Il tempo

André Comte-Sponville

iltempo


«Solo il presente esiste». Crisippo

Che cos'è il tempo? «Se nessuno me lo chiede, lo so – confessava sant'Agostino; – ma se me lo si chiede e voglio spiegarlo, non lo so più». Il tempo è un dato di fatto e un mistero: tutti lo sperimentano; nessuno può afferrarlo. Perché sfugge continuamente. Se si fermasse un istante, tutto si fermerebbe, e non ci sarebbe più tempo. Ma questo significa che non ci sarebbe più niente. Non ci sarebbe più movimento (perché occorre il tempo per muoversi), più riposo (perché occorre il tempo per restare immobili). Senza il tempo, non ci sarebbe più il presente, quindi non ci sarebbe più l'espressione 'c'è': come potrebbe esserci qualcosa? Il tempo, dimostra Kant, è la condizione a priori di tutti i fenomeni. Come dire che è la condizione, per noi, di tutto.
Del resto come potrebbe il tempo fermarsi, se il fatto di fermarsi lo presuppone? «Oh Tempo! Sospendi il tuo volo!» E la voce di un poeta, commenta Alain, ma «che cade in contraddizione se si chiede: per quanto tempo il Tempo sospenderà il suo volo?». Effettivamente, delle due cose l'una: o il tempo non si ferma che per un certo tempo, e questo significa che non si è fermato; oppure si ferma definitivamente, e le nozioni stesse dello star fermi o della fine non hanno più senso. Non si dà il fermarsi se non in rapporto a un prima; non si dà il definitivo se non in rapporto a un dopo. Ora, il prima e il dopo presuppongono il tempo: l'idea di un fermarsi del tempo, che sia provvisorio o definitivo, non è pensabile che nel tempo.
Il fatto è che il tempo, per noi, è l'orizzonte dell'essere e di ogni essere. L'eternità? Se fosse il contrario del tempo, non potremmo saperne, pensarne, sperimentarne niente. Diderot, passeggiando tra alcune rovine, dice a se stesso: «Tutto si dissolve, tutto perisce, tutto passa. Solo il mondo resta. Solo il tempo dura». Ciò significa che niente, senza di esso, potrebbe restare, passare, durare e nemmeno dissolversi. Essere significa essere nel tempo, poiché significa continuare o finire. Ma che cos'è allora il tempo, che non passa se non a condizione di rimanere, che non rimane se non a condizione di scorrere, che non si dà, infine, se non nell'esperienza della sua fuga, con la quale ci sfugge?
E necessario che il tempo sia, poiché niente, senza di esso, potrebbe essere. Ma che cos'è?

Ciò che noi chiamiamo tempo è innanzitutto la successione del passato, del presente e del futuro. Ma il passato non è, poiché non è più. E nemmeno il futuro, poiché non è ancora. Quanto al presente, sembra essere tempo – e non eternità – solo in quanto continua, istante dopo istante, ad annullarsi. Non è se non cessando di essere, scrive sant'Agostino, e questo è ciò che chiamiamo presente: la scomparsa del futuro nel passato, l'assorbimento di ciò che non è ancora in ciò che non è più. Tra i due? Il passaggio dall'uno all'altro, ma impercettibile, inconsistente, senza durata – poiché ogni durata, per la mente, è composta di passato e futuro, che non sono. Un annientamento (il presente) tra due nulla (il futuro, il passato). Una fuga tra due assenze. Un lampo tra due notti. Come potrebbe questo costituire un mondo? Come potrebbe costituire una durata?
Consideriamo il momento presente. Stai leggendo questo piccolo testo sul tempo... Ciò che facevi prima è passato e non è niente, o quasi niente, diciamo che non è più: non esiste se non in quanto qualcuno, al momento presente, se ne ricorda. Ma questo ricordo non è il passato, né può esserlo: è solo la sua traccia o la sua evocazione attuali, che fanno parte del presente. Se il tuo stesso ricordo fosse passato, non te ne ricorderesti più: non sarebbe più un ricordo ma un oblio. Il passato non esiste per noi che al presente, o nel presente: non esiste, questo è tutto il paradosso della memoria, se non fintantoché non è passato.
