dall'alto d'una torre le Erinni, Megera, Aletto e Tisifone invocano Medusa perché impedisca a D. il viaggio. Interviene un messo del cielo che apre la porta, rimprovera i demoni e permette a D. e V. di proseguire. Entrati, essi si trovano in una campagna coperta di sepolcri infuocati, nei quali sono le anime degli eresiarchi.

Canto X: Da un sepolcro l'anima di Farinata degli Uberti riconosce D. Si accende tra i due fiorentini di diversa fede politica, ghibellino Farinata, guelfo D., un teso colloquio, interrotto dall'anima di Cavalcante Cavalcanti, che chiede notizie del figlio Guido. Farinata predice poi a D. l'esilio e gli spiega la condizione dei dannati che possono vedere il futuro, ma non il presente. D. e V. riprendono il cammino.

Canto XI: Giunti sul ciglio d'una ripa scoscesa, sentono esalare dalla valle sottostante un orribile puzzo. I due poeti indugiano e V. espone a D. l'ordinamento morale dell'Inferno. Procedono poi verso il luogo della discesa.

Canto XII: Discesi nel primo girone del settimo cerchio, dopo aver superato il Minotauro, che custodiva l'ingresso, per un declivio giungono al Flegetonte, fiume di sangue bollente, dove sono immersi i violenti contro il prossimo. Lungo le rive del fiume corrono i Centauri. In groppa al Centauro Nesso, che indica alcune anime dannate, D. e V. attraversano il Flegetonte.

Canto XIII: Nel secondo girone del settimo cerchio s'addentrano in una selva di alberi spogli e nodosi, tra i quali svolazzano le Arpie. Sono le anime dei suicidi tramutate in piante. Da uno di questi arbusti, cui D. ha spezzato un ramo, gli parla Pier della Vigna, segretario di Federico II, accusato di tradimento e per questo suicida. D. assiste poi alla pena degli scialacquatori inseguiti e sbranati da fameliche cagne.

Canto XIV: II terzo girone è una landa sabbiosa battuta da una pioggia di fuoco che fiacca i violenti contro Dio, la natura e l'arte. V. riconosce Capaneo. Spiega poi a D. l'origine dei fiumi infernali. Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito sono in realtà nomi diversi d'uno stesso fiume formato dalle lacrime che sgorgano dalla statua d'un vecchio, simbolo del genere umano, collocata in una grotta del monde Ida, e che precipitano attraverso la roccia nell'Inferno.

Canto XV: Lungo gli argini del Flegetonte D. riconosce tra i sodomiti Brunetto Latini. Con lui parla dei corrotti costumi di Firenze e da lui riceve una seconda predizione dell'esilio. Salutando D. Brunetto gli raccomanda il suo Trésor. Canto XVI: Tre fiorentini si fanno incontro a D.: lacopo Rusticucci, Tegghiaio Aldobrandi e Guido Guerra. Con Jacopo parla della triste condizione di Firenze dove non esistono più "cortesia e valer". D. e V, giunti nel punto in cui il Flegetonte precipita in basso, vedono salire dal fondo, nuotando per l'aria una figura mostruosa. È Gerione simbolo della frode.

Canto XVII: V. invita D. a visitare gli usurai, che si trovano sull'orlo del terzo girone. Flagellati anch'essi dalla pioggia infuocata portano al collo un sacchetto con lo stemma della famiglia. D. ne riconosce alcune. Poi con V, sulle spalle di Gerione, discende nell'abisso infernale.

Canto XVIII: L'ottavo cerchio di pietra livida è Malebolge. Nella I bolgia sferzati da demoni sono i seduttori e i ruffiani. V. gli indica Giasone. Dal ponte della II bolgia vede immersi nello sterco gli adulatori tra i quali riconosce Alessio Interminelli e Taide.

Canto XIX: Nella III0 bolgia confitti a testa in giù stanno i simoniaci. Hanno le gambe fuori e le piante dei piedi bruciate da una fiamma. D. parla con papa Niccolo III e poi prorompe in un'aspra invettiva contro la corruzione ecclesiastica.

Canto XX: Nella IV bolgia vede la schiera degli indovini col capo stravolto all'indietro. V. gli mostra i più famosi ed espone le origini della città di Mantova.

Canto XXI: Dal ponte D. e V. vedono la V bolgia ricolma di pece bollente dove sono immersi i barattieri custoditi da demoni. Il loro capo Malacoda parlamenta con V. e sceglie dieci dei suoi, comandati da Barbariccia, perché scortino D. e V. alla VI0 bolgia.

