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«Lasciate che i bambini

vengano a me

e non glielo impedite»

(Mc 10,12)

L'amore verso i piccoli nella Sacra Scrittura

Cesare Bissoli

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UN'ORIGINALE ECO BIBLICA: «BASTA CHE SIATE GIOVANI PERCHÉ IO VI AMI ASSAI» (DON BOSCO)

Don Bosco ha educato amando profondamente i ragazzi, particolarmente quelli che qualificava «poveri ed abbandonati». È così importante tale amore da diventare componente costitutiva del suo carisma e via alla santità anzitutto sua e dei suoi figli.
Anticipata dall'art. 11 delle Costituzioni, tale predilezione per i piccoli e i poveri, ha la sua espressione sintetica più compiuta nell'art. 14: «Predilezione per i giovani», che recita: «La nostra vocazione è segnata da uno speciale dono di Dio, la predilezione per i giovani. "Basta che siate giovani, perché io vi ami assai". Questo amore, espressione della carità pastorale, dà significato a tutta la nostra vita. Per il loro bene offriamo generosamente tempo, doti e salute: "Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita"».
Sono frasi da «manifesto», indicatori di programma, che ha fatto dire a Don Albera: «Questa predilezione è la stessa vocazione salesiana» (Lettere circolari 1920, p. 372). E recentemente, in vista del CG 26, l'attuale successore di Don Bosco, P. Chàvez ha scritto: «Missione salesiana è "predilezione" per i giovani... Salesiano è colui che di giovani ha una conoscenza vitale: il suo cuore pulsa là dove pulsa quello dei giovani» (Atti CG 2006, n. 394, p. 11).
Ma è la lettura della vita concreta di Don Bosco che esprime il senso genuino di tale amore (si avverte quanto sia bisognoso di chiarificazione ogni volta che se ne parla!), le manifestazioni quotidiane, la ricchezza dei segni, infine l'ampiezza di orizzonte, umano e divino, che garantisce autenticità, praticità e continuità.
Data la posta in gioco, «o i giovani si amano o non si è salesiani», diventa aricora più esigente ed urgente confrontarci con la Parola di Dio, come fonte imprescindibile di intelligenza e di motivazioni. È lo scopo di questo modesto articolo attingendo dalla Scrittura, animato per altro dalla riconoscenza di essere stato personalmente «amato» nella propria giovinezza dai figli di Don Bosco alla maniera di Don Bosco, tanto da ingenerare la mia vocazione salesiana.

1. LA FONTE BIBLICA

È entrare in un grande mare da un punto di vista filologico-semantico, quando si vuole cogliere il senso preciso che la Bibbia dà al termine «piccolo». Qui, avendo di fronte a noi la prospettiva educativa salesiana del piccolo come minore in senso anagrafico (bambino, fanciullo, ragazzo, giovane), è su di esso che Ci soffermiamo, raccogliendo però quelle valenze simboliche che questa figura viene ad assumere. E sono tante ed importanti: si pensi anche solo al modo di pdnsare e di fare da parte di Gesù verso queste creature!
Ci muoveremo pertanto in questo modo: dopo una scorsa terminologica (2), metteremo a fuoco alcune figure bibliche di minori (3), cercheremo di sintetizzare gli aspetti significativi (4), per concludere sull'impatto della Parola di Dio nella relazione affettivamente così intensa verso i giovani richiesta da Don Bosco ai suoi figli nel tempo attuale (5).