Un passato di cui nessuno si ricordasse non sarebbe dunque niente, assolutamente niente? Non è così semplice. Perché alla fine è pur sempre vero – eternamente vero – che ciò che non è più è stato. Di quella bambina che piangeva, ad Auschwitz, perché aveva freddo, perché aveva fame, perché aveva paura, di quella bambina che hanno ucciso con il gas forse pochi giorni più tardi, diciamo nel dicembre del 1942, nessuno conosce più il nome né il volto: era così tanto tempo fa; tutti quelli che l'hanno conosciuta sono morti; anche il suo cadavere è scomparso; come potremmo ricordarci delle sue lacrime? Sì. Ma questo, che ha avuto luogo, è pur sempre vero, e lo resterà indefinitamente, anche qualora oggi o domani più nessuno se ne ricordasse. Ognuna delle sue lacrime è una verità eterna, come direbbe Spinoza, e non ci sarebbe verità altrimenti. Ciò significa che il passato esiste, malgrado tutto? No, poiché questa verità è presente, sempre presente: l'eternità non è niente di diverso, per il pensiero, da questo sempre-presente del vero. Non è il passato che rimane; è la verità che non passa mai.
Hai appena letto le righe precedenti. È stato solo un piccolo momento del tuo presente, che presto avrai dimenticato. Sarà pur sempre vero che le hai lette? Forse; ma anche che le avrai dimenticate... Del resto, anche qualora tu dovessi ricordartene per tutta la vita, nondimeno questi minuti sono dietro di te, definitivamente. Puoi anche rileggere queste pagine domani o fra dieci anni, non ritroverai mai questo momento che non è più, quello della prima lettura, quello di prima. Ciò significa che il tempo, da parte sua, non avrà smesso di continuare, di passare, di cambiare, e questo è il vero mistero: il presente si annulla sempre (nel passato) senza scomparire mai (poiché continua). Il tempo è questo mistero, che il passato non può né contenere né dissipare. Come potrebbe il passato essere il tempo, dal momento che non è più? Come potrebbe il tempo essere passato, dal momento che rimane?
Il futuro? Per te, il futuro più vicino, il più plausibile, è per esempio leggere le righe seguenti... Ma questo non è certo, non è ancora: un amico può disturbarti, puoi stancarti, pensare a qualcos'altro, smarrire questo piccolo libro, forse morire all'improvviso... Se il futuro esistesse non sarebbe più futuro: sarebbe presente. Esso non è ciò che è, è tutto il paradosso dell'attesa, non è se non a condizione di non essere. Non è il reale; è il possibile, il virtuale, l'immaginario. Leggerai questo capitolo fino in fondo? Non lo saprai se non quando lo avrai terminato: non sarà più futuro, ma passato. Da qui a là? Non puoi che continuare o fermarti: non è futuro, ma presente. La speranza? L'attesa? L'immaginazione? La risoluzione? Non esistono in se stesse che al presente. O sono attuali o non sono. Domani? L'anno prossimo? Fra dieci anni? Sono futuri solo perché non sono. Sono possibili solo a condizione di non essere reali. Puoi anche saltare delle pagine, correre alla fine del libro, andare sempre più veloce, prendere treni, aerei, missili... Non uscirai per questo dal presente, né dal reale, né dal tempo. E necessario aspettare o agire, e nessuno può fare l'una o l'altra cosa se non qui e ora. Come potrebbe il futuro essere il tempo, dal momento che non è ancora? Come potrebbe il tempo essere futuro, dal momento che è sempre già qui, dal momento che ci precede, ci accompagna, ci contiene?
Il tempo passa, ma non è passato. Viene, ma non sta per venire. Niente passa, niente viene, niente arriva se non il presente.
Ancora, questo presente non arriva, come presente, che nell'istante stesso in cui si annulla: prova ad afferrarlo, è già passato. Se il presente restasse sempre presente, osserva sant'Agostino, se non andasse a raggiungere il passato, «non sarebbe tempo, sarebbe l'eternità». Ma allora, continua l'autore delle Confessioni, «se il presente, per essere tempo, deve raggiungere il passato, come possiamo dichiarare che è, esso che non può essere se non cessando di essere?». La conclusione prende la forma di un paradosso: «Quindi ciò che ci autorizza ad affermare che il tempo è, è che esso tende a non essere più».
