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L'ottimismo

della ragione

nella lezione di Karl Raimund Popper

Gavino Manca

Tra i filosofi del nostro tempo che più a fondo hanno indagato sul tema della conoscenza e del rapporto corpo-mente, va sicuramente annoverato il grande logico austriaco Karl Raimund Popper (1902-1994), che visse e insegnò a Londra dal 1945. Illuminante, per comprendere il suo complesso pensiero su tale argomento, il ciclo di conferenze da lui tenute all'Università di Emory nel 1969, che sfocerà poi nella fondamentale opera, scritta insieme con John Eccles: L'io e il suo cervello (edizione inglese 1977, edizione italiana 1981). In queste conferenze, spiega lo stesso Popper, “sostengo una teoria dell'interazione tra mente e corpo che metto in relazione con l'emergenza evoluzionistica, il linguaggio umano e quello che, dalla metà degli anni Sessanta, ho chiamato il mondo 3”.
Ma andiamo con ordine e partiamo dalla concezione popperiana dei rapporti tra la coscienza e il cervello, simboleggiati dall'immagine del nocchiero che dirige i movimenti dell'imbarcazione. La prima, infatti, programma le funzioni del cervello, che opera come strumento per l'esecuzione di un certo disegno. La coscienza è vista quindi come un soggetto essenzialmente attivo e non come un'entità caratterizzata dalla funzione di ricevere passivamente il flusso dell'esperienza. Riconosciuta l'esistenza e la specificità dei processi mentali, Popper esamina l'incidenza causale che essi hanno nel comportamento dell'organismo cui sono associati. Il metodo per procedere in questo esame si basa sulla definizione di tre mondi (che ovviamente vengono chiamati tali per convenzione): nel primo trovano collocazione le entità psisiche; il secondo è quello degli stati psichici consci e inconsci; infine, il mondo 3 è formato dai contenuti del pensiero e dai prodotti specifici dello spirito umano. Vi si ritrovano i miti esemplificativi, le teorie e i problemi scientifici, le istituzioni sociali, le opere d'arte. Il mondo 3 è quello che si presenta più complesso, e nello stesso tempo quello che permette di spiegare in che modo si manifestino le incidenze causali tra processi mentali e comportamentali. Esso è definito principalmente da tre caratteristiche:
– è costruito dall'uomo (Popper, per chiarire questo rapporto, si richiama all'immagine del ragno che tesse la sua tela);
– la sua esistenza tuttavia è oggettiva e indipendente dal suo creatore, al punto da possedere delle sue priorità intrinseche ancora da scoprire:
– esercita una retroazione sul secondo e, tramite questo, sul primo.
La trascrizione delle conferenze contiene anche una sintesi del dibattito con il filosofo seguito all'esposizione della sua teoria, che serve a chiarire ulteriormente i concetti di Popper. Ne riportiamo un brano esemplare.
«Domanda di un uditore: “L'Amleto esisteva nella mente di Shakespeare? E se così, esisteva allo stesso tempo nel mondo 2 e nel mondo 3?”. Popper dice subito che e molto difficile rispondere; ma procede poi verso la sua conclusione, argomentando così:
1) È più che dubbio che Shakespeare avesse in ogni momento l'intera opera nella sua mente.
2) Non credo che Shakespeare potesse possedere l'Amleto senza scriverlo veramente. Non succede di avere innanzitutto la cosa perfetta nella nostra mente e poi scriverla.
3) Molto probabilmente si è trattato di un processo nel quale l'avanzamento reale nella scrittura dell'opera suggeriva a Shakespeare nuove idee che non aveva avuto prima. Con ogni probabilità c'era interazione tra questo processo e l'autore. Credo davvero che tutto ciò che possiamo dire è che esiste un'entità come l'Amleto, che non né il libro, né il manoscritto, e neppure una qualsiasi delle sue rappresentazioni. In qualche modo esiste questa idea dell'Amleto come di un'opera nel mondo 3, che viene interpretata in modo diverso da menti diverse».
