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Dalle sfide all'educazione

alla sfida dell'educazione

Aldo Giordano

Quando dei genitori decidono di mettere al mondo un figlio non gli domandano il permesso, ma gli "impongono" la vita. Consciamente o inconsciamente i figli, nella loro esistenza, domanderanno il perché di questa scelta. L'educazione è l'impresa, che dura tutta la vita, di rispondere a questa domanda dei giovani, cioè il mostrare che la vita è una realtà vera, bella e buona, che merita di essere vissuta. L'educazione è quindi una grande responsabilità: un "responsum dare", un dare una risposta, un rendere ragione. Questo "parto" educativo dei figli è molto più impegnativo del generare fisico.
La parola educare (ex duco) significa "condurre fuori" e richiama proprio il generare. Sono implicate domande di fondo: verso dove? con quali mezzi? su quali sentieri? con chi? Nel mio intervento non mi fermo tanto a descrivere la situazione culturale ed educativa della società contemporanea, perché questo è sotto gli occhi di tutti, ma piuttosto provo con voi a “pensare" questa situazione, con categorie filosofiche e teologiche. È un tentativo di andare alla radici dei problemi e di affrontare le domande di fondo implicate nell'educazione, sperando di contribuire ad aprire un orizzonte per temi cruciali quali la manipolazione, l'identità, l'economia e l'interculturalità.

Le sfide all'educazione

Iniziamo con le sfide che oggi sono poste all'educazione. Seguendo le orme dei nostri padri, provo a sintetizzarle attorno alle categorie del vero, del bello e del buono. Per radicalizzare queste sfide considero come partner privilegiato un problematico pensatore europeo contemporaneo: Friedrich Nietzsche.

