Nel giardino senza eroi

Søren Kierkegaard

Elena Alessiato


Secolo XIX, Danimarca: una monarchia piccola e periferica rispetto alle sedi europee in cui si disputavano le sorti del mondo, una penisola del Nord che vedeva convivere la diffidenza tipica della sedentarietà contadina con il dinamismo aperto e inventivo dato da una lunga tradizione di fermenti commerciali, azzardi capitalistici e sogni navali. A Copenaghen, originario villaggio di pescatori evolutosi in centro nevralgico dei commerci nordici, nasce nel 1813, settimo e ultimo figlio di un contadino arricchitosi con il commercio, uno degli intelletti destinati a lasciare un segno incancellabile nella storia del pensiero umano. Un cervello fino dalla sensibilità rivoluzionaria: Søren Kierkegaard.
Poco è noto della sua biografia perché in essa poco accade: una vita trascorsa quasi completamente nella capitale danese, tranne alcuni viaggi a Berlino;una misteriosa confessione del padre che lo ossessiona come un "pungolo nella carne"; gli studi di filosofia e teologia e un fidanzamento durato pochi mesi con Regina Olsen, poi interrotto dal tormentato pensiero di non essere adatto alla vita matrimoniale bensì a quella religiosa, proposito che anch'esso terminò in un nulla di fatto.
Ciò che rende Kierkegaard interessante e indimenticato è piuttosto l'intensità della sua vita interiore, l'approccio innovativo del suo pensiero, portato a rigettare ogni nozione con generiche pretese di universalità per concentrarsi invece sul valore del singolo individuo; lo stile combattivo e graffiante dei suoi scritti, volti a denunciare i limiti del provincialismo urbano, la superbia degli eruditi e le storture bigotte della religiosità clericale.
Il testo che presentiamo, uno dei suoi meno noti e di cui ricorre quest'anno il 160° anniversario di pubblicazione, costituisce un brillante esempio della capacità di osservazione e diagnosi storica del filosofo e attesta la sua lungimiranza nell'individuare alcune tendenze sociali, culturali e politiche con le quali ancora oggi proprio noi, cittadini del XXI secolo, siamo chiamati a fare i conti.
Si tratta di Una recensione letteraria (1846), scritta in pochi mesi e dedicata alla novella Sogno e realtà. Due Epoche. L'autore della novella aveva celato la propria identità ricorrendo a uno pseudonimo. In verità era una donna e si chiamava Thomasin Gyllembourg, figlia di un ricco commerciante e sposa giovanissima dello scrittore repubblicano Peter A. Heiberg, dal quale si era separata per unirsi in seconde nozze a un barone svedese in esilio. A differenza dei suoi concittadini, ignari della vera identità della scrittrice per un decennio ancora dopo la sua morte, Kierkegaard ne era al corrente, essendo stato in gioventù un assiduo frequentatore di casa Heiberg e del circolo intellettuale formatosi intorno alla donna e a suo figlio, il quale ben presto si distinse come una delle figure di riferimento della cultura letteraria danese del tempo. Il filosofo lesse sempre con interesse gli scritti della Gyllembourg arrivando a considerarla come la penna più rappresentativa della società danese di allora.
Kierkegaard tuttavia si decise a recensire la novella non solo per esprimere alla scrittrice la propria personale ammirazione ma anche per "regolare i conti" con suo figlio, Johan Ludvig Heiberg, il quale in alcuni scritti aveva espresso pareri approssimativi e superficiali sulle opere del filosofo, tali da urtarne la suscettibilità. Indispettito e fiero, Kierkegaard progettò una vendetta lenta ma prolungata, sfumata con i toni dell'ironia e diluita nella forma di una sofisticata comunicazione indiretta. Di essa fa parte anche Una recensione letteraria, alla quale Kierkegaard affidò la difesa della propria posizione approfittandone come di un'occasione propizia per “punzecchiare» l'avversario o, come un critico ha scritto, per «parlare a mamma perché figliolo intenda».