La terza conferenza è dedicata alla dimostrazione del carattere evoluzionista della sua teoria che - viene insistentemente sottolineato – e assai più ricca e complessa degli schemi biologici cui, peraltro, essa è facilmente riferibile. La materia, che appartiene al "mondo 1", ha prodotto le esperienze mentali del "mondo 2", che a sua volta ha reso possibile l'esistenza del "mondo 3". L'evoluzione culturale continua quella genetica attraverso altri strumenti: le funzioni superiori del linguaggio, la funzione descrittiva e quella argomentativa. Popper insiste a lungo sul significato culturale della sua teoria dell'evoluzione emergente mediante problem-solving. In pratica, l'emergere di novità evoluzionistiche viene spiegato con il sorgere di nuovi problemi: «I problemi vengono risolti a vari livelli. L'individuo inventa nuovi schemi di comportamento col metodo dell'eliminazione per prova ed errore; la razza o phylum inventa, per così dire, nuovi individui inventando nuovi schemi genetici, che sono nuove composizioni genetiche, comprese nuove mutazioni».
L'ultimo capitolo del libro (e l'ultima conferenza) di Popper è quello finale, dedicato a "Il sé, la razionalità e la libertà". È anche quello che evidenzia i punti deboli di tutta questa teoria, che è stata fatta oggetto negli scorsi decenni di numerose critiche, e non solo in relazione ai suoi caratteri eccessivamente meccanicistici. In realtà Popper rifiuta criteri di tipo meccanicistico per spiegare il rapporto tra coscienza e cervello: l'"io" dotato di coscienza di se stesso è un'entità autonoma che esercita il controllo, la selezione, l'interpretazione sull'attività del cervello. “lo sono un razionalista», ammette il filosofo senza reticenze. che vuol dire che sono uno che cerca di sottolineare l'importanza della razionalità per l'essere umano... La razionalità non è una proprietà degli uomini, è un compito che gli uomini devono realizzare... Per "razionalità" intendo un'attività critica verso i problemi – la prontezza a imparare dai nostri errori e l'attitudine a ricercare in modo conscio i nostri errori e i nostri pregiudizi». È attraverso questo processo. con l'aiuto del metodo proprio del "mondo 3". sostiene
Popper, che è possibile agli uomini portare fuori le nostre teorie e le nostre assunzioni, formularle chiaramente, così che possano essere criticate per «uscire da questa prigione attraverso la critica razionale: non vi è alcun dubbio che noi possediamo questa libertà».
Il processo dell'apprendimento – della crescita della conoscenza soggettiva – è sempre fondamentalmente lo stesso: è "critica immaginativa". Questa la conclusione di Popper, sostanzialmente ottimistica sulla ragione e la conoscenza umana, ma altrettanto impegnativa, perché la critica immaginativa comporta trascendere l'ambiente locale e temporale cercando di pensare circostanze oltre le nostre esperienze. «La vita è esplorazione e scoperta: la scoperta di nuovi fatti, per mezzo della messa alla prova di possibilità concepite nella nostra immaginazione. Al livello umano, questa messa alla prova viene svolta quasi esclusivamente nel "mondo 3". Lo facciamo nei nostri tentativi più o meno riusciti di rappresentare, nelle teorie di questo terzo mondo, i nostri mondi primo e secondo. E lo facciamo cercando di arrivare più vicini alla verità: a una verità più piena, più completa, più interessante, logicamente più forte e più rilevante per i nostri problemi».
Ed eccoci arrivati al nucleo centrale del ragionamento sviluppato da Popper, il cui vasto percorso di ricerca si spinge ben oltre la teoria della conoscenza, giungendo ad analizzare la logica della scoperta scientifica e i grandi temi della Storia, che lo annovera oggi tra i maggiori esponenti del pensiero liberale. Fondamentale rimane una sua opera del 1945, La società aperta e i suoi nemici, che è il classico contemporaneo dell'antitotalitarismo: è un libro che esamina la possibilità di applicazione dei metodi critici e razionali della scienza ai problemi della società aperta e che analizza i principi dell'ingegneria sociale gradualistica, la quale cerca di eliminare mali concreti, grossi o piccoli che siano, piuttosto che vagheggiare modelli fantastici di società ideale. In