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Il piano


Alla scuola di Gesù /3

Elizabeth E. Green

(NPG 2008-03-42)


«Anche Dio ha un sogno» e, come abbiamo visto, chiama noi tutti a dare corpo a quel sogno per realizzarlo. Scrivendo al giovane Timoteo, infatti, l’apostolo Paolo dice che Dio «ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non secondo le nostre opere, ma secondo il proprio proponimento» (2 Tm 1,9). Detto altrimenti, Dio ci chiama secondo il piano che ha per ognuno e ognuna di noi. Possiamo già ravvisare qualcosa del piano che Dio aveva per Timoteo «nella fede», come scrive Paolo, «non finta che abitò prima nella (s)ua nonna Loide e nella (s)ua madre Eunice» e che «ora abita (in lui)» (2 Tm 1,4). Non è un caso che Timoteo nacque in una famiglia che tramite la testimonianza delle donne aveva saputo trasmettergli una tale fede. Questa circostanza - che a prima vista può apparire insignificante - faceva parte del piano divino il quale abbraccia non solo i nostri antenati e antenate immediati (e il dove e il quando della nostra nascita), ma risale persino a «prima della fondazione del mondo» (Ef 1,4). L’apostolo Paolo, sul cui percorso avremo occasione di riflettere, fu chiamato da adulto a seguire il Signore, eppure guardando indietro alla sua vita (col senno del poi!) si rende perfettamente conto che nel piano di Dio era stato messo da parte già dalla nascita (Gal 1,15).

Un piano per ciascuno di noi?

Ma com’è possibile che Dio abbia un piano per ognuno e ognuna noi? L’idea appare assurda se consideriamo, anche solo per un attimo, l’immensità dell’universo, le centinaia di milioni di persone che abitano il pianeta, tutte le generazioni che ci hanno preceduto, nonché tutti coloro che nel futuro si susseguiranno. Al solo pensiero ci sentiamo come un ago nel pagliaio! Chi mai ci potrebbe trovare? E se ora guardiamo dentro di noi, alla nostra piccolezza, al nostro senso di inadeguatezza, ai nostri piccoli fallimenti e frustrazioni, torniamo a chiederci: ma com’è possibile che Dio abbia proprio un piano per noi?
La risposta è disarmante nella sua semplicità. È possibile perché Dio ci ama. Tuttavia, poiché per il tanto parlarne l’amore di Dio ha subito una grossa svalutazione, lo diciamo in un altro modo: è possibile perché agli occhi di Dio ciascuno e ciascuna di noi è prezioso! Rivolgendosi al popolo d’Israele da lui considerato un figlio, Dio afferma: «Tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo» (Is 43,4). Agli occhi di Dio ogni persona è preziosa, stimata, amata, importante. In un mondo che dice che per valere bisogna essere così o cosà, avere questo o quell’altro, riuscire in chissà quali e quante imprese, Dio guardandoci esattamente come siamo in questo momento semplicemente dichiara: «Tu sei prezioso, sei stimato e io ti amo».
Non è, lo ammetto, facile accettare, o meglio accogliere un’idea di questo genere.
Per aiutarci Anthony de Mello suggerisce che riflettiamo sull’avvento di Gesù, venuta nel mondo che è stata preparata con cura da Dio. Pensiamo come sono stati scelti i genitori di suo Figlio in modo che Gesù avesse la personalità adatta per compiere il piano che Dio aveva per lui. Poiché ognuno e ognuna di noi è prezioso agli occhi di Dio, e poiché anche noi abbiamo un piano da compiere, anche il nostro «avvento» è stato preparato con la stessa cura di quello di Gesù. Perciò de Mello ci invita a rievocare il canto degli angeli quando nacque il Cristo, e poi si chiede «Ho mai udito il canto che gli angeli intonarono quando sono nato io? Vedo con gioia ciò che è stato fatto per mio tramite, per rendere il mondo un posto migliore... e mi unisco a quegli angeli nel canto che intonarono per celebrare la mia nascita?» (Alle sorgenti, Milano 1988, p. 26).

