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Per Nadine Gordimer

Una vigile presenza
all'interno del Sudafrica

Claudio Magris

Quando, qualche giorno fa, mi è arrivata la lettera che mi chiedeva di por questo saluto a Nadine Gordimer, mi sono sentito almeno altrettanto felice e onorato di quando avevo ricevuto la notizia, anni fa, che si era deciso di consacrare a me una "Dedica". Ci sono grandi scrittori che non val la pena di incontrare personalmente, anzi che è meglio non incontrare personalmente e ci sono altri grandi scrittori che è invece una grazia incontrare, perché sanno unire – pur nell'ovvia distinzione tra vita e letteratura – la grande testimonianza della scrittura, della creazione poetica che fa scoprire a tutti un mondo nuovo e una nuova dimensione della vita, e quello che san Paolo chiama "il buon combattimento", la battaglia per aiutare gli altri, per i diritti e la dignità di ognuno. Quella battaglia che Nadine Gordimer – che certo oggi noi festeggiamo per la sua creatività, per la sua letteratura, e non per i suoi grandi meriti umani e morali – ha combattuto con incredibile generosità, coraggio e soprattutto (cosa rara) lucidità contro l'apartheid, contro la barbara oppressione e segregazione razziale, nel suo Paese, nel suo Sudafrica. Non si tratta di piaggeria, non ho bisogno di fare complimenti a Nadine Gordimer e lei ha ancora meno bisogno di ricevere complimenti da me.
Ho incontrato Nadine Gordimer alcuni anni fa, a Bruxelles. Avevo già letto tanti dei suoi libri, che erano divenuti un mondo per me, uno spazio della mia vita; un mondo grande, epico, totale. ll nostro grande Umberto Saba diceva – riferendosi soprattutto alla poesia, ma le sue parole valgono per la letteratura in generale – che ci sono tre dimensioni della creazione poetica. C'è la profondità, quella che Nadine Gordimer rivela calandosi – nei suoi romanzi e forse anche più nei suoi racconti – negli abissi più oscuri dell'individuo, nei gorghi delle contraddizioni umane talora anche irressolubili: per fare solo un esempio, penso a quello stupendo racconto (compreso nell'ultima raccolta uscita in Italia) Beethoven era per un sedicesimo nero, un grande racconto sull'amore, sulla vita condivisa, sulla vicinanza sentimentale e sulla irreparabile lontananza che insidia ogni vicinanza, sul mistero dell'esistere. Poi, diceva Saba, c'è la larghezza: la dimensione epica, quella che permette a uno scrittore di raffigurare la totalità del mondo, di narrare la Storia e le piccole storie, di creare una schiera di tanti personaggi, di rappresentare problemi, cose, situazioni, paesaggi, colori, odori, sentimenti, pulsioni; penso – cito alcuni titoli a caso – a opere come Un ospite d'onore, Nessuno al mio fianco, La figlia di Burger, Occasioni d'amore. E poi l'altezza: la dimensione dei valori, della ricerca del senso della vita, del buon combattimento per i valori morali, una dimensione che si accompagna alla scrittura, che la nutre, e che insieme si pone talora in conflitto con essa, dato che la letteratura è rappresentazione del mondo, della vita che scorre al di là o al di qua del bene e del male e lo sforzo di comprenderla anche là dove si combattono alcuni suoi aspetti è spesso doloroso.
Anche di tutto questo si trova una grande traccia nelle opere di Nadine Gordimer. A Bruxelles, mi aveva colpito subito quella sua irripetibile simbiosi personale di generosità, cordiale apertura, autorevolezza, inflessibile rigore; una dimensione da cui traspare soprattutto quella che Kant chiamava la premessa di tutte le virtù. il rispetto. Mi ha colpito lo spessore della sua personalità, che si coglie dopo il primo minuto della sua conoscenza: quel suo sguardo che va a fondo, intrepidamente, nelle cose; talora severo, come un giudizio inappellabile, e insieme caldo,comprensivo e amoroso; uno sguardo in cui si legge lo stupore, talora anche lo sgomento per le cose e la capacità di dominare questo sgomento. Per citare ancora una volta Saba, egli diceva che in ogni vero poeta c'è un bambino che piange e un adulto che domina questo pianto senza soffocarlo né reprimerlo. Queste due qualità scandiscono mirabilmente l'opera di Nadine Gordimer.
