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I demoni

di Fëodor Dostoevskij

Irving Howe *


L’atmosfera de I demoni è impregnata di spirito farsesco. Già questa è una giustificazione dell’atmosfera di violenta negazione che incombe su tutto il libro. Spirito farsesco per Dostoevskij significa che, pur prendendo sul serio i problemi impostati nel suo romanzo, egli non può fare altrettanto con le persone che devono affrontarli; inconsciamente il suo libro si trasforma in un voto di sfiducia nella società, nel ribollente mondo sotterraneo russo e nel mondo superiore cristallizzato. A nessuno dei personaggi è risparmiato il ridicolo, che risulta più corrosivo di quello di Swift in quanto più specifico, sottile e beffardo. Un romanziere che si proclama paladino dell’ordine costituito e poi burla e fa a brandelli chiunque gli arrivi a tiro, è in sostanza un vero sovversivo. Quando si accinse a scrivere I demoni all’età di cinquant’anni, le opinioni di Dostoevskij erano diventate quelle di un reazionario ma il suo temperamento restava essenzialmente quello di un rivoluzionario.
Il tono farsesco non è fuori luogo ne I demoni, in quanto i personaggi sono persone che fingono. Stepan Trofimovic è un liberale che finge di essere un eroe, un liberale che trema davanti alla sua ombra ed è talmente imbevuto di retorica da non poter distinguere ciò che dice da ciò che pensa. Stavroghin è chiamato Ivan lo Zarevic, il falso zar che regnerà appena i nichilisti avranno trionfato. Dobbiamo questa descrizione a Piotr Verchovenskij, anch’esso un personaggio che finge quando parla in nome del socialismo e tuttavia ammette di essere un imbroglione senza alcun diritto di parlare in nome di niente. E si vedano gli appartenenti a strati sociali più alti - Lembke, il governatore antipatico; sua moglie Julia, prototipo della donna ricca che abbraccia indiscriminatamente le cause dei giovanotti interessanti; Karmazinov, il famoso scrittore, che adula servilmente i rivoluzionari perché desidera essere lodato da tutti - anche loro fingono. E fingono anche Sciatov e Kirillov, le persone più serie del libro, poiché essi fingono di possedere una chiarezza di idee e una risolutezza che di rado son loro proprie, e devono pertanto lottare con le immagini irrealizzabili che hanno costruite di se stessi. Ogni personaggio è una presa in giro delle sue stesse idee; tutti sono alienati da sé nel loro comportamento e febbrilmente irrequieti nel loro pensiero: anche il santo Padre Tichon soffre, significativamente, di un tic nervoso.
Un tono prevalentemente scherzoso, un complesso di personaggi che fingono - e uno scenario di meschinità provinciale. Sebbene Dostoevskij disprezzasse Turghenev e col personaggio di Karmazinov lo attaccasse con estrema violenza, le sue opinioni sul modo di vivere russo sono molto vicine a quelle che Turghenev esprimerà alcuni anni dopo in Fumo, il suo romanzo più occidentalizzante. La città provinciale di Dostoevskij diviene l’emblema della ipocrisia spicciola e dell’ignoranza, di quella grossolanità morale che il Potughin di Turghenev rimprovera a tutta la Russia. La società de I demoni è una società sclerotizzata per mancanza di libertà, andata a male per mancanza di coltivazione. Dostoevskij ribatte continuamente su questo tema in tutto il libro, schernendo, ad esempio, gli «scienziati» russi che non hanno «fatto un bel niente» - sebbene, così aggiunge indirettamente, «questo succeda spesso... agli scienziati da noi in Russia». Quando Piotr Verchovenskij, nel bel mezzo dei preparativi per assassinare Sciatov, si ferma ad un caffè e divora tranquillamente una bistecca cruda, la sua grossolanità sembra assolutamente tipica dell’ambiente russo. E ancor più rivelatore è il passo in cui l’impiegato Liamscin, che fa il buffone per il gruppo di intellettuali che si raduna attorno a Stepan Trofimovic, improvvisa sul piano un duello musicale tra la Marsigliese e Mein lieber Augustin, ed il «valzer volgare» sopraffà l’inno francese. Liamscin intende fare una parodia della guerra franco-prussiana ma si capisce bene che essa è anche una parodia di tutti i Liamscin e che Dostoevskij intende dire: ecco che cosa accade alla nostra Russia provinciale: partiamo con le pretese della Marsigliese e finiamo con l’indolenza di Mein lieber Augustin.