Canto XXII: Scortati dai diavoli, D. e V. proseguono lungo il margine della fossa dei barattieri. Uno di essi si rivolge a D. È Ciampolo di Navarra, che gli indica altri dannati. Sfugge ai diavoli che cercano di afferrarlo, due dei quali cadono nella pece bollente.

Canto XXIII: D. e V, che si vedono inseguiti dai diavoli, sì precipitano nella VI0 bolgia e si pongono in salvo. Vi trovano gli ipocriti coperti di pesanti cappe di piombo. Parlano con Loderingo e Catalano, bolognesi frati gaudenti. D. ne guarda stupito uno crocifisso a terra e Catalano gli spiega che si tratta di Caifas, uno dei giudici di Cristo. V. chiede come sia possibile riprendere la serie dei ponti per uscire dalla bolgia e Catalano lo avverte che quello verso il quale sono diretti è rovinato. V. s'accorge così dell'inganno tesogli da Malacoda.

Canto XXIV: D. e V. salgono a fatica le macerie del ponte e raggiungono la VII bolgia. Qui si trovano i ladri che corrono atterriti in mezzo a una moltitudine di serpenti. Un dannato morso da un serpente incenerisce e poi riprende forma di uomo. È il pistoiese Vanni Fucci, che riconosciuto da D., si turba d'essere stato visto dal poeta nella condizione di dannato. Irato, gli predice la futura sconfitta dei guelfi bianchi.

Canto XXV: Vanni Fucci bestemmia Dio con un gesto osceno e il centauro Caco corre a punirlo. Dall'argine D. e V. assistono poi alle metamorfosi di dannati ladri fiorentini in serpenti.

Canto XXVI: Dopo una severa apostrofe a Firenze, alla quale predice grandi sventure, D. scende nella VIII bolgia, dove sono i consiglieri fraudolenti vestiti di fiamma. Una delle fiamme è biforcuta e V. spiega che in essa sono puniti Diomede e Ulisse. Questi, che delle due è la fiamma più alta, racconta il suo ultimo viaggio e la morte.

Canto XXVII: Un'altra fiamma si ferma a parlare. È l'anima di Guido da Montefeltro, a cui D. espone le condizioni della Romagna. Guido narra di come fosse stato indotto nuovamente al peccato da un inganno di Bonifacio VIII, che gli concesse l'assoluzione prima ch'egli desse il consiglio di frode richiesto.

Canto XXVIII: D. guarda lo spettacolo della IX bolgia, dove, mutilati dalla spada d'un demonio, stanno i seminatori di discordia. Gli passano davanti Maometto, Pier da Medicina, Mosca dei Lamberti e Bertram dal Bornio.

Canto XXIX: D. indugia impietosito al pensiero che nella bolgia si trovi lo zio Geri del Bello. V. lo rimprovera esortandolo a proseguire. Giungono al ponte che sovrasta la X bolgia, dove colpiti da malattie che li deformano stanno i falsari. Parlano con due alchimisti (falsatori di metalli): Griffolino d'Arezzo e Capocchio da Siena.

Canto XXX: Irrompono due falsari della persona, rabbiosi, Gianni Schicchi che si finse Buoso dei Donati e Mirra che innamorata del padre si finse un'altra donna. D. parla poi con Maestro Adamo, un falsario di moneta, che ha il ventre gonfio per l'idropisia. Egli indica a D. due anime tormentate da una febbre altissima; sono la moglie di Putifarre, accusatrice di Giuseppe, e Sino-ne. Sinone e Adamo s'azzuffano rinfacciandosi le colpe e le pene.

Canto XXXI: D. e V. passano in silenzio dallo VIII al IX cerchio. D. scorge i Giganti, che sporgono con il busto dal pozzo infernale. Vede Nembrot, Fialte, Antèo. V. prega Antèo di porli nel fondo del pozzo.

Canto XXXII: II IX cerchio è costituito dalla superficie ghiacciata del lago di Cocito. Nella prima zona, Caina, si trovano i traditori dei congiunti immersi nel ghiaccio. D. parla con Camicione de' Pazzi, che gli mostra i conti di Mangona e profetizza la venuta del congiunto Carlino. Nella seconda zona, Antenora, D. trova con Bocca degli Abati molti traditori della patria e vede un dannato che rode il cranio di un altro.