Nella propria recensione Kierkegaard prende infatti lo spunto per criticare la propria epoca che gli appare fiacca e svogliata, sonnacchiosa, dominata dall'inerzia e dal vizio di rimandare ogni azione significativa sotto l'alibi della necessità di ponderare adeguatamente la situazione. L'eccesso di ragionevolezza paralizza il pensiero e la volontà di agire, l'aumento delle comodità materiali costruisce un cuscino su cui coltivare la propria apatia.
La tendenza dominante a livellare ceti, condizioni economiche e modi di pensare induce gli individui a rinnegare l'essenza originale e irripetibile della propria personalità e a colpevolizzare quella altrui come un atto di superbia. La socialità del tempo moderno si tinge del grigiore dell'invidia: “L'invidia si erige a principio della mancanza di carattere, che dal bassume vuole strisciare su fino ad essere qualcosa, sempre coprendosi coll'ammissione di essere niente del tutto».
Nella confusione dialettica e semantica strillata sui giornali scandalistici (e oggi, noi diremmo, in televisione) si alterano i confini del pubblico e del privato e i giudizi si affidano a nuovi parametri: la discrezione viene scambiata per inadeguatezza e la prolissità verbosa per erudizione, la sovraesposizione giornalistica (e mediatica) viene istintivamente recepita come garanzia di contenuto mentre la riservatezza trasmette un messaggio di goffaggine e vecchiume.
Le categorie della modernità rintracciate da Kierkegaard sono certo poco lusinghiere: la chiacchiera, la superficialità, la mancanza di forma e di compostezza, la civetteria dell'inconsistente, la cavillosità del ragionamento accompagnata da un corrosivo scetticismo, la mania di 'agire per principio” come paravento della mancanza di una autentica idealità. La società moderna – afferma Kierkegaard – chiacchiera di tutto perché non ha nulla di sostanziale da dire, disperde le energie nell'attesa spasmodica dello scoop, vive altalenante tra sensazionalism i presto dimenticati e atrofizzanti calcoli di precauzione.
Ma ciò che di essa salta soprattutto all'occhio è la tendenza a fare dell'apparire la condizione fondamentale dell'esistere. Ben prima dell'avvento dell'era televisiva, che ha solamente accentuato questo trend, il filosofo di Copenaghen ha chiaramente scorto e denunciato la smania di protagonismo ed eccentricità che investe l'epoca moderna: essa assolutizza la dimensione estetica elevandola a principio di valore e a criterio discriminante tra ciò che è degno di attenzione perché coronato da un momentaneo successo e ciò che invece, indipendente dal suo autentico contenuto, non incontra i favori del pubblico, non sa accattivarsi l'attenzione dei critici o non soddisfa i requisiti della moda, ed è dunque destinato alla generale trascuratezza.
Il senso nobile della vista, dal quale gli antichi filosofi facevano metaforicamente iniziare ogni meditazione intellettuale,viene distorto e banalizzato nella presuntuosa ossessione di essere visti e farsi notare per ogni merito vero o presunto. Allo stesso modo il rapporto tra la dimensione esterna e quella interiore viene ribaltato in una proporzionalità irragionevole e strampalata in base alla quale viene riconosciuto significativo e importante, se non addirittura in diritto di esistere, solo ciò o colui che si distingue per la bellezza e per un esibizionismo anticonformista, per i beni che ostenta e per il numero di menti che con essi è in grado di impressionare.
