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Melchiorre Gioia

pensatore universale

Gavino Manca


Via Melchiorre Gioia è, oggi, una grande arteria che attraversa il nuovo centro direzionale; quando venne intestata all'«Economista 1767-1829» (come dice la lapide) la via si trovava alla sperduta periferia nord di Milano, fiancheggiata da un canale spesso maleodorante, la Martesana, ed era nota agli operai della Pirelli come direttrice di accesso allo stabilimento della Bicocca. Al di là dell'acquisita notorietà... stradale, l'identità di Melchiorre Gioia è, a quasi due secoli dalla sua morte, pressoché ignorata anche dagli "addetti ai lavori": basti dire che le sue opere - anche quelle principali - non hanno avuto ristampe successive alla prima metà dell'800. Questo oblio è di difficile spiegazione, tenuto conto della notevole fama (si può effettivamente usare questo termine) che ebbe Melchiorre Gioia nel corso della sua vita, dell'attualità dí alcune sue tesi (come cercheremo di dimostrare), dell'attenzione che il mondo culturale milanese ha sempre dedicato ai suoi passati rappresentanti. Ma tant'è: chi scrive ha incontrato Melchiorre Gioia attraverso l'affettuoso dono natalizio di una "prima edizione"; di qui lo stimolo a conoscere e ad approfondire un pensiero decisamente vario e interessante e la cui evoluzione è soprattutto significativa; ed ora il tentativo di sollevare un poco di quell'oblio offrendo degli spunti gioiani, in attesa di qualche auspicabile contributo più decisivo.
Pochi cenni sulla vita di Melchiorre Gioia: nacque a Piacenza dove studiò, vestì l'abito talare e fu ammesso al collegio Alberoni per divenire un buon sacerdote per la diocesi piacentina. Non fu così, perché Gioia, uscito dall'Alberoni già sacerdote, si trovò portato da forti propensioni filosofico-politiche verso la Milano intellettuale e repubblicana; qui ebbe contatti, forse più che rapporti, con persone e circoli del "nuovo mondo", e soprattutto partecipò e vinse il concorso bandito dall'Amministrazione Generale della Lombardia sul tema: "Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d'Italia". Queste vicende costarono a Gioia otto mesi di carcere, scontati prima in quello del Sant'Uffizio poi in quello Regio del Castello di Parma; uscito di qui gettò l'abito talare e iniziò, anche ufficialmente, la sua vita politica a Milano con un'intensa attività giornalistica sui fogli giacobini, che ebbero un'eccezionale fioritura durante la Cisalpina.
Dopo un nuovo, duro (14 mesi) intermezzo carcerario, sempre a Parma, durante l'occupazione austro-russa a Milano, Gioia tornò in auge con il ritorno di Napoleone (1800) ottenendo l'importante carica di "Istoriografo della Repubblica Cisalpina"; siamo all'inizio della grande stagione letteraria, più che ventennale, nel corso della quale Gioia avrebbe prodotto una ventina di libri di filosofia, economia, diritto e statistica. Nel 1806 Melchiorre Gioia venne nominato direttore di un creando "Ufficio di Statistica", finalizzato alla conoscenza della realtà "privata e pubblica" del Milanese; l'Ufficio fu soppresso tre anni dopo, ma Gioia tesaurizzò questo periodo con un eccezionale impegno di elaborazione metodologica, premessa di un insieme di ricerche sui vari dipartimenti del Milanese, ancor oggi la fonte più preziosa per ricostruire l'economia di quel tempo, nonché di una successiva opera fondamentale: la Filosofia della Statistica del 1826.
Fra il 1815 e il 1820 Gioia pubblicò le sue opere maggiori: il Nuovo Prospetto delle Scienze Economiche, il trattato Sul Merito e le Ricompense, il lavoro sulle Manifatture Nazionali e gli Elementi di Filosofia. Fece parte del Cenacolo del Conciliatore, cosa che gli procurò un nuovo arresto nel carcere di S. Margherita ( 7 mesi, dal dicembre 1820 al luglio 1821). Nell'ultimo lustro della sua vita collaborò assiduamente alle due maggiori riviste italiane del tempo: la Biblioteca Italiana e gli Annali Universali di Statistica e ristampò, correggendoli, alcuni libri della gioventù, fra cui il Nuovo Galateo. Morì il 2 gennaio 1829; si era riavvicinato alla religione e volle portare nella sepoltura l'abito talare gettato alle ortiche nel periodo giacobino. Melchiorre Gioia, umanamente, visse in grande solitudine, sia di affetti (almeno così risulta), sia intellettuale, perché limitatissime furono - nel numero e nel tempo - le sue partecipazioni a cenobi o scuole.