Uno scrittore è un mondo, è una vita e tante vite; parla di tutti parlando di cose che non abbiamo visto ma in cui in qualche modo riconosciamo qualcosa di latente già prima in noi oppure scopriamo qualcosa di assolutamente inedito. Non parla di sé, o almeno parla di sé proiettandosi in altri, nelle cose. Smonta e ricompone la vita, come scrive Nadine Gordimer in quel bellissimo paragrafo della raccolta Beethoven era per un sedicesimo nero intitolato Finali alternativi. Dice quello che è, ma anche quello che potrebbe essere; le possibilità concrete e latenti in ogni vita, gli altri finali, gli altri percorsi che una vita avrebbe potuto avere, illuminando così quella vita stessa.
Anche questo è un tema che mi è profondamente, intensamente congeniale. Sento fortemente quello che Musil chiamava "il senso delle possibilità". Non si tratta delle alternative cervellotiche e chimeriche, del tutto astruse e impossibili; non ha senso dire "se fossi Mozart", perché non c'è nulla in me, nemmeno a livello minimamente potenziale e germinale, che potrebbe indirizzarmi in quella direzione. Ma ognuno di noi sa bene che, sia nella sua vita individuale sia in quella sociale collettiva, c'erano, in momenti concreti, anche altre possibilità concrete; altre cose che avremmo potuto (e talora forse dovuto) fare, altri sviluppi che avrebbe potuto prendere la storia. E lo scrittore, anche per me, va alla ricerca di queste altre possibilità, che sono concrete potenzialità latenti in noi e dunque fanno parte della nostra realtà. A proposito dei miei libri, Ernestina Pellegrini, in un suo libro, ha parla-to del mio interesse per i "futuri abortiti", espressione geniale che dice appunto tutto questo: la mia passione per i futuri abortiti ossia per qualcosa, nella vita di una persona, che esisteva concretamente, che c'era già, ma che non ha potuto svilupparsi, che è stata stroncata. Ed è questo un tema che Nadine Gordimer tratta e affronta con maestria.
Accanto a ciò che è e ciò che potrebbe essere, Nadine Gordimer parla anche di quello che dovrebbe essere, dell'umano che talvolta non può non opporsi alle cose così come sono, talora, anzi spesso, infami, come, nel suo caso, l'apartheid nella sua Africa. Sappiamo bene le grandi battaglie umane, civili, morali e politiche che Nadine Gordimer ha combattuto; tutto questo è diventato anche materia narrativa, naturalmente senza alcuna intonazione moralistica, bensì con la libertà, con l'oggettività e talora anche con la durezza dell'arte.
Nel racconto che dà il titolo alla silloge Beethoven era per un sedicesimo nero c'è una frase che mi ha molto colpito: «You can't be on somebody else's side», «non si può stare dalla parte degli altri». Questa è una delle frasi che troviamo nei grandi scrittori e che sono contemporaneamente, ma su piani diversi, vere e non vere. Non vere, perché Nadine Gordimer stessa ha dimostrato nella sua vita, nella sua lotta per il suo Paese e per tanta parte della gente del suo Paese oppressa, che si può stare dalla parte degli altri, come lei, bianca, ha fatto nei confronti dei suoi conterranei neri. Ma la frase è anche dolorosamente vera perché dice, col rigore del grande scrittore che non indora mai la pillola e che guarda in faccia la Medusa della realtà, quanto sia difficile stare veramente dalla parte degli altri; mostra le contraddizioni, lo scompenso, anche l'ambiguità che c'è in ogni rapporto, pure in quello più intenso e schietto; mostra la lontananza che c'è in ogni vicinanza e con la quale bisogna confrontarsi proprio per non perdere quella vicinanza. Mostra l'alterità, e l'alterità è fascino ma anche dolore; l'eros, l'amore nelle sue varie forme è proprio il tentativo di raggiungere questa alterità e anche da qui nascono, nella pagina di Nadine Gordimer, grandi storie d'amore, storie di eros, ma anche di altri amori, di tutti gli affetti, come, per citare anche qui solo un esempio fra i molti che si potrebbero e dovrebbero fare, quello splendido racconto che è Un beneficiano, storia di una figlia la quale alla morte della madre scopre che probabilmente il suo vero padre non è colui che lei credeva e si mette alla sua ricerca, approdando a un incontro che è dolorosamente, ancora, un abisso seppur appassionato di lontananza.
