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Il cammino

verso Dio

Paolo Grieco


«Ho trovato Gesù attraverso le lacrime. Era morta mia madre e avevo vent'anni. Fino allora chi era Dio per me? Un vecchio signore col quale arrangiarsi. Per educazione, di tanto in tanto, andavo alla messa delle undici e quaranta a San Francesco di Sales... Ma, un mattino di febbraio, San Francesco di Sales è diventata la chiesa dove si sono celebrati i funerali di mia madre, i neri funerali di colei che amavo di più al mondo. Restai inebetito, umiliato di sopravvivere, meschino e infelice e abbandonato a me stesso. Dio mi vide perduto e venne». Così Gilbert Cesbron (1913-79) – scrittore francese autore tra l'altro del romanzo Cani perduti senza collare e del lavoro teatrale È mezzanotte dr. Schweitzer – racconta nel diario la sua conversione.
Altri celebri scrittori hanno descritto il momento nel quale la fede ha cambiato la loro vita. Tra questi Thomas Merton (1915-68), un'altissima figura spirituale. Dopo una vita ricca di molteplici esperienze e stimoli intellettuali, una domenica mattina, a New York, Merton rinunciò, senza nessun motivo, all'appuntamento con una bella ragazza ed entrò in chiesa per seguire per la prima volta la Messa. Qui, ascoltando le parole del sacerdote, avvertì il richiamo dell'Eucarestia e si convertì ritirandosi poi nel convento di Getsemani. Le conversioni quindi non avvengono, come si potrebbe pensare, solo attraverso il dolore – che a volte anzi allontana dalla fede – ma per imprevisti e inspiegabili motivi, all'improvviso o lentamente. Dio, come scrive François Mauriac, insegue l'uomo, è sempre in agguato. Entra nel suo cuore e gli indica il senso da dare all'esistenza, colmandola poi di speranza e gioia e Clive Staples Lewis (18981963) – scrittore, secondo non pochi critici, da accostare per valore a Graham Greene, Chesterton, Tolkien, T. S. Eliot – ha in questo senso intitolato la sua biografia: Sorpreso dalla gioia. Ascoltiamo le sue appassionate parole: «Mi si chiedeva la resa totale, il salto assoluto nel buio. La realtà con la quale non è possibile patteggiare... Tutto solo in quella stanza di Magdalen, avvertivo su di me, una notte dopo l'altra, ogni qualvolta la mia mente si distraeva anche un attimo dal lavoro, la ferma inesorabile stretta di Colui che mi rifiutavo di conoscere... mi arresi, ammisi che Dio era Dio e mi inginocchiai per pregare: fui forse quella sera il convertito più disperato e riluttante d'Inghilterra».
La conversione, come la fede, è anch'essa dunque mistero, come del resto lo è la nostra stessa vita e una delle più conosciute preghiere – il Rosario – parla di misteri gaudiosi (la nascita di Gesù), dolorosi (la Passione) e gloriosi (la Resurrezione). L'opera della Grazia e della Provvidenza restano infatti il più delle volte indecifrabili e se non ci si pone in questa prospettiva non è possibile comprendere appieno il cristianesimo.
Pochi però sono coloro che sono stati nella vita "folgorati" da Dio. Dio spesso non risponde alle nostre invocazioni quando il dolore e la disperazione ci assalgono e allora gli interrogativi si susseguono inquietanti. Una poesia di Heinrich Heine (1797-1856), il più grande lirico tedesco dopo Goethe, riportata nell'introduzione del libro del gesuita Ferdinando Castelli Se ci fosse un Dio. Scrittori alla ricerca del senso della vita, dice:
Sulla riva del mare, / deserto notturno, / sta un uomo. L'eterno fanciullo / dal petto ricolmo d'ambascia, / dal cuore gravato da dubbi, / [...] O flutti scioglietemi voi/L'enigma crudele antichissimo, / che nòmasi vita...
Senza Dio la vita umana si trasforma in un deserto spirituale, in giorni trascorsi squallidamente senza speranze, giorni di paura, segnati dal timore di ammalarsi, di morire, di trovarsi senza amore. La scienza – senza voler disconoscere gli enormi progressi compiuti – sembra ignorare tali domande metafisiche, procede altezzosa per conto suo, fornisce istruzioni su come vivere, pensa che bisogni solo attendere per vincere le malattie, ma esistono barriere di fronte alle quali non ha alcuna risposta. L'uomo rimane uno sconosciuto, per usare le parole del celebre libro di Alexis Carrel, anch'egli convertito a Lourdes e premio Nobel per la medicina. Gli scienziati dovrebbero rileggere invece l'ironico romanzo del 1932 di Aldous Huxley (1894-1963) sull'utopia di un Nuovo Mondo nel quale gli uomini sono perfetti, non hanno più bisogni, o le parole di Erich Fromm (1900-80) per il quale la società occidentale contemporanea, nonostante il progresso materiale, intellettuale e politico, è sempre meno capace di condurre alla sanità mentale, e tende a minare invece la sicurezza interiore, la felicità, la ragione, la capacità d'amore nell'individuo, trasformandolo in un automa che paga il suo insuccesso con la disperazione che si cela sotto la frenetica corsa al lavoro e al cosiddetto piacere.