Nonostante la ricchezza degli interessi e degli impegni culturali, Gioia è fondamentalmente un economista anche perché le sue speculazioni in campo filosofico, politico o giuridico e le sue ricerche statistiche sono finalizzate al tema economico; ci soffermeremo quindi su questo con una premessa sulla sua ideologia sociale, che riteniamo necessaria perché è qui la radice del pensiero gioiano. L'ideologia sociale di Gioia è basata su una particolare concezione del progresso umano: si tratta di un processo continuo e graduale, senza salti ma anche senza interruzioni; «la sua forza rassomiglia all'azione d'un che vince insensibilmente tutto quello che gli resiste». Il progresso umano può essere guidato e diretto, mai interrotto; «troppo male - ammonisce Gioia - conoscerebbe la natura umana. chi volesse fissare un termine al proprio operare, e farvi succedere il riposo». Questa convinzione sull'aspirazione dell'uomo al progresso induce Gioia a irridere coloro che non hanno per il passato che rimpianti e parole di esaltazione; egli rifiuta questa insistente presentazione dei tempi andati come se tutto vi si svolgesse per il meglio; questo atteggiamento è da lui considerato rinunciatario e conservatore: nell'esaltazione del passato c'è una censura del presente ed un timore per il futuro.
Il motore della tendenza umana al progresso è costituito dal bisogno. «La perfettibilità - dice Gioia - è figlia del bisogno che, pungendo in varie guise il cuore umano, lo spinge a mettere in esercizio le sue facoltà per liberarsene». Solo una continua tensione, provocata nell'uomo dai bisogni, può indurlo all'attività; in vece contraria sarà l'ozio a prevalere su di lui. L'ozio è, in effetti, una preoccupazione continua e ricorrente di Gioia; ne parla spesso con venature moralistiche (lo stato di ozio è accompagnato da vizio); giunse a dire che un padre di famiglia deve attendere poco al risparmio: risparmiando, infatti, accresce di molto «la probabilità dell'ozio in cui si immergeranno i suoi discendenti».
Un altro fondamentale fattore del progresso umano è costituito, secondo Gioia, dall'incertezza: per spingere gli uomini ad agire e a dare il meglio di sé occorre che essi siano costretti dall'incertezza, la quale non deve mai risolversi in uno stato di "sicurezza" perché altrimenti essi sarebbero indotti all'inerzia. Questa incertezza deve valere per tutti: gli operai e i proprietari, i medici e gli avvocati, i doganieri e i sacerdoti; non debbono esserci posizioni di potere costituito, né "anse" sociali in cui quella condizione non debba riscontrarsi. La società ideale di Gioia prevede un rischio generalizzato per tutti i suoi componenti, che allo stesso rischio quindi partecipano interamente. Volendo ognuno risolverlo in modo positivo, ecco che la collettività accresce le ricchezze a sua disposizione: essa non è altro allora che un'"azienda sociale", una sorta di grandissima impresa, i cui membri giacciono in stato di continua tensione, al fine di realizzare per ognuno di essi la più alta produttività in termini fisici.
In questa impresa il «vero merito consiste nel fare delle proprie forze quell'uso da cui risulti il massimo e migliore prodotto sociale nelle circostanze date»; si tratta di un criterio di efficienza universale entro il quale emerge l'importanza di un'utilizzazione ottima delle capacità individuali, dovendosi impiegare ogni soggetto nelle attività in cui ha maggiori attitudini.
L'identificazione di tale principio di efficienza di una società porta Gioia a valorizzare, nell'ambito dell'economia, il problema della produzione, dal momento che la si deve rendere massima al fine di conseguire il predetto "stato ideale". Altri problemi economici, fra cui quello della distribuzione, avrebbero potuto trovare una logica e una giustificazione solo in quanto condizione di quello predominante. Da questo stesso principio di efficienza produttiva discende una concezione attivistica della vita, una vita risolta in un valore economico, dominata dalla ossessionante esigenza di accrescere le ricchezze della collettività. Questa visione si salda con il concetto gioiano di felicità che si identifica con l'esaltazione della volontà di fare che è già la felicità, nel suo esplicarsi in continui cambiamenti di stati di fatto. La disponibilità di beni non coincide con la felicità, ma questa è opportuno utilizzo delle capacità del singolo.
