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François Mauriac

romanziere

Leo Schena


François Mauriac (1885-1970) è una personalità artistica di primo piano nel panorama letterario del Novecento. Incoraggiato da Maurice Barrès esordisce, poco più che ventenne, come poeta, ma è la narrativa a decretarne il successo.
Nell'arco di mezzo secolo pubblica una lunga serie di romanzi. Si cimenta anche sulla scena con tre drammi la cui tecnica, vicina a quella dei romanzi, sorprende il pubblico di casa e seduce quello d'oltre confine. La critica, tiepida nell'accogliere le pièce teatrali, riconosce l'autenticità del miglior Mauriac nella sua produzione saggistica (Vita di Gesù, Vita di Racine, Memorie interiori). Negli anni della maturità lo scrittore si dedica al giornalismo creando un genere nuovo con articoli che si fanno ammirare, al di là dell'intento apologetico cristiano, per le profonde osservazioni letterarie e la sapiente composizione dei ritratti.
L'Accademia di Francia dopo avergli assegnato il "Gran Premio del Romanzo" lo accoglie tra gli "Immortali" nel 1933. Riceve il Premio Nobel per la Letteratura nel 1952 «per la profonda pregnanza spirituale e l'intensità artistica con cui i suoi romanzi hanno indagato il dramma della vita umana». La Gran Croce della Legion d'Onore suggella il riconoscimento ufficiale di uno straordinario percorso artistico che si chiude con la morte sopravvenuta quarant'anni or sono.
Mauriac si autodefinisce «un cattolico che scrive romanzi». Cattolico ma al tempo stesso borghese e girondino. Questo trinomio concorre a delineare la personalità di uno scrittore i cui romanzi sono stati tradotti e letti in tutto il mondo.
Il genere in cui egli si riconosce è quello tradizionale del romanzo psicologico con un deliberato richiamo agli amati autori Balzac e Proust. Sulla loro scia lo scrittore ha saputo imprimere una innegabile dimensione classica al complesso della sua opera. Lo si evince anche da questa sua affermazione che Gavino Manca ha acutamente commentato in un articolo dedicato a "François Mauriac campione della tradizione umanistica europea": [1] «Quanto più ci penso tanto più mi convinco che l'estetica postula (appelle) l'etica. La padronanza (maitrise): è la stessa legge che si impone all'artista e all'uomo. Domina la tua opera nella stessa misura in cui avrai dominato la tua vita».
Questo robusto richiamo alla ricerca della verità è l'asse portante dell'impegno umanistico di Mauriac desideroso di rigenerare un cristianesimo più in concordanza con la sensibilità contemporanea. A dispetto di alcuni momenti di crisi egli è sempre stato fedele alla Chiesa, sorretto dalla certezza che la sola via di uscita si trovi nel messaggio evangelico al quale ha sempre improntato la sua condotta. Un idealismo militante che lo ha sospinto a elevare la sua voce contro ogni forma di totalitarismo (fascismo, nazismo, comunismo) e ad appoggiare apertamente i movimenti indipendentistici delle ex colonie.
Nella narrativa dominante appare la problematica della colpevolezza dell'uomo. Lo sguardo di Mauriac è infatti rivolto alla condizione spirituale dei suoi personaggi dilaniati da torbide passioni e corrotti dalla carne. Secondo alcuni critici, nelle grette famiglie provinciali di Mauriac come negli austeri palazzi di Racine, la crudele analisi delle passioni scatena conflitti dall'esito drammatico. Il romanzo mauriacchiano diventa così il modello di una moderna trasposizione della tragedia raciniana. In questa luce il cattolico Mauriac non ha eguali nello scavare il dramma che si nasconde nelle coscienze aggrovigliate dal peccato ma percorse dal fremito dell'intervento soprannaturale.