La sfida del vero

La prima sfida decisiva per l'educazione riguarda la verità. Essa emerge in modo drammatico in una famosa pagina di Nietzsche: “Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: "Cerco Dio! Cerco Dio!". E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. "È forse perduto? Ha paura di noi?" disse uno. "Si è perduto come un bambino? " fece un altro. "Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?" - gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: "Dove se n'è andato Dio? - gridò - ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciare via l'intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? ... Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! ... Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. ... Si racconta ancora che il folle uomo abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e qui vi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: "Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?" (La Gaia scienza, n, 125).
Nel testo ci sono elementi di grande attualità che fanno pensare:
• l'uomo è alla ricerca di Dio, della verità. Se il cinico Diogene di Sinope, girovagando con la sua lucerna, poneva la domanda: "cerco l'uomo", per Nietzsche è chiaro che la questione seria dell'uomo è Dio. La questione antropologica implica la questione di Dio;
• la morte di Dio è un evento compiuto dall'uomo europeo;
• con la morte di Dio è sparito il mare, l'orizzonte, il sole;
• il precipitare e la solitudine sono frutto di questo evento ed ora il pericolo dei pericoli è il diffondersi delle ombre del vuoto, freddo e oscuro nulla (nichilismo);
• il nichilismo porta con sé, come conseguenza inevitabile, la crisi delle morali ("esiste ancora un alto e un basso?");
• la morte di Dio mette in crisi anche le chiese che diventano i sepolcri di Dio,
L'affermarsi della volontà di autodeterminazione - che è figlia del secolare cammino della modernità - ha cercato di scrollarsi di dosso ogni forma di tutela: Dio, altari, verità, tradizioni, leggi, morali, ma una libertà senza un vero a cui affidarsi pende sul nulla,
Davanti a questo rischio del nulla, oggi in Europa sono nuovamente e chiaramente udibili le domande esistenziali di fondo: esiste un senso al vivere ed alla storia? C'è un bene o qualcuno a cui posso affidare la mia vita in grado di rispondere al mio desiderio di. vita, di felicità, di festa, di affetto e di eternità? Il dolore e la morte sono l'ultima parola per l'uomo e come tali sono lo scacco ad ogni mio desiderio? Ha un senso il dolore? Al riguardo Nietzsche scrive: "L'uomo era principalmente un animale malaticcio: ma non la sofferenza in se stessa era il suo problema, bensì il fatto che il grido della domanda "a che scopo soffrire?" restasse senza risposta (...) L'assurdità della sofferenza, non la sofferenza, è stata la maledizione che fino ad oggi è dilagata su tutta l'umanità"'. La questione veritativa si intreccia con la questione del senso.
Non dobbiamo dimenticarci che in 7/8 Paesi europei la più alta percentuale di morte dei giovani è costituita dal suicidio.
Probabilmente il dibattito in Europa riguardo un riferimento a Dio o alle radici cristiane nel trattato costituzionale europeo, approvato il 18 giugno scorso, non ha raggiunto questa problematica di fondo. Il dibattito è stato particolarmente vivo, interessante, ma anche doloroso. Perché tanta difficoltà a citare Dio o il cristianesimo? Hanno pesato contrasti ideologici già piuttosto datati e l'autoritarismo di un certo laicismo; ma soprattutto si è percepita una incomprensione di fondo del fatto cristiano: alcuni hanno pensato a una questione di privilegi, altri alla necessità di dividerci una torta; alcuni hanno ritenuto che citare il cristianesimo sarebbe stato un torto alle altre religioni, altri che sarebbe stato un pericolo per la laicità... alcuni tendono a considerare la religione come fatto esclusivamente privato e altri sono convinti che Dio e religione hanno niente a che fare con un trattato giuridico.
Riguardo a questo tema si è tentata la via di trovare un consenso su un minimo comune denominatore, invece di cercarlo sul massimo. Si può ammettere in modo anonimo che l'Europa ha radici religiose, ma niente di più. Il dibattito non ha preso abbastanza in considerazione la serietà della questione della verità e del senso.
Possiamo costruire un'Europa che non sia spazio di verità e di senso? La tendenza a marginalizzare la religione, relegandola alla sfera del privato, non è anche la via per marginalizzare soggetti educativi fondamentali come le chiese, le comunità e le famiglie? In realtà la solitudine e le ombre del nulla non possono affascinare a lungo il cuore delle persone. Probabilmente il “ritorno del sacro" e delle "religioni alternative" che caratterizza i nostri giorni, considerato nella sua globalità, ha le sue radici più profonde proprio in questa crisi ed è un estremo tentativo di riandare sulla frontiera per sfondare le barriere del nulla e della solitudine. Per noi permane però una domanda intrigante: il ritorno attuale del sacro, col suo volto anonimo e ambiguo, è vero superamento del nichilismo o in qualche modo ne porta ancora i segni o addirittura ne è solo la nuova maschera? Un nulla mascherato di sacro in realtà è più pericoloso di un nulla senza maschera, perché è nascosto e può operare più tranquillamente: ha qualcosa di diabolico. Il ritorno del sacro allora sarebbe segno forte di un'attesa, ma non ancora il ritrovamento di una risposta, di un volto che appaia come il bene, il bello, il vero, di cui ha grande nostalgia il cuore umano.
Davanti ad una sacro anonimo l'uomo è ancora solo.
L'educazione ha il suo cuore nella questione veritativa.