La difficoltà è forse meno considerevole di quanto sembri.
In primo luogo perché l'obiezione di sant'Agostino (se il presente rimanesse presente, non sarebbe tempo, sarebbe l'eternità) presuppone che il tempo e l'eternità siano incompatibili, ciò che non è stato dimostrato e non è ovvio.
In secondo luogo perché niente prova che il presente raggiunga il passato, e nemmeno che questo sia concepibile. Dove potrebbe raggiungerlo, dal momento che il passato non è? E come, dal momento che non si può raggiungere alcunché se non al presente?
Infine, e soprattutto, l'analisi di sant'Agostino, fin qui esemplare, a questo punto sembra allontanarsi dalla nostra esperienza. Chi ha mai visto il presente cessare? Cambia? Sicuro! Ma può farlo solo a condizione di rimanere. Ciò che era presente non lo è più? Certo! Ma il presente lo è ancora. Hai mai vissuto qualcosa di diverso? Da quando sei nato, hai mai vissuto un secondo di passato? Un millesimo di secondo di futuro? Hai vissuto un solo istante che non sia presente, un solo giorno che non sia un oggi? E che senso ha dire che il presente «cessa di essere», dal momento che niente può cessare se non a condizione che il presente non cessi? Per quanto mi riguarda, in ogni caso, sono ben certo di non avere mai visto il presente scomparire, ma sempre continuare, durare, persistere. Riflettendoci bene, il presente è anzi la sola cosa che non mi sia mai mancata. Mi è mancato molto spesso il denaro, talvolta l'amore, la salute, il coraggio... Ma il presente, no. Mi è mancato il tempo? Come a tutti. Ma il tempo che mi mancava era quasi sempre il futuro (è ciò che si dice l'urgenza: quando non si ha più tempo davanti a se), talvolta il passato (ciò che chiamiamo nostalgia: la mancanza, dietro di sé, di ciò che è stato), mai il presente: esso era sempre lì, esso solo e tutto intero!
Del resto come potrebbe mancarci ciò che ogni mancanza presuppone? Come potremmo veder cessare di essere ciò che ogni vedere, ogni cessazione e ogni essere richiedono?
Il presente non cessa mai, né comincia. Non viene dal futuro più di quanto si annulli nel passato: esso rimane e cambia, dura e si trasforma – e può cambiare e trasformarsi solo perché dura e rimane. «La durata – diceva Spinoza – è una continuazione indefinita dell'esistenza». E il tempo stesso: la presenza continuata, e sempre mutevole, dell'essere. Occorre dunque rovesciare la formula di sant'Agostino. «Ciò che ci autorizza ad affermare che il tempo è – scriveva – è che esso tende a non essere più». A me sembra vero il contrario: la sola cosa che ci autorizza ad affermare che il tempo è, è che esso non cessa di conservarsi.
Si obietterà che allora il tempo e l'eternità sono una cosa sola. Perché no? Ma su questo torneremo alla fine.
Il passato non è più, il futuro non è ancora: non c'è che il presente, che è l'unico tempo reale. Tuttavia non è così che noi li viviamo. Al contrario, noi prendiamo coscienza del tempo solo perché ci ricordiamo del passato, solo perché anticipiamo il futuro, perché cogliamo, per mezzo della mente o dei nostri orologi, ciò che li separa... Per mezzo dei nostri orologi? Ma quelle lancette che si muovono non sono che un pezzo di presente: non è tempo, diceva Bergson, è spazio. Solo la mente, che si ricorda della loro posizione passata, che anticipa la loro posizione futura, può leggervi una durata. Elimina la mente, non resterà che un presente senza passato né futuro: non resterà che la posizione attuale delle lancette, non resterà che lo spazio. Ma la mente c'è, poiché c'è la memoria – poiché c'è il corpo, che si ricorda del passato, del presente, e persino (vedi i nostri appuntamenti, i nostri progetti, le nostre promesse...) del futuro. Non si tratta più di spazio, ma di durata. Non più di movimento, ma di coscienza. Non più dell'istante, ma dell'intervallo. Per questo noi possiamo misurare il tempo (prova un po' a misurare il presente!), per questo il tempo, per noi, si contrappone all'eternità (che sarebbe un presente puro, senza passato né futuro), per questo, insomma, noi siamo nel tempo (e non soltanto nel presente) – a meno che non sia il tempo, forse, a essere in noi...
