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Se nel romanzo

incontri l'assassino

Claudio Magris 

Nel suo romanzo La spiegazione dei fatti apparso di recente anche in Italia, John Banville racconta, in prima persona, la storia di un assassinio. Banville è uno scrittore irlandese di levatura assai notevole e il suo romanzo ha una straordinaria intensità, è uno di quei libri che, secondo l'espressione di Kafka, colpiscono come un pugno, ponendo il lettore - con violenza e insieme con pietà - dinanzi all'opaca e struggente indifferenza delle cose.
Dall'Orestiade a Dostoevskij o a Camus, la letteratura non è certo povera di delitti, che appaiono, pur nella loro abnormità - giacché la grande poesia non civetta con il male e non ne attutisce l'orrore -, radicati nel cuore umano quanto le passioni più elementari e universali, la paura, la fame, l'amore. Nella letteratura classica il delitto è visto certo anche nella sua complessità psicologica, che lo collega tortuosamente alle più diverse e ambivalenti posizioni umane, ma è visto soprattutto nella sua dimensione morale; la sua raffigurazione è un Giudizio Universale su chi lo compie.
Quest'ultimo si presenta, malgrado tutte le contraddizioni e le insondabili profondità del suo animo, quale colpevole ossia quale persona nonostante tutto unitaria e responsabile, interamente coinvolta nel gesto che compie e chiamata a risponderne - ad onta di tutti gli smarrimenti, incertezze e sofferenze che può legittimamente invocare a sua discolpa.
Il delitto si inquadra nella parabola di un individuo che, attraverso il suo agire, giunge alla salvezza o alla perdizione o comunque al significato della sua esistenza, al suo destino. Il delitto ha dunque luogo in un universo nel quale esistono una legge etica, un codice e una gerarchia di valori e nel guide esiste una coscienza individuale che, benché lacerata dai propri demoni, mantiene una sua salda unità e un suo giudizio.
Oreste prova rimorso per il matricidio e le Furie, che lo perseguitano, devastano le sua intere personalità e non soltanto alcuni ambiti della sua' emotività e del suo temperamento; l'angoscia che lo incalza non distrugge il suo senso dell'unità del mondo e della sua persona e l'armonia che si restaura con la sua purificazione concerne la totalità del rapporto fra un uomo e il reale. Le streghe non tolgono a , Macbeth la consapevolezza del male oggettivo che egli compie spinto-dai la ro vaticini.
Dostoevskij è sceso sino al fondo della psiche, a quel ribollente e confuso sottosuolo dell'anima in cui il carattere e la coscienza sembrano sciogliersi in un infinitesimale pulviscolo psichico che non conosce il bene e il male così come non li conoscono le contrazioni nervose o gli incubi notturni. Ma perfino Raskolnikov nel delitto è un uomo intero che ne risponde interamente, tanto è vero che per lui c'è la strada del castigo e della sua accettazione, dell'espiazione, della salvezza.
Certo, pure i grandi colpevoli della letteratura classica sono assediati dai fantasmi e rischiano di diventare essi stessi i loro propri fantasmi, di dissolversi e perdersi nell'oscurità di cui coprono il mondo.
Frate Medardus, il protagonista degli Elisir del diavolo di Hoffmann, è posseduto a tratti da un furore omicida, che non solo lo spinge contro gli altri, ma lo precipita pure nelle tenebre della follia, perché il male - che egli compie, o sta per compiere o crede di aver compiuto - è distruzione ossia caos e disordine, come un terremoto, un'eruzione vulcanica, una guerra.
Il delitto, che infligge sofferenza e annienta una vita, sgretola anche la realtà di chi lo compie e assomiglia a qualcuno che fa esplodere la casa in cui si trova. Lottando contro la tentazione omicida, Medardus lotta anche e soprattutto per salvare se stesso, perché seguendo l'impulso assassino egli perde l'unità del suo io, si scinde in una ridda di forsennati sosia, è straziato dall'angoscia di dissolversi in un turbine indistinto di reazioni psichiche slegate da ogni centro.
Ma anche questa lotta di Medardus per non commettere il male e non perdersi presuppone la consapevolezza, ancorché a tratti sommersa dal delirio, della distinzione fra il bene e il male; presuppone una legge morale che rinsalda la realtà e la persona. Le possenti scene in cui la realtà si sfalda nella mente di Medardus lasciano intravvedere un ordine del reale e delle persone che Medardus, in quel momento, sta per perdere e accrescono; con questa dialettica fra il bene e la sua mancanza, il suo dolore
Anche il dottor Jeckyll è scisso e alberga in sé Mister Hyde che può pure prendere il sopravvento e occupare l'intera persona, ma lo sdoppiamento genialmente raccontato da Stevenson presuppone una chiara coscienza del bene e del male, e del naufragio dell'individuo che perde la loro distinzione. Le labirintiche ambiguità della psicologia, indagate senza remore moralistiche, non offuscano la nettezza dei valori morali; l'estrema difficoltà - o talora impossibilità - di definire fermamente il peccato.