Canto XXXIII: È il conte Ugolino della Gherardesca, che narra a D. i particolari della prigionia e della morte sua e dei suoi figli per volontà dell'arcivescovo Ruggeri. D. passa poi nella Tolomea dove sono i traditori degli ospiti e degli amici. Alberigo Manfredi racconta di sé, di Branca d'Oria e di come in questa zona infernale l'anima scenda quando si è ancora vivi mentre un demonio s'impossessa del corpo.

Canto XXXIV: Nella Giudecca interamente immersi nel ghiaccio stanno i traditori dei benefattori. D. scorge da lontano Lucifero, orribile a vedersi con tre facce e smisurate ali da pipistrello. Nelle bocche dilania Giuda, Bruto e Cassio. Per un oscuro cammino sotterraneo D. e V. escono a riveder le stelle. 

PURGATORIO 

Canto I: Usciti dalle tenebre infernali, Dante e Virgilio si trovano sulla spiaggia del Purgatorio. Appare il vecchio Catone, venerando nell'aspetto, che scambia i due poeti per dannati. V. gli rivela le ragioni del viaggio e Catone concede loro di passare nel suo regno. V. dovrà prima lavare il volto di D. e cingergli i fianchi con un giunco.

Canto II: Sorge il sole e appare in lontananza la navicella dell'angelo nocchiero che trasporta le anime penitenti dopo averle raccolte alla foce del Tevere. Le anime si affollano stupite intorno a D. vivo. Tra queste D. riconosce Casella, l'amico musico, che gli canta Amar che ne la mente mi ragiona. Tutti sono rapiti dalla dolcezza del canto. Catone li sollecita a correre al monte per purificarsi.

Canto III: D. e V. giungono ai piedi del ripido pendio del monte. Scorgono le anime degli scomunicati costrette a trascorrere nell'Antipurgatorio trenta volte il tempo della scomunica. D. parla con il re Manfredi, che narra al poeta la sua morte nella battaglia di Benevento e lo prega di annunciare alla figlia Costanza che egli è salvo.

Canto IV: Faticosamente D. e V. salgono al primo balzo. V. spiega a D. il corso del sole nell'emisfero australe. Poco dopo D. incontra Bevilacqua, tra le anime dei negligenti, che in terra tardarono a pentirsi e per questo devono attendere nell'Antipurgatorio tanto, quanto il tempo della loro vita.

Canto V: Un'altra schiera di anime s'affolla intorno ai due poeti. Sono i morti di morte violenta. Qualcuna prega D., poiché egli è vivo, di portarne notizia sulla terra. D. si dichiara pronto a fare ciò. Ha poi un colloquio con Jacopo del Cassero, Buonconte da Montefeltro e Pia de' Tolomei, che narrano la loro triste sorte.

Canto VI: Le anime continuano a far ressa intorno a D. e a chiedere suffragi. D. promette e V. spiega l'efficacia della preghiera. Un'anima è in disparte, si tratta del poeta mantovano Sordello che chiede ai due poeti chi siano. Appena sentita da V. la parola Mantova, riconoscendo in lui un compatriota, Sordello lo abbraccia. Di fronte all'abbraccio affettuoso D. prorompe in un'apostrofe all'Italia, paese senza una guida, straziato da lotte intestine.

Canto VII: Dopo aver saputo da V. le ragioni del viaggio, Sordello guida i due poeti in una valletta fiorita che ospita i principi negligenti. Indica Rodolfo d'Asburgo, Ottocaro II di Boemia, Filippo II di Francia, Enrico I di Navarra, Pietro III d'Aragona, Carlo I d'Angiò, Enrico III d'Inghilterra, Guglielmo VII marchese di Monferrato.

Canto VIII: Al tramonto le anime pregano e attendono l'arrivo di due angeli custodi contro la tentazione. Con Sordello D. e V. scendono nella valletta e D. riconosce l'amico Nino Visconti, giudice in Sardegna. S'avvicina Corrado Malaspina. D. tesse un elogio della famiglia Malaspina e Corrado gli profetizza che presto avrà prova della veridicità di tale opinione.

Canto IX: D., V, Sordello, Nino e Corrado, si addormentano. All'alba D. sogna di essere rapito da un'aquila sino alla sfera del fuoco. Al risveglio non è più nella valletta e gli è accanto solo V, che spiega il significato del sogno: santa Lucia ha condotto D. sino alla porta del Purgatorio, qui l'angelo portiere incide sulla fronte di D. sette P, che egli laverà risalendo la montagna.