2. UNA IRIDESCENZA SEMANTICA [1]

Tanti nomi sono usat ia per indicare questa figura così naturale, scontata, come è il bambino nella vita umana, in famiglia e fuori. Alcune rapide connotazioni:
– Questa presenzialità è espressa da un vocabolario composito che attesta già per sé una valutazione teorica e pratica polimorfa. Muovendo dal NT greco, che tramite i LXX, riecheggia la terminologia dell'AT, il riferimento al bambino è espresso principalmente in forma diretta da paidion, (52x: ragazzo verosimilmente fino ai 7 anni), da pais (24x: dai 7 ai 14 anni), nepios (14x: con una connotazione di fragilità, sventatezza, ignoranza), neaniskos (11x: dai 14 anni in su), brefos (8x: neonato, lattante). In forma inclusiva, il minore è compreso in huios (379x: in quanto figlio) ed ancora di più in teknon (99x: si evidenzia la dipendenza genitoriale).
– Data la natura della Bibbia, attestazione della rivelazione o parola di Dio nelle esperienze e linguaggio dell'uomo, è inevitabile la metaforizzazione dei termini e figure umane, ossia l'assunzione di un valenza simbolica religiosa, tanto più è rilevante il riferimento umano, e certamente lo è la figura del minore nella storia del popolo di Dio. Vuol dire che la realtà giovanile si fa segno privilegiato di rivelazione. Nei due Testamenti è evidente, in particolare nella vicenda pur breve di Gesù e nelle origini cristiane.
– In quest'ottica speciale rilievo assume la categoria del «piccolo» (mi, kros). Nella Bibbia (NT) trasborda nel senso qualitativo di piccolo co-WPovero, indifeso, di cui Dio si fa logico difensore, per cui se non sempre «piccolo» vuol dire «bambino», il bambino appartiene certamente alla categoria del piccolo, del povero ed indifeso e quindi protetto da Dio. E importante attendere a questo nesso, soprattutto nei Vangeli.
La ricchezza semantica o di nomenclatura cerca di esprimere più valenze della figura del minore: un forte interesse umano, un peculiare valore teologico, una specifica caratterizzazione esistenziale in ordine alla piccolezza, alla debolezza e assenza di risorse. Sono dei semplici indicatori linguistici che aprono la strada all'approfondimento.

3. FIGURE DI MINORI NELLA VITA DEL POPOLO DI DIO

La figura del minore è di casa nel popolò di Dio, così come ci è dato di vedere, oggi come ieri, quando entriamo in un quartiere delle nostre città: ragazzi sulla strada, nella scuola, in chiesa e'naturalmente nelle loro abitazioni. Questa frotta di «ragazzini» appare ancora più imponente, deliziosa ed anche inquietante dato i loro bisogni, nelle giovani chiese di altri continenti. Se li calcolassimo numericamente dentro la Bibbia andremmo nell'ordine delle migliaia, molti con un nome, i più, senza
Il popolo di Dio, nelle Scritture sacre dei due Testamenti, vi ha dato una collocazione significativa, espressa in particolare nelle tradizioni storiche e in quelle sapienziali, e successivamente nel mondo di Gesù e della prima chiesa.

3.1. Abbiamo anzitutto una concentrazione «infantile» nelle tradizioni patriarcali e in 1-2 Samuele, alle origini della monarchia. Sono testi scritti da studiosi di corte (scribi, saggi) che dei minori parlano in maniera riflessa mettendo in risalto particolari assai fini.
Qui, per stare con maggior aderenza al tema dell'«amore verso i piccoli», superando un cliché diffuso che li vuole esposti più al bastone che alle carezze, anche noi con R. Cavedo [2] riteniamo che papà e mamma fossero anzitutto felici della bellezza (grazia, ingenuità) del loro bambino, in quanto frutto del loro amore e riscontro immediato della benedizione di Dio.
Così la mamma di Mosè nel momento che partorì il figlio «vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi» (Es 2,2). Prima ancora Agar, cacciata dalla casa di Abramo nel deserto, nasconde il bambino in un cespugria per non vedere morire il fanciullo di sete, mostrando una sensibilità commovente di fronte ad una creatura piccola, bella, indifesa (Gn 21,16). Ancora nella casa di Abramo rimane indimenticabile il dramma di costui chiamato a sacrificare il giovane Isacco, dramma lievemente, ma efficacemente espresso in quel brevissimo, ma quanto mai intenso dialogo: «Padre mio - Eccomi, figlio mio» (Gn 22,7).
Analoghe percezioni provengono dalle storie di Giuseppe e Beniamino, così protetti dal padre Giacobbe perché sono i bambini più cari e fragili rispetto ai rudi fratelli (Gn 32,3; 44,22.30-31). Così la cura di Davide per salvare il figlio di Betsabea e suo (2 Sam 12,15ss), ed ancora nei confronti di Assalonne: «Salvatemi il giovane Assalonne» (2 Sam 18,12); «Figlio mio, Assalonne, Assalonne figlio mio, figlio mio!» (2 Sam 19,5), testimonia un dolore non per interessi dinastici, ma genuinamente paterni. Altri riferimenti positivi che citiamo soltanto, riguardano la figura esemplare del giovane Samuele (1 Sam 1-3), come pure il bambino della vedova di Sarepta della cui vita si interessa Elia (1 Re 18,17-24); altrettanto farà Eliseo per il ragazzo della Sunammita (2 Re 4,8-37). Sul finire dell'AT, la figura del giovane Daniele ripropone in certo modo i valori intrinseci alla figura e missione di Mosè e di Giuseppe... Indubbiamente vi sono delle espressioni dure come il sacrificio cui spinge i suoi sette figli la loro stessa madre (2 IVIac 7), così pure lo sbranamento dei 42 bambini da parte degli orsi in quanto dileggiavano il profeta Eliseo. Ma qui subentrano motivi più alti, chiamiamoli, se si vuole, di «durezza teologica», da capire nello sviluppo della rivelazione. Nel NT già non si trova più nulla di simile.

