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La dimensione sociale

della carità

nella mentalità

e nella prassi pastorale

degli SDB

Juan E. Vecchi

PREMESSA

Lo sviluppo di questo punto puó prendere strade molteplici. Eccone alcune, per cenni, ma sulle quali non intendo indugiare:
- l'attenzione e operosità sociale di Don Bosco e l'incidenza sociale delle sue iniziative attraverso il coinvolgimento dei pubblici poteri, di gente facoltosa, media e modesta nelle sue imprese;
- il senso sociale connaturale, quasi interno, alla vocazione salesiana medesima in quanto carisma apostolico situato nel campo dell'educazione dei più poveri in ambienti popolari;
- quello sviluppo tradizionale della dimensione sociale nella nostra educazione indicato sinteticamente nell'espressione "il buon cittadino";
- l'originale collocazione di don Bosco e, dunque, dei salesiani di fronte ai poteri, vicende, sistemi e intrecci politici: fare del bene a tutti, rimanere estranei agli schieramenti e fazioni, rivendicare e dare il dovuto, mantenersi liberi per un miglior servizio ai giovani e al popolo.
Su questi punti ci sono documenti dottrinali di vasta portata e interventi di governo. Possiamo ricordare i nn.67-78 del CGS 20 (1971) "l'impegno dei salesiani per la giustizia nel mondo". Il tutto viene concentrato in queste espressioni dell' art. 33 delle Costituzioni: "Don Bosco ha visto con chiarezza la portata sociale della sua opera. Lavoriamo in ambienti popolari per i giovani poveri....contribuiamo alla promozione del gruppo e dell' ambiente rimanendo indipendenti da ogni ideologia e politica di partito".
Queste prospettive sono importanti, ma già sufficientemente illuminate e ribadite.
Ci sono invece due punti da esplorare seguendo il suggerimento del titolo dato a questa comunicazione.
Su di essi ci fermiamo scegliendo una presentazione problematica piuttosto che soltanto espositiva.

MENTALITÀ DEL SDB CIRCA LA DIMENSIONE SOCIALE DELLA CARITÀ

Il primo punto verte sulla mentalità attuale del salesiano riguardo alla dimensione sociale della carità. È chiaro che non è in causa il suo "buon cuore", né la sua dedicazione ai giovani poveri, né la sua compassione verso i sofferenti. Sono altre le domande a cui rispondere.
Quale visione ha della società nella quale vive e dei problemi che la travagliano ?
Quali chiavi interpretative dei fenomeni sociali ispirano i suoi interventi?
Che lettura è capace di fare, come pastore, dei movimenti storici?
Da quale parte intende influire con la sua opera?
Su quali linee vanno gli stimoli già codificati dalla congregazione per "formare" la mentalità sociale dei salesiani?
Un primo grappolo di suggerimenti generali, sparsi in diversi articoli delle Costituzioni, orientano alla attenzione e solidarietà verso tutto il campo della promozione umana e delle forze che si muovono in esso. Si raccomanda di "essere solidali con il mondo e con la sua storia" e indirizzare "l'azione pastorale all'avvento di un mondo più giusto e più fraterno in Cristo" (C.7).
La stessa solidarietà la si chiede alla comunità locale nei confronti del gruppo umano in cui è inserita (C. 57). Riguardo ai ceti popolari si dice che "noi riconosciamo..il bisogno che hanno di essere accompagnati nello sforzo di promozione umana" (C.29), mentre nelle missioni "condividiamo con i popoli a cui siamo inviati le loro angosce e esperanze (C.30). La condivisione dei "problemi e sofferenze" diventa una forma di preghiera (Cf C 95).
Questi suggerimenti trovano la loro formulazione unificata nelle espressioni dell'art. 33 :
"Partecipiamo in qualità di religiosi alla testimonianza e all'impegno delle Chiesa per la giustizia e la pace... rifiutiamo tutto ciò che favorisce la miseria, l'ingiustizia e la violenza, e cooperiamo con quanti costruiscono una società piú degna dell'uomo" (C. 33).
Ma è nel precisare oggi l'applicazione di queste ispirazioni che scattano le domande che abbiamo formulato prima. La buona volontà è scontata. Ma nella società complessa di oggi non basta l'intenzione. Si richiede una "cultura sociale" che aiuti a capire le radici e le dimensioni dei problemi e che ispiri valutazioni e interventi adeguati.
Si danno dunque tra i salesiani realizzazioni esemplari di presenza nel sociale, capacità di acuto discernimento pastorale sugli eventi e sulle correnti storiche, accompagnamento di quelli che si impegnano sui fronti più avanzati e pericolosi dei diritti umani.
Ma si trovano anche fenomeni di latitanza dal sociale con la scusa educativa o religiosa. Ci possono essere casi di accettazione di sistemi che si dichiarano a servizio di una causa cristiana, ma che presentano indubbie deviazioni etiche.
A volte affiora una diffidenza riguardo ai movimenti di opinione e promozione che poi si dimostrano fecondi: quello della pace, dell'ambiente, della giustizia internazionale, della promozione della donna.
Non sempre viene