Canto X: D. e V. salgono nella prima cornice, dove espiano il peccato le anime dei superbi. Curvi sotto pesantissimi macigni guardano scolpiti a terra esempi di umiltà: l'Annunciazione alla Vergine, la traslazione dell'Arca Santa, l'imperatore Traiano che ascolta il pianto d'una vedova.

Canto XI: I superbi intonano il Pater Noster. Si avvicinano Omberto Aldobrandeschi, il miniatore Oderisi da Gubbio e Provenzan Salvani. Con i loro racconti invitano D. a riflettere sulla vanità della gloria umana.

Canto XII: Lasciata la schiera di anime, D. osserva sul pavimento e sulla parete i bassorilievi con gli esempi di superbia: Lucifero, Briareo, i Giganti, Nembrot, Niobe, Saul, Aracne, Roboamo, Erifile, Sennacherib, Ciro, Oloferne e la città di Troia. L'angelo dell'umiltà cancella una P dalla fronte di D. e i due poeti salgono per una ripida scala.

Canto XIII: Nella seconda cornice sono le anime degli invidiosi, che vestiti d'un saio e con gli occhi cuciti dal fil di ferro ascoltano voci aeree che narrano esempi di carità e invidia punita. D. incontra la senese Sapia, a tal punto rosa dell'invidia d'aver desiderato la sconfitta dei suoi concittadini.

Canto XIV: Un'altra anima, Guido del Duca, si rivolge a D. e gli presenta Rinieri da Calboli. Guido e D. deplorano la corruzione morale degli abitanti delle loro terre, la Val d'Arno e la Romagna, dove sono scomparsi i valori d'un tempo.

Canto XV: D. e V. sono illuminati dalla luce dell'angelo della misericordia che li invita a salire e cancella dalla fronte del poeta un'altra P. Mentre salgono alla terza comice a D. appaiono visioni di mansuetudine.

Canto XVI: Nella terza cornice, dove sono gli iracondi, i due poeti procedono attraverso un fitto fumo che punge gli occhi. Tra le anime espianti che intonano l'Agnus Dei, una dichiara di essere Marco Lombardo. Spiega la teoria del libero arbitrio e a D., che è tormentato dal desiderio di conoscere la causa della corruzione del mondo, risponde che questa va ricercata nella mala condotta di papi e imperatori.

Canto XVII: Usciti dal fumo D. e V. vedono esempi d' ira punita. L'angelo della mansuetudine cancella un'altra P. Mentre salgono alla quarta cornice V. spiega l'ordinamento morale del Purgatorio.

Canto XVIII: Nella quarta cornice sono gli accidiosi, costretti a correre. Due di essi gridano esempi di sollecitudine, mentre l'abate di San Zeno indica la via verso la quinta cornice. Uditi esempi di accidia punita D. si addormenta e sogna.

Canto XIX: Sogna una donna brutta e deforme che al suo sguardo diventa una bellissima sirena. V. le strappa le vesti e dal ventre emana un fetido odore che sveglia D. L'angelo della sollecitudine cancella la quarta P. Mentre salgono, V. spiega che la sirena del sogno simboleggia la cupidigia dei beni materiali che si espia nelle tre cornici rimanenti (avarizia, gola, lussuria). Nella quinta cornice sono le anime degli avari e prodighi, bocconi per terra con piedi e mani legati. D. parla con papa Adriano V.

Canto XX: Un'anima grida esempi di povertà e liberalità. È Ugo Capeto, che nel colloquio con D. biasima gli ultimi discendenti dei Capetingi, da Carlo di Valois a Filippo il Bello, che peccheranno per brama di ricchezze. Un terremoto scuote la montagna. Le anime intonano il Gloria.

Canto XXI: Uno spirito spiega che il terremoto avviene ogni qual volta un'anima si sente monda e pronta a salire al Paradiso. Così egli si sente per aver scontata la colpa. Dichiara di essere il poeta Stazio vissuto, a Roma sotto l'imperatore Tito, e si rammarica di non essere vissuto al tempo di V., che considera un maestro.

Canto XXII: D., al quale l'angelo della giustizia cancella un'altra P, segue V. e Stazio, che spiega di essere rimasto nella V cornice a causa del peccato di prodigalità. Dice inoltre che la lettura della IV Egloga di V. lo ha avvicinato al cristianesimo. Chiede poi a V. notizie di grandi poeti latini e viene a sapere che si trovano nel Limbo. I poeti giungono alla VI cornice. Da uno strano albero risuonano esempi di temperanza.