Tutta la sua opera risente di questa concezione della vita e del criterio di efficienza che ne scaturisce. Eccolo il suo mondo ideale: «È mirabile lo spettacolo che presenta il fiumicello di Lecco, il quale scorrendo sopra piccolo spazio, qui agita le pile per la carta, là solleva le macchine per filare il ferro, altrove move gli edifici per la seta, più lungi raggira i molini per gli olivi, ora riunendo la sua forza a quella dell'uomo, ora operando da sé solo, sempre prodigo di soccorsi per gli abitanti che hanno saputo profittare dell'opportuna declività del terreno, e adattarvi le macchine». Il romanticismo della vita agreste lascia il posto all'esaltazione del mondo nuovo, il mondo industriale.

Al centro dell'economia di Gioia vi è, si è detto, una logica della produzione, intesa questa come il «combinare le cose in modo che ne risulti un'utilità che non esisteva». Lunga sarebbe un'analisi esauriente di questa logica che presenta certamente molte lacune e obsolescenze; preferiamo soffermarci su tre spunti che sembrano invece particolarmente intelligenti e attuali: quello delle funzioni della cognizione e della volontà nell'operare umano; quello degli aspetti dell'associazione e della divisione del lavoro; quello del ruolo dell'imprenditore e del profitto nel processo produttivo.
In ogni atto di produzione, si possono riconoscere «due azioni: l'azione mentale o l'idea direttrice, l'azione corporea o i moti d'esecuzione». La prima è appunto la cognizione che è «la forza intellettuale che dirige tutti i lavori». Essa è un «mezzo d'economia», in quanto implica il modo di produrre «onde ridurre a zero la somma de' tentativi inutili, delle materie perdute, degli strumenti guastati, dei processi andati a male, delle eventualità propizie sfuggite, delle dilazioni frapposte alla soddisfazione del bisogno, de' danni sofferti nella propria macchina».
Quando il soggetto della produzione è un uomo "civile", quella diventa un fatto di creazione; l'operare non è inconsapevole ripetizione di atti abitudinari, ma scelta cosciente e continua fra i vari modi per conseguire un risultato o anche innovazione nei modi stessi. La fiducia nelle conoscenze umane come momento determinante nel processo produttivo, certamente di origine illuministica, induce Gioia a cogliere il nesso fra la cognizione e l'istruzione.. Si pone il problema, tipico di ogni epoca rivoluzionaria, della istruzione pubblica e del modo di impartirla. Gioia è fedele alla sua concezione: si deve trattare di un'istruzione estesa il più possibile, presentata in modo da. «poter rendere quanto più si può popolare ogni genere di idee utili e piacevoli».
La via del progresso per un Paese civile non si esaurisce peraltro con la cognizione: un uomo dotato di capacità fisiche e conoscenze intellettuali non è ancora un uomo che produce: può darsi infatti che in lui prevalga l'istinto di inerzia, che gli manchi cioè la volontà, che è il «vapore che spinge il vascello della vita sull'oceano del tempo».
Si è già detto che questo tema della volontà costituisce un punto chiave di tutta la società idealizzata di Gioia, e si è detto dello stato di incertezza in cui andrebbero tenuti tutti i soggetti economici per indurli ad utilizzare al meglio le loro capacità. Un'incertezza, peraltro, che appunto la volontà umana può risolvere in certezza, attraverso gratificazioni sia morali sia economiche.
A questo proposito è interessante ricordare come Gioia si faccia in più di un'occasione quasi un precursore della moderna organizzazione del lavoro, e non solo nel sostenere sistemi di retribuzione a cottimo: in molti passi dei suoi libri, infatti, si accenna a possibili e opportune forme partecipative o associative che introducano forme di incentivo alla volontà dei lavoratori per favorirne l'operosità e infine il progresso nella scala delle responsabilità economiche e sociali.
Originale e rilevante è anche lo spunto di Gioia sui temi dell'associazione e della divisione del lavoro, in particolare sul primo: evidentemente anche in relazione al momento economico attraversato, cioè quello di un ampliamento dimensionale dei fatti economici, Gioia osserva che l'associazione del lavoro è necessaria quando le forze esteriori superano le forze individuali isolate e quando alla mancanza o scarsezza di capitali è necessario supplire con l'abbondanza delle forze fisiche. E il momento dell'unione delle forze: il principio dell'associazione nasce da questa generale convinzione che gli permette di intravedere, sia pure timidamente, i vantaggi della cooperazione agricola e quelli della società di capitali che appare necessaria non solo perché un privato può non avere capitali sufficienti per grandi "intraprese", ma più che altro perché in certe industrie nessun privato «s'appiglierebbe all'impresa, perché spaventato dalle eventualità sinistre che l'accompagna».