La cornice dei suoi romanzi è sempre la stessa: le foreste di pini delle lande, i vigneti ubertosi del Bordolese, la provincia sonnolenta, viziosa e bigotta. Il cattolico Mauriac ispirandosi al paesaggio che gli è familiare, descritto con estrema precisione, e a quello umano della società borghese cui appartiene, sembra voler erigere i suoi personaggi a simbolo della condizione umana.
L'intera sua opera è fondata sul convincimento che la società è il terreno di elezione dove si affrontano le forze oscure del male e quelle salvifiche del bene. È il luo go del conflitto tra "Dio e Mammona" (questo il titolo di un saggio in risposta a Gide che aveva espresso dubbi sul suo messaggio autenticamente cristiano). Conflitto che il giovane Mauriac aveva conosciuto sin dalla sua adolescenza quando il suo animo era diviso tra Cristo e Cibele, tra il richiamo della santità e quello pagano del desiderio carnale espresso con accenti di panteistica sensualità.
Tormento interiore frutto di una educazione puritana ossessionata dal peccato della carne. Ossessione dominante che si intreccia con altre abiezioni: odio, egoismo, orgoglio, vanità, perversione, avarizia. Un inestricabile "groviglio di vipere" che soffocano l'universo dei suoi personaggi chiusi in una solitudine materiale e morale. Esseri mostruosi che sfuggono alla comune tipologia: li accomuna una straordinaria lucidità, una esigenza estrema di chiarezza che li rende consapevoli della loro miserevole condizione d'indegnità.
Nella rappresentazione di queste tragiche creature c'è chi ha inteso cogliere il segno di un sadico compiacimento. Mauriac ha sdegnosamente ribattuto che i mostri sono in noi e attorno a noi. In ogni creatura vi è un fondo di sentimenti torbidi e impuri ai quali non si può sfuggire. Nel tratteggiarli non prova compiacimento, ma comprensione per queste creature nelle quali riconosce il suo dramma interiore. Sono fragili esseri che si dibattono nei loro peccati e ai quali Mauriac intende strappare il grido pascaliano della miseria umana senza Dio. La sinfonia mauriacchiana del peccato è allora percorsa dal crescendo di questa linfa purificatrice: una sorta di catarsi verso l'ordine della carità, che consiste nel superamento dell'animalità teso alla purezza «una condizione di amore più elevato: l'amore di Dio».
La produzione di Mauriac è ricca e variegata. Gli scavi degli studiosi ne hanno enucleato le linee portanti giungendo anche a stabilire una gerarchia dei romanzi più significativi: Thérèse Desqueyroux è considerato il romanzo più mauriacchiano, Il bacio del lebbroso il più unitario, La farisea il più riuscito artisticamente, Il deserto dell'amore il più psicanalitico, Gli angeli neri il più tenebroso. Groviglio di vipere è unanimemente ritenuto il capolavoro, l'opera più completa e perfetta.
Nella ricorrenza del quarantesimo anniversario della morte proponiamo quindi una rievocazione di Mauriac attraverso la lettura o rilettura [2 di questo suo celebre romanzo suggerendone una breve analisi commentata. [3]