Canto XXIII: Sotto l'albero carico di frutti e vicino a una sorgente d'acqua si affollano i golosi, magri, affamati e assetati. Tra loro D. riconosce l'amico Forese Donati, che esalta la moglie Nella e biasima la corruzione delle donne fiorentine.

Canto XXIV: Forese paria della sorella Piccarda, già in Paradiso, e gli indica l'anima di Bonagiunta Orbicciani. Nel colloquio con lui, D. definisce le caratteristiche dello Stil Novo. Nel riprendere il dialogo con Forese, D. si lamenta di Firenze e viene a sapere da lui la futura drammatica fine di Corso Donati, capo dei guelfi neri. D., V. e Stazio giungono ad un altro albero, una voce li ammonisce a non avvicinarsi perché esso trae origine dall' albero del Paradiso terrestre e ricorda esempi di golosità punita. L'angelo della temperanza cancella la P.

Canto XXV: Mentre i poeti salgono alla VII0 cornice, Stazio spiega la teoria della generazione, l'infusione dell'anima nel corpo e la formazione dei corpi aerei. Arrivano alla settima cornice, dove in una cortina di fuoco camminano le anime dei lussuriosi cantando il Summae Deus clementiae e gridando esempi di castità.

Canto XXVI: Gli spiriti penitenti sono divisi in due schiere opposte, sodomiti e lussuriosi, che, quando s'incontrano, s'abbracciano e baciano gridando esempi di lussuria punita. Tra i sodomiti D. incontra Guido Guinizzelli, al quale manifesta affetto. Guinizzelli gli indica Arnaldo Daniello, definendolo il miglior poeta in lingua romanza. Arnaldo si avvicina a D. e in provenzale gli chiede di pregare per lui.

Canto XXVII: L'angelo della castità invita i poeti a penetrare nel fuoco e cancella l'ultima P. I poeti giungono così alla scala. È sera, si fermano e si addormentano. All'alba D. sogna una donna giovane e bella che raccoglie fiori e dice di essere Lia. Al risveglio V. gli dice che egli è ormai pronto a salire. Giunti alla sommità della scala V. comunica a D. che il suo compito è finito. D. è ormai padrone di se stesso e deve attendere l'arrivo di Beatrice.

Canto XXVIII: D. si addentra nella divina foresta dell'Eden. Giunge presso il Lete e qui scorge una bella donna che coglie fiori, Matelda. Ella spiega a D. la presenza del vento e dell'acqua. Il vento è dovuto al movimento dei cicli, l'acqua scaturisce per volere divino da una sorgente perenne e forma il Lete, che cancella il ricordo del peccato, e l'Eunoé, che fa ricordare il bene compiuto.

Canto XXIX: Procedono lungo il Lete e dopo un'improvvisa luce appare una mistica processione. Sette candelabri d'oro lasciano dietro di sé scie luminose. Queste avvolgono ventiquattro seniori vestiti di bianco. Seguono quattro animali simili a quelli visti dal profeta Ezechiele e tra questi un carro trionfale trainato da un grifone. Accanto alla ruota destra avanzano tre donne, accanto alla sinistra quattro. Sette personaggi seguono il carro. La processione si arresta davanti a D.

Canto XXX: Mentre i seniori cantano Veni sponsa de Libano, appare Beatrice e scompare V.. D. piange e Beatrice lo rimprovera aspramente. Gli angeli manifestano compassione per lui.

Canto XXXI: Beatrice invita D. a confessare la ragione del traviamento ed egli ammette di aver seguito dopo la morte di lei falsi allettamenti. Guardandola, così bella e luminosa, D. si pente e per l'emozione sviene. Matelda lo immerge nel Lete, lo costringe a bere poi lo conduce davanti a Beatrice.

Canto XXXII: La processione torna verso oriente. D., Matelda e Stazio la seguono, finché tutti si fermano presso l'albero spoglio di Adamo al quale il grifone lega il carro. Immediatamente l'albero rinverdisce, mentre tutti intonano un inno. D. cade addormentato. Al risveglio vede Beatrice seduta presso l'albero circondata da sette donne con i sette candelabri. Il grifone e il resto della processione salgono al cielo. Un'aquila piomba sul carro e una volpe si avventa sul fondo di esso. Beatrice la scaccia. La terra si apre sotto le ruote del carro e ne esce un drago che toglie una parte del fondo del carro, che si ricopre delle penne dell'aquila. Il carro si trasforma in un mostro con sette teste e dieci corna. Su di esso un gigante flagella una meretrice, scioglie il carro e lo trascina nella selva.

