Gesù.

Perché lo scandalo

dura ancora

Intervista a René Girard

Leonetta Bentivoglio


Lo scandalo di Cristo, sostiene il filosofo René Girard, è inscritto nella natura della Passione. Nella sua nuda, intollerabile crudezza: «Per questo, prima della Passione, Cristo dice ai suoi discepoli: sarete tutti scandalizzati a causa mia». D’altra parte lo scandalo è implicito nell’idea stessa di Dio che si fa uomo, assumendo su di sé la fragilità e i peccati dell’intero mondo: «Eppure i cristiani modernizzati, per trovare un linguaggio che li metta in grado di comunicare con i pagani, cioè con gli atei, hanno dimenticato quell’eversiva violenza. Lo sguardo delle altre fedi sul cristianesimo è dominato dalla convinzione che un credo in cui Dio di-venti uomo manchi di rispetto per Dio. Sono invece certo che proprio in questo nucleo scandaloso sia racchiusa la grande forza del cristianesimo, che sa dirci tanto, o tutto, sull’essenza dell’uomo e sul suo rapporto con la violenza».
Sacralità e violenza sono i temi più cari a quest’antropologo e commentatore di testi sacri, oltre che esperto di psicoanalisi e appassionato studioso di letteratura. Nato in Francia nel ’23 (nel giorno di Natale, come Gesù), e attivo fin dagli anni Sessanta negli Stati Uniti (oggi insegna all’Università di Standford), Girard è un umanista la cui scrittura vive di un respiro trasversale, estraneo ad ottiche di erudizione specialistica. I suoi libri più noti, in Italia, li ha pubblicati Adelphi: La violenza e il sacro, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Il capro espiatorio, L’antica via degli empi, Shakespeare. Il teatro dell’invidia e Vedo Satana cadere come la folgore, espressione presa dal Vangelo di Luca, in cui sviluppava l’idea più coltivata nei suoi scritti: la centralità del meccanismo del capro espiatorio e l’unicità del messaggio cristiano, capace di opporvisi decretando l’innocenza della vittima. Per Raffaello Cortina è uscito di recente Origine della cultura e fine della storia, che torna sul rifiuto della sacralizzazione della violenza da parte del cristianesimo (proclamando il valore dell’innocenza, offrendo l’altra guancia) come base della nostra civiltà.
Ortodosso nella sua scelta di fede (è stato definito «l’Hegel del cristianesimo»), Girard racconta di aver amato molto il film di Gibson su Gesù, «prima rappresentazione autenticamente realista, dunque scandalosa, della Passione. Trovo formidabile che il modo in cui vi viene narrata abbia provocato indignazione e polemiche. C’è chi ha scritto che è indecente abbassare il grande e sublime profeta, Gesù, al rango di vittima. Eppure è solo così che si torna alla vera definizione di cristianesimo. Il che dimostra la potenza del film, oltre a indurci a constatare che l’unica arte odierna davvero viva è il cinema, in opposizione al falso realismo che ci circonda».

Cosa intende per falso realismo?
«Negando l’unicità del reale, dunque l’aderenza della forma artistica ad aspetti di realtà, tutta l’arte moderna è anti-realista. Non così è stato in altri secoli. Certi Cristi spagnoli, come certe Crocifissioni nordiche - penso a La Salita al Calvario di Bruegel - mostrano le persone intorno al Cristo nella loro miseria e bruttezza. Riscoprire una rappresentazione realista brutalizza gli sguardi. Non a caso Gibson dice di essersi ispirato a Caravaggio. Ma spingendosi più in là, perché il cinema tempo reale, e distruggendo d’un colpo i tanti Cristi zuccherosi di Hollywood. Anche il Cristo di Pasolini, che alla vicenda sovrapponeva una falsa audacia, inserendo elementi sessuali e modernisti, non aveva senso. La Passione di per sé, pura e semplice, è ben più scandalosa».

Qual è la figura di Cristo restituita dai Vangeli?
«Proprio quella della vittima, anche se i Vangeli non hanno ancora una qualità realista, perché l’approccio realistico, nel testo letterario, all’epoca non esisteva. Tuttavia gli studiosi hanno dimostrato che i Vangeli sono più realisti della parallela letteratura dell’epoca, come quella romana. Sanno evocare con dettagli concreti l’interrogatorio del gran sacerdote, la corona di spine, la tragedia della flagellazione... Ma una cosa è dire, un’altra è mostrare agli occhi».

E il Cristo dei Vangeli apocrifi?
«Non ce n’è uno solo. Ce ne sono tanti quanti ne produsse la straordinaria rivoluzione del cristianesimo, che generò, anche tardivamente, numerose tendenze diverse. C’è chi ha soppresso del tutto la Passione, o chi, come gli ariani, ha detto che Cristo non era Dio. Quella che viene chiamata gnosi cerca sempre di sfuggire allo scandalo di Dio fatto uomo, e come tale pronto a soffrire. Sono convinto che gli unici, veri Vangeli siano i quattro ortodossi, portatori del cristianesimo che ha mostrato l’umanità della violenza, che se non è delimitata dai testi, se viene lasciata libera, può inventare false divinità, come Dioniso, o le varie divinità arcaiche».

Come decidere che un testo è più attendibile di un altro?
«Non c’è niente di definitivo e razionale. È una scelta legata a un’intuizione. Io credo ai grandi Concili, che definirono l’ortodossia sconfiggendo l’eresia ariana. Compresero lo scandalo del cristianesimo e lo accettarono. Espressero in prospettiva intellettuale l’enormità della Croce e del Dio ucciso dagli uomini».

Che cosa l’ha condotta a una scelta tanto ortodossa?
«Al cristianesimo giunsi intorno al 1960. Prima ero un materialista, come tutti. La mia conversione è stata un processo legato al mio lavoro, sviluppatosi con lo studio dei testi sacri. Il cristianesimo ha insegnato che la storia ha un senso, e, a livello più profondo, che le rivalità possono essere risolte fuori dai meccanismi sacrificali. Conservare questo messaggio è il solo gesto rivoluzionario possibile in questo nostro nuovo millennio».

La Repubblica 10 marzo 2004