L'autore di delitti di cui ci parlano i classici può essere nelle sue sofferenze e nei suoi turbamenti. Di animo nobile, e di destare la simpatia del lettore che lo vuole salvato in extremis, ma non è mai innocente ossia ignaro di dimensione morale e staccato dai suoi gesti , quasi essi non gli appartenessero.
Nella letteratura contemporanea il delitto viene spesso raffigurato come qualcosa di impersonale, che capita a qualcuno come un improvviso rovescio di pioggia che quasi non lo tocca; l'aggressore percepisce l'aggressione quasi allo stesso modo dell'aggredito, come un evento casuale e inaspettato. L'assassino si presenta in una specie di alone di innocenza, l'innocenza di chi non sa e non può capire cosa gli sia successo o gli stia succedendo.
Nel progetto originario di quell'enciclopedia dell'irrealtà contemporanea che è L'uomo senza qualità, Musil voleva che il protagonista fosse Moosbrugger, il maniaco sessuale omicida. Dopo poco il protagonista divenne Ulrich ma Moosbrugger resta un personaggio chiave del grande romanzo. Egli uccide barbaramente una ragazza, ma ciò non toglie nulla alla sua semplicità d'animo e al suo candore infantile, alla bontà che egli ha con tutti e che è simboleggiata dal buon odore di legno che gli rimane addosso dal suo lavoro di falegname, figura che la tradizione ha rivestito di un'aura paterna.
Moosbrugger conosce l'impulso di carezzare un bambino o di uccidere una ragazza ma non conosce il bene o il male. Le sue azioni sono staccate da lui come uccelli da un albero; per lui tutto il mondo è sconnesso, è costituito da fatti isolati, non collegati fra loro. In Moosbrugger non c'è una coscienza unitaria che possa intravvedere una unità del mondo oltre la frantumazione che la
coinvolge; anche, per lo scrittore che narra la sua storia, e che pure conosce l'esistenza dell'impero austrungarico, della matematica e di altri ordini razionali,, dietro quella disgregazione non c'è niente, solo quel caos.
L'omicidio della ragazza non infrange alcun ordine, è quasi come se non sopprimesse alcuna vita;
è semplicemente qualcosa che avviene, come avviene una reazione chimica o la .caduta di un grave.
,N« mondo di Moosbrugger non sussistono il bene e il male; non ci può essere l'itinerario di Raskolnikov, perché non c'è un soggetto unitario, un individuo che possa compiere un itinerario e vivere una storia. La follia dí Moosbrugger non fa di lui un'anomalia, ma rappresenta in modo esemplare quell'indeterminazione morale che Musil considera una caratteristica generale dell'epoca. In questo processo il male sembra a poco a poco indistinto ma insieme totalizzante, è un allentamento di tutte le cerniere che tengono insieme il reale e i principi che lo strutturano; non sembra avere sostanza ma è solo una mancanza indefinita e diffusa.
Le rappresentazioni del delitto implicano spesso la raffigurazione di un mondo i cui dettagli, materiali e psicologici, si slegano da ogni riferimento; il delitto, come in Camus, mette in luce l'assurdità del mondo che non conosce gerarchie né significato. In un mondo siffatto, pure il delitto perde il suo rapporto con la morale e risulta quasi una cartina al tornasole che pone in evidenza l'assurdità del reale e contiene dunque in sé una carica di rivelazione.
Tanta paccottiglia letteraria o cinematografica ha civettato banalmente con questo.carattere demistificante e rivelatore del crimine, un motivo che, come molte banalizzazioni, è di facile e sicuro effetto. Tuttavia anche grandi scrittori che hanno lasciato una indelebile lezione morale, come Camus, si sono confrontati con quello svuotamento della vita che vedevano intorno a loro e del quale il delitto sembrava un casuale e immotivato coagulo.
Anche nel romanzo di Banville l'assurdo assassinio commesso dal protagonista è parallelo alla sua incapacità di inquadrare i particolari della realtà e della vita in un tutto che dia loro significato; la grande forza del libro consiste anzi nella tenera e squallida fugacità con la quale i dettagli, il colore di una sera o un gesto delle mani, occupano interamente Io sguardo, frastornandolo e velandolo, per poi sparire.
In questi libri il naufragio dell'individuo proclamato da Nietzsche, che voleva dissolverlo nell'anarchia dei suoi atomi, appare non già quale garrula liberazione, come vogliono i nietzscheani postmoderni, bensì quale desolazione; l'eclissi delle categorie forti di bene e di male non sembra un'emancipazione ma un amorfo ottundimento, nel quale vittima e colpevole affondano in una comune insignificanza che è il nuovo, impalpabile aspetto del male.
Ma la letteratura non fa prediche, la sua moralità consiste nel raccontare una storia, nel dare testimonianza fedele e precisa sia degli angeli sia dei demoni; stendere impavidi protocolli dell'indistinto che risucchia la vita nel niente è già una buona battaglia contro il niente.

(Corriere della sera, 26 maggio 1991)

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