Canto XXXIII: Beatrice profetizza a D. l'arrivo di un personaggio che ucciderà la meretrice e il gigante e esorta D. e riferire ciò che ha visto agli uomini. Poi invita il poeta a bere l'acqua dell'Eunoé. Ora egli è puro e disposto a salire a le stelle. 

PARADISO 

Canto I: Senza accorgersene Dante sale al cielo. La luce della sfera del fuoco e l'armonia delle sfere celesti lo riempiono di meraviglia. Beatrice gli spiega che è nell'ordine naturale dell'universo che egli purificato delle colpe ascenda verso il cielo.

Canto II: D. e Beatrice arrivano nel cielo della Luna e Beatrice spiega al poeta la ragione delle macchie lunari. La diversa luminosità dei pianeti deriva dal diverso grado in cui si manifesta la virtù delle intelligenze motrici.

Canto III: Spiriti evanescenti appaiono a D. Piccarda Donati gli spiega che essi hanno un grado inferiore di beatitudine perché mancarono ai voti, ma si piegano lieti alla volontà di Dio. Racconta poi del suo rapimento dal chiostro e gli mostra l'imperatrice Costanza.

Canto IV: Beatrice informa D. che queste anime non dimorano nel cielo della Luna, ma gli sono venute incontro dall'Empireo loro sede per manifestare sensibilmente il loro grado inferiore di beatitudine. Spiega inoltre che Piccarda demeritò per non essersi opposta alla violenza subita. D. chiede se le opere meritorie possano soddisfare i voti mancati.

Canto V: Beatrice risponde che il voto è un libero sacrificio e non può essere commutato. Salgono nel cielo di Mercurio. Uno spirito si fa incontro a D..

Canto VI: Rivela di essere l'imperatore Giustiniano e traccia un quadro delle glorie dell'aquila romana, simbolo dell'impero, da Costantino a se stesso, che affidò le armi a Belisario e riordinò le leggi nel grande Corpus luris. Il sacrosanto segno fu sempre degno di reverenza, da Pallante sino a Carlo Magno; ora i guelfi e i ghibellini ne fanno scempio. Giustiniano informa poi D. che gli spiriti del cielo di Mercurio in terra furono attivi per desiderio di gloria. Gli presenta l'anima di Romeo di Villanova. C

Canto VII: Beatrice scioglie due dubbi di D. nati dalle parole di Giustiniano. Spiega che potè essere gloria dell'impero romano sia la condanna di Cristo, in quanto uomo che espiava il peccato di Adamo, sulla vendetta, con la distruzione di Gerusalemme, di quella condanna che era stata comunque inflitta al figlio di Dio. Spiega infine che Dio ha scelto l'incarnazione di Cristo e la sua morte per redimere l'umanità come atto di misericordia e giustizia.

Canto VIII: Salita al cielo di Venere. Qui si fanno incontro a D. le anime luminose, cantanti e danzanti, di coloro che si lasciarono vincere dall'amore terreno. D. parla con Carlo Martello che gli spiega come da un padre di una certa natura possa nascere un figlio di natura opposta.

Canto IX: Carlo si allontana dopo aver profetizzato le sventure degli Angioini. Parla al poeta Cunizza da Romano. Egli deplora i mali costumi della Marca Trevigiana che s'oppone all'autorità imperiale. Folchetto da Marsiglia gli indica la meretrice di Gerico, Raab, salva perché aiutò gli Ebrei nella conquista della Terra Santa. Biasima poi i papi colpevoli di pensare ad arricchirsi invece che a liberare la Terra Santa dagli infedeli.

Canto X: Beatrice e D. salgono nel cielo del Sole e il poeta loda la provvidenza divina per il sapiente ordine del creato. Dodici spiriti luminosissimi circondano D., uno di questi, Tommaso d'Aquino, presenta gli altri: Graziano, Pietro Lombardo, Salomone, Dionigi Areopagita, Paolo Orosio, Boezio, Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile, Riccardo da San Vittore e Sigieri di Brabante. Canto XI: San Tommaso accenna alla fondazione degli Ordini francescano e domenicano, loda la vita di San Francesco e biasima la corruzione dei Domenicani degeneri.