In cammino verso Dio: musica e letteratura

Lo scenario attuale non invita, bisogna riconoscerlo, alle riflessioni spirituali. Le persone della generazione di chi scrive ricordano, per fare un esempio, l'atmosfera del Venerdì Santo negli anni Sessanta, quando il cinema e la televisione trasmettevano in quel giorno film di contenuto spirituale e la pubblicità era bandita. Oggi i giorni della Passione sono come tutti gli altri. Si dirà – come più volte ha fatto Benedetto XVI – che la secolarizzazione ed il relativismo giocano un ruolo determinante; tuttavia, anche nel mondo cattolico, riteniamo che si sia verificato un allentamento della tensione religiosa, a favore di un maggiore, sia pur necessario, accento posto sui gravi problemi sociali del nostro tempo.
Senza soffermarci su questo aspetto, proviamo ad ipotizzare quale potrebbe essere il cammino verso Dio da parte di chi vuole cercarlo.
Esistono pagine di musica di una bellezza così struggente che pare sia Dio stesso a farci ascoltare la sua voce, a rompere il suo silenzio. Il Lacrimosa del Requiem di Mozart, le ultime note scritte dal compositore prima di morire, suscita una commozione che induce in chi ascolta riflessioni trascendenti, così come per la Passione secondo Matteo di Bach, per i Canti Gregoriani, per alcune composizioni di musica barocca (l'Adagio di Albinoni e lo Stabat Mater di Pergolesi). Non bisogna però neppure escludere quei musicisti, come Gustav Mahler, che, pure nella sconvolgente desolazione delle loro opere (Il canto della terra), fanno sentire la disperazione e la solitudine dell'uomo. E dove c'è l'uomo esiste Dio. «L'altro giorno – ha scritto Julien Green – ascoltando musica ho provato l'impressione deliziosa della vicinanza di un altro mondo. Dietro il velo impalpabile esso è lì, il mondo della verità, quel regno di Dio che m'imbarazzava talmente quando ero ragazzo».
Il medesimo discorso vale per la letteratura. Anche qui cogliamo la voce di Dio. Un esempio? Il sublime Sonetto 73 di Shakespeare:
Contempla in me quell'epoca dell'anno / Quando foglie ingiallite, poche o nessuna, pendono. / Da quei rami tremanti contro il freddo, / nudi cori in rovina, ove dolci cantarono gli uccelli / Tu vedi in me il crepuscolo di un giorno, / quale dopo il tramonto svanisce all'occidente, / subito avvolto dalla notte nera, / gemella della morte, che tutto sigilla nel riposo. / Tu vedi in me il languire di quel fuoco, / che aleggia sulle ceneri della propria giovinezza, / come sul letto di morte su cui dovrà spirare, / consunto da ciò che già fu suo alimento. / Questo tu vedi, che fa il tuo amore più forte, / a degnamente amare chi presto ti verrà meno.
Ed ancora Dante, Manzoni, Pascal... Tutta la grande letteratura, insomma, inclusi quegli autori, analogamente per quanto avviene con la musica, non credenti come Albert Camus ne La peste, il suo più famoso romanzo, Anton Cechov, definito da Suslov "il cantore della disperazione", la disperazione e il disincanto che nascono dall'osservazione della miseria degli uomini, dalle loro angosce e solitudini, dai loro inutili sforzi per cercare la felicità tra gli inganni e le delusioni della vita, ma che ha saputo parlare del dovere della solidarietà. Nel Racconto di uno sconosciuto leggiamo: «Nella vita ne ho passate molte, tante, che, al ricordo, la testa mi gira, e adesso ho compreso distintamente col mio cervello e con la mia anima sofferente che l'uomo o non è destinato a nulla, o a una cosa soltanto: un amore di abnegazione per il prossimo. Ecco dove dobbiamo giungere e quale è la nostra missione».
Dove c'è amore c'è Dio. Le parole dello scrittore russo ci ricordano quanti sostengono di non credere, non hanno una Chiesa, ma soccorrono chi si rivolge loro per un aiuto, stanno accanto agli ammalati, a chi soffre. Una famiglia innumerevole di uomini che, senza saperlo, hanno trovato Dio, pur negandolo, uomini più vicini a Lui di molti cristiani praticanti.
Vorremmo concludere questa troppo approssimativa nota sulla musica e sulla letteratura citando il poeta Tagore, un altro premio Nobel, per dimostrare come la Morte, che nella nostra società viene ad ogni costo rimossa e nascosta, possa assumere un risvolto dolcissimo:
Pace, cuor mio, il tempo dell'addio sia dolce. / Non sia morte, ma complemento. / L'amore si sciolga nel ricordo. / Fermati un istante, o Bellissima fine, / e in silenzio dimmi le tue parole ultime.
Anche dove c'è poesia c'è Dio.