3.2. Quanto alla tradizione sapienziale, la testimonianza non è più narrativa, ma dottrinale e didattica, da cui emerge quella preoccupazione amorosa che si chiama educazione, espressione di amore concreto tanto più grande quanto più si avvertono le fragilità del minore bisognoso di formazione. Indubbiamente secondo una metodologia in uso nell'area medio-orientale l'educazione assume un profilo disciplinare severo (musar che la esprime vuol dire anche castigo) (cf Prov 13,24; 22,15; Eb 12,5-11). Ma non si può dimenticare la lievitazione amorosa che vi soggiace.
Si veda la trascrizione in termini di «padre/madre» di colui che fa da maestro, il saggio appunto, per cui il giovane discepolo è detto e diventa figlio: «Ascolta, figlio mio, l'istruzione di tuo padre, e non disprezzare l'insegnamento di tua madre, perché saranno una corona graziosa sul tuo capo e monili per il tuo collo» (Prov 1,8-9).
È proprio in questa assicurazione di una vita felice («anni di vita e pace... favore e buon successo agli occhi di Dio e degli uomini», Prov 3,2.4) che si manifesta, al di là di facili e superficiali carezze, una relazione amorosa solida, concreta ed efficace, tali da motivare la già nominata severità, che per altro nel NT troverà una più giusta misura. Se poi titolare di educazione diventa Dio stesso (la Sapienza), allora il binomio amore come educazione ed educazione nell'amore si fa chiaro e netto. Una battuta riassuntiva: «Il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto» (Prov 3,12; cf Sir 4,11-19; Eb 12,6).
Nel solco dei testi riflessi poniamo anche i Salmi che alla figura del bambino affidano tanta della loro fede e poesia, configurando Dio come padre con i suoi giovani figli (Sal 103,13) e l'uomo credente come «bimbo tranquillo e sereno in braccio a sui madre» (Sal 131,1-2). Cf Sal 8,2s; 127,3-5; 128,3.

3.3. Nel NT è facile vedere durante il ministero di Gesù come le relazioni di amore di padri e madri verso i loro figli in grave situazione di vita, siano prontamente ascoltate da Gesù che se ne fa medico premuroso.
Nel solco dei profeti Elia ed Eliseo ricordiamo i quattro episodi, rispettivamente di due padri e di due madri: Giairo, uomo di prestigio, uno dei capi della sinagoga di Cafarnao, svela la sua angosciata paternità con tenerezza: «La mia figlioletta è agli estremi, vieni...». È dodicenne. E Gesù, lodandone la fede, pronuncia con forza e dolcezza «Talità kum - Fanciulla, alzati», conservando così per sempre una bellissima parola originale del Maestro nel riguardo di un minore (Mc 5,21-43).
Sappiamo del padre di un ragazzo epilettico che chiede la guarigione a Gesù pregandolo di «dare uno sguardo a mio figlio perché è l'unico che ho», e Gesù vi consente con partecipazione: «risanò il fanciullo e lo consegnò a suo padre» (Lc 9,37-43).
Di una vedova di Nain si dice che «piange morto l'unico figlio. Vedendola il Signore ne ebbe consione e le disse: non piangere. Poi disse: Giovinetto, dico a te alzati». E così avvenne, grazie all'amore intrecciato di due cuori, di Gesù e della madre (Lc 7,11-17).
E finalmente ecco un'altra madre, questa volta non ebrea, come già la vedova di Sarepta, ma così ricca di amore per la sua «figlioletta» tanto da resistere all'apparente rifiuto di Gesù e mostrare una fede così grande che Gesù premia ammirato (Mc 7,24-30 par).
Più avanti vediamo il significato profondo che Gesù dona a queste figure «deboli» nel contesto giudaico del suo tempo. Intanto sottolineiamo non solo la simpatia, ma anche la tenerezza che egli manifesta verso i bambini presentati dalle loro rhamme («prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva», Mc 10,16), soprattutto non perdiamo di vista l'intervento pratico, operativo di Gesù, capace di superare l'insuperabile barriera della morte e del male, ed anche quella meno grave, ma ottusa, dei discepoli che vorrebbero impedire l'incontro dei bambini con Gesù.
In corrispondenza a questo atteggiamento del Maestro, notiamo l'atteggiamento giusto delle madri: gli presentano i loro bambini «perché li accarezzasse», ma ulteriormente «perché imponesse loro le mani (benedizione) e pregasse» (Mt 19,13; Mc 10,13).
Tutte connotazioni queste che servono a delineare in che direzione si muove la benevolenza che egli mostra verso il mondo dei piccoli. E che richiede a noi.