Perché questa esitazione? Perché questo tempo, che noi misuriamo o immaginiamo, è composto soprattutto di passato e di futuro, i quali esistono solo per la mente: come sapere se questo non è anche il caso del tempo stesso? Questo problema, che è quello dell'oggettività o della soggettività del tempo, è filosoficamente importante. Il tempo fa parte del mondo, della natura, della realtà in sé? Oppure esiste solo per noi, per la nostra coscienza, esiste solo soggettivamente? Si osserverà che le due tesi, a rigore, non si escludono a vicenda. Potrebbe darsi il caso che siano entrambe vere, ognuna dal suo punto di vista, in altre parole che ci siano due tempi diversi, o due modi diversi di pensare il tempo: da una parte il tempo oggettivo, il tempo del mondo o della natura, che è solo un perpetuo adesso, come diceva Hegel, come tale sempre indivisibile (prova un po' a dividere il presente!); e dall'altra parte il tempo della coscienza o dell'anima, che non è altro che la somma – nella mente e per essa – di un passato e di un futuro. Possiamo chiamare il primo durata, il secondo tempo. Ma a condizione di non dimenticare che si tratta in verità di una sola e medesima cosa, considerata da due punti di vista differenti: che il tempo non è che la misura umana della durata. «Per determinare la durata – scrive Spinoza – la paragoniamo alla durata delle cose che hanno un movimento invariabile e determinato, e questo paragone si chiama tempo». Ma nessun paragone fa un essere. E ciò che impedisce di confondere la durata e il tempo, ma anche di distinguerli in senso assoluto, come se esistessero nello stesso modo. Non è così. La durata fa parte del reale, anzi essa è il reale stesso: è la continuazione indefinita della sua esistenza. Il tempo non è che un essere di ragione: è il nostro modo di pensare o misurare l'indivisibile e incommensurabile durata di tutto.
La durata è dell'essere; il tempo, in questo senso, è del soggetto. Quest'ultimo, il tempo vissuto, il tempo soggettivo (che solo permette di misurare il tempo oggettivo: non c'è orologio se non per una coscienza), è ciò che i filosofi del xx secolo tendono a chiamare temporalità. Essa è una dimensione della coscienza, più che del mondo. Una distensione dell'anima, come diceva ancora sant'Agostino, più che dell'essere. Una forma a priori della sensibilità, come direbbe Kant, più che una realtà oggettiva o in sé. Un dato del soggetto più che dell'oggetto. Ma che noi si possa sperimentare il tempo solo attraverso la soggettività, ciò che si può concedere a Kant o a Husserl, non prova che esso vi si riduca, e non mi sembra nemmeno verosimile. Se infatti il tempo esistesse solo per noi, come saremmo potuti capitare nel tempo? Quale realtà accordare a quei miliardi di anni che non si presentano alla coscienza (grazie ai nostri fisici, geologi e altri paleontologi) se non retrospettivamente, come il tempo prima di noi, il tempo prima della coscienza, che ha tanto più dovuto precederla in quanto essa non avrebbe potuto emergere senza di esso? Tra il Big Bang e la comparsa della vita, come faceva il tempo a passare, se esso esiste solo per noi? E se non passava, come ha potuto la natura evolvere, cambiare, creare? Se il tempo fosse solo soggettivo, come avrebbe potuto la soggettività comparire nel tempo?
Consideriamo un lasso di tempo qualunque, diciamo questa giornata che stiamo vivendo. Una parte è passata, un'altra è ancora da venire. Quanto al presente che le separa, è solo un istante senza durata (se durasse, sarebbe composto esso stesso di passato e futuro), che non è tempo. Se lo viviamo come tempo, è perché la nostra coscienza trattiene ciò che non è più, anticipa ciò che non è ancora, insomma fa esistere in uno stesso presente – il presente vissuto – ciò che non potrebbe, in realtà, esistere insieme. Per questo, come ha ben visto Marcel Conche, la temporalità ci permette di concepire il tempo solo perché essa è per prima cosa la sua negazione: l'uomo resiste al tempo (poiché si ricorda, poiché anticipa); e per questo ne prende coscienza. La mente nega sempre, ed è quella stessa mente che è memoria, immaginazione, ostinazione, volontà... Ma non si resiste al tempo che nel tempo. Ma la memoria, l'immaginazione, l'ostinazione o la volontà non esistono esse stesse che al presente. Ma la mente non esiste che nel mondo o nel corpo, e questo è ciò che chiamiamo esistere. Come potremmo vincere il tempo, dal momento che lo si può combattere solo a condizione di appartenergli già?
