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I «Detti»

di Confucio

Pietro Citati

Non sappiamo quasi niente di Confucio. Quasi tutte le notizie sulla sua vita, che si svolse tra il sesto e il quinto secolo avanti Cristo, sono leggendarie. I Detti, che Adelphi ha presentato nella bellissima edizione Simon Leys e Carlo Laurenti, vennero composti da almeno due generazioni di discepoli, attorno al 400 o, secondo alcuni studiosi, più tardi. Intorno al suo insegnamento furono raccolti commenti, spiegazioni, interpretazioni, chiose, deformazioni, talvolta detriti, come accadeva ai classici antichi, i quali vivevano sempre nella propria eco. Eppure, ci sembra di conoscere Confucio come pochi uomini nella storia universale. La voce che ascoltiamo, dal primo all'ultimo capitolo dei Detti, è (o ci sembra) la sua voce: netta, chiara, inconfondibile; come quella dei Vangeli, composti cinquanta o sessant'anni dopo la morte di Cristo, ci sembra conservare l'identico timbro.
In Cina, Confucio è stato il "Maestro per diecimila generazioni": l'autorità suprema; sulla sua opera non scritta venne costruita una civiltà, durata duemilaquattrocento anni, di imperatori e principi, politici, generali, letterati, poeti, burocrati, avi, genitori, infinite generazioni di figli devoti, che generavano a loro volta figli devoti. Questa eco è stata possibile grazie a una profonda deformazione, che trasformò un uomo incantevole, che sembra parlare piacevolmente con gli amici e con noi, in una immensa burocrazia. Rispetto ai cinesi, noi occidentali ci troviamo in una condizione in certo modo privilegiata. Da una parte, spesso non comprendiamo o comprendiamo a fatica i Detti, in primo luogo perché ragioniamo secondo diverse forme mentali: eppure il nostro candore ci permette di avvicinarci a lui come se lo incontrassimo per le strade o in una scuola del paese di Lou. Il Chuang-Tzu, che tanto successo ha avuto tra i lettori italiani, è più brillante e scintillante. Ma la grazia di Confucio ci affascina: la sua apparente sobrietà lascia intravedere complicazioni, contraddizioni, dolcezze, misteri, che ora egli espone in piena luce ora vela dietro la più squisita ironia.
Confucio era un saggio: una figura che la civiltà occidentale non conosce, o ha conosciuto quasi soltanto alle origini. Noi siamo abituati a distinguere: quello è un filosofo, quello un letterato, quello un politico, quello un pedagogo, quello un romanziere, quello uno specialista in chimica o fisica.
Confucio era insieme tutte queste cose e nessuna di queste cose: poteva sembrare, volta a volta, un metafisico o un politico o un moralista, ma qualsiasi frase dicesse, era abituato a portare tutte le proprie parole verso il centro, trasformando la verità metafisica in politica, la morale in letteratura. Detestava gli specialisti: gli uomini "unilaterali", con una faccia sola e un lavoro solo. Per questo viveva nel centro, «come la stella polare, che rimane immobile, mentre tutte le altre stelle le ruotano rispettosamente attorno». Abitando nel centro, guardando verso ogni parte, metteva in rapporto ogni idea, sentimento e sensazione, come il tessitore intreccia i mille fili nella sua trama.
Come i veri Maestri, negava di essere un Maestro, e faceva tutto il possibile per non sembrarlo. Era severo solo verso se stesso (mai verso gli altri): si esaminava, si controllava, si dominava, con uno scrupolo che non lo abbandonava per un istante. Sapeva di non possedere nessuna verità sacra, o fingeva di non possederla, conosceva i propri limiti, era incerto, sapeva di non sapere, desiderava ardentemente conoscere sebbene avvertisse il pericolo della eccessiva conoscenza, talvolta si adattava agli altri, non si esibiva, non competeva con gli altri. Raccomandava a se stesso e a tutti la tolleranza: detestava i fanatici, e chi predicava la rigida virtù e la rigida morale. Così a prima vista, le qualità che preferiva erano quelle del giusto mezzo: la misura, la discrezione, il pudore, la buona educazione, la quiete, l'arte di nascondersi e di schermare le luci, le virtù che hanno sempre formato le società civili.