Canto XII: Una seconda corona di spiriti recinge la prima. Parla il francescano San Bonaventura che loda la vita di San Domenico e poi deplora la corruzione dei Francescani. Presenta infine le altre anime: Illuminato, Agostino, Ugo da San Vittore, Pietro Mangiadore, Pietro Spano, Natan, Crisostomo, Anselmo d'Aosta, Donato, Rabano Mauro eGioacchino da Fiore.

Canto XIII: Le due corone cantano e danzano. San Tommaso chiarisce a D. che la sapienza massima infusa da Dio a Salomone riguardava il suo essere re e non uomo, poi lo esorta a non esprimere giudizi senza prima riflettere bene.

Canto XIV: Per intercessione di Beatrice, Salomone, l'anima più luminosa, spiega a D. che dopo la resurrezione della carne, per la condizione di maggior perfezione, essi saranno ancor più lucenti senza però affaticare la vista. Salita al cielo di Marte, dove gli spiriti militanti formano una croce luminosa.

Canto XV: Un lume scende ai piedi della croce e si rivolge a D., è il trisavolo Cacciaguida, che descrive la Firenze piccola, semplice e onesta dei suoi tempi e poi parla di sé e della famiglia. Morì cavaliere di Corrado III di Svevia col quale combattè contro gli infedeli.

Canto XVI: Cacciaguida, su richiesta di D., racconta degli antenati e della Firenze antica in cui non c'era la mescolanza tra famiglie cittadine e del contado. Ricorda poi alcune famiglie, in fiore a suoi tempi, e ora decadute.

Canto XVII: Interrogato da D. Cacciaguida gli predice l'esilio, i dolori, il conforto ospitale degli Scaligeri. Infine gli consiglia di usare nel racconto del suo viaggio oltremondano piena sincerità e di non risparmiare i potenti, così sarà utile agli uomini e farà onore a se stesso.

Canto XVIII: Cacciaguida indica a D. alcuni spiriti della croce: Giosuè, Maccabeo, Carlo Magno, Orlando, Guglielmo d'Orange, Rinoardo, Goffredo di Buglione, Roberto il Guiscardo. D. e Beatrice salgono nel cielo di Giove. Gli spiriti si dispongono a formare la scritta "diligile iustitiam qui iudicatis terram" e poi l'immagine dell'aquila. D. prega Dio e gli spiriti di questo cielo a porre un riparo alla corruzione dei papi, che ostacolano l'attuazione della giustizia in terra.

Canto XIX: L'aquila ammonisce D. sull'insufficienza della ragione umana e gli chiarisce che la fede da sola non basta senza le opere. Per questo molti principi cristiani ingiusti saranno giudicati da Dio più severamente di buoni infedeli.

Canto XX: L'aquila invita D. a guardare gli spiriti che formano il suo occhio: Davide, Traiano, Ezechia, Costantino, Guglielmo il Buono, Rifeo. Traiano e Rifeo sono pagani, ma per grazia di Dio destinati al Paradiso. La predestinazione, continua l'aquila, è un mistero non solo per gli uomini, ma per gli stessi beati.

Canto XXI: Nel cielo di Saturno gli spiriti contemplanti salgono e scendono per una scalea d'oro. San Pier Damiano insiste sul mistero della predestinazione e, accennando al suo cardinalato a Fonte Avellana, inveisce contro il lusso dei moderni prelati. Un grido degli altri spiriti accoglie queste parole.

Canto XXII: Quel grido, spiega Beatrice, è annunzio della prossima vendetta di Dio. Anche san Benedetto, dopo aver accennato al suo Ordine, ne rimprovera la corruzione in alcuni monasteri. Attraverso la scalea D. e Beatrice giungono nel cielo stellato, nella costellazione dei Gemelli, e di qui il poeta contempla il sistema planetario.

Canto XXIII: D. resta abbagliato alla vista di un'immensa turba di anime illuminate da una luce intensissima: è Cristo. Risalito Cristo all'Empireo, D. vede tra le anime quella radiosa di Maria Vergine, una corona luminosa le cinge il capo. Mentre ella risale al cielo gli spiriti cantano "Regina coeli".

Canto XXIV: Beatrice prega gli Apostoli di concedere a D. un po' della loro sapienza e i beati mostrano letizia ruotando lucenti su se stessi. Poi prega san Pietro di esaminare D. su vari punti della fede. Terminato l'esame san Pietro manifesta la sua approvazione e benedice il poeta.