La sfida del bello

Una seconda sfida essenziale per l'educazione è quella della bellezza. Un'altra pagina di Nietzsche, contenuta nel suo Così parlò Zarathustra, mi sembra esprimere in modo emblematico il problema. Zarathustra, fondatore dell'antica religione, che Nietzsche rimette in scena, è circondato da una turba di storpi, handicappati e mendicanti che gli chiedono di essere guariti, ma egli replica che la sua esperienza gli ha insegnato che non è la cosa peggiore il fatto che ad uno manchi un occhio od un orecchio o qualcos'altro ed afferma: "Io vedo e ho visto ben di peggio ... : uomini cioè cui manca tutto, se non che hanno una sola cosa di troppo - uomini che non sono nient'altro se non un grande occhio o una grande bocca o un grande ventre o qualcos'altro di grande, - costoro, io li chiamo storpi alla rovescia. E quando venni dalla mia solitudine e per la prima volta passai da questo ponte, non potevo credere agli occhi miei, e guardai, guardai ancora e alla fine dissi: "questo è un orecchio! un orecchio grande quanto un uomo!". Guardai meglio: e, realmente, sotto l'orecchio si muoveva una coserella piccola e misera e stentata da far pietà. In verità, l'orecchio mostruoso poggiava su di un piccolo esile stelo, - ma lo stelo era un uomo! ... In verità, amici, io mi aggiro in mezzo agli uomini come in mezzo a frammenti e membra di uomini! E questo è spaventoso ai miei occhi: trovare l'uomo in frantumi e sparpagliato come su un campo di battaglia e di macello... Io passo in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti dell'avvenire: di quell'avvenire che io contemplo. E il senso di tutto il mio operare è che io immagini come un poeta e ricomponga in uno ciò che è frammento ed enigma e orrida casualità " Così parlò Zarathustra, Della Redenzione).
La più radicale tentazione dell'umanità nasce sempre dal frammentare il volto dell'uomo in pezzi per poi sceglierne un frammento, una parte e ingigantirla "ideologicamente" fino a farla diventare il tutto. Il risultato è mostruoso: è sparita la bellezza. Questo è anche violenza, perché quando una parte (come l'occhio) - che in sé è vera e bella come contributo per la bellezza del tutto - pretende di essere il tutto, deve fuoriuscire dal suo campo, occupare tutto lo spazio e quindi eliminare le altre dimensioni che sono altrettanto umane e importanti. Questo grave rischio è presente innanzitutto nelle visioni antropologiche che riducono l'uomo o solo a corpo, o solo a spirito, o solo a lavoro, o solo a sessualità, o solo a ragione, o solo a tecnica, etc...
Ma è anche presente nelle politiche dove un gruppo, un partito, un'etnia, una razza pretende di essere tutta la realtà e quindi, ovviamente, deve eliminare ogni alterità e differenza. Anche l'economia rischia questa deriva. Sistemi economici basati solo sul liberismo, sul libero mercato, sulla proprietà privata, sulla libera iniziativa, sulla capacità imprenditoriale, hanno creato dei „vincenti" della modernità, ma anche dei “perdenti": le persone più deboli, gli inutili", gli emarginati ... D'altra parte abbiamo assistito allo spegnimento delle capacità creative per opera di sistemi che hanno imposto unilateralmente il collettivo.
L'educazione ha la responsabilità di indicare la via dell'armonia e del bello.

La sfida del buono

Il buono è l'altro attributo dell'essere, del reale, che l'educazione ha il compito di mostrare. Esiste un bene, un amore, qualcosa che vale, capace di orientare l'agire dei singoli e delle città? Quando in Europa discutiamo dei valori ci troviamo abbastanza d'accordo nello stendere la lista di essi. Per esempio, è pienamente condivisibile la lista dei valori che troviamo nell'articolo 2 del Trattato costituzionale dell'Unione europea e il primo posto dato alla dignità umana: "L'Unione si fonda sui valori di rispetto della dignità umana, libertà, democrazia, stato di diritto e rispetto dei diritti umani". Altrettanto è significativo il primato allo scopo della pace che apre l'articolo 3, dedicato ai fini dell'Unione. Questi elementi sono centrali nel magistero sociale pontificio della Chiesa cattolica. Ma il problema che resta aperto per il capitolo dei valori è quello del loro fondamento, del loro contenuto e della loro interpretazione. Non è sufficiente una vuota retorica dei valori. Nel nome dello stesso valore si possono sostenere posizioni del tutto contrarie: per esempio, la dignità umana viene citata sia contro l'aborto e l'eutanasia, sia a favore dell'aborto e dell'eutanasia. La parola famiglia in Europa è divenuta un contenitore talmente grande da contenere una cosa e il suo contrario: dal matrimonio di un uomo e una donna, alle unioni di persone dello stesso sesso. Un grande compito educativo che ci attende è quello di ridare un contenuto alle parole.
Abbiamo necessità di un bene capace di rendere possibile la convivenza tra i popoli, le culture, le etnie, le religioni. È la questione di trovare le radici di una vita comune e di trasmetterle alle nuove generazioni. Sono stato a visitare Dachau e Auschwitz. Ho avuto occasione di pregare con una delegazione europea nel Lager di Karaganda (Spassk) nelle immense steppe del Kazakstan. Sarajevo è città simbolo di una recente catastrofe europea. Pochi giorni fa ho rivisto a Belgrado palazzi ancora distrutti dai bombardamenti. Come costruire una "casa" europea capace di ospitare popoli diversi, senza, da un lato, annientare le singole identità con sistemi totalizzanti e senza, dall'altra, cadere nel conflitto distruttivo tra le differenze o nel terrorismo? Come assumersi, in quanto europei i problemi dell'umanità intera, specie del sud del mondo, in una logica di scambio di doni? C'è un bene capace di imprimere un salto di qualità storico nei rapporti fra gli uomini? Sappiamo che Verum Pulchrum et Bonum convertuntur in Unum. Essi sono volti diversi della medesima realtà. Si tratta di passare ad ogni livello dalla frammentazione all'uno, per ritrovare la verità, la bellezza e l'amore. Questa in sintesi la sfida all'educazione.