3.4. Nel resto del NT, pur parlandone di meno, prosegue questa relazione affettiva verso i minori. e ricordiamo alcuni momenti espressivi.
L'abbraccio sanante di Paolo verso Eutico, un ragazzo caduto dal balcone della chiesa domestica mentre si celebrava la «frazione del pane», guarigione che produce «molta consolazione tra i presenti» (At 20,7-12); in secondo luogo, cogliamo dalle immagini usate da Paolo per dire la sua relazione con i cristiani, una terminologia che richiama la energia ed insieme la tenerezza paterna e materna, sua di Paolo (cf 1 Ts 2,7; 1 Cor 4,15; Gal 4,19), ma che ogni servitore del Vangelo dovrebbe assumere; ed in effetti, avvertiamo nella tavola domestica di Ef 6,14, la nuova sensibilità che la comunità va acquistando alla luce del Signore risorto a riguardo del rapporto genitori e figli: deve essere una paideia Kyriou, una educazione dove all'obbedienza dei figli corrisponde la dolcezza dei padri nella memoria dell'agape di Cristo.

4. IL MINORE COME «SEGNO» NELLA RIVELAZIONE BIBLICA [3]

Abbiamo sopra ric ato il dato fondamentale per cui l'esperienza umana, nel nostro caso, il mondo dei minori e la relazione con loro, nel disegno della Rivelazione, assume una specifica simbolizzazione, ossia assieme al senso umano, storico rinvia al senso metastorico, quello inteso pienamente da Dio, e ciò realizza non svuotandosi m pura ma diventando segno efficace, a modo di sacramento, delle intenzioni divine. Si costituisce, grazie allo Spirito, in Parola di Dio, ponendosi così come insegnamento normativo per il credente.
Dovendo procedere sinteticamente evidenziamo tre tratti maggiori di tale Parola: la figura del minore come segno di benedizione, come segno del Regno, come segno di processo di crescita e maturazione.

4.1. Segno di benedizione

a. È uno dei dati più evidenti: il bambino, ogni bambino, ebreo, cristiano o no, è un dono di Dio, portatore della sua inviolabile e permanente benedizione sulla vita (Gn 1,28; Dt 28,4-11). Di qui la gioia straordinaria di avere figli, e tanti! (Is 54,1; Sal 128,3; Lc 1-2). E il disonore e l'umiliazione altrettanto gravi, nel non averne! (Gn 30,1s; 1 Sam 1,19). Preziosi sono i figli perché sono di aiuto e di appoggio (Sal 127,3s), sono sentinelle del futuro per la famiglia, il clan, l'intero popolo di Dio. Sono anzi capaci di lodare Dio, di dire a Lui osanna più che i grandi capi (cf Mt 21,15-16).
Si può intuire di quale amore Dio li circondi: «Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora» (Sal 68,6; cf Es 22,21). Anzi è la relazione amorosa con i piccoli che fa da riferimento all'amore suo verso il popolo. Già Osea lo annunzia nella famosa immagine: «Quando Israele era giovinetto io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio» e quanto segue (11,1-4), mentre il Secondo Isaia perviene a quell'indimenticabile elogio dell'amore del bambino da parte della madre, come paradigma, sia pur con una qualche incertezza, dell'amore di Dio come dato sicuro: «Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherà mai» (Is 49,14-15).
Non è difficile vedere il riscontro storico di queste parole nella condotta di Gesù viene raffigurata nella parabola del padre prodigo in amore verso il figlio più giovane (Lc 15,11-33).