Il tempo è sempre il più forte: perché esso è sempre lì, perché c'è sempre del tempo, perché il presente è il solo 'esserci' dell'essere, in cui tutto passa e che non passa. Ciò per cui si invecchia, e ciò per cui si muore. Ronsard, in due versi, ha detto l'essenziale:

 

Il tempo se ne va, il tempo se ne va, mia Signora...
Ahimè! non il tempo, ma noi ce ne andiamo!

Un motivo in più per approfittare della giovinezza e della vita. Ma come?
Vivere nel presente? Bisogna proprio, perché solo questo ci è dato. Vivere nell'istante? Assolutamente no! Significherebbe rinunciare alla memoria, all'immaginazione, alla volontà – alla mente e a se stessi. Come pensare senza ricordarsi delle proprie idee? Amare, senza ricordarsi di coloro che si amano? Agire, senza ricordarsi dei propri desideri, progetti, sogni? Se fai degli studi o versi i contributi per la pensione, è per preparare il tuo futuro, e fai molto bene. Ma è nel presente che studi o versi i contributi, non nel futuro! Se mantieni le tue promesse significa in primo luogo che te ne ricordi, ed è una cosa da fare. Ma è nel presente che le mantieni, non nel passato! Vivere nel presente non significa mutilarsi della memoria o della volontà, poiché esse ne fanno parte. Non significa vivere nell'istante, poiché significa durare, persistere,
crescere o invecchiare. Nessun istante è una dimora per l'uomo, ma solo il presente, che dura e cambia, solo la mente, che immagina e ricorda. Che questa mente non esista essa stessa se non nel presente – nel cervello –, è verosimile. Noi siamo parte del mondo, ciò che chiamiamo corpo, noi siamo nel mondo, ciò che chiamiamo mente, e i due, a mio avviso, sono una sola cosa. Ma il mondo è senza mente. Ma la mente non è il mondo. Questo perché c'è sempre la minaccia dell'oblio e della morte, della fatica, della stupidità, del nulla. Esistere è resistere; pensare è creare; vivere è agire.
Tutto questo si può solo nel presente – poiché non vi è nient'altro – al quale non succede altro che un nuovo presente. Chi potrebbe vivere nel passato o nel futuro? Occorrerebbe non essere più, o non essere ancora. Vivere nel presente, come dicevano gli stoici, come dicono tutti i saggi, non è un sogno, non è un ideale, non è un'utopia: è la verità, molto semplice e molto difficile, di vivere. L'eternità? Se essa è «un perpetuo oggi», come voleva sant'Agostino, è vano attenderla per domani. Se essa è «un eterno presente», come diceva ancora, è il presente stesso: non è il contrario del tempo ma la sua verità, che è quella di essere in effetti sempre presente, sempre attuale, sempre in atto. «Noi sentiamo e sperimentiamo di essere eterni» si legge nell'Etica di Spinoza. Questo non vuol dire che non moriremo, né che non siamo nel tempo. Vuol dire che la morte non ci toglierà niente (poiché ci toglierà solo il futuro, che non è), che il tempo non ci toglie niente (poiché il presente è tutto), infine che è assurdo sperare nell'eternità – poiché vi siamo già. «Se si intende per eternità – diceva da parte sua Wittgenstein – non una durata infinita ma l'intemporalità, allora colui che vive nel presente ha la vita eterna». Noi tutti dunque l'abbiamo, sempre: siamo già salvati. Poiché siamo intemporali? Non è la parola che userei. Ma poiché l'eternità non è altro, nella sua verità, che il sempre-presente del reale e del vero. Chi ha mai vissuto un solo ieri? Un solo domani? Noi non viviamo che degli oggi, e questo è ciò che chiamiamo vivere.