Groviglio di vipere

Romanzo psicologico in chiave apparentemente autobiografica Groviglio di vipere offre il modello tipico del diario intimo alle cui pagine il protagonista Louis, vecchio avvocato della provincia bordolese, offre il suo sentire con dolorosa sincerità.
Ripercorrendo sul filo dei ricordi le tappe più significative della sua vita egli perviene, al di là della banale cronistoria di una famiglia in lotta per l'eredità, ad analizzarsi impietosamente e a trovare nell'inferno dove aveva consegnato la propria esistenza il germe di un'ascesa spirituale.
Nel giorno del suo sessantottesimo compleanno Louis decide di scrivere una lettera a Isa sua moglie, spinto dal bisogno di abbattere il muro del silenzio che da oltre quarant'anni li teneva separati in casa. Sentendo imminente la morte, il protagonista vuole forzare Isa ad ascoltarlo, a troncare la lunga incomprensione che aveva avvelenato i loro rapporti. Sul filo dei ricordi un episodio ne richiama un altro, il presente si confonde con il passato per proiettarsi sul futuro.
Sorprendentemente il romanzo si apre proprio con l'uso di questa forma verbale: «Ti meraviglierai di trovare questa lettera nella mia cassaforte sopra un pacchetto di titoli. Rassicurati, tu d'altronde sei già rassicurata. I titoli ci sono».
Louis ricorre a questo subdolo stratagemma poiché la scrittura è il solo mezzo espressivo che conosca a fondo e che non possa tradirlo. Vuole riannodare il dialogo e lo fa nella maniera più naturale alternando il racconto alla prima persona con il "tu", rivolto alla moglie, che si sovrappone al "voi", al gruppo dei familiari schierati dalla sua parte: «Se l'avessi voluto ora sareste spogliati di tutto ... Voglio che tu sappia, voglio che voisappiate, tu, tuo figlio, tua figlia, tuo genero e i tuoi nipoti chi era quest'uomo che viveva solo». Dopo
averla rassicurata con la rinuncia ad ogni proposito di vendetta, temendo che Isa possa sottrarsi al dialogo, Louis giunge persino al punto di suggerirle la risposta, ma improvvisamente un dubbio s'insinua nella sua mente: »Ma leggerai questa lettera?». Respinge con fermezza questa malaugurata ipotesi che renderebbe vano ogni tentativo di riconciliazione e si convince che il febbrile bisogno di affidare alla scrittura il recupero del passato gli consentirebbe di «riprendere un po' di posto» nella vita della moglie e di avere su di lei «più potere da morto che da vivo».
L'immagine ossessiva della morte che sente vicina spinge il protagonista a giocare la sua ultima carta. Sente infatti che è giunto il momento di togliere la maschera e di consegnarsi senza indulgenza a sua moglie dopo quarantacinque anni di silenzio.

Gli anni dell'esordio nella vita

In questa ricerca del tempo perduto Louis fissa il suo sguardo sugli anni dell'infanzia malaticcia seguita dall'adolescenza malsana e dalla giovinezza infelice. Orfano
di padre «oscuro funzionario di prefettura, è allevato da una madre di origine contadina che lo soffoca con il suo amore esclusivo. Dotata di un eccezionale fiuto per gli affari, risparmiando su ogni minima spesa, ha accumulato negli anni un ingente patrimonio. Louis vive in simbiosi con questa madre tirannica ereditandone la passione per il denaro e lo spirito vendicativo. Un antico astio tra parenti covato per generazioni al quale Louis intende restare fedele pur ignorandone la causa: «Ancora oggi volterei le spalle a uno dei cugini di Marsiglia se lo incontrassi».
Louis rappresenta la tipologia esemplare del liceale dedito agli studi anche durante le ore di svago: «Bisognava lottare per farmi uscire, per farmi prendere un po' d'aria. Ero un "secchione"(bUcheur) e me ne gloriavo» Spinto da una divorante ambizione di successo sogna di poter entrare alla Normale supérieure e si vede destinato a una brillante carriera accademica ma un attacco di emottisi fa naufragare ogni sua speranza. La grande facilità di parola lo induce allora a iscriversi a giurisprudenza. Una scelta di ripiego che risulta vincente. Brilla per l'intelligenza vivace unita al rigore e alla finezza dell'argomentazione, ma il temperamento astioso, introverso gli alienano le simpatie dei coetanei. Chiuso nel suo granitico egoismo, frutto di un esclusivo amore materno che gli impedisce di vivere in simbiosi anche con gli altri, Louis adopera talvolta parole offensive forse nel tentativo di essere comunque accettato: «Ero suscettibile e senza volerlo sferravo colpi che non perdonano. Andavo diritto al lato ridicolo, all'infermità che avrei dovuto tacere». Consapevole dell'assoluta mancanza di savoir vivre, appannaggio della detestata classe borghese, egli cerca la rivincita sul piano del successo personale. «Timido nel privato diventavo un altro nei dibattiti pubblici. Avevo dei partigiani di cui godevo essere il capo ma che in fondo disprezzavo non meno dei borghesi».