Accanto al principio dell'associazione, Gioia sottolinea í punti rilevanti della divisione del lavoro, introducendo la quale si hanno prodotti migliori, maggiore produzione, prezzi più bassi. Ai vantaggi già sottolineati da Smith, Gioia ne aggiunge altri, uno dei quali particolarmente originale: la divisione del lavoro è, per lui, un modo per diminuire nei processi produttivi l'aliquota di capitale. «Supponete che Pietro, Paolo, Martino, invece di limitarsi ai loro rispettivi lavori, si occupino di tutti promiscuamente: in questa disposizione sarà necessario che tutti siano forniti delle rispettive macchine; se, per esempio, tutti volessero torchiare l'olio necessario al loro consumo, converrebbe che la società possedesse tanti torchi quanti fossero i cittadini, torchi che lavorerebbero un paio di ore, e rimarrebbero inerti in tutto il restante dell'anno».
Da tutto quanto si è detto, non è difficile comprendere come nell'economia e nella logica della produzione di Gioia è gran parte 'l'imprenditore, anzi ne è la figura essenziale. Combinare i lavori e dirigerne l'andamento, questi sono i due principali compiti dell'imprenditore; per il primo, l'imprenditore è l'anello di congiunzione fra il mondo dei fattori produttivi, il processo di produzione, il mercato dei prodotti; per il secondo è garanzia di efficienza di quel processo in quanto egli mira, nel realizzare i vari scopi dell'economia, a conseguire il "principio generale".
L'esercizio di tali funzioni richiede quindi molte cose, fra le quali, particolarmente importante, la disponibilità di credito; per poterlo avere con facilità, all'inizio l'imprenditore deve disporre di capitali propri: «Un uomo che sia fornito di cognizioni per dirigere un'intrapresa e manchi di capitali, troverà maggior interesse a farsi agente degli altri, di quello che condurre l'affare a conto proprio». A quel capitale proprio compete un interesse, come a quello avuto in prestito dai capitalisti. Ma non è funzionalmente diverso da quello. A compenso della sua abilità, inoltre, l'imprenditore avrà il profitto, il quale può essere di segno positivo o negativo; questo guadagno dell'imprenditore infatti, ha carattere residuale, essendo ciò che eventualmente rimane una volta compensati i vari fattori intervenuti nel processo produttivo.
Particolarmente interessante è anche l'insistenza con cui Gioia sottolinea la funzione innovativa dell'imprenditore, anticipando di molti anni il più completo discorso schumpeteriano: l'imprenditore di Gioia si distingue anche per come introduce nell'impresa le ultime scoperte dei "dotti", le innovazioni tecnologiche che abbreviano il processo produttivo e lo rendono più conveniente. Gioia sostiene infatti che gli imprenditori sono «agenti intermedi tra i proprietari, i capitali, i dotti da una banda e la massa degli operai dall'altra». Da tutto questo emerge una figura nuova del mondo economico nei confronti della quale Gioia non cela il suo entusiasmo; ed è naturale che sia così: l'imprenditore è espressione di quella stessa volontà produttivistica che vorrebbe veder diffusa in tutti gli ambiti della società; è, la sua figura, il simbolo del suo stato ideale. Da qui deriva anche la forte contrapposizione espressa da Gioia fra il capitalista e l'imprenditore: il primo presta il suo capitale e «dormendo saporitamente, riceve ogni 6 o 12 mesi una somma che si dice interesse», l'altro non «si lascia trovare a letto dal sole che s'alza, è il primo a comparire sul campo di lavoro, ne parte dopo tutti gli altri, ed estende la propria esistenza a più punti dello spazio nel tempo stesso». Luno è la passività fatta persona, l'altro la pietra angolare del processo produttivo. Nelle pagine dedicate all'imprenditore, vi è l'esaltazione dello spirito pionieristico di chi «dal nulla seppe salire», del piccolo imprenditore che si crea nel momento stesso della produzione, nella quale ha parte diretta magari dando egli stesso l'esempio di impegno e di capacità.
Si è detto all'inizio di un aspetto molto significativo del pensiero di Gioia, quello della sua evoluzione (o cambiamento), indice di maturazione e di travaglio insieme; diciamo subito che esso riguarda in particolare il ruolo e il compito dell'autorità governativa o pubblica nel campo economico.