A loro volta, queste qualità medie erano, per lui, uno schermo. Sapeva che la misura e la discrezione possono esaurirsi, se non vengono sorrette dalle virtù opposte. Un giorno, il governatore di una città chiese chi era Confucio ad uno dei suoi discepoli. Il discepolo, forse per reverenza, non seppe rispondere. Allora Confucio disse: 'Perché non gli hai semplicemente detto che Confucio è un uomo animato da una tale passione che, nell'entusiasmo, dimentica spesso di mangiare e non avverte l'avvicinarsi della vecchiaia?». Predicava la lucidità: ma affermava che "l'amore e l'estasi" erano le forme supreme di conoscenza. Quando un suo amato discepolo morì anzitempo, rimase sconvolto. II suo dolore non conobbe limiti: pianse con tanta veemenza da sconcertare i discepoli. Quando uno di loro gli obiettò che il suo dolore non era quello di un saggio, Confucio protestò con indignazione, perché la saggezza è in primo luogo il dono di sentire, di entusiasmarsi, di soffrire, di piangere.
Confucio leggeva, studiava, meditava, lavorava: la sua mente era sempre occupata e, a volte, nei Detti, avvertiamo il ticchettio inquieto della sua intelligenza laboriosa. Ma, come Socrate e Seneca, non amava ciò che noi siamo abituati a chiamare lavoro. Voleva che il suo lavoro fosse un ozio, cercando di essere libero da ogni impegno sistematico. Era quello che noi chiamiamo un dilettante: leggeva, insegnava, amministrava lo Stato, governava, come una farfalla che capricciosamente vola di fiore in fiore. La cosa più bella della vita – diceva – era bagnarsi nel fiume Yi alla fine della primavera, insieme a sei o sette ragazzi, godere la brezza sulla Terrazza della Pioggia, e tornare a casa cantando. Nei Detti, avvertiamo in ogni riga questo ozio mentale, questa freschezza dei sentimenti, questo vagabondare di sensazione in sensazione, come se al mondo non ci fosse niente di stabile. Ciò dava alla sua voce il suono di una rarissima e quasi impercettibile allegria, che gli permetteva di attraversare incolume i disastri della storia e della sua esistenza.
Quando giunse al termine della vita, un giorno Confucio disse ai suoi discepoli: «Vorrei non parlare più». I discepoli rimasero sconcertati. «Ma, Maestro, se voi non parlate, come potremo noi, nel nostro piccolo, trasmettere un qualsiasi insegnamento?». Confucio rispose: «Parla forse il Cielo? Eppure le quattro stagioni seguono il loro corso e le cento creature continuano a nascere. Parla forse il Cielo?».
La cultura occidentale, sia quella greca, sia quella ebraico-cristiana, è ispirata da libri: Omero e la Bibbia. Mentre la sapienza di Confucio ha le sue fondamenta nel silenzio: la sua morale si perde nel nascosto e nel segreto. Come dice uno dei Detti, il muro che egli costruì attorno alla propria saggezza «supera varie volte l'altezza di un uomo: a meno che non si varchi la porta, non si può immaginare lo splendore e la ricchezza, che contiene. Pochi sono coloro ai quali è consentito l'accesso». Confucio non parla volentieri delle fondamenta del sapere: la natura delle cose e la Via del Cielo. Né parla volentieri nemmeno della morte, perché se non conosciamo la vita, cosa possiamo dire della morte? Quanto alla vita, è irraggiungibile: «più la contemplo e più s'innalza: Più scavo al suo interno, e più mi resiste. La vedo davanti a me; ed ecco che di colpo è alle mie spalle».
Eppure poco dopo Confucio ci dice il contrario. Questa Via irraggiungibile e inesplicabile, che ci sfugge di continuo, sta davanti a noi. «Noi possiamo ampliarla, mentre la Via non ci amplia». Dunque possiamo percorrerla: basta uscire di casa, varcare la porta, ed eccola lì, la Via, che ci porta dove noi vogliamo. Ci sembra una insanabile contraddizione: eppure proprio qui sta, forse, il segreto di Confucio. Se vogliamo cercare di capire, dobbiamo leggere Kafka, lettore dei cinesi. Kafka affermava, allo stesso modo, che non c'è Via, o la vera Via passa su una corda, dove dobbiamo avventurarci come saltimbanchi, oppure dobbiamo salire su di un pendio ripidissimo; ed è perfettamente inutile fare domande chiedendo dove si trovi la Via. Eppure la vera Via esiste: è lassù o laggiù, ci attende, noi possiamo percorrerla, e addirittura vi siamo portati, trascinati, trasferiti in volo.