Fidanzamento e matrimonio

L'incontro con Isa Fondaudège, fanciulla dell'alta borghesia di Bordeaux, segna una svolta decisiva nella vita del protagonista. A colpirlo in un primo tempo è l'inquietante bellezza della madre: «Non fosti tu, ma lei che io ammirai di nascosto. Mi turbava la nudità del suo collo, delle sue braccia». Come lo stendhaliano Julien Sorel si abbandona al sogno della conquista salvo poi rinunciarvi. Il volo ardito della fantasia è frenato dalla modestia intellettuale della donna che lo aveva ispirato. Distolta l'attenzione dalla madre, Louis la rivolge alla figlia. È la nascita dell'idillio: una passeggiata in carrozza nella Valle del Lys produce il miracolo. Una sinfonia in bianco in una cornice impressionista di fine Ottocento: «Tu eri tutta vestita di bianco». Per la prima volta in vita sua
Louis ha la sensazione di non essere più odioso. Qualcuno mostra un vivo interesse nei suoi confronti e forse lo ama. Una delle date indimenticabili della sua vita fu la sera in cui Isa gli disse: «È straordinario per un ragazzo avere delle ciglia così lunghe!». Il giovane innamorato si sente allora invadere dall'esaltazione di un amore vissuto come totale disgelo: «Mi riflettevo in un altro essere e la mia immagine così riflessa mi offriva nulla di ripugnante. Sotto il tuo sguardo ricordo il disgelo del mio essere come sorgente liberata».
All'incantesimo dell'idillio Louis sacrifica l'anticlericalismo sino ad allora apertamente professato. Non disdegna così di accompagnare la fidanzata al rito domenicale della messa delle undici. «Era il culto di una classe alla quale ero fiero di sentirmi aggregato, una sorta di religione degli antenati ad uso della borghesia, un insieme di riti privi di qualsiasi significato tranne che sociale». Sentirsi accolto in seno alla potente famiglia dei Fondaudège è il segno di un riscatto sociale. È la sua rivincita sui figli delle famiglie abbienti educati presso i Gesuiti: «lo studente di liceo e nipote di un pastore non perdonavo l'orribile sensazione d'invidia che i loro modi mi ispiravano benché mi apparisse palese la loro inferiorità intellettuale».
Adducendo a pretesto la morte di uno zio, le nozze vengono celebrate quasi clandestinamente. Al ritorno dal viaggio nuziale i Fondaudège si rifiutano di accoglierli nel loro castello. La coppia decide allora di alloggiare provvisoriamente a Calèse nella casa della madre di Louis che da questo momento farà da sfondo a quasi tutto il romanzo.
Eccoci allo snodo, al punto chiave della narrazione. In una rapida sequenza d'immagini Louis rivive ogni istante di quella fatidica notte in cui naufragò la stagione del suo breve amore. Improvvisamente nella stanza illuminata da una pallida luce, l'ombra di Rodolphe, il giovane che Isa aveva conosciuto l'estate precedente, irrompe repentina quando le braccia di Louis si stringono nell'amplesso. Così Louis apprende che il cuore della moglie apparteneva a un altro. Nella sua mente si insinua il tarlo del dubbio, della gelosia. La verità è che Isa lo ha scelto non per amore ma per orgoglio, per amor proprio. Ossessionata dall'idea di restare zitella si era gettata sul primo "imbecille" incontrato sul suo cammino. Per Louis è il crollo di ogni illusione di felicità: «Quando mi capita ancora oggi di avere disgusto di me stesso... il mio pensiero va a quello sposo di ventitré anni che, con le braccia serrate contro il petto, soffocava con rabbia il suo giovane amore. Come avevo potuto credere che una fanciulla mi avrebbe amato! Ero un uomo che non si ama».

