Via il crocifisso

dalle scuole italiane?

La Civiltà Cattolica


Recentemente un’insegnante d’italiano in una scuola media di La Spezia ha fatto togliere dall’aula il crocifisso, affinché tale presenza sulla parete non offendesse un nuovo alunno, di religione musulmana. L’episodio ha riacceso la discussione sulla presenza del crocifisso nelle aule di una scuola pubblica, gestita dallo Stato. La Stampa del 15 novembre 2001 informa poi che le maestre di un asilo comunale di Biella hanno deciso di non far intonare ai bambini i canti tradizionali di Natale per non urtare la sensibilità di tre bambini figli di musulmani e di alcuni altri i cui genitori si professano non religiosi.
Questi due fatti – che per sé sono di scarso rilievo – pongono problemi di notevole importanza, riguardanti il senso della laicità dello Stato, il rispetto che si deve nutrire verso i sentimenti religiosi delle minoranze e il significato che hanno nel nostro Paese i simboli cristiani. È perciò opportuno su questi problemi fare una breve riflessione, non polemica, ma chiarificatrice, in un dibattito in cui non di rado l’emotività prevale sulla razionalità e sulla serenità.

Per giustificare la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche ci si appella alla laicità dello Stato: lo Stato italiano – si dice – non riconosce più la religione cattolica come religione di Stato; è divenuto uno Stato laico e perciò non può accettare che simboli religiosi siano esposti in un luogo pubblico come la scuola a cui accedono cittadini credenti e non credenti. Che valore ha questo argomento, che è il più citato nel dibattito di cui stiamo parlando? Il suo valore dipende dal significato che si dà al termine «Stato laico». Infatti, nel pensiero di molte persone, oggi questo termine significa che lo Stato deve ignorare il fatto religioso, anzi deve positivamente escluderlo; cioè dev’essere, se non dichiaratamente contro la religione, positivamente a-religioso e considerare la religione un fatto privato, senza alcuna rilevanza pubblica, tale quindi che esso possa o debba disinteressarsene. Ma così inteso, lo Stato laico non è «laico», bensì «laicista».
In realtà, la laicità è cosa diversa dal laicismo. Infatti, a differenza del laicismo, la laicità dello Stato significa che lo Stato non fa propria nessuna religione particolare, in quanto è incompetente in campo religioso e non persegue finalità religiose, ma riconosce e rispetta il fatto religioso, lo promuove, favorisce la più ampia libertà religiosa e facilita l’esercizio della loro religione a coloro che lo desiderano, nel rispetto dell’ordine pubblico, della pubblica moralità e della legalità.
Così agendo infatti lo Stato laico non diviene uno Stato confessionale né favorisce la religione, ma riconosce e favorisce il diritto dei cittadini ad avere e a praticare la propria religione.
Ora, riconoscere e favorire tale diritto è un dovere dello Stato laico, a cui esso non può venir meno senza mancare al fine proprio dello Stato, che è il riconoscimento, la tutela e la promozione dei diritti dei suoi cittadini, tra i quali emerge il diritto alla libertà di coscienza e alla libertà religiosa. È questo il motivo per cui lo Stato dev’essere «laico» ma non «laicista», cioè estraneo e contrario al fatto religioso. Per conseguenza, se i cittadini che appartengono a una determinata religione desiderano praticarla anche con manifestazioni pubbliche – sempre nel rispetto della moralità, delle leggi dello Stato e dell’ordine pubblico – lo Stato laico non può impedirlo né vedere in tali manifestazioni un attentato alla propria laicità.
Lo Stato laico, proprio perché tale, non solo non professa una religione, ma non ha neppure una propria ideologia e una propria etica (altrimenti diventerebbe un Stato «ideologico» o uno Stato «etico»). Ha quindi bisogno di «valori» forti a cui ispirare la ricerca del bene comune. Tali valori possono essere forniti anche dalla religione, che perciò costituisce non una minaccia per la «laicità» dello Stato, ma una arricchimento per lo Stato laico. In questa visione delle cose, la presenza del crocifisso in un’aula scolastica è un «valore» che può arricchire lo Stato nella sua funzione educativa delle nuove generazioni.