Nella Copenaghen di metà '800 il simbolo del progresso e della modernità era rappresentato dai Tivoli Gardens, un giardino dei divertimenti situato poco fuori dalle antiche mura di Copenaghen, aperto nell'estate del 1843 su iniziativa di un facoltoso uomo d'affari danese, George Carstensen. Motivato dal loro ideatore quasi come una forma di carità collettiva, ossia come l'occasione di garantire svago e divertimento a prezzi accessibili a tutti, questo luna park di enormi dimensioni era guardato con sospetto da molti altri, tra cui Heiberg, che vi vedevano uno dei massimi incentivi alla massificazione di gusti e abitudini, una trovata consumistica e monetaria oltre che una grave minaccia alla morale tradizionale.
Nel nostro discorso sulla Recensione letteraria di Kierkegaard i Tivoli Gardens si prestano a essere utilizzati come una cartina di tornasole per esemplificare i diversi possibili atteggiamenti che si possono assumere nei confronti della modernità e delle sue manifestazioni. Da una parte un moderato favore e un entusiasmo rassegnato all'inevitabilità del progresso. È la reazione di un personaggio della novella, Charles Lusard, quando dopo anni di assenza arriva in città e scorge nei Tivoli Gardens il simbolo di un'epoca nuova, di una Copenaghen trasformata da provinciale e periferica in una città moderna e cosmopolita. Dall'altro lo scetticismo di chi guarda con perplessità a queste nuove forme di aggregazione di massa senza però sbilanciarsi in giudizi troppo marcati. È l'atteggiamento della Gyllembourg, che sembra considerare Tivoli come un fenomeno moralmente neutro, né bene né male, dipendendo tutto dall'uso che ciascuno decide di farne. Questo equilibrio denota una fiducia di fondo nelle facoltà razionali e intellettive degli uomini, nella loro capacità di discernimento e di scelta ma ancor più esprime una disposizione ottimistica che crede ancora possibili forme di vita alternative a quelle divenute consuete nell'epoca dei divertimenti di massa, della pubblicità e della spettacolarizzazione globale. Presupposto di quella neutralità è il convincimento che ancora sussistano dei modi validi e praticabili per opporsi al flusso della massificazione e del livellamento. Nell'ammettere la possibilità di un "altro", di una alternativa esterna che costituisce un rifugio o una salvezza, la Gyllembourg e suo figlio, ben più critico della madre verso i Tivoli Gardens, tradiscono la medesima speranza.
Molto più pessimista si rivela invece Kierkegaard che sembra scorgere in Tivoli un seducente invito a disperdersi nella folla, una esaltazione della brama di vanità e del gioco del mettersi in mostra per farsi vedere ed essere visti. Dove la scrittrice vede spazi in cui esercitare la libertà e la scelta, il recensore constata l'omologazione e la sclerotizzazione morale, la dispersione della personalità. Contrariamente all'equilibrio avalutativo della Gyllembourg, il filosofo danese avverte il carattere totalizzante e capillare della modernità che “abbraccia e inghiotte l'intero modo di vivere dei suoi contemporanei, senza eccezioni», senza lasciare spazio all'alternativa. Non è un caso che, agli occhi del filosofo, il personaggio più negativo della novella sia la signora Waller, assidua frequentatrice dei giardini ed entusiasta delle sue sfavillanti attrattive.
Nella sua analisi sagace e raffinata Kierkegaard dà prova sorprendente di lungimiranza e perspicacia. Purtroppo. Poiché dimostra di aver riconosciuto e denunciato, con grande anticipo, indirizzi sociali destinati a ingigantirsi nel nostro presente, grazie al potenziamento della tecnica e alla proliferazione dei mezzi di comunicazione.
Un presente che vede accentuate in maniera esponenziale l'ossessione estetica, le tendenze negative della spettacolarizzazione e delle sfide consumistiche e sempre più ridotti gli spazi per il riscatto della coscienza, le opportunità di un dialogo costruttivo e non strumentale, la conquista di un ambito di scelta indipendente.
«Il tempo degli eroi è finito», scriveva Kierkegaard nel 1846. Ma agli albori del terzo millennio, ci basta rassegnarci a un mondo di veline, "Grandi Fratelli" e demagoghi da piccolo schermo?