L'epoca del gran silenzio

Il giovane deluso nelle sue aspettative amorose si chiude in un mondo fatto dì solitudine, di odio e di acredine. L'amore esclusivo che Isa prova per i figli ha il potere di rendere furiosamente geloso il marito che prende a odiarli e ad abbandonarsi a una vita «segretamente disordinata». Sono dei rivali che monopolizzano interamente il cuore materno. Per sottrarli alla moglie comincia a gironzolare attorno ai piccoli rivendicando l'autorità paterna e il diritto di difenderne lo spirito libero. A sua volta Isa rivendica il dovere di difendere l'animo della sua "covata". Vani sono i tentativi di Louis che cerca di metterla in contraddizione con lo spirito del Vangelo. Nel sistema mentale dei figli egli è "il povero papà" per cui bisogna pregare molto.
L'indifferenza della moglie spinge Louis alla dissolutezza più volgare. L'idea preconcetta che ogni donna sia mossa dall'interesse gli vieta d'impegnare i propri sentimenti: «Pago tutto in contanti ... mi è insopportabile il pensiero di dovere la pur minima somma». Sincero è l'affetto, non corrisposto da parte di Louis, di una sua assistita. Egli soffoca appena nati i desideri del cuore per cedere al solo piacere di possedere: «Era una cosa mia. Il gusto di possedere, usare, abusare si estende anche agli esseri umani. Avrei dovuto avere degli schiavi».
Chiuso nella sua solitudine e straniero nella sua stessa casa Louis si dedica interamente alla professione conquistando in breve tempo onori e ricchezze. «Non ti eri accorta che a meno di trent'anni ero diventato un civilista oberato di lavoro e già salutato come un giovane maestro del foro più celebre di Francia dopo quello di Parigi». A consacrarne la gloria fu il processo Villenave: una madre si era autoaccusata di un'azione criminosa non commessa per salvare il figlio. Prevaricando la volontà dell'imputata, Louis aveva trovato la chiave del mistero «nello sguardo imperioso con il quale la madre covava il figlio». Movente del crimine: la gelosia che provava per il padre troppo amato. Questa splendida prova di amore incondizionato dà al protagonista la misura della sua solitudine. Louis si sente più che mai il mal aimé per il quale nessuna donna sarebbe disposta a sacrificarsi. Egli rimprovera soprattutto alla moglie di non averlo guarito dalla «tara di guadagnare molto» sacrificando al denaro le ambizioni letterarie e politiche.

Marie e Marinette

La figlia e la cognata riescono a fare breccia nel muro di odio che «questo padre nemico dei suoi»aveva eretto attorno a sé. Marinette, vedova del barone Philipot, è accolta dalla sorella nella casa di campagna di Calèse. Con la tirannia del vecchio marito impostole dalla famiglia, Marinette si è sbarazzata di tutti i preconcetti borghesi su cui riposa l'etica dei Fondaudège e trova un alleato nel cognato. Il loro atteggiamento anticonformista nasce da un movente comune: l'avversario da sconfiggere è Isa che, agli occhi della sorella, continua ad essere il simbolo oppressivo della famiglia. L'amore che potrebbe nascere tra i cognati è favorito dal sordido interesse per una eventuale eredità che resterebbe in famiglia. «Erava-
te contenti che io distraessi Mari-nette». Per una sorta di affinità elettiva le loro anime sono all'unisono davanti allo spettacolo dell'azzurro infuocato nel meriggio d'estate. Una forza misteriosa spinge Marinette a cercare lo sguardo di Louis «come inconsciamente l'eliotropio cerca il sole». Il fuoco della passione latente è pronto a scoppiare con la complicità di una passeggiata notturna: «Quanti visi uniti in quell'ora, quante spalle ravvicinate ( ..) Vedevo nettamente una lacrima brillare sulle sue ciglia. In quella immobilità, di vivo c'era soltanto il suo respiro». Louis respinge sul nascere un disegno diabolico: fare di Marinette lo strumento di vendetta nei confronti della moglie. Ad allontanarlo dalla cognata è la consapevolezza dell'odioso gesto che stava per commettere: «Mi salvò forse la vergogna che ne provai».
La partenza improvvisa di Marinette scivola quasi impercettibilmente sul filo dei ricordi per cedere il posto alla scena straziante della morte di Marie, la figlia adorata, la sola che non avesse paura del padre. Rannicchiandosi nelle braccia paterne permette a Louis di accedere a quella «zona di purezza e di sogno» dalla quale si sentiva escluso. È il simbolo della freschezza e Louis respinge con veemenza le accuse della moglie soprattutto quella di averla dimenticata in fretta. Dì fronte alle sue spoglie Isa e Louis assumono due atteggiamenti antitetici: la madre si aggrappa disperatamente a quella «carne che stava per essere sepolta», mentre per il padre, l'incredulo, al quale la piccola Marie sul letto di morte ha fatto dono della sua sofferenza, la morte della figlia ha il valore di un semplice distacco: «Sentivo dinanzi a ciò che restava di Marie tutto il significato della parola "spoglia". Avevo la sensazione irresistibile di una partenza, di un'assenza».
Per il mal aimé il destino non può riservare che l'illusione della felicità. Dopo tanti dolori la via dell'introspezione è il segno premonitore di un vuoto che aspetta di essere colmato.