b. Quanto all'amore di Gesù per i minori, ne abbiamo fatto cenno sopra. Congiungendo ciò con altre due testimonianze del cosiddetto «vangelo dei bambini» (Mc 9,33-37; 10,13-16) (v. sotto), e con i logia sullo scandalo dei piccoli (Mc 9,43-48), appare inconfondibile il suo stile di «santità ospitale» (Ch. Theobald), dove si intrecciano parole di difesa rii questi piccoli ed azioni di guarigione estrema; ascolto di domande di aiuto da parte delle madri e promessa di un sicuro intervento; condotta pratica che lo porta ad andare nella casa della bambina malata e di fermarsi sulla strada dove passa un corteo funebre e sentimenti intimi di intensa compassione e partecipazione; gesto essenziale e deciso di guarigione accompagnata dal gesto della mano e dal comando della voce e gesti delicati, affettuosi sensibili di abbraccio, di imposizione delle mani, di benedizione; cura fisica, materiale di bambini indigenti e attenzione sollecita per la loro integrità spirituale (non dare scandalo, cf Mc 9,42s), affermazione della loro dignità ed elevazione a modello per il regno di Dio, valore intrinseco dell'accoglienza di un ragazzo come tale e valore infinito di accogliere con lui Cristo e il Padre (cf Mc 10,37).
In questa logica di amore che riconosce la figura del minore, ma la tras-figura in quella di icona del Regno, ha il suo spazio anche il racconto triste del giovane ricco (Mt 19,20), che Gesù «fissò negli occhi ed amò» (Mc 10,21). Anche il giovane ricco viene amato per le qualità «naturali» di fedeltà alla Legge, ma se ne va «triste, afflitto» (Mc 10,22) – e Gesù pure – per il rifiuto di accettare la trasfigurazione che gli avrebbe data l'entrata nel Regno. Dove già si intravede che agli occhi di Gesù il minore si fa segno e richiamo del Regno. Ma intanto notiamo una componente inevitabile ed irrinunciabile: la libertà. Libertà per dire sì. Purtroppo in questo caso, fu per il no.

4.2. Segno del Regno

Sarebbe impoverito e alla fine falsificato il significato biblico del minore se lo si riducesse a livello puramente umano, cioè a quella naturale benevolenza che in tutti i popoli si prova verso queste creature. In realtà tale livello viene elevato – e in questo senso ancora più garantito – dal fatto che il minore diventa segno di rivelazione e dunque gioca il suo ruolo entro la storia della salvezza. Procediamo, secondo un ideale ascensus, in tre momenti.

a. Anzitutto la figura giovanile corrisponde allo stile di Dio: portare avanti la sua opera di salvezza con il dono della vita, in particolare tramite la scelta del minore.
Dalle righe precedenti ci appare chiaro che la lunga, ininterrotta catena di bambini – dai figli di Adamo, a quelli dei patriarchi e delle famiglie che formano il popolo di Dio, Israele prima e poi la comunità cristiana, e al centro le figure centrali del Battista e di Gesù ampiamente considerati proprio come bambini (cf Lc 12) – testimonia che la salvezza di Dio si lega strettamente con la vita dell'uomo, attesta cioè in ogni creatura che nasce la fedeltà di Dio alla benedizione originaria (cf Gn 1,28).
Ma oltre a ciò il minore diventa strumento nelle mani di Dio proprio perché è piccolo, anzi umanamente inaspettato. Basti qui ricordare il ruolo riconosciuto a Giacobbe rispetto ad Esaù (Gn 27), alla scelta e protezione di Mosè fin da bambino (Es 2), lo stesso dicasi per Samuele, dono del cielo ad Anna sterile (1 Sam I -3), la scelta di Davide, l'ultimo di sette fratelli (1 Sam 16,1-13), il ragazzo che abbatte Golia (1 Sam 17), ed anche Daniele è un ragazzo prescelto per la salvezza del popolo (Dan lss).