La sfida dell'educazione

Chi ci ridarà l'unità, la verità, la bellezza, l'amore? Come ascoltare queste sfide all'educazione e assumerci responsabilmente la sfida dell'educazione? Giovanni Paolo II, nel suo intervento al Simposio dei vescovi europei organizzato nel 1982 dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE), parlando del nostro continente aveva usato delle espressioni che probabilmente non sono ancora state ascoltate e comprese nella loro profondità e provocazione: “Le crisi dell'uomo europeo sono le crisi dell'uomo cristiano. Le crisi della cultura europea sono le crisi della cultura cristiana ... Queste prove, queste tentazioni e questo esito del dramma europeo non solo interpellano il cristianesimo e la Chiesa dal di fuori come una difficoltà o un ostacolo esterno da superare nell'opera di evangelizzazione, ma in un senso vero sono interiori al cristianesimo e alla Chiesa.
I rimedi e le soluzioni andranno cercati all'interno della Chiesa e del cristianesimo. La Chiesa stessa deve allora auto-evangelizzarsi per rispondere alle sfide d'oggi” Queste affermazioni contengono una chiave di lettura e l'indicazione preziosa di un percorso: la via va cercata all'interno ( o al cuore) del cristianesimo e della Chiesa. Al cuore del cristianesimo troviamo la Pasqua del Cristo. Da essa possiamo ripartire per incontrare la nostra cultura europea, per ridare contenuto ai concetti di vero, bello e buono e così illuminare un cammino educativo. Il Cristianesimo ha nel suo cuore una “morte di Dio", una notte - quella del Crocifisso - che sono andate aldilà di ogni proclamazione culturale del nulla o della „morte di Dio". Nel perché del Cristo in croce ("Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?") troviamo la presenza di tutti i perché dell'uomo. Il Cristianesimo ha nel suo cuore la grande notizia della Risurrezione: la morte è stata vinta; i perché e le attese dell'uomo hanno una riposta; il Risorto "rimane fra noi fino alla fine dei tempi".

Il metodo dell'educazione

Per intravedere un metodo e un cammino educativo proviamo a imparare dal Cristo in croce. Siamo invitati a seguire i suoi passi.
Il primo passo è avere il coraggio di seguire Gesù là, fuori le mura, fino al suo grido di abbandono, dove anche il cielo e la terra appaiono separati. Non si può stare a guardare i problemi, le ferite, le non riconciliazioni, dal di fuori, come spettatori o come arbitri, ma occorre entrare dentro le divisioni, i fallimenti per "comprenderli" fino in fondo. Ecco un primo criterio per l'opera educativa. Quel Dio entrato nelle ferite, diventa Lui separazione e ferita. Il Cristo accoglie in sé la ferita, l'assorbe e così la blocca. Quando esplodono conflitti, normalmente, l'uno trasmette all'altro il conflitto e l'uno scarica sull'altro la responsabilità. Il Cristo in croce non ha cercato il colpevole, ma ha assunto su di sé la divisione. Non ha cercato la soluzione in una mera giustizia legale. Il conflitto s'interrompe solo quando qualcuno non lo trasmette ad un altro, né cerca il colpevole, ma lo consuma in sé e ricrea l'unità col perdono.
Questo è un secondo passo per un cammino di educazione.
Il Crocifisso che assume in sé la separazione e la ferita, diventa Lui uno spazio immenso, aperto, che è in grado di accogliere tutti, soprattutto chi porta nella vita la croce ed anche i lontani da Dio. Ogni uomo, in quanto toccato dal dolore e dal frutto del male, appartiene già al Crocifisso. Anche le persone che, nella sequela del Cristo, prendono su di sé le fratture, diventano luogo di accoglienza senza riserve. Gli educatori sono chiamati a divenire questo spazio di accoglienza.
Ancora un'altra dimensione "educativa" emerge nel Crocifisso. La violenza, l'ingiustizia, non riescono alla fine a rubare la vita a Gesù, perché quella vita Gesù la dona per puro amore e non si può più rubare ciò che è già stato regalato. Il Cristo rivela che il senso della vita sta nel donarla. Il chicco di frumento nella spiga è una realtà bella, ma se non muore rimane solo. Se muore (dona la vita per amore) porta frutto e nasce la comunione. Questo amore è la fonte e il culmine di un'educazione riuscita.