Luc e l'abate Ardouin

Agli occhi di Louis, sordidamente avaro e per sua stessa ammissione «dannato sulla terra», la purezza è una grande e rara virtù. Se la piccola Marie incarna la freschezza, Luc è il simbolo della purezza inconsapevole. Questo cattivo scolaro debordante di vitalità trova comico il terrore ispirato dallo zio, «lo spauracchio» della famiglia. È in perfetta armonia con la natura «perché egli stesso era la natura, era confuso in essa, era una delle sue forze. Era una sorgente viva tra le sorgenti». Con l'avvicinarsi della guerra cresce nello zio l'inquietudine di perderlo. L'esile figura del ragazzo, resa ancor più fragile dall'uniforme troppo grande, gli appare come circondata dall'alone dei Predestinati. «Era preparato per la morte, era pronto, simile agli altri, senza un segno di distinzione, già scomparso». Il generoso slancio di offrire al nipote del denaro (quanto egli abbia di più caro al mondo) allegramente rifiutato, lo conferma nel convincimento di amare in Luc quanto gli è sempre mancato: il disinteresse. Luc si ritrova a declinare con la cuginetta Marie il privilegio eccezionale dell'innocenza: esseri perfetti che fanno conoscere agli altri la misura della loro imperfezione. «In quello che chiamavi "il piccolo bruto" era la piccola Marie a rivivere in me».
Tra i pochi eletti, degni interpreti della religione d'amore, vi è l'abate Ardouin precettore dei ragazzi durante le vacanze. Questo giovane «vestito di nero, miope, molto timido» non crede nel male e possiede il dono di leggere sino in fondo anche nell'animo più chiuso. Rivolge a Louis, che nella cattiveria sembra aver trovato una ragione di vita, parole inaudite: «Lei è molto buono». Sono accolte con sarcasmo ma Louis non può impedirsi di provare un sentimento di profonda empatia nei confronti del seminarista. «Sapevo che sotto il mio tetto un povero viveva, all'insaputa di tutti, secondo lo spirito di Cristo».