Per quanto riguarda la presenza del crocifisso in un luogo pubblico come la scuola, si tratta, certo, di un simbolo cristiano, ma non di un simbolo immorale né diseducativo, quale potrebbe essere un simbolo che inciti alla violenza, all’odio e al disprezzo degli altri, alla sopraffazione e al soddisfacimento delle pulsioni egoistiche verso il piacere e il denaro, che sono così vive e forti nel cuore dell’uomo. Al contrario, il crocifisso – anche sotto il profilo semplicemente umano – è un simbolo altamente educativo, perché mostra dove può giungere l’uomo quando si lascia dominare dall’odio, dalla falsità e dall’ingiustizia: in tal modo, il crocifisso è il simbolo di tutti coloro che nel mondo soffrono e muoiono per l’egoismo e la cattiveria di quelli che li schiacciano con la violenza delle armi e con la sopraffazione del loro potere politico ed economico. Perciò togliere da un’aula scolastica il crocifisso significa, in fondo, privare gli studenti di un segno che potrebbe aiutarli a riflettere sulle cause profonde del peso immane e crudele di sofferenza e di morte che grava sui poveri, in particolare sui bambini, in tante parti del mondo; cause che sono l’egoismo e l’avidità del denaro e del potere.
L’insegnante di La Spezia ha fatto togliere dall’aula il crocifisso perché tale presenza avrebbe «offeso» un alunno musulmano. E perché mai? Perché cioè la vista di un segno che non fa parte della religione che si professa dovrebbe «offendere»? Dove sta l’«offesa»? Non certo nel fatto che una persona si possa offendere alla semplice vista di un segno religioso che non fa parte della propria religione. In realtà, ci sarebbe «offesa» alla propria religione se il simbolo esposto fosse un segno immorale o un segno che esprimesse disprezzo per la propria religione o incitasse all’odio di essa. Ora nessuno potrebbe sostenere che un crocifisso sia un segno immorale o sia d’incitamento al disprezzo o all’odio di altre religioni o alla violenza contro chi non è cristiano o non credente.
Certo, ci sarebbe «offesa» alla propria religione o alla propria libertà religiosa, se un segno religioso fosse «imposto», nel senso che si fosse obbligati a credere in esso o a venerarlo; ma a nessun musulmano che frequenta una scuola italiana è imposto di credere nel crocifisso o di venerarlo.
Indubbiamente, un musulmano che conosca il Corano potrebbe dire che la fede musulmana, proprio perché ritiene Gesù un grande profeta particolarmente amato da Dio, non ammette che egli sia morto crocifisso, ma pensa che, al momento di essere messo in croce, un altro (Giuda?) sia stato crocifisso al suo posto, non ritenendo che fosse degno di Allah permettere che un suo profeta morisse in una maniera così orrenda e spregevole. Ma qui siamo nel campo della fede e quindi del rispetto che è dovuto ad ogni fede: così, se il musulmano ha diritto al rispetto delle proprie convinzioni religiose, uguale diritto ha il cristiano al rispetto della propria fede e dei simboli nei quali essa si esprime.
In pratica, il crocifisso, se può essere uno scandalo per un musulmano, per un cristiano è il simbolo più alto dell’amore di Gesù per gli uomini: un amore che, per la salvezza degli uomini dal peccato e dalla morte, lo ha portato fino a dare per loro la vita, accettando che la malvagità umana compisse sulla sua persona quello che il peccato soltanto è capace di dare: la morte nella sua forma più atroce. Se quindi il togliere il crocifisso da un’aula scolastica può rispettare il sentimento di un musulmano credente, non rispetta il sentimento di un cristiano, anzi è gravemente offensivo per la sua fede.
Come conciliare questa doppia esigenza di rispetto sia del sentimento religioso del musulmano sia di quello del cristiano? Ci sembra che far conoscere i simboli della realtà culturale-religiosa prevalente nel Paese dove sono approdati, sia un servizio agli stessi immigrati: li aiuti a inserirsi nel contesto di elezione, a conoscerne i valori, le tradizioni culturali e, quindi, pur conservando la propria religione, a non essere cittadini di serie B.
Si può osservare, a questo proposito, che la scuola dovrebbe insegnare agli alunni il rispetto reciproco delle convinzioni religiose che, se sono diverse e anche contrastanti su alcuni punti essenziali, non sono e non possono essere nemiche e tanto meno odiarsi, e non invece mettere gli alunni gli uni contro gli altri o suggerire loro l’idea che un simbolo religioso di una religione diversa dalla propria possa o, peggio, debba essere per loro motivo di scandalo. Quanto sia poco educativo il gesto dell’insegnante di La Spezia, che ha tolto dall’aula il crocifisso per non turbare il sentimento religioso di un alunno musulmano, lo mostra il fatto che, per non offendere il sentimento religioso dei musulmani presenti nel nostro Paese, bisognerebbe distruggere tutti i segni cristiani presenti in Italia e lasciare in piedi soltanto le moschee e le scuole coraniche… Certo, questo è un ragionamento per absurdum; ma mostra come certi modi di fare, portati alle loro ultime conseguenze, cadono nell’assurdo e nel ridicolo.
La polemica sul crocifisso in classe è pretestuosa, poiché che vive in Italia si imbatte continuamente nei simboli della fede cristiana, che sono un dato di fatto, perché la religione cattolica è stata ed è uno dei fattori più rilevanti della cultura e della civiltà italiana.