un'intervista realizzata nel 1986 per la televisione della Svizzera italiana da Guido Ferrari, Karl Popper spiega che la concezione di "società aperta" è strettamente legata e coerente con il suo pensiero sulla conoscenza e sulla scienza di cui si è già parlato. Per spiegare la sua tesi, il filosofo viennese si avvale di un suo ricordo di una escursione in montagna, durante la quale cadde in una sorta di equivoco visuale credendo di vedere quello che, in realtà, desiderava di vedere. La conclusione che ne trae, apparentemente semplice, è del tutto rivoluzionaria: «Ciò che vediamo è dunque impregnato delle nostre aspettative, delle nostre ipotesi, delle nostre teorie». Le percezioni sono solo ipotesi, e nessuna ipotesi è dimostrabile scientificamente: ciò che si può fare è sforzarsi di trovare ipotesi opposte e poi costruire esperimenti che sostengano la validità di un'ipotesi a confronto con un'altra. «Diciamo così: la certezza non esiste! La certezza non può essere lo scopo della scienza. La verità sì, la certezza no!».
Popper insegna dunque che la realtà non è qualcosa di dato, di definitivo. Al contrario, essa è mutevole; l'uomo riesce a intravederne i segreti solo accettando (socraticamente) di non sapere, e lavorando con delle ipotesi sempre correggibili. Per Popper l'uomo è vivo e libero solo se accetta questa sua condizione: altrimenti vive nel pregiudizio, inseguendo miraggi e credendosi onnipotente. È un errore ricorrente nella Storia dell'umanità, assicura Popper, insieme a quello di credere che un'idea astratta sia una realtà concreta. Per esempio, la società è un concetto astratto, ma la gente crede alla sua esistenza e di conseguenza dà la colpa di tutto all'ordine sociale: «Si illudono di poter cambiare la società, mentre in realtà si possono cambiare solo i rapporti tra gli esseri umani, tra le istituzioni». Se è vero che le possibilità umane sono limitate, è però altrettanto vero che «esistono infinite direzioni verso cui possiamo muoverci... Il futuro dipende da tutti noi e non da leggiproprie», afferma Popper, che non crede nel destino.
Come storico, il filosofo liberale esprime un giudizio sostanzialmente positivo delle nostre società occidentali, basandosi sulla constatazione che mai fino a ora è esistita una società così democratica e aperta alle riforme. Ma quali sono i limiti della democrazia? «La democrazia ha problemi e difficoltà enormi anche quando è funzionante», ammette con un pizzico di britannica ironia. In questo auspicabile caso, l'opposizione è costretta a giocare soltanto un ruolo critico, ingigantendo tutto ciò che non funziona nella società. «In conclusione, all'opposizione non rimane altro da fare che inveire contro tutto. E ciò è un grande pericolo per la democrazia, perché i cittadini, vedendo un'opposizione aggressiva, tendono sempre più a disinteressarsi dei problemi discussi in Parlamento». Paradossalmente, rileva Popper, «finché esistono delle disfunzioni istituzionali, c'è la possibilità di riformare. Ma una volta risolto il problema, la democrazia è in pericolo perché non c'è più una vera discussione da portare avanti». E questa, per noi, è una bella consolazione...
Assenza di certezze, ma ricerca continua della verità, sperimentando ipotesi successive; convinzione che l'uomo può e deve costruire la Storia e una società sempre meno imperfetta; grande apertura, infine, ai valori, individuali e collettivi.
«I valori cambiano da una persona all'altra: per uno sono la famiglia, la moglie, i bambini, per un altro sono lo studio, la scienza, per un altro sono la musica o il teatro, per un altro ancora sono il nuoto o il tennis. Ogni uomo ha le sue individualità. Ma tutti noi abbiamo delle possibilità, delle risorse enormi che non possiede nessun altro essere vivente all'infuori dell'uomo. Dobbiamo essere grati di queste possibilità, di poterle usare e dunque di vivere in questa società». È questa la straordinaria lezione di tolleranza e democrazia dell'ultimo grande filosofo europeo del Novecento.

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