Verso il distacco

La durezza di un tempo al contatto di queste creature accomunate dal dono dell'innocenza e della santità si stempera in un nuovo equilibrio tra le passioni e la volontà di domarle. L'accettazione dei dolori, che sotto il groviglio di vipere hanno scavato nel cuore di Louis la via all'introspezione, sono il preludio verso l'ineluttabile resa cristiana. In una notte tempestosa egli osa gettare lo sguardo al di là di quella barriera di odio che egli aveva eretto perché la verità potesse infine brillare in tutto il suo splendore. Si abbandona così alla forza del Cristo che lo trascina e contro la quale egli aveva lottato invano. «Questa sera eccomi diventato estraneo a ciò che era nel senso più profondodella parola il mio bene. Non so chi mi abbia liberato... Le gomene sono rotte, Isa, e io vado alla deriva. Quale amore mi trascina? Una forza cieca? Un amore?».
L'illusione della salvezza accarezzata nella notte della tempesta, crolla la sera in cui Louis sorprende un complotto dei familiari che decidono d'internarlo in una clinica prima che possa disporre diversamente della sua fortuna. Per Louis è una rivelazione improvvisa: «Erano loro i mostri ed io la vittima». Si dissociano dal diabolico disegno la moglie Isa e la nipote Janine. A questo punto i coniugi dopo quasi cinquant'anni di vita in comune si trovano per la prima volta l'uno di fronte all'altra. È una delle più belle pagine del romanzo. Isa e Louis trovano finalmente la forza di rompere il silenzio e di guardarsi in faccia con occhio nuovo, senza reticenze. Isa appare distrutta senza più nulla se non l'avidità dei figli. In questa vecchia signora stanca e sola Louis ritrova la fanciulla in bianco della Valle del Lys. Le lacrime che scorrono sulle vecchie mani vengono dal passato, dalle lunghe notti insonni e solitarie. 4 miei figli! Se penso che da quando abbiamo deciso di dormire in camere separate, mi sono privata per anni della gioia di averne qualcuno con me la notte, persino quando erano ammalati, perché attendevo, speravo che tu venissi». Sono una confessione d'amore e un rimprovero indirizzati a chi in ogni parola e in ogni gesto non ha voluto cogliere che nutrimento e stimolo al proprio rancore. «È possibile, durante circa un mezzo secolo, osservare un solo lato della creatura che divide la nostra vita? (...) Tendenza fatale a semplificare gli altri?».
Queste parole turbano profondamente Louis che, alla vista del cerchio disegnato dalle poltroncine dove aveva complottato la famiglia, non sa però rinunciare ai propositi di vendetta. «In una sera in cui avevo represso l'orgoglio ho paragonato il mio cuore a un groviglio di vipere. No, no: il groviglio di vipere è fuori di me».
Louis cerca allora di consegnare l'intera sua fortuna a Robert il figlio naturale che scopre essere connivente con i legittimi eredi. La notizia della morte d'Isa sconvolge tutti i suoi piani. Rientrato precipitosamente a Bordeaux ha la prova inattesa di una moglie innamorata, gelosa della sorella e che ha molto sofferto per lui. Ancora una volta l'ironia della sorte gli impedisce di aprire il suo cuore dopo avere letto sino in fondo in quello degli altri. Si scioglie così il nido di vipere che ha avvelenato l'intera sua esistenza. «Sentivo, vedevo, toccavo la mia colpa. Essa non consisteva soltanto in quell'orrendo groviglio di vipere (...) ma nel rifiuto ad andare al di là di quelle vipere».
Nel momento di fissare la verità, decide di liberarsi del caduco, del vano. Attanagliato dal rimorso, Louis dona tutte le sue ricchezze ai figli e si ritira a Calèse con la nipote Janine abbandonata dal marito.
Giunto alla fine della sua vita egli comincia a sentire in tutta la sua pienezza il mistero della Croce. «Ci vorrebbe una forza, mi dicevo. Ma quale? Qualcuno, sì qualcuno in cui poter raggiungere tutti e che fosse il garante della mia vittoria interiore».
L'ipotesi della salvezza che si era profilata nella notte della tempesta diventa una certezza nel momento in cui Louis, sorpreso dalla morte, reclina il capo sul suo diario consegnandovi le parole della ritrovata fede: «Quest'amore di cui conosco finalmente il nome ador...».
Tutto il Groviglio di vipere è percorso da questo anelito religioso, dalla non rassegnazione alla notte anche se la salvezza è accordata all'ultima ora. Forse più di ogni altro romanzo tende a illustrare compiutamente lo scopo primo della ricerca letteraria di Mauriac: il ritratto dell'uomo divorato dalle passioni, in preda ai rimorsi ma già sfiorato dalla luce vivificatrice della grazia divina.

NOTE

1) Cattolici disubbidienti, la prima parte si riferisce a Georges Bernanos, cf. Notiziario della Banca popolare di Sondrio n. 106, aprile 2008, pp. 126-127.
2) Per la lettura del romanzo in lingua originale si consiglia l'edizione tascabile (Livre de poche) facilmente reperibile.
Queste le edizioni italiane del dopoguerra, tutte con traduzione di Mara Dussia: 1952, Mondadori, Collana "Medusa" (2. ed. 1953, 3. ed. 1957); 1960, Mondadori, "I libri del pavone"; 1964, UTET, "Scrittori del mondo. I Nobel", insieme ad altre opere di M. e con prefazione di Carlo Bo (rist. 1974, 2. ed. 1978); 1966, Mondadori, "Oscar" (2. ed. 1970, 3 ed. 1972, e successivamente in varie sottocollane fino alla 7. rist. del 1994); 1982, Club del libro; 1985, Euroclub, "Grandi libri".
3) Per un'analisi più approfondita cf. Leo SCHENA, Per un approccio al "Nueud de vipères" di François Mauriac, Vita e Pensiero (Coll. Corsi Universitari), Milano, 1982, pp. 240.

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