Dinanzi al Crocefisso

Per tutti coloro che provano la nostalgia di Dio e che lo cercano, il passo più importante è di recarsi in una chiesa ad osservare il crocefisso. Ce ne sono di bellissimi nelle nostre chiese, oltre ai capolavori dipinti – per fare solo qualche nome – da Mantegna, Holbein junior e Velázquez, che ispirò a Miguel de Unamuno (1864 -1936) uno splendido poema.
La Croce è un'immagine sconvolgente. Racchiude tutte le domande essenziali sulla nostra vita: la crudeltà degli uomini, le ingiustizie, il dolore, la disperazione. Un'immagine inquietante, carica di angoscia, che porta con sé il segno del mistero, della "suprema solitudine" della morte. Soli dinanzi ad una Croce, avvertiamo la nostra fragilità, la nostra impotenza. Siamo costretti a chiederci chi siamo, dove andiamo. Le domande si susseguono senza risposta e verso il Crocefisso si possono persino lanciare atti d'accusa come quello dello scrittore tedesco seduto sulla soglia come un povero che aspetta un'elemosina. lo qui ti attendo».
Wolfgang Borchert (1921-47) nel dramma Fuori, davanti alla porta: «Ma dimmi quando sei stato buono, buon Dio? Fosti buono quando lasciasti straziare dall'esplosione di una bomba il mio bambino di appena un anno?... Non l'hai sentito quando urlava e quando esplodevano le bombe?».
O la testimonianza nel campo di concentramento di Elie Wiesel: «Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto». Dov'era Dio?
Si, il Crocifisso disorienta, procura un senso di sbigottimento. Pensiamo alle pagine della Passione, di un Dio che non giunge da vincitore sulla Terra, che rinuncia a difendersi, che prova l'angoscia nell'orto di Getsemani, la paura della morte, culminata sulla Croce, con il dilaniante grido «Dio, Dio, perché mi hai abbandonato?». Sono le parole del Salmo 22, ma allo stesso tempo la prova dell'inesorabile silenzio di Dio.
Simone Weil (1909-43) – tra le più alte figure spirituali del secolo scorso, ebrea ma molto vicina al cattolicesimo – ha sostenuto che l'Incarnazione non è un intervento di Dio nella storia, ma del suo abbassamento con un processo di umiliazione che raggiunge lo stato più basso: quello della condizione di servo. Il grido di Cristo dalla Croce non sarebbe altro che la prova di questo abbassamento: per un momento anche Cristo ha provato l'amarezza della sventura e l'assenza di Dio. Ancora Simone Weil aggiungeva che l'atto della creazione è un atto d'amore in quanto Dio ha rinunciato al suo potere sul mondo.
Credere non è facile. Richiede una dedizione, un amore che urta con i nostri interessi, il nostro egoismo, costringe ad accettare il silenzio di Dio, ma se fissiamo il Crocefisso, possiamo anche provare l'impalpabile sensazione che qualcuno ci guarda, ci è vicino.
II cammino verso Dio si compone di altre vie che a noi sfuggono, che non siamo in grado di comprendere. Ma se si vuole dare un senso alla nostra vita, non abbiamo altra alternativa che quella di metterci continuamente a cercarLo, come ha scritto Miguel de Unamuno: «Ti ho chiamato, ho gridato, ho pianto, afflitto mille volte. Bussai e non apristi ed ero in agonia. lo resto qui, Signore, seduto sulla soglia come un povero che aspetta un'elemosina. Io qui ti attendo».

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