Le prospettive educative e pastorali

E questo amore vince anche la morte. Il Crocifisso è il lato nascosto del volto splendido del Risorto. Vorrei accennare ad alcune "opere" che il Risorto compie nella nostra storia e nella nostra Europa se noi siamo lo spazio per la sua presenza, attraverso la carità reciproca. Esse sono anche prospettive educative e pastorali per le Chiese in Europa.

Il Risorto e il vero.

Gesù morto e risorto è la verità. Da Lui dobbiamo reimparare quale contenuto dare al concetto di verità invece di imporre a Lui il nostro concetto di verità, spesso ancora segnato dal paganesimo. Gesù Cristo è anche la verità dell'uomo: nasce una visione dell'uomo, un'antropologia, che a sua volta è il fondamento di nuove regole pedagogiche. Stiamo divenendo sempre più coscienti che la questione antropologica è decisiva.
Il primo contributo che le Chiese possono dare all'Europa e alla sua cultura è questa verità, cioè il cristianesimo stesso, il vangelo. Da alcuni decenni ormai parliamo, sulla scia di Giovanni Paolo II, di una evangelizzazione di nuova qualità per l'Europa. Ma chi è capace di dare Dio all'Europa se non Dio stesso? Il Risorto che vive fra noi è il Dio che può dare Dio al nostro mondo.
Se Gesù è la verità, non si possono più contrapporre verità e dialogo. Nella parola greca dia-logos, “dia" indica distinzione, differenza, separazione: la distinzione è necessaria per un vero dialogo, non dobbiamo aver paura delle differenze che esistono a tutti i livelli. Ma nel dia-logos le differenze non diventano conflitto: il rapporto fra loro diviene lo spazio dell'accadere del “Logos". Il logos è un discorso nuovo, è un rapporto, ma in ultima analisi il Logos, come sostiene il prologo di Giovanni, è il Figlio stesso di Dio che è diventato carne. Il Logos è il Risorto che "rimane" fra noi. Allora il dia-logos è un vero evento “ontologico", è il luogo dell'accadere della verità stessa. Mi sembra particolarmente urgente il superamento del dualismo tra verità e dialogo per non cadere in posizioni integraliste in nome della verità o in posizioni relativiste in nome del dialogo.

II Risorto e il bene.