Tono generale, personaggi, scenario - tutto deriva rigorosamente dalla struttura complessiva del libro. «Intendo esprimere certe idee», egli scrisse, «e ogni considerazione d’ordine estetico può andare al diavolo... Anche se l’opera mi diventa un vero e proprio libello, dirò tutto quello che ho nel cuore». Fortunatamente le considerazioni estetiche non poterono essere represse e la lettura del libro è un’esperienza che da un libello non ricaveremmo mai. Dostoevskij si propone anzitutto di dare l’allarme, di ricordare al pubblico colto i pericoli del radicalismo e dell’ateismo occidentali. Ma questo desiderio lo sconvolge talmente, suscita ricordi e sentimenti così ambigui che egli non può mai decidere che cosa sia realmente il nemico - se non un’infuocata incarnazione dell’Anticristo. Sotto un certo aspetto il radicalismo appare come un veleno che scorre nelle vene della società, ma più in superficie diviene uno scherzo da scolaretti, una rozza invenzione senza base sociale né contenuto intellettuale. Questa incertezza di atteggiamento è tipica di Dostoevskij che era egli stesso diviso tra ricerca di Dio e negazione di Dio, reazione panslavista e radicalismo occidentale; e a ciò si devono anche i violenti cambiamenti che uno dei suoi temi-chiave -il concetto di redenzione - subisce ne I demoni. Proprio mentre egli mette in guardia il lettore contro il radicalismo e disprezza il liberalismo, essi si infiltrano ripetutamente nel suo pensiero; il problema dell’ideologia, che altri scrittori proiettano oggettivamente in un azione immaginaria, è per lui un tormento personale.
Alcuni critici hanno sfruttato il substrato politico de I demoni per ricavarne lezioni e tracciare analogie; mi occuperò di loro fra breve; in questo momento vorrei osservare che leggere Dostoevskij come se fosse un profeta religioso o politico - e per giunta dotato di un ben preciso messaggio - significa invariabilmente impoverire il suo mondo poetico di quei contrasti che sono la carne e il sangue della sua arte. Altri critici lamentano che il modo in cui tratteggia i radicali sia ispirato a malevolenza, sia una caricatura dei fatti. Ciò è esatto, e Dostoevskij si è attirato per primo queste critiche con lo scrivere ad Alessandro III che I demoni erano uno studio storico del radicalismo russo. Ma pur essendo esatta, questa critica non ha un grande peso; una caricatura dei fatti può benissimo rivelare la verità, ed è precisamente come caricatura - prima ho parlato di spirito farsesco del libro - che il romanzo deve esser letto.
I rivoluzionari finiscono forzatamente per aver le stesse tare della società che essi vorrebbero trasformare. I seguaci di Piotr Verchovenskij sono esattamente quello che era prevedibile trovare negli abissi di quella Russia autocratica in cui non si poteva respirare: sono piccoli burocrati che hanno voltato gabbana, tangheri provinciali desiderosi di idee nuove e di biancheria pulita. Ed anche nei suoi momenti di maggior cattiveria Dostoevskij non lo dimentica mai; egli sa che gli Stavroghin, gli Scigalov e i Verchovenskij sono parte integrante della Russia da lui esaltata e le piaghe della Russia sono le sue stesse piaghe.
Il concetto che Dostoevskij ha dei radicali russi è evidentemente limitato: egli non sa quasi nulla dei terroristi-populisti della Narodnaja Volja né di quei marxisti che cominciavano appena a farsi vivi in Russia all’epoca in cui egli scriveva il suo libro. Ma, sia pure in modo distorto, nel descrivere il gruppo dei cospiratori de I demoni, egli attinge alla storia russa e alla sua esperienza personale.
Nella sua giovinezza, Dostoevskij aveva fatto parte di un circolo culturale di Pietroburgo, chiamato "Circolo Petrascevskij" dal nome del fondatore, che si riuniva per discutere progetti utopistici per la rigenerazione della società. Dostoevskij si impegnava in queste discussioni molto più a fondo di quanto generalmente si supponga, e quando vari membri del Circolo si riunirono per formare una società rivoluzionaria segreta, egli vi aderì. Tutti sanno come andò a finire: arresti, finte esecuzioni umilianti, anni passati in Siberia. Al suo ritorno a Pietroburgo dieci anni dopo Dostoevskij, coi lineamenti spirituali lacerati e trasformati, non era più un radicale, pur non essendo ancora il reazionario inasprito dei suoi ultimi anni. Dalla frequentazione dei «petrascevskijsti» egli trasse anzitutto un’esasperata consapevolezza della distanza che passa tra i paroloni e l’impotenza sociale: ne I demoni egli ricorda continuamente questo ai radicali; e ne ricavò poi una chiara visione di quella monomania che investe completamente oppure sfiora ogni movimento politico: poche cose nel romanzo sono più buffe o più patetiche di quella ragazzina dalle guance rosa sempre pronta, sia che si trovi ad un comizio radicale che ad una festa dal governatore, con il suo discorso di rito: «Signore e Signori, sono qui per richiamare alla vostra attenzione le sofferenze dei poveri studenti...»
