L'uomo nell'età

della tecnica

Umberto Galimberti 

Gettando uno sguardo sul mondo contemporaneo ci si accorge che tutti siamo persuasi di vivere nell'età della tecnica, eppure siamo assolutamente inconsapevoli di cosa realmente questo significhi.
Per una forma di pigrizia, continuiamo a pensare che l'uomo sia il soggetto della storia e che la tecnica sia lo strumento a sua disposizione. Il sospetto è che le cose non stiano più così, che la tecnica sia diventata il vero soggetto e l'uomo, qualunque uomo, dal presidente degli Stati Uniti al più dimenticato degli esseri umani, sia diventato un funzionario della tecnica. Questo capovolgimento è piuttosto recente, tanto che potrei indicare persino una data, la seconda guerra mondiale, che segna il declino dell'uomo soggetto della tecnica e l'imporsi (li questo grandioso apparato, la tecnica appunto, come vero soggetto di cui l'uomo è un semplice funzionario.
Usando un'espressione un po' paradossale (ma la paradossalità è un sistema retorico per indicare la direzione di un discorso), potremmo affermare che l'essenza dell'uomo è la tecnica. Senza di essa, l'uomo non sarebbe sopravvissuto dall 'origine dei tempi fino ad oggi. Per affermare ciò, bisogna smontare una venerabilissima definizione di uomo, che risale alla notte dei tempi, secondo cui l'uomo è un animale ragionevole.
L'uomo, infatti, non è un animale, perché non ha istinti. La tesi dell'assenza di istinti nell'uomo è antica, si trova già in Platone, più tardi in Tommaso d'Aquino e in Kant. Se s'intende per istinto una risposta rigida a uno stimolo, l'uomo, non possedendo risposte rigide, non ha istinti. Anche il cosiddetto istinto sessuale, che è ciò a cui mediamente si pensa per istinto, non è affatto rigido, poiché se lo fosse non sarebbero possibili né le perversioni, né le sublimazioni. Sembra che neppure l'attaccarsi al seno del bambino affamato sia un istinto, tanto che attualmente gli etologisti,parlano di questo comportamento come di un riflesso condizionato.
Mancando perciò della dimensione istintuale, prerogativa animale, l'uomo non può vivere, se non attraverso operazioni tecniche, darsi da fare cori la materia, operare attraverso strumenti, per rendere il mondo idoneo a questa carenza. L'animale può vivere in un determinato ambiente ma, spostato da quell'ambiente, muore. Al contrario l'uomo può vivere in tutti ambienti, perché non è codificato da istinti rigidi. Questa struttura biologica carente, che fa dell'uomo il più povero di tutti gli esseri viventi, il meno dotato di natura, è compensata da un supplemento artificiale che si chiama tecnica.
La tecnica fu pensata come un fattore decisivo, sia nel mondo greco sia nel mondo ebraico-cristiano. La grecità e l'ebraismo sono i due grandi filoni che hanno generato la cultura occidentale, che è l'unica cultura in cui si è sviluppata in maniera potente la dimensione tecnica.
In Oriente, la tecnica si acquisisce, si compra, s'importa, ma non c'è una storia di pensiero che produce tecnica. Nella grecità, invece, la questione della tecnica fu sollevata in maniera molto forte dalla tragedia antica, e da una tragedia in particolare, il Prometeo incatenato di Eschilo. La storia è nota: Prometeo, amico degli uomini, dona loro il fuoco, che consente di modificare le cose (la tecnica comincia con la modificazione della natura delle cose) e Zeus, che non vuole l'emancipazione dell'uomo, in seguito a quest'infrazione dell'ordine della natura, lega Prometeo alla roccia del Caucaso e manda un'aquila a rodergli il fegato, che di continuo gli si riforma per heter
nità del supplizio. Il mondo tragico greco è un vero e proprio spaccato di pensiero e non una semplice rappresentazione per divertire o commuovere il pubblico. Attraverso la tragedia è messo in scena il pensiero, è indicato un problema sul quale si esercita la riflessione collettiva.