Il Risorto porta tra gli uomini l'amore stesso di Dio. Questo amore realizza un'unica famiglia tra tutti i popoli, culture, etnie... La famiglia universale dei credenti è la cattolicità. Nel suo senso più ampio la cattolicità è la possibilità di realizzare una comunione universale, un'unità, senza alcun tipo di frontiera, in modo che le differenze non siano cancellate, ma piuttosto si realizzino nella loro identità. Cattolicità significa universalità. È urgente approfondire questa appartenenza alla famiglia universale del cristianesimo per correggere derive nazionalistiche e rispondere alle sfide della globalizzazione e della pace. Questa idea di cattolicità può ispirare quella rete educativa che è una delle tesi del nostro simposio. La realtà di una chiesa "cattolica" è una chance per la rete tra famiglie, scuole, parrocchie, associazioni, media... che sono i luoghi educativi per eccellenza.
L'amore del Risorto porta avanti il cammino ecumenico. Oggi tra le Chiese e le comunità ecclesiali non esiste la condivisione di fede sufficiente per celebrare l'Eucaristia insieme, ma nulla ci impedisce di vivere insieme il vangelo, la carità, la collaborazione, la solidarietà. In questo modo si crea lo spazio per la presenza fra noi del Risorto. Nonostante le situazione difficili che tutti conosciamo, vediamo all'opera il Risorto. L'ecumenismo è uscito dalle strutture istituzionalizzate, dalle facoltà, da cerchie ristrette di pionieri e sta diventando un'esigenza di tanti cristiani d'Europa, un fatto "normale" e questo indica che è iniziata una nuova fase del cammino di riconciliazione. Se l'Europa ha esportato nel mondo le divisioni, ora ha la responsabilità di esportare la riconciliazione ritrovata.
Un'esperienza paradigmatica è il processo avviato dal CCEE e la KEK costituito dalla Charta Oecumenica - Linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa. Si tratta di un documento, firmato ufficialmente a Strasburgo il 22 aprile 2001. La Charta Oecumenica contiene 26 impegni che le Chiese in Europa sono invitate ad assumersi per rendere di nuovo visibile storicamente l’una, santa, cattolica, apostolica Chiesa di Cristo. Essa è un'agenda pedagogica ecumenica.
Il Risorto è capace di far incontrare le religioni. L'incontro con le altre culture e fedi è diventato un fatto in ogni paese in conseguenza del fenomeno delle migrazioni o più in generale della mobilità umana. Ma il tema ha assunto un'impressionante attualità dopo l'11 settembre 2001, la crisi dell'Irak, l'11 marzo di Madrid: sembra quasi che la religione sia divenuta di moda! Paradossalmente si può dire che il terrorismo ha richiamato l'attenzione del mondo sulle religioni e sul loro ruolo per la costruzione della pace.
Nella Chiesa questo tema è stato affrontato da decenni, ma la novità è che esso, ora, è affrontato anche dalla politica, dai governi, dalla società civile. Questo può avere un lato positivo, ma contiene anche il rischio che le religioni si ritrovino il dialogo fra loro come un'imposizione, secondo criteri politici, cioè esterni al fatto religioso. La Chiesa deve riprendere in mano questo dialogo alla luce della sua grande esperienza. Per realizzare questo senza equivoci o pericolose superficialità, è giunto il momento dell'approfondimento. Se tra persone di diverse religioni si approfondisce la conoscenza, la stima, la collaborazione, la propria identità, la verità, il Risorto può agire.

II Risorto e il bello.

Il Risorto è la bellezza eternizzata. Nonostante tutti i sentieri interrotti, smarriti o anche devianti che l'Europa ha intrapreso, essa ha prodotto enormemente nel campo della cultura, del pensiero e dell'arte ed è stata anche il luogo in cui la cultura si è lasciata rinnovare dal cristianesimo. Nell'Europa ci sono idee impazzite, ma ci sono idee! La nostra responsabilità è di ridare ordine, unità e senso a queste idee. Il Risorto tra i suoi può ispirare la grande opera educativa e culturale di ridare ordine alle idee dell'Europa,
Se viviamo con la presenza del Risorto fra noi, abbiamo anche la possibilità di guardare la storia con gli occhi del Risorto. Nella storia non vedremo sole le brutture che sono la storia del male, che è la storia falsa, ma le cose belle, la storia vera, dell'amore. Sarebbe importante che almeno noi cristiani raccontassimo la storia operata dal Risorto e non solo quella del male.
Il Risorto tiene il cielo azzurro aperto sui nostri paesi, sulle nostre famiglie e le nostre vite. Il Risorto ci dice che esiste l'eternità, il paradiso e quindi la vita va considerata alla luce dell'eternità e non solo degli anni che passiamo su questa terra. Il Paradiso è la nostra vera casa. Questa prospettiva dell'eternità dà una luce nuovissima a tutta la vita. Il Risorto ci rende anche possibile la comunione con tutte le persone care che già hanno lasciato questo mondo e ora vivono nell'eterno. Il vertice dell'educazione è forse proprio il mostrare che siamo eterni.

Conclusione

Da queste osservazioni forse si intuisce che quello che interessa i cristiani è soprattutto il non chiudere il cielo dell'Europa nei puri confini del terrestre e del mortale, che finalmente coincide con il non senso. Desideriamo lasciare il cielo aperto per un vero, un bello e un buono che sono la via per disinnescare l'odio e per realizzare pienamente la persona umana.
C'è un proverbio arabo che mi piace particolarmente: "Se vuoi tracciare un solco diritto, attacca il tuo aratro ad una stella". Il nostro primo compito come Chiese e comunità ecclesiali in Europa è quello di indicare la stella per eccellenza: Gesù crocifisso e risorto. Da lui derivano anche le tracce per un cammino diritto per l'Europa. Sono grato di poter percorrere questo cammino con tanti amici, fratelli e sorelle nella fede in questo momento storico.

(CEI, Simposio europeo, Le sfide dell’educazione Roma, 1-4 luglio 2004)

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