b. Tutto ciò è rivelativo dell'agire di Dio che si serve di ciò che è debole per confondere ciò che è forte (1 Cor 1,27), facendo del bambino il modello dei cittadini del Regno e lui stesso cittadino per primo, soggetto diretto del dono della Rivelazione e mediazione diretta di incontro con il Cristo e con il Padre.
Ciò trova riscontro nel mondo biblico, dove il minore non è esaltato per qualità che abitualmente gli si attribuiscono (innocenza, ingenuità, dolcezza...), ma semmai per l'assenza di qualità, quindi per la precarietà delle forze,da totale dipendenza dagli adulti, in una parola, per la sua povertà. Tale condizione naturale diventa un eccellente emblema di ciò che è la condizione di fede richiesta dal credente: «del suo avere bisogno di aiuto da parte di Dio e dell'essere disposti ad accettarlo». [4]
In questo contesto mentale, il minore è reso portatore di tre importanti filoni di verità.
In un passo del già citato «vangelo dei bambini» (Mc 10,13-16), costoro sono eretti a paradigma dei cittadini del Regno: «A chi è come loro appartiene il Regno di Dio. Chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,14-15), «se non vi convertirete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3). Ma non solo. Gesù afferma «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,14).
Dove si nota che Gesù erige il bambino a modello di chiunque voglia entrare nel Regno, ma insieme lo proclama primo candidato del Regno stesso.
Questo diretto coinvolgimento e partecipazione del bambino nel destino del Regno, in forza – ripetiamolo – «del suo avere bisogno di aiuto, essere disposti ad accettarlo» introduce il bambino nella categoria dei «piccoli» per i quali Gesù afferma gioiosamente: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose (il mistero del Regno) ai sapienti e intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Il loro «Osanna» a Gesù di fronte agli sprezzanti scribi del popolo ne è un segno eloquente (Mt 21,16).
Il bambino dunque, e chiunque ne fa propria la condizione di povertà in termini consapevoli, cioè di conversione, [5] è il soggetto diretto del dono della Rivelazione.
È ciò che motiva il nostro impegno di annunzio della fede proprio ai minori, ma entro quale orizzonte!
Ancora un passo avanti. Nell'altro testo del «Vangelo dei bambini» (Mc 9,3337) si parla della disputa dei discepoli su chi è più grande «nel Regno dei cieli» (Mt 18,1). Gesù afferma perentorio che la vera grandezza sta nel servire. Come e chi? Ebbene, egli, il grande Maestro, il Signore, «prende un bambino, lo pone in mezzo e lo abbraccia», aggiungendo che l'accoglienza dei bambini è accogliere Cristo, e in lui, il Padre stesso (Mc 9,33-37). In questo modo, pur nel contorcimento del pensiero, appare che se la genuina grandezza-servizio sta nella cura dei piccoli, dei deboli, dei poveri, essa ha una manifestazione concreta, immediata nell'accoglienza a braccia aperte del bambino, del minore, proprio a titolo della sua intrinseca fragilità. Chiaramente il dono del Regno che è in loro in forza di una inconsapevolezza dovuta ad indigenza chiederà di maturare in consapevolezza che mantiene per scelta la piena, fiduciosa dipendenza dal Signore. Qui si innesta il terzo livello del segno di cui i minori sono portatori.

4.3. Segno di crescita

È ovvio, ma ciò non di meno è di particolare rilevanza, che la comprensione biblica della figura del minore tenga presente lo sviluppo a cui esso è esposto, giacché – come si dice – da piccoli si diventa grandi. Vi è dunque, voluta dal. Creatore, una dinamica di crescita nell'ordine dell'intelligenza e della libertà, e dunque della responsabilità di cui l'adulto si fa carico. Nessuno può negare infatti che l'infanzia esprima immaturità e, come osserva Gesù, si manifesti instabile e capricciosa (cf Mt 11,16-17). I sapienziali lo ripetono spesso.
Si introduce perciò all'interno del popolo di Dio la necessità dell'educazione, di un processo di formazione con le sue fondamentali esigenze.

a. Paolo anzitutto, ma anche Giovanni, nelle loro Lettere dicono con chiarezza che l'infanzia non è mai chiusa in se stessa, ma stadio di passaggio: da bambini immaturi a cristiani perfetti. Ma come? Anche qui, come in precedenza, sopravviene una simbolizzazione del processo di crescita, per cui viene applicata all'adulto, appena generato alla fede, la condizione dell'infante chiamato alla maturità: è la rappresentazione propria di Paolo nella 1 Corinzi con accenti forti (3,14), ma anche in Eb 5,11-14 e in I Pt 2,1-2. Ma anche qui, come sopra, in questa simbolizzazione, sono inclusi quei neonati cristiani che lo sono anche anagraficamente, in quanto battezzati da bambini. Merita ricordare il progetto educativo che ne scaturisce e che interpella direttamente ogni operatore o animatore che lavori con il mondo giovanile.
Ne indica bene il tragitto ancora Paolo scrivendo ai Galati: «Ecco, io faccio un altro esempio: per tutto il tempo che l'erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto; ma dipende da tutori e amministratori, fino al termine stabilito dal padre. Così anche noi quando eravamo fanciulli, eravamo come schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio» (4,1-7).
Con altrettanta energia, in Efesini si fa presente l'impegno a non essere più «come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina», ma di arrivare «allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (4,13-14). Concretamente, e in consonanza ancora una volta con la figura del minore che è anche figlio, si fa forte insistenza sull'adozione che porta alla figliolanza di Dio (Rm 8,14-17), in modo da vivere quali «figli amati da Dio» (Ef 5,1; cf 1 Gv 3,1).