La reale fraternità richiede durezza, la rinuncia a ogni idillio. Questo accade anche nella rappresentazione che Nadine Gordimer fa nei suoi libri dei rapporti fra bianchi e neri. Nella sua denuncia dell'apartheid e nel suo lavoro concreto, prima e dopo la liberazione, per il suo Paese, nella cui totalità si riconosce pienamente, a pieno diritto e con tutti i diritti e doveri di ogni altro, non ha mai idealizzato i rapporti fra gruppi socialmente, economicamente e culturalmente diversi; ha offerto un ritratto impietoso – e appunto per ciò autentico e dunque amoroso – degli errori, delle difficoltà, degli scompensi che esistono anche dopo la fine dell'orrida apartheid. Proprio per questo ha fatto del suo Sudafrica una delle grandi province letterarie del mondo, la cui evoluzione, negli ultimi decenni, è stata, nonostante ogni contraddizione e ogni limite, una delle poche pagine della storia di questo ultimo cinquantennio che ci autorizzino alla speranza.
Ma la vera risposta a quella frase "non si può stare dalla parte degli altri", Nadine Gordimer l'ha data, del resto, nel suo atteggiamento, implicito ed esplicito nei confronti del suo Paese, quando ha rivendicato il fatto che lei si batteva, quando lottava contro l'apartheid, non per "gli altri", ma per la civiltà e la dignità del suo Paese, che presuppone quella di tutti i suoi cittadini. Si batteva per rendere migliore anche la propria vita, un mondo che era ed è suo non meno che dei neri, come ha detto chiaramente in una dichiarazione di alcuni anni fa che mi ha colpito, in cui affermava che il Sudafrica non era meno suo di quanto fosse dei neri.
Parole importantissime, più che mai necessarie oggi, in cui la giusta rivendicazione della propria identità oppressa si trasforma troppo spesso nelle più varie situazioni e nelle più varie contrade della Terra, in una vera e propria febbre identitaria, regressiva, idolatrica e a sua volta facilmente oppressiva, magari solo per reazione, verso le altre identità. La risposta a quella frase non è un imperativo categorico, quale "bisogna stare dalla parte degli altri", bensì è la consapevolezza, che "noi siamo gli altri", che siamo sempre anche l'altro.
Ibsen ha scritto una volta che pretendere di vivere, di vivere la vita autentica, la vita vera, è una megalomania. Naturalmente lui sapeva bene che noi dobbiamo essere megalomani, che dobbiamo cercare di avvicinarci il più possibile alla vita autentica, ma che soltanto sapendo quanto difficile e arduo sia questo percorso possiamo sperare di arrivare un po' più vicino alla vita vera, di vivere un po' meno inautenticamente. Ed è questo che fa Nadine Gordimer, con la sua arte capace di darci grandi affreschi storici e di immedesimarsi anche con la vita più piccola, minima, come, in uno splendido racconto dell'ultima raccolta, perfino con una tenia. Nadine Gordimer attraversa il mondo, lo ritrae e ce lo regala. Grazie, Nadine.

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