Un rilievo si può fare alle maestre di asilo di Biella che non insegnano a cantare ai loro piccoli allievi i canti natalizi, per non offendere il sentimento religioso di tre bambini musulmani.
La cosa si può forse spiegare col fatto che quelle maestre ignorano quello che nel Corano è detto di Gesù e di Maria e, in particolare, della nascita verginale di Gesù da Maria: con quanto rispetto se ne parla e di quanta venerazione è circondata la nascita di Gesù, poiché fin da quando è ancora in fasce egli si mostra profeta e servitore di Allah. C’è dunque anche nell’islàm un «natale» di Gesù, molto simile a quello cristiano, anche se il racconto coranico della nascita di Gesù, più che ai Vangeli canonici di Luca e di Matteo, si rifà ai Vangeli apocrifi, in particolare al Protovangelo di Giacomo.
Le maestre di Biella hanno arrecato un vero danno ai propri alunni musulmani, per i quali il clima natalizio, che affascina la maggior parte dei loro coetanei, risulterà incomprensibile. In tal modo esse non hanno promosso il rispetto della religione della minoranza, ma hanno fatto, nei confronti di

Abbiamo detto che i due fatti ora ricordati sono di scarso rilievo, anche perché la maggior parte degli insegnanti delle scuole italiane non condivide i gesti dell’insegnante di La Spezia e delle maestre di asilo di Biella. Tuttavia non vanno sottovalutati, perché potrebbero essere visti come gesti di apertura mentale e di libertà di pensiero oppure come gesti di avanguardia che anticipano il futuro di un’Italia multietnica e multireligiosa, in cui perciò la religione cattolica deve essere messa alla pari delle altre religioni e quindi privata dei «privilegi» di cui ha goduto finora.
Non si deve, infatti, dimenticare che esiste nel nostro Paese un filone di pensiero e di azione, piccolo ma rumoroso, costituito da atei, agnostici e razionalisti, riuniti nell’associazione UAAR (Unione Agnostici, Atei e Razionalisti) dall’impazienza radicale di «sbattezzare e scrocifiggere», che si propone di togliere tutti i crocifissi dalle scuole, dagli uffici e dagli ospedali in nome della laicità dello Stato e della sua neutralità verso qualsiasi credenza, di sostituire ogni forma di etica religiosa con l’etica laica, di chiedere ai parroci obbligatoriamente che venga segnata sul registro del battesimo la propria rinuncia di appartenenza alla Chiesa cattolica (cfr. La Repubblica, 18 novembre 2001, 24).
In realtà, il pericolo che corre il nostro Paese è quello della perdita di una parte essenziale della propria identità spirituale e culturale. Non gli si rende un buon servizio quando si tenta di privarlo dell’eredità cristiana, poiché il cristianesimo – lo si voglia o no - ha permeato tutta la storia, le istituzioni sociali, il diritto, la letteratura, l’arte del nostro Paese e perfino il carattere, il modo di pensare e di sentire dei suoi abitanti. Anzi proprio il crocifisso e il Natale sono i simboli che maggiormente lo hanno segnato.