Il piano per Paolo

Ma torniamo all’apostolo Paolo. Stava scrivendo al suo giovane amico Timoteo per incoraggiarlo a «ravvivare il dono» che Dio gli aveva dato. Pensando al piano di Dio per Timoteo, è normale che i pensieri dell’apostolo vanno alla propria chiamata e al piano in vista del quale lui stesso era stato «costituito araldo, apostolo e dottore» (2 Tm 1,11).
È affascinante seguire l’evolversi del piano di Dio nella vita dell’apostolo. Sì, perché una cosa non vi ho detto: il piano non è un tipo di progetto che cade dal cielo una mattina mentre stiamo facendo colazione; non è una figura che tutto ad un tratto appare sullo schermo del nostro computer (tipo navigatore celeste). Il piano divino va scoperto strada facendo!
Sappiamo tutti che Paolo odiava a morte (letteralmente) i primi cristiani membri della chiesa che stava nascendo a Gerusalemme. Convinto di servire Dio e la sua causa, si era fatto dare un permesso per poter ampliare il suo raggio di azione e scovare, arrestare e incarcerare i discepoli di Gesù non solo a Gerusalemme ma anche a Damasco. Mentre è per strada che improvvisamente viene sfolgorato da una luce, perde la vista, cade a terra e sente una voce dal cielo che lo chiama: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Appreso che la voce appartiene a Gesù, Saulo gli chiede: «Che vuoi che io faccia?». La risposta è la seguente: «Alzati, entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare» (At 9,1-6). Saulo è stato chiamato, ma è completamente al buio sul perché. Non ha nessuna idea di quale possa essere il piano di Dio nei suoi confronti. Sa una cosa sola, che deve alzarsi, proseguire il viaggio, entrare in città e aspettare. A sapere, invece, perché Saulo è stato chiamato sarà Anania e noi (che proseguiamo la lettura) insieme a lui.
Il piano di Dio per Saulo, infatti, verrà annunciato qualche versetto dopo a «un discepolo di nome Anania», chiamato (anche lui) ad andare da Saulo ad imporgli le mani in modo che questi cominci di nuovo a vedere. A questa proposta da parte del Signore, Anania non è proprio entusiasta, anzi si dimostra piuttosto titubante se non addirittura scettico: «Signore, ho sentito dire da molti di quest’uomo quanto male abbia fatto ai tuoi santi in Gerusalemme. E qui ha ricevuto autorità dai capi dei sacerdoti per incatenare tutti coloro che invocano il tuo nome». Alle obiezioni sollevate da Anania, Dio decide di rivelargli il piano che ha in mente per Saulo: «Egli è uno strumento che ho scelto per portare il mio nome davanti ai popoli» (ossia ai non-ebrei), «ai re e ai figli d’Israele, poiché io gli mostrerò quante cose deve patire per il mio nome» (At 9,14s). Anania, quindi, conosce il piano di Dio per Saulo, ma quando va da Saulo gli spiega semplicemente di essere mandato da Dio per imporgli le mani «perché tu riacquisti la vista e sia riempito di Spirito Santo» (At 9, 17).
In altre parole, pur essendo a conoscenza del piano di Dio nei confronti di Saulo, Anania si guarda bene dal rivelarlo al direttamente interessato! Saulo dovrà scoprire da solo il perché della sua chiamata.
Di giorno in giorno, da viaggio in viaggio, guidato dallo Spirito, egli scoprirà il piano di Dio mediante il confronto con le comunità, con le scritture, in preghiera, con l’aiuto di fratelli e sorelle.
Guidato dai suoi sogni, spinto dai suoi desideri, costretto dalle circostanze, in risposta ai suoi insuccessi, Saulo si muoverà, cosicché lungo il libro degli Atti noi vediamo l’evolversi del piano di Dio nella sua vita.
La conversione di Saulo (ormai diventato Paolo) viene raccontata altre due volte, ambedue volte in forma di un discorso pronunciato dall’apostolo stesso in base alle sue riflessioni personali (ovviamente sempre secondo il pensiero di Luca, autore del libro degli Atti).
La prima volta, Paolo è a Gerusalemme e racconta la sua chiamata a una folla di Giudei in subbuglio a causa sua. Il suo racconto rispecchia quello che conosciamo già dal capitolo 9, sebbene Anania aggiunga qualche parola in più. Dopo avergli fatto recuperare la vista, Anania prosegue: «Il Dio dei nostri padri ti ha destinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto, e ad ascoltare una parola dalla sua bocca. Perché tu gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai viste e udite» (At 22,14s.).
Se paragoniamo questa versione a quella del capitolo 9, vediamo che qui il piano di Dio è rivelato da Anania a Paolo, ma solo in parte. Esso rimane piuttosto generico in quanto manca la menzione specifica dei «popoli» e dei «re».
Tuttavia se guardiamo il secondo resoconto della sua conversione, questa volta a Cesarea davanti al re Agrippa e quasi alla fine del libro, scopriamo che secondo Paolo, le parole riguardanti il piano divino rivolte ad Anania al capitolo 9, ora risultano rivolte direttamente a Paolo stesso, proprio al momento della chiamata, dalla voce che parlava dal cielo: «Alzati, e sta’ in piedi perché per questo ti sono apparso: per farti ministro e testimone delle cose che hai viste» (e qui ci siamo), «e di quelle per le qual ti apparirò ancora, liberandoti da questo popolo e dalle nazioni, alle quali io ti mando per aprire loro gli occhi, affinché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ricevano, per la fede in me, il perdono dei peccati a la loro parte di eredità tra i santificati».
Paolo, che da lì a poco sarà trasferito a Roma, poi aggiunge: «Perciò, o re Agrippa, io non sono stato disubbidiente alla visione celeste» (At 26, 15-20).
Ma a quale visione si riferisce? La visione celeste, il piano di Dio, non è quella rivelatagli al capitolo 9 perché, come abbiamo visto, in quell’occasione non fu rivelato a Paolo nessun piano tranne quello di recarsi a Damasco e ad aspettare.
Il piano celeste cui si riferisce Paolo al capitolo 26 è quello che giorno dopo giorno, viaggio dopo viaggio Paolo era andato scoprendo e che solo ora, grazie anche ai lunghi giorni di prigionia, gli appare in tutta la sua nitidezza come ordinata da Dio dall’inizio stesso della sua chiamata!
Dio ha un piano per ognuno e ognuna di noi, ma tocca a noi guidati dallo Spirito scoprirlo in mezzo alle vicissitudini della vita, esattamente come l’apostolo Paolo, per diventarne veramente consapevoli solo verso la fine del percorso quando il racconto della nostra vita starà per terminare.