Canto XXV: D. pensa nostalgicamente alla patria ed esprime la speranza di poter ottenere col poema l'incoronazione di poeta e il ritorno a Firenze. Un altro spirito, San Jacopo di Galizia, si avvicina a D., lo esamina sulla Speranza e manifesta la sua approvazione. S'avvicina l'anima luminosissima di San Giovanni Evangelista che conferma di essere puro spìrito e che anch'egli riavrà il corpo nel giorno del Giudizio. D. resta abbagliato dallo splendore del santo.

Canto XXVI: San Giovanni esamina D. sulla carità. I beati esprimono la loro approvazione. Beatrice ridona a D. la vista, che ora risulta rafforzata. Vede un quarto lume: è Adamo che risponde alle domande del poeta, quando fu creato, quanto restò nel Paradiso, quale fosse la natura del suo peccato e che lingua parlasse.

Canto XXVII: I beati intonano il Gloria. San Pietro inveisce contro i papi corrotti e preannunzia l'intervento di Dio. Tornati i beati nell'Empireo, D. e Beatrice salgono al Primo Mobile. Beatrice apostrofa severamente l'umanità traviata e profetizza un rimedio non lontano.

Canto XXVIII: Negli occhi di Beatrice D. vede riflessa una luce. Si volge e scorge Dio, un punto luminoso in mezzo a nove cerchi lucenti, le intelligenze celesti, giranti a velocità proporzionale alla distanza dal punto. Beatrice spiega che l'ordine dei cerchi è inverso a quello dei cieli, ma ad esso perfettamente corrispondente, se si guarda non all'ampiezza di essi, ma al grado di virtù che li muove. I cerchi sfavillano. Beatrice enumera le gerarchie celesti secondo la spiegazione che Dio concesse a Dionigi Areopagita: la prima, Serafini, Cherubini, Troni; la seconda, Dominazioni, Virtù e Potestà; la terza, Principati, Arcangeli e Angeli.

Canto XXIX: Beatrice parla degli angeli, creati da Dio come atto d'amore. Una parte di essi si ribellò a causa della superbia di Lucifero. Gli altri rimasti fedeli cominciarono a girare intorno a lui. Precisa quali siano le facoltà degli angeli e accusa i falsi predicatori, accenna infine al numero enorme degli angeli.

Canto XXX: D. e Beatrice, bella com'egli non l'aveva mai vista, giungono all'Empireo. D. sente crescere le proprie facoltà. Vede un fiume di luce tra due rive di fiori e faville. La visione si trasforma: il fiume diviene un tondo formato da una scalinata circolare. I fiori divengono beati, vestiti di bianco e seduti su più di mille gradini; le faville diventano angeli volanti. Un seggio vuoto, su cui è la corona imperiale, segna il posto di Enrico VII di Lussemburgo.

Canto XXXI: I beati formano una candida rosa nella quale D. è stato condotto da Beatrice. Quando il poeta si volge a lei al suo posto trova san Bernardo. Beatrice ha raggiunto il suo posto in uno dei seggi più alti. D. le rivolge un commosso ringraziamento. San Bernardo invita D. a contemplare la candida rosa e la bellezza di Maria circondata da mille angeli.

Canto XXXII: San Bernardo spiega la distribuzione dei beati nella rosa celeste. Da Maria scendendo stanno Èva, Rachele, Sara, Rebecca, Giuditta, Rum e altre donne ebree. Esse formano una divisione tra i beati del Vecchio e del Nuovo Testamento. Dall'altra parte della rosa la linea di divisione è formata dall'alto da san Giovanni Battista, san Francesco, san Benedetto, sant'Agostino e altri. In basso stanno i bambini. L'arcangelo Gabriele vola davanti alla Vergine cantando l'Ave Maria. San Bernardo indica le più eccelse anime della rosa: Adamo, Mosè, san Pietro, san Giovanni Evangelista, sani' Anna, santa Lucia.

Canto XXXIII: S. Bernardo prega la Vergine affinchè D. possa alzare lo sguardo fino a Dio. D. fissa lo sguardo verso la luce divina, ma non riesce a descriverne la visione e invoca l'aiuto di Dio. Continua a fissare e riesce a gradi a penetrarne l'Essenza. Vede tre cerchi di tre colori e d'una stessa dimensione. Dal primo si riflette il secondo e il terzo sembra fuoco che spira da entrambi: l'unità e la trinità di Dio. D. cerca invano di comprendere il mistero dell'Incarnazione finché un'improvvisa folgorazione gli fa intuire la verità. Il poeta sente ora il suo animo totalmente accordato con Dio.

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