b. Si può intravedere come l'attenzione sui minori alla luce della Scrittura non ci possa far adagiare in una comoda e magari commossa contemplazione, ma piuttosto ci rende avvertiti che la loro piccola presenza, non è un sacco vuoto da riempire di carezze e di baci che li soffocano, ma per quanto è stato fin qui detto, è come il campo del Vangelo che porta il seme del Regno, un seme che non si può bloccare, ma che piuttosto può deperire tra spine o sassi o terra arida.
Le conseguenze nella vita di quanti si dedicano ai giovani scaturiscono immediate.

c. Ma prima ricordiamo come splendida icona riassuntiva di tutti i pensieri qui espressi la figura stessa di Gesù come bambino. Nella rappresentazione isaiana come profezia (Is 7,10-17; 9,1-6; 11,1-9) e nei vangeli dell'infanzia come storia (in compagnia di Giovanni Battista: Lc 1-2; Mt 1-2) si condensano i principali motivi che poi Gesù da grande esprimerà per ogni altro bambino come lui: la debolezza umana che lo vede povero e lo fa esule in terra straniera e la potenza di Dio che compie i suoi disegni; il profondo amore che lo circonda, l'affetto premuroso di sua madre Maria, di Giuseppe e del parentado; l'evento di crescita ripetutamente affermato (Lc 2,40.51; cf 1,80), contrassegnato dalla cura formativa dei suoi genitori, ma insieme dal processo di maturazione del figlio nei disegni del Padre (Lc 2,41-51). «E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).

5. I MINORI: UNA PAROLA DI DIO PER NOI

Ritornando al punto di partenza che ci ha atto indagare nelle Scritture, cioè la predilezione di Don Bosco e dei suoi salesiani verso la gioventù, possiamo ora concludere annotando alcuni stimoli che ci vengono dalla Parola di Dio.

a. L'amore per i piccoli parte dalla percezione nitida del loro valore: sono il dono della vita che continua, senza di cui l'umanità svanisce (pericolo incombente nei paesi ricchi) ed insieme sono segno della rivelazione sul triplice versante della meta da raggiungere, il Regno di Dio, sulla condizione per farlo, l'essere piccoli, ossia poveri, quindi indigenti e disponibili, sul processo da realizzare come crescita verso la maturità di figli di Dio.

b. Amare i ragazzi è entrare in un'ottica peculiare: evitando una pura considerazione estetica e il rischio di una chiusura narcisistica, Gesù li fa segni sacramentali, non pure metafore del Regno, ma indicatori efficaci per noi ed anche per se stessi di poterci entrare.
In quest'ottica sacramentale si tratta di riconoscerli come eco della Parola di Dio, persone tramite cui il Signore ci parla e ci invita ad amare la vita, anzitutto la loro giovane e fragile vita in tutte le espressioni fisiche, spirituali e morali, come ha fatto Gesù nei Vangeli; ci sprona a re-imparare da loro (= conversione) quello che è stato nostro quando eravamo piccoli, la fede come «fiducia fanciullesca» in Dio come Padre, [6] o con un termine più profondo, «la seconda innocenza» (P. Ricoeur); ci ricorda la meta del Regno come destino di vita e ci sveglia dal torpore di sentirci arrivati, già bene conformati, stimolandoci invece al cammino verso la maturità, «cercando di crescere in ogni cosa, verso di lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,15).