La croce svetta sui campanili, sulle montagne italiane, e il presepio è nato dall’anima contemplativa di un santo italiano – san Francesco di Assisi – e ha goduto di un’attrattiva popolare che non si incontra in nessun altro Paese, ma soprattutto ha ispirato l’arte italiana forse più di ogni altro soggetto religioso. Il crocifisso e il presepio, la croce e il Natale fanno quindi parte del più profondo sentimento religioso e umano degli italiani e volerli bandire dall’animo dei bambini e degli adolescenti, prima ancora che dalle aule scolastiche, significa oggettivamente privarli, in un punto essenziale, della loro identità, per un malinteso senso del rispetto delle minoranze religiose.

Confessiamo francamente di non comprendere la furia iconoclasta e irreligiosa che anima alcune persone – fortunatamente poche – del nostro Paese. Nel momento stesso in cui l’Italia rischia di cadere nel nichilismo morale e nell’offuscamento di alcuni dei valori più alti, non solo religiosi ma anche umani, è triste che ci siamo persone che si fanno un punto di onore e una ragione di vita nel combattere il cristianesimo e nel cercare di sradicarlo, in nome della laicità dello Stato e di un’etica laicistica. Nonostante i peccati, le debolezze e le infedeltà dei cristiani, il Vangelo è stato sempre nella storia fonte inesauribile di sensibilità per i più alti valori umani, quali sono la dignità e la libertà della persona, la fraternità tra gli uomini, il rispetto per gli altri, l’amore e la solidarietà per i poveri, gli umili – e tutti coloro che una società egoista, crudele e disumana, condanna alla miseria e al sottosviluppo senza speranza -, la cura del prossimo e la pace tra gli uomini, che l’odio, la sete del denaro, la ricerca del potere e del dominio rendono oggi nemici mortali.
Ci si lamenta oggi, e giustamente, della caduta del senso morale, del crescere della delinquenza organizzata e – purtroppo – anche della delinquenza minorile, della diffusione della corruzione, dell’emergere prepotente di fenomeni sociali assai gravi, come la pedofilia, il narcotraffico, lo sfaldamento delle compagini familiari; ma non ci si vuole rendere conto che alla base di questi fenomeni c’è una grave crisi morale e religiosa, la quale non aiuta a creare un clima favorevole alla proposta dei valori autentici di cui i giovani hanno bisogno per la loro crescita umana, morale e religiosa e che la scuola ha il compito e il dovere di favorire, in quanto non deve solo istruire ma anche educare. Crisi che è frutto anche di un lavoro di erosione dei princìpi e dei valori morali affermati e proposti dal cristianesimo, fatto in nome del secolarismo materialista e ateo, libertario e permissivo. Ecco perché togliere da un’aula scolastica un crocifisso è per sé – lo ripetiamo – un fatto di scarso rilievo; ma è un fatto assai grave se esso è segno ed espressione di una lotta al cristianesimo e quindi alla presenza pubblica dei simboli cristiani nel nostro Paese.
Editoriale di «La Civiltà Cattolica», anno 153 - vol I. - quaderno 3637 – 5 gennaio 2002, pp. 3-9