Nelle trame della vita

Nel suo libro La mia Africa (Feltrinelli 2001, pp. 198s.), la scrittrice danese Karen Blixen riporta una fiaba che si avvicina a ciò che sto cercando di dire.
Un uomo, racconta la Blixen, vive vicino a uno stagno dove ci sono dei pesci. Una notte viene svegliato da un rumore che viene dallo stagno; si alza ma essendo buio non ci vede niente. Cerca di andare verso il laghetto, s’inciampa, cade, si rialza, cade di nuovo.
L’uomo non riesce ad individuare bene la provenienza del rumore, si rende conto di andare nella direzione sbagliata, così si volta, ci riprova fino ad arrivare, dopo qualche altra caduta, allo stagno, e lì scopre che l’acqua sta fuoriuscendo da un buco nell’argine del laghetto e insieme all’acqua anche i pesci. Così con una certa difficoltà ripara il buco. Soltanto quando il buco è stato tappato l’acqua non esce più e i pesci sono al riparo, l’uomo torna a letto a dormire.
La mattina dopo, si alza e si dirige verso la finestra. Guardando fuori dalla finestra l’uomo vede che i passi lasciati nel buio della notte hanno tracciato per terra la sagoma di una cicogna!
Commentando questa storia il cui racconto man mano che va avanti è accompagnato da un disegno, cosicché alla fine appaia sulla pagina una cicogna, la scrittrice ci fa notare che l’uomo si accorge di avere lasciato dietro di sé una cicogna solo alla fine del suo percorso, a opera terminata.
Un po’ come Paolo, che poteva dare un resoconto dettagliato del piano che lo aveva guidato, per aggiungere «io non sono stato disubbidiente alla visione celeste» solo verso la fine del suo percorso, solo dopo aver scoperto che in mezzo alle gioie e alle fatiche, ai successi e ai fallimenti, per le strade, nelle piazze, nelle case e nelle carceri egli stava seguendo il piano divino, affinché la sua vita formasse un racconto.
Perciò la Blixen conclude chiedendosi: «Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?».
Dio ci chiama secondo il disegno che ha per ciascuno e ciascuna di noi, e promette che «tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio i quali sono chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28). Forse il nostro disegno non è una cicogna bensì una farfalla, o un’aquila, un leone o un fiore tracciato nel cuore di Dio prima che il mondo esistesse.
Noi scopriamo chi siamo chiamati a diventare rispondendo alla chiamata e mettendoci in marcia, come Paolo, alla sequela di Gesù.

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