c. In questa progettualità emerge chiaramente quel modo di amare assai concreto quanto necessario che è l'educare. L'ottica educativa è la spina dorsale dell'amore ai giovani. È un contributo di assoluto valore della tradizione sapienziale siMIT'Arefie nel NT. Ricordiamo che proprio dei detti sapienziali sono stati incisi da Don Bosco sulle colonne del suo oratorio.
Cosa comporta ciò?
Nasce una cura della loro crescita verso la maturità. Non si possono bloccare nel farli restare bambini, ma bisogna farli crescere secondo i dinamismi del loro sviluppo, di bimbi dunque, ma anche di ragazzi e di adolescenti, imparando noi ed aiutando loro ad apprendere, che il loro sviluppo naturale si accompagna con il compito del crescere da cristiani. La loro capacità di parabola del Regno non li rende pretesto per altri, ma prima ancora destinatari di esso per se stessi. Possano essere ciò che sono chiamati ad essere per altri.
Questo richiede la capacità di cogliere qualità umane potenziali e svilupparle grazie anche alle scienze umane (psicologia) per non sciupare l'autenticità del loro essere dono, ed insieme di continuare ad esserlo nella evoluzione dell'età. Non dimenticheremo quella protezione di amore che si fa disciplina e correzione dei loro capricci, ma anche proteggendoli dagli scandali: fanno parte di quei piccoli, i cui angeli vedono direttamente il volto del Padre e dunque dal Padre, gli angeli con i loro piccoli, sono guardati e custoditi (cf Mt 18,10).
Vorrei rimarcare un'ultima premura educativa che stimo importante. La condizione di «minoranza anagrafica» di questi ragazzi, porta insensibilmente a stimarli «minoranza valoriale», pur essendo la maggior parte nel mondo. Per cui si vive la oro presenza non per quello che sono come tali, ma per quello che noi li vorremmo, obbligandoli in fondo ad essere come noi. Non si coglie la giovinezza come valore in sé, come se il fiore non valesse perché si aspetta il frutto, mentre è frutto già il loro essere fiore. Per questo per natura e per concezione sociale rischiano di essere uomini di «serie b». Sono esposti ad essere fragili o per retrocessione o per accelerazione. Invece Dio li vede come persone umane di valore nel loro essere piccoli, in un cammino di trasfigurazione maturante secondo l'immagine di Gesù.

d. Per questo un campo aperto di un continuo riferimento resta la figura di Gesù da bambino e da adulto e specificamente nel suo cammino da bambino ad adulto. «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite» (Mc 10,14).
In Lui anche le tante testimonianze dell'AT assumono valido compimento. È tramite il discernimento che Gesù propone con le sue parole ed opere, che si supera l'indubbia distanza tra il contesto culturale in cui oggi noi diciamo bambino, ragazzo, figlio, giovane e quello del tempo biblico. Discernimento evangelico che si arricchisce e specifica nella comprensione della Chiesa.
In sintesi il bambino diventa il tipo di ciò che Dio vuol realizzare in ciascuno di noi: figli del Padre. Ogni piccolo, senza saperlo, fa dono agli adulti di tale segna e, ma attende l'aiuto di poter essere lui stesso ciò di cui è figura. Il bambini sono segno della presenza di Gesù in mezzo a noi: chi li tratta autenticamente fa una sintesi incomparabile tra la loro figura e la nostra, tra il loro destino aperto sul Regno e il nostro in marcia faticosa verso il Regno.
Annotava nel 1980, Don E. Viganò: «Stiamo tra i giovani perché ci ha inviato Dio... La patria delle nostra missione è la gioventù bisognosa».
Adesso possiamo forse capire un po' di più cosa voglia Dio mandandoci ai giovani.


NOTE

1 Cf i Dizionari pertinenti: Grande Lessico del NT, IX (A. Oepke, pais), Paideia, Brescia, 1965s; Dizionario esegetico del NT (S. Legasse et alii), Paideia, Brescia, 2004; Dizionario dei concetti biblici del NT (G. Braumann), EDB, Bologna, 1976.
2 Bambino, in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Ed. Paoline, Cinisello B. 1998.
3 Cf BISSOLI C.„ Bibbia e educazione, LAS, Roma 1981.
4 DUNN J.D.G., Gli albori del cristianesimo 1. La memoria di Gesù. Torno 2. La missione di Gesù, Paideia, Brescia, 2006, 587-589.
5 «Il punto non è che l'aspirante discepolo dovrebbe far finta d'essere un bambino e comportarsi in maniera infantile, bensì che i discepoli devono riconoscere che davanti a Dio in realtà sono bambini, non persone mature, persone incapaci di vivere una vita totalmente indipendente o di assumersi da soli la responsabilità totale di se stessi. La fiducia invocata da Gesù è la costante dipendenza dei piccoli bambini dai genitori e la fiducia in loro per la loro stessa esistenza e per il significato continuo delle loro vite» (o.c., 289).
6 DUNN J.D.G., o.c., 587.

(fonte: ABS - R. Vincent - C. Pastore, Passione apostolica, Elledici 2008, pp. 57-68)

 

 

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