Chi fonda la cultura e la vita sul silenzio, non può amare né la forza né il potere né il mondo della politica. Se a volte Confucio ci sembra capriccioso e incostante, qui egli è di una coerenza ostinata. Dal principio alla fine dei Detti, cerca di cancellare la forza e la politica, o di trasformarle in qualcosa di cui l'uomo occidentale, che ha divinizzato la politica, non ha il minimo sospetto. Confucio procede per gradi: critica acerbamente ogni forma di competizione e di aggressività; poi ogni rigidezza del pensiero, sulla quale è fondata la mentalità politica: «Non seguo rigide prescrizioni su quello che si deve o non si deve fare». Infine deride l'esaltazione dell'io, l'ambizione, la posa, la teatralità, l'eloquenza, che il potere produce attorno a sé come una incrostazione parassitaria. L'ultima parola è quella decisiva. Confucio odia le leggi, e vuole limitarle o abolirle: pensa che una società dove le leggi vengono continuamente prescritte, promulgate, imposte come doveri e trasformate in ossessioni interiori, sia una civiltà di barbari.
Le leggi non comprendono l'infinita molteplicità dell'esistenza e delle persone. Così l'insegnamento deve essere molteplice, perché Confucio pensa «che non si possono insegnare cose uguali a persone diverse». Ognuno ha la sua legge: ognuno i suoi principi. E poi ci sono i momenti: che cambiano, mutano, per cui ciò che ci pare giusto in un momento non lo è più in un altro momento, che a un occhio cinese appare incomparabile con qualsiasi istante. Se la realtà scorre, come possiamo essere rigidi e stabilire delle norme che valgono per sempre e per tutti? L'arte di governare e di giudicare diventa un sottilissimo dono psicologico: un'attenzione appassionata e microscopica a tutto ciò che esiste. La vera saggezza è quella di ascoltare il silenzio giusto nel momento giusto, di dire la parola esatta nell'istante appropriato, e di compiere l'azione conveniente quando conviene. Se non abbiamo occhi e orecchi per ogni cosa, se insegnando non ci muoviamo e pieghiamo, il nostro arco non potrà mai cogliere il bersaglio.
Mentre non ama le leggi, Confucio ama gli uomini. Non è un asceta: non segue la vita solitaria, insieme agli dèi e a pochissimi monaci. Ama la società, l'esistenza civile, la frequentazione degli altri, l'incontro quotidiano con i discepoli: la conversazione, questo fiore della vita, che si può svolgere soltanto con gli amici. «La virtù non è solitaria, ha sempre dei vicini». Per questo, Confucio fu tanto venerato dai gesuiti e dagli illuministi, che credevano nella vita sociale, sebbene non comprendessero il suo silenzio. La sua idea sugli uomini cambia secondo i momenti: ora pensa che siano buoni, e che «la natura umana tenda al bene, come l'acqua tende al pendìo», ora crede che non amino il bene, che non comprendano niente, sebbene fingano di comprendere, e che i migliori insegnamenti vadano sprecati. Qualsiasi cosa pensi di loro, Confucio ha una grande attenzione per gli uomini, anche i più umili, che considera "ospiti importanti" e che guida come se officiasse una grande cerimonia. Quando si guarda intorno, non vede malvagi: non cerca negli altri ciò che hanno di odioso; non li disprezza, ma cerca di allontanare il male che si è insinuato in loro come una potenza estranea.
Come si può governare il mondo senza forza, senza potere e senza leggi (o quasi senza leggi)? Confucio inventa un sistema di governo semplice e complicato. La prima cosa da fare, in qualsiasi società, è di rettificare i nomi. Ogni persona e ogni oggetto debbono corrispondere al proprio nome: il signore deve essere un signore, il suddito un suddito, il padre un padre, il figlio un figlio, la rosa una rosa. Se non esistono più i nomi e le parti, se il signore diventa suddito, il padre figlio, il figlio padre, la rosa garofano, il mondo precipita nel disordine e nel caos. Nessuno di noi può più agire o governare o scrivere libri: perché se usiamo parole imprecise e inesatte, scriveremo un libro pessimo, che dovremo subito gettar via.