Premesso che, sempre, Gioia ritenne che l'interesse privato non potesse andare d'accordo con l'interesse pubblico, per cui il legislatore dovrebbe - con le pene e le ricompense -creare un interesse artificiale privato, cioè far diventare utile al privato ciò che è utile al pubblico, è indubbio che il pensiero di Gioia ebbe un periodo di deciso e quasi mistico liberalismo, cui ne seguì un altro caratterizzato da una marcata simpatia per l'intervento pubblico nella vita economica. È inutile chiedersi il perché di questo processo; vale la pena di ricordare le due aree nelle quali più evidente (e importante) è il segno di questo cambiamento: quella della concorrenza e dei prezzi e quella dell'allocazione ottimale delle risorse.
Quanto alla prima, occorre dire che Gioia la affronta con una ricchissima messe di esemplificazioni e molta originalità; l'argomento era, d'altronde, al centro dell'attenzione degli economisti, come dimostrano le grandi polemiche sui monopoli e il protezionismo. Orbene, senza rinunciare alla sua fede liberista, Gioia avanza però varie riserve al principio della concorrenza: quello anzitutto che l'abbondanza dei venditori non è, di per sé, garanzia di bassi prezzi, mentre spesso la diminuzione dei prezzi si accompagna con un peggioramento della qualità dei beni; quello, poi, che nella "macchina" economica e sociale esistono degli attriti che impediscono quel movimento dei capitali e delle capacità di lavoro verso il massimo reddito, che è la base della libera concorrenza.
Dice Gioia: «Uno solo che abbassa i prezzi usando mezzi fraudolenti nel fabbricare o vendere, mette gli altri nella situazione o d'imitare le sue frodi, o di rinunciare allo smercio». Non essendo spesso il consumatore in grado di avvertire il mutamento di qualità si ha un progressivo deteriorarsi dei prodotti per cui il ribasso dei prezzi è solo apparente.
Sulla teoria del movimento "perfetto" dei capitali e delle altre risorse verso i più opportuni investimenti, Gioia è altrettanto scettico: «Le macchine sociali soggiacciono a molti maggiori attriti e cause perturbatrici che le macchine fisiche, e ciò per ignoranza,prevenzione, indolenza, impero delle abitudini...»; l'osservazione della realtà lo conferma: basta guardarsi intorno per vedere terreni mal coltivati per mancanza di cognizioni, mendicanti senza lavoro perché privi di volontà, imprese valide impossibilitate a produrre per mancanza di capitali.
Da qui la conclusione che «finché dalla libera lotta degli interessi risulta più vantaggio che danno, il governo deve restare semplice spettatore; ma allorché le forze degli uni soverchiando quelle degli altri, ne risulta più danno che vantaggio, il governo deve diventare attore, e ristabilire l'equilibrio». In tale occasione il governo interviene come «protettore del debole contro il forte, dell'innocente contro l'astuto, della buona fede contro la perfidia».

Ci sembra giusto concludere con poche considerazioni finali su Gioia scrittore dell'illuminismo lombardo, di un'epoca importante della cultura europea in una regione particolarmente viva ed in evoluzione. Diciamo che Gioia, come gli altri grandi italiani suoi contemporanei, stempera l'astrattezza dell'illuminismo francese al soffio della volontà e quasi della passione peninsulare: la curiosità intellettuale diventa richiesta di cambiamento, il mito della felicità pubblica è sostituito dagli obiettivi di aumento del benessere e della ricchezza nazionale. Gioia è scrittore del Risorgimento, nel senso che in lui è vivo l'impegno per una nuova società, più libera ma anche più moderna, più indipendente in senso economico, più aperta al progresso scientifico e tecnico. È scrittore di un Risorgimento fatto non tanto di cospirazioni, processi e duri carceri, ma dello spirito di grandi conquiste; delle strade e delle ferrovie, delle casse di credito e delle mutue assicurative, dell'istruzione tecnica e delle leghe operaie.
Questa epoca inizia prima che altrove in Lombardia, con l'emergere di nuovi ceti sociali, attivi, spregiudicati, sprovvisti di capitali, ma decisi a rompere circoli chiusi, ad aprire nuovi mercati. Di questi ceti l'imprenditore è il modello, un uomo aperto alle innovazioni tecniche e alle trasformazioni sociali, che emerge dalla massa non in virtù di privilegi, ma delle proprie capacità e del proprio impegno.

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