La Relatività non cambia niente. Che il tempo dipenda dalla velocità e dalla materia, come sappiamo a partire da Einstein, non è cosa potrebbe far essere ciò che non è più, né ciò che non è ancora. «Ciò che la teoria di Einstein taccia di relatività – osserva Bachelard – è il lasso di tempo, la lunghezza del tempo». Non è il presente stesso. Lo conferma il famoso esempio dei 'gemelli di Langevin'. Si tratta di un esperimento mentale, ma confermato dai calcoli e dalla sperimentazione (a livello delle particelle elementari). Due fratelli gemelli, di cui uno resta sulla Terra, l'altro compie un viaggio intersiderale a una velocità vicina a quella della luce, non avranno più, al ritorno di quest'ultimo, la stessa età: l'astronauta sarà invecchiato solo di pochi mesi, lo stanziale di diversi anni... Se ne conclude, forse a ragione, che il tempo varia in funzione della velocità, che non c'è un tempo universale e assoluto, come credeva Newton, ma ci sono dei tempi relativi o elastici, suscettibili, in funzione della velocità, di dilatarsi più o meno... Ne prendiamo atto. Ma ciò non potrebbe far esistere il passato né il futuro. Ma nessuno dei due gemelli avrà per questo lasciato il presente un solo istante. E la ragione per cui, come dice ancora Bachelard, «l'istante, ben definito, resta nella dottrina di Einstein un assoluto». E un punto dello spazio-tempo: «hic et nunc; non qui e domani, non laggiù e oggi», qui e ora. E il presente stesso, o meglio i presenti. Sono tutti diversi, tutti mutevoli, ma anche tutti attuali. E ciò che chiamiamo universo, il quale non è più nel tempo che nello spazio: perché esso è lo spazio-tempo e la sua unica realtà.
Come si potrebbe uscire dal presente, dal momento che esso è tutto? Perché lo si dovrebbe volere, dal momento che la mente stessa gli appartiene? Osserva questo capitolo che si conclude: è quasi interamente dietro di te, come un passato che già si appanna. Ma tu lo hai letto e lo leggerai sempre e solo nel presente, come io l'ho scritto solo nel presente. Lo stesso avviene per quanto riguarda la tua vita, e questo è oltremodo importante. Essa non è acquattata nel futuro, come un destino o una belva minacciosi. Né nascosta nel cielo, come un paradiso o una promessa. Né rinchiusa nel tuo passato, come in una cantina o in una prigione. Essa è qui e ora: è ciò che vivi e ciò che fai. Nel cuore dell'essere. Nel cuore del presente. Nel cuore di tutto – esposto al vento del reale e del vivere. Niente è scritto. Niente è promesso. Se solo il presente esiste, come dicevano gli stoici, solo gli atti sono reali. Sognare, fantasticare, immaginare? Significa ancora agire, poiché significa vivere, ma a minima. Sbaglieresti a proibirtelo, ma più ancora ad accontentartene. Prendi piuttosto in mano la tua vita: sii piuttosto presente alla presenza! «Il più grande ostacolo alla vita – scrive Seneca – è l'attesa. Tutto ciò che capiterà in seguito è di dominio dell'incerto. Vivi fin da ora».
Carpe diem (cogli l'attimo)? Non è abbastanza, poiché i giorni passano, nessuno rimane. Cogli piuttosto il presente, che cambia e continua: Carpe aeternitatem.
Vivere nell'istante? Non è in discussione. In che modo potresti, nell'istante, preparare un esame o le tue vacanze, mantenere le tue promesse, costruire un'amicizia o un amore? Vivere nel presente? È la sola strada. In che modo potresti lavorare, divertirti, agire o amare nel futuro?
Il presente è il solo luogo dell'azione, il solo luogo del pensiero, e perfino della memoria e dell'attesa. E il kairós del mondo (l'istante propizio, il momento opportuno: quello dell'azione), o il mondo come kairós – il reale in atto.
Non è perché è nel tempo che l'essere dura; è perché dura che ha tempo.
Vivere nel presente? Significa semplicemente vivere, in verità. Noi siamo già nel Regno: l'eternità è adesso.

(Da: Discorsi brevi sui grandi temi della filosofia, Angelo Colla 2010, pp. 101-112)