Confucio desidera restaurare la tradizione: rispettare gli antenati, i genitori, i superiori, perché rispettando loro si venera il silenzio originario che traluce attraverso di loro. «lo trasmetto, dice Confucio, non invento nulla: credo nel passato e lo amo». Ma il passato è continuamente a rischio: come i fiumi, che scorrono senza posa, tutte le cose scorrono senza fine, giorno e notte, anche quelle trascorse, che crediamo immobili. Non si può conservare niente. Così anche Confucio muta: qui ritocca, là trasforma; senza apparentemente cambiare nulla, perché il fiume che scende a valle sembri lo stesso. La nobile Via deve essere o parere identica.
Con questi cauti precetti, Confucio giunge appena agli inizi dell'arte cli comandare e di governare. Ciò che conta, in primo luogo, è la figura e l'esempio del saggio. Quest'esempio riposa nella fiducia che il saggio ha in sé stesso e negli altri, e nel dono di ispirare una fiducia senza limiti e senza ombre. Se non ha attenzione, rispetto, reverenza verso gliuomini, non può essere creduto. «Non fa mai agli altri ciò che non vorrebbe fosse fatto a lui stesso». Non vuole che gli uomini siano costretti dalle leggi e dai comandi. Così, lentamente, pazientemente, porta alla luce il bene, che sta nascosto in ogni cuore: irradia tutto di sé, in modo che i sudditi, quando guardano se stessi, credano di vedere Confucio, e quando guardano Confucio, credano di vedere se stessi. «Se desiderate il bene, la gente sarà buona». «Se la guida è giusta, chi oserà agire ingiustamente?». «L'autorità morale del saggio è come quella del vento, l'autorità dell'uomo normale è come quella dell'erba. L'erba si piega al vento».
Così Confucio giunge a pensare che se una cosa è giusta, deve funzionare da sola, senza bisogno di ordini, di imporre leggi ed esercitare il potere. Comincia a provare una specie di disinteresse verso qualsiasi insegnamento verbale. Come il Cielo, tace: basta sedere in trono, fare un gesto, per venire compresi. Senza saperlo,annuncia il Buddha. La leggenda racconta che un giorno il Buddha non desiderava predicare. Allora colse silenziosamente un fiore e sorrise: quel silenzio, quel fiore, quel sorriso contenevano tutte le ricchissime parole che non potevano venire pronunciate.
In un momento della vita, forse Confucio sognò che il suo insegnamento avrebbe avuto successo, e sperò che la Fenice annunciasse un nuovo tempo cosmico. Alla fine, comprese di aver fallito: nessun principe lo aveva ascoltato, nessun uomo lo aveva compreso. «Solo il Cielo – disse –mi comprende». Venne assalito dall'angoscia: «Ecco che il monte crolla, che la trave va in rovina, e il saggio se ne va come un fiore appassito». Non sapeva che nessun uomo avrebbe avuto un'eco grande come la sua nella storia: per ventiquattro secoli sarebbe divenuto il simbolo della Cina, e milioni di mandarini avrebbero creduto di applicare il suo insegnamento.
Non so quanto tutto questo l'avrebbe consolato, nella sua vita futura, lassù nell'alto Cielo dove era stato accolto, o trasformato in un coleottero o in una formica. Quella moltitudine di mandarini ossequiosi non potevano piacergli. Ma l'avrebbe addolorato molto di più sapere che due secoli dopo di lui una scuola politica, posta sotto il segno del Libro del Signore di Shang, avrebbe esaltato per qualche tempo la «Legge diritta come una freccia», «senza deviazione e parzialità». Certe frasi del Libro del Signore di Shang l'avrebbero sconvolto: «La punizione genera forza, la forza genera potenza, la potenza genera soggezione, la soggezione genera virtù»; «Voglio ritornare alle virtù per mezzo delle pene capitali e fare della rettitudine un corollario della violenza». Tutto sarebbe finito con l'incendio dei libri, ordinato dal primo imperatore della Cina, Qin Shihuangdi, che salì sul trono nel 221 avanti Cristo. Anche la Cina – la tollerante, mobile, silenziosa, ironica Cina di Confucio – sarebbe divenuta preda della Politica Assoluta.

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