Dopo l’affare Petrascevskij, la Russia diventò una tomba dal punto di vista intellettuale, e fino al decennio 1860-70 non si manifestò alcuna opposizione politica attiva. Era inevitabile che parte di questi oppositori, schiacciati dalla sensazione della propria futilità, diventassero terroristi. La figura più straordinaria di questo periodo è quella di Serghiei Neciajev, un intellettuale senza radici di origine plebea. Insignificante come socialista o teorico anarchico, Neciajev si affermò facendo sua la morale della polizia zarista, con qualche reminiscenza del Machiavelli e di S. Ignazio di Loyola; il suo famoso Catechismo del rivoluzionario è una formulazione classica del concetto di amoralità in quanto metodo politico. Esso inizia con la frase sorprendente: «Il rivoluzionario è un uomo votato alla morte», e continua con un elenco delle tattiche di cui si deve servire: il terrore, gli incendi dolosi, il doppio gioco, lo spionaggio a danno dei compagni. Da vero giacobino in ritardo, privo di radici e senza fiducia nel popolo, deciso spregiatore dei «signori che giocano al liberalismo», Neciajev sublima la disperazione in ideologia. Ma egli è anche un uomo di grande coraggio, e la storia della sua vita è piena di straordinarie fughe, inganni e sacrifici personali, culminante in dieci anni di cella d’isolamento, durante i quali egli non crollò mai.
Nel 1869, mentre stava organizzando dei gruppi rivoluzionari, Neciajev.
si accorse che uno dei suoi discepoli, Ivanov, metteva in forse il suo diritto ad essere il rappresentante russo in un Comitato segreto rivoluzionario. Ivanov aveva ragione perché Neciajev faceva la commedia per darsi delle arie d’autorità; ma dei due fu Ivanov che ci rimise la vita. Per liquidarlo e legare a sé gli altri membri del gruppo con la catena della colpa, Neciajev progettò l’assassinio di Ivanov. È
questo l’episodio che ispirò Dostoevskij per lo sfondo politico deI demoni. Piotr Verchovenskij è il sosia di Neciajev, un sosia in cui un coraggio spropositato è stato ridotto alla misura della farsa.
In verità, finché la Russia rimaneva autocratica ed isolata, che cosa poteva esprimere se non dei Neciajev? Le ribellioni russe sono sempre state ritagliate nella stoffa della disperazione. Anche nella rivolta decembrista del 1823, che fu un movimento di ufficiali e di nobili i quali volevano costringere lo zar a concedere una costituzione, si manifestò un’estrema sinistra chiamata la Società Meridionale che sotto certi rispetti precorreva il pensiero di Neciajev. Il suo capo, Pestel, aveva messo insieme un programma in cui si chiedeva la sostituzione dello Zar con una dittatura militare, ed aveva articolato l’organizzazione in una rigorosa gerarchia con tre categorie di membri, dai capi cospiratori a coloro che obbedientemente lavoravano nell’ombra.
Questi episodi della storia russa risvegliarono l’interesse di Dostoevskij all’epoca in cui scrisse I demoni, poiché secondo lui essi denunciavano quel fatale distacco dal popolo che spinse gli intellettuali verso l’errore del socialismo. Tuttavia sarebbe erroneo dire che una mentalità reazionaria subentrò al suo primitivo radicalismo. Egli non cambiò idee ma piuttosto le arricchì con dei ripensamenti; il radicalismo non scomparve; fu ricoperto da vari strati di reazionarismo che lo fecero cristallizzare. Essendo la sua concezione della vita essenzialmente popolaresca ed avendo egli una comprensione istintiva per le istanze di una intellighenzia composta di straccioni, Dostoevkij non poté mai diventare un ottuso conservatore.
Egli ben ricordava che cosa volesse dire aver fame ed esser senza casa, infelice e solo; e se non sempre riusciva a distinguere tra l’alienazione nei confronti dei suoi simili e quella nei confronti di Dio, non dimenticò mai che, sotto qualsiasi forma, l’alienazione è una condanna. Egli era politicamente l’opposto di Stendhal, poiché se quest’ultimo era un liberale ma non un democratico, Dostoevskij invece era un democratico senza essere un liberale.
Dietro il suo cristianesimo radicaleggiante e il suo populismo mistico c’è sempre il senso della fratellanza con gli umiliati e gli offesi. I demoni ce ne dà la dimostrazione nel suo complesso, ma forse è il caso di considerarne un particolare brano: Stavroghin si trova insieme al capitano Lebjadkin, suo cognato, il più buffonesco dei buffoni di Dostoevskij. Sta piovendo. Stavroghin offre a Lebjadkin un ombrello. Con voce melliflua Lebjadkin chiede: «Ne sono degno?». Stavroghin risponde: «Chiunque vale un ombrello». E allora Lebjadkin esplode in questa frase: «Tu determini in un solo colpo il minimum dei diritti umani...». Questo passo, col suo tono buffonesco che si approfondisce in un sottinteso tragico, è il segno distintivo della singolarissima arte di Dostoevskij, dello scrittore che una volta dichiarò: «L’uomo è un imbroglione - e un imbroglione è anche chi lo dice».

Da Politics and the novel (1957) trad.it. 1962, Lerici Milano.

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