Nel caso di Prometeo, il dilemma rappresentato è questo: E più forte la legge della natura o sono più forti le arti tecniche? E più forte l'uomo con la sua tecnica o è più forte la natura con la sua legge immutabile, che i greci chiamavano ananke (necessità)? Il coro, che nella tragedia greca svolge sempre il ruolo di riflessione, considerazione, commento al dramma, domanda a Prometeo: E più importante la natura o la tecnica? E più forte la necessità immutabile delle leggi della natura o l'abilità tecnica che gli uominL vanno acquisendo e di cui tu sei stato portatore e donatore agli uomini? E Prometeo risponde che la tecnica è di gran lunga più debole della necessità, della legge immutabile della natura. Così dicendo l'Inventore della tecnica placa l'animo dell'uomo, lo riconferma nella sua persuasione che le leggi immutabili della natura non sono modificabili e che la tecnica resta qualcosa di subordinato alla necessità delle leggi di natura.
Eppure, sotteso alla domanda del coro, c'è un sospetto che mette in moto una trasformazione radicale della concezione del tempo. I greci pensavano che il tempo fosse un ciclo che ripeteva eternamente se stesso, un tempo in cui non c'era nulla da attendere se non il ritorno di quello che era già accaduto. Io una situazione dove tutto è immutabile e dove la natura, con l'immutabilità delle sue leggi, fa da sfondo, ciò che accadrà è ciò che è già accaduto. Di qui l'enorme importanza che in tutte le culture primitive - quella greca compresa - hanno le persone anziane. Il vecchio è colui che sa di più, perché ha visto di più l'identico accadere di tutte le cose. Ritroviamo ancora questa mentalità, almeno come dimensione psicologica, nel mondo rurale: il contadino vive un tempo ciclico (quello del ripetersi delle stagioni), per cui il vecchio sa molto, perché ha visto molto ed è depositario di esperienza e di sapere.
I greci chiamavano questo tipo di tempo kyklos, «ciclo». Ma accanto a questo ne sentono incalzare un altro, come emerge dalla tragedia di Prometeo, che è una sorta di tempo progettuale, diverso da quello della natura. Un tempo che i greci chiamano skopòs, da cui noi abbiamo le parole «scopo», ma anche «endoscopia», «telescopio»... Skopòs è il «bersaglio», ciò che ho in vista, ciò a cui tendo, ciò a cui punto, ciò che guardo ben mirato. Dunque, c'è un tempo che non è il tempo della natura ma quello dell'azione umana, che non si svolge in modo casuale ma in vista di uno scopo ben mirato. Questo tempo che chiamiamo «scopico», o progettuale, è diverso dal tempo della natura. Mal si concilia il sottostare alla legge immutabile della natura con l'avere in vista uno scopo.
Il tempo scopico-progettuale è il tempo della tecnica nascente. Non nel senso che la tecnica nasca allora, ma nel senso che allora nasce la riflessione sulla tecnica.
I problemi non nascono mai con le cose, nascono sempre con la riflessione su di esse. Paradossalmente, le cose nascono quando si pensano, non quando ci sono. Ed è nel mondo greco che si pensa la contrapposizione tra tempo progettuale e tempo immutabile della natura, come contrapposizione tra tempo della tecnica e tempo della necessità. La risposta di Prometeo che la necessità della natura abbia il sopravvento sulla tecnica o, in ogni modo, che la tecnica sia di gran lunga più debole della necessità, è una risposta vera, ma solo dal punto di vista storico. La tecnica al tempo dei greci era così modesta che ovviamente rnon poteva scalfire la natura.
Il mondo ebraico non pensa la natura come un ordine immutabile, non la pensa alla maniera del greco Eraclito: «Questo cosmo che nessun uomo e nessun dio fece».
Il mondo ebraico pensa che la natura sia creata da Dio. Introduce perciò una categoria potentissima, che il mondo greco ignorava: la volontà. Qualcosa c'è, perché Qualcuno l'ha voluto. Mentre il greco pensa alla natura come lo sfondo eterno e immutabile, l'ebreo pensa alla natura come l'effetto di una volontà (quella di Dio), come qualcosa che è posto in essere, che è fatto, non come qualcosa che c'è da sempre. Questi sbalzi di pensiero sono decisivi e si ripercuotono, per esempio, sullo stesso concetto di verità. Il greco quando pensa alla verità pensa alla visione. Dire la verità significa dire ciò che si vede. La parola «verità» in greco si dice alétheia. Secondo l'etimologia, ipotizzata da Heidegger, significa «toglier via il nascosto», manifestare, far vedere.
Per l'ebreo, invece, la verità è emet,che vuol dire fare, non vedere. San Paolo scrive: «Noi facciamo poca verità». La verità è dunque qualcosa che si fa. In una cultura per la quale la natura è stata fatta, anche le opere di verità si fanno. La cultura del fare ebraico-cristiana si fonde con la cultura del vedere greca, generando quella cultura che noi, ,oggi, conosciamo come nostra e chiamiamo Occidente.
La verità come visione dell'ordine immutabile della natura ritiene la tecnica inferiore alla legge naturale, mentre la verità, come fare, ritiene che la natura sia un prodotto della volontà e inserisce la categoria del fare nella stessa struttura della verità.
Tra grecità ed ebraismo ha vinto l'ebraismo; ha vinto la mentalità che bisogna «fare mondo» e la maniera più alta del «fare mondo» si chiama scienza. Non per nulla gli scienziati pensano se stessi in diretta derivazione teologica. I testi di Bacone, Galilei, Cartesio sono pieni di metafore teologiche.
L'atteggiamento dello scienziato del Seicento, che inventa la scienza matematica, che ci abita tuttora, è espresso con estrema chiarezza: attraverso la scienza noi rimediamo il peccato originale, il quale ci aveva privati delle virtù preternaturali; attraverso la scienza e il sapere recuperiamo quelle virtù di cui siamo stati deprivati a seguito della colpa. La scienza è il residuato operativo della teologia. Se non ci fosse stata la teologia ebraico-cristiana, la scienza avrebbe faticato a trovare il suo impianto teorico e giustificativo. Le figure della teologia cristiana (colpa, redenzione e salvezza) ritornano tali e quali nella scienza, dove il passato è il male, la scienza è redenzione, il progresso è salvezza. La scienza è, in qualche modo, inscritta in quella dimensione escatologica della redenzione dell'uomo, che è propria della mentalità ebraica. La scienza è inscritta nella teologia.
Anche la Rivoluzione vive una dimensione sostanzialmente religiosa: il mondo è male, ci vuole un altro mondo. L'Utopia stessa, come immaginazione di un mondo nuovo, vive questa dimensione. Non a caso le rivoluzioni e le utopie intervengono sulla scansione della temporalità. Non c'è rivoluzione grande che non faccia ricominciare il calendario da capo, a significare che un tempo nuovo sta subentrando, rispetto al quale il resto è preistoria. Tutte queste sono figure derivate dal tempo ebraico, che non è né ciclico né scopico, ma escatologico. Il tempo ha un senso e questo senso è la salvezza degli uomini, perciò tutte le figure che si compiono sulla terra sono in vista di questa salvezza, e all'interno di questo paradigma s'inserisce anche la scienza. La scienza non è mai stata né innocente né neutrale..(Bacone dice: Scientia est potentia), perché nòn guarda il mondo per contemplarlo, ma lo guarda per trasformarlo. La scienza è corrotta dalla qualità del suo sguardo, che è sguardo di trasformazione, non di contemplazione. E se la contemplazione, che nel Seicento è inscritta tra le opere che si devono compiere per concorrere alla salvezza dell'uomo, prevale ancora sulla trasformazione, ciò accade perché, come già all'epoca di Prometeo, i mezzi tecnici a disposizione dell'uomo erano insufficienti per determinare un capovolgimento.
Nel mondo contemporaneo, l'apparato tecnico acquista una potenza tale che nessun uomo o.gruppo di uomini è in grado di poterlo controllare. Se la tecnica, infatti, diventa la condizione senza la quale non si realizza alcun fine, realizzare un apparato tecnico diventa il primo fine.
Tutti i fini che gli uomini si propongono (comunismo, capitalismo, salvezza dell'umanità, pace) sono subordinati all'apparato tecnico. In quel momento la tecnica cessa di essere lo strumento e diventa il fine, rendendo strumentali tutti i fini che si possono desiderare nella storia.
Questo capovolgimento è stato visto, per la prima volta, attraverso la metafora economica, da Marx. Marx aveva individuato nel denaro un mezzo per produrre beni e soddisfare bisogni. Ma se questo mezzo è la condizione per realizzare qualsiasi fine, produrre denaro diventa il primo fine, per realizzare il quale si può evitare addirittura di soddisfare bisogni e produrre beni. Marx aveva già individuato questo capovolgimento tra mezzi e fini. Se usiamo questa metafora, a proposito della tecnica possiamo affermare che, essendo la tecnica la condizione per realizzare qualsiasi fine, tutti i fini diventano subordinati al possesso dell'apparato tecnico e ciò che l'uomo vuole, al di là di tutti i fini che si propone, è l'acquisizione dell'apparato.
Questo capovolgimento comporta sfracelli immani. Innanzi tutto, nell'età della tecnica, il modello di pensiero dicotomico - secondo il quale continuiamo a pensare di poter distinguere il vero dal falso, il bene dal male, il giusto dall'ingiusto - è distrutto, anche se noi fatichiamo a rendercene conto.
La tecnica, infatti, non è compatibile con questa visione dicotomica, perché vede il negativo non come il suo contrario, ma come un'occasione per il suo sviluppo. Se la religione affermasse che Dio non esiste, si autonegherebbe. Lo stesso accadrebbe se il comunismo affermasse che gli uomini non sono uguali o se il capitalismo assicurasse che il profitto non è un valore. Al contrario, una catastrofe come quella di Chernobyl non è una negazione della tecnica, ma un invito alla tecnica a diventare più tecnica. La tecnica divora i propri errori.
Quello che nella mentalità umanistica era il male, il dolore, il negativo, diventa l'occasione per il potenziamento tecnico. Dunque, nell'età della tecnica le prime figure che devono crollare, inevitabilmente, sono le ideologie.
Le ideologie non fanno più mondo, perché ormai il mondo prevede che il negativo sia divorato da se stesso, che il negativo sia un'occasione per un'ulteriore positivizzazione. Viene da pensare che il comunismo sia caduto perché il capitalismo disponeva del miglior apparato tecnico per trionfare.
La politica - lo scenario grandioso ed enorme, che ha configurato l'Occidente come civiltà politica, dal tempo della Grecia - ormai non è più il luogo della decisione, poiché, per decidere, la politica deve guardare l'economia, che è sempre più apparato tecnico, perché, a sua volta, essa deve guardare la strumentazione tecnica. La tecnica, dunque, finisce per essere il luogo, lo sfondo di tutti gli impianti decisionali. Ogni tanto la morale insorge, nei confronti della tecnica, persuasa di poter dire alla tecnica di non fare ciò che può, ma si tratta solo di esortazioni, desideri dell'anima.
Forse, non si riflette abbastanza sul fatto che nella storia dell'Occidente abbiamo conosciuto, fondamentalmente, due etiche: quella dell'intenzione e quella della responsabilità. La prima è cristiano-kantiana, dove io sono morale se la mia azione è conforme alla buona intenzione, perché gli effetti sono nelle mani di Dio. Naturalmente quest'etica non tiene più nell'epoca della tecnica. Dovremmo affermare che basta che io svolga il mio compito in modo corretto; se poi ciò produce un disastro non sono responsabile, perché non avevo l'intenzione. La categoria dell'intenzione è la categoria dell'irresponsabilità, eppure è su questo tipo di morale che siamo cresciuti. Ultimamente si comincia a pensare che forse, oltre alla categoria dell'intenzione, che non salvaguarda il inondo, sarebbe opportuno formulare una categoria della responsabilità.
Max Weber, nel 1920, scrisse che dobbiamo comportarci nei confronti 'della natura con un'etica della responsabilità, in modo da prevedere gli effetti prevedibili delle nostre azioni. Ma quando non sono prevedibili? La tecnica mette in scena lo scenario dell'imprevedibilità. La tecnica non è prevedibile, perché non si propone alcuno scopo da realizzare, non tende ad alcunché.
Entrando in un laboratorio, vero santuario della nostra cultura, ci si rende conto che lo scienziato non ha uno scopo da realizzare, non ha un fine a cui tendere, piuttosto egli ha un risultato da gestire. Lo scienziato è un innamorato della procedura da cui risulta qualcosa, ma dal punto di vista etico è un assoluto irresponsabile, poiché la sua etica è di far risultare ciò che è possibile che risulti.
Finché le etiche dell'intenzione e della responsabilità non vanno in laboratorio, non possono capire la nuova etica che sta sorgendo. Come il medico ha l'etica di salvare comunque la vita, così lo scienziato, interiormente, ha come etica quella di far accadere ciò che è possibile che accada. Se questa è la logica della tecnica, etica dell'intenzione ed etica della responsabilità sono semplici esortazioni impotenti.
Gli ecologisti possono davvero pensare di salvare la natura prescindendo dall 'apparato tecnico? Per salvare la natura, oggi, abbiamo bisogno della sua distruttrice. Per la tecnica, ripeto, non c'è antagonismo. A differenza della religione, che di fronte a sé ha l'ateo, a differenza della morale, che di fronte a sé ha l'immorale, a differenza del comunista, che di fronte a sé ha il capitalista, la novità espressa dalla tecnica è che di fronte a sé non ha nulla di serio. Di fronte a sé ha degli invocatori, della gente che chiede che gli scienziati non facciano quello che sanno fare, ma l'esortazione non è mai stato il percorso della storia. Della tecnica si potrebbe dire quello che Nietzsche affermò della volontà di potenza: «Cosa vuole la volontà di potenza? Vuole la terra? Vuole il dominio del mondo?». Zarathustra risponde: «La volontà di potenza vuole se stessa».
Allo stesso modo, la tecnica vtiole se stessa. La tecnica vuole il proprio potenziamento. Che poi dalla tecnica nasca il bene o nasca il male, sono cose che alla tecnica non interessano per nulla, sono i cascami dell'accadimento tecnico.
In questo scenario, l'individuo diventa funzionario dell'apparato, le cui azioni (il lavoro) sono prescritte e descritte dall'apparato stesso. Anche coloro che sono al vertice decidono, a partire dall'apparato tecnico esistente. Ciascuno di noi è, perciò, sempre meno soggetto delle proprie azioni, e sirpre più esecutore di azioni già prescritte e descritte dall'apparato. Se nel mondo antico si poteva definire un uomo a partire dalle sue azioni, oggi le azioni non descrivono più l'uomo, ma descrivono la funzionalità dell'apparato. Ciò significa che ciascuno di noi è più utile all'apparato per quel tanto che risulta esecutivo e sostituibile. Ciò porta alla fine dell'umanesimo, ma significa anche la fine di Stalin e dei fascismi, la fine dell'ipotesi che un uomo possa governare la storia. Non è più riproponibile, infatti, che un uomo possa decidere la storia, poiché ciascuno di noi svolge un ruolo non dissimile da quello che hanno le singole carte del mazzo, néi.vari giochi. Una certa carta ha un'identità se si gioca a scopa, un'altra se si gioca a briscola. E il gioco a dare l'identità alla carta, non è la carta che la detiene. La nostra identità è data dal gioco che giochiamo nell'apparato, ossia dalla nostra funzionalità.
Lo stesso concetto di libertà..è in qualche modo rovesciato. La libertà non consiste più nel fare quello che si vuole, ma dipende, come già diceva Socrate, dalla competenza. Più sono i linguaggi degli apparati che io conosco, più sono libero di muovermi tra gli apparati. La libertà, attualmente, è legata rigidamente al sapere. Se le scuole vanno male in un'epoca pretecnologica, non è una tragedia, ma se vanno male in un'epoca tecnologica è un disastro, essendo la libertà rigorosamente proporzionata al sapere. La libertà di fare quel che voglio è riservata al privato, posto che, nel privato, mi ricordi chi sono, dopo che ho funzionato per cinque giorni all'interno dell'apparato. Sotto questo profilo, il dibattito sulla quantità settimanale di ore lavorative, per esempio, non è solo confinabile nel mondo dell'economia, ma riguarda anche il mondo dell'esistenza, sempre che sia sufficiente dare più tempo libero per dare felicità. Ciò a cui assistiamo è, infatti, il diffondersi di un'ansia generalizzata. Il livello di competenza richiesto è tale che io sento sempre di essere inadeguato.
Max Weber diceva che un uomo dell'epoca pretecnologica moriva sazio della propria vita, mentre un uomo dell'epoca tecnologica muore stanco della propria vita. La stanchezza consiste nel non farcela più a stare all'altezza del sapere, un sapere tecnico che non può più essere padroneggiato dall'uomo: prova ne è che gli stessi tecnici non riescono più a parlare tra loro. Un fisico e un biologo hanno bisogno di un traduttore per capire che cosa si stanno dicendo e, in America, si stanno addirittura pubblicando riviste specializzate per consentire a un fisico di parlare con un fisico. Se gli stessi tecnici non sono in grado di padroneggiare l'apparato tecnico, figuriamoci poi il politico, oppure il desiderio umano che si esprime nelle forme della morale, quanto può essere capace di regolare questo apparato...
La stessa psiche umana, che ha una possibilità di percezione ridottissima (c'è una distanza, in termini di conoscenza, percezione, sentimento, sensibilità, per cui la nostra psiche diventa un'analfabeta emotiva: se muore mia madre soffro, se muore la mamma di un amico mi dispiace, se muore la madre di uno sconosciuto non mi interessa). La psiche è lenta, mentre l'apparato è veloce, infatti, oggi accadono cose che la nostra psiche non è in grado di percepire nel loro senso. Questo è il,dramma dell'uomo nell'età della tecnica.
Una dottoressa americana è andata a intervistare un custode del campo di concentramento di Treblinka, al quale ha chiesto se non avesse potuto, in qualche modo, evitare lo sterminio. La risposta negativa trova giustificazione nel fatto che egli seguiva un metodo, doveva far fuori un certo numero di persone ogni tot di ore. Questo era il suo lavoro; e quando il crimine diventa «lavoro», siamo ormai entrati definitivamente nell'età del dominio della tecnica. Anche l'operaio che costruisce mine antiuomo non ha la percezione psichica profonda della destinazione del suo lavoro.
Nel 1959 Heidegger scriveva:
«Ciò che e veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica; di gran lunga più inquietante è che l'uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero pensante, il confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella 'nostra epoca».
Noi, oggi, disponiamo sempre meno di un pensiero pensante, perché la forma acquisita dal nostro modo di pensare nell'età della tecnica è il calcolo. Noi pensiamo con una mentalità calcolante, non pensante. Sappiamo far di conto, vedere il rapporto costi/benefici (conviene/non conviene, serve/non serve), siamo dominati dalla mentalità della tecnica. Questo è lo scenario contemporaneo. Pbtremmo aggiungere un esempio. Se in un bosco ci va un poeta e ci va un falegname, anche se il luogo offre lo stesso spettacolo, i due non vedono la stessa cosa.
Oggi ci sono sempre più falegnami, e sempre meno poeti.

(da: Che aria tira..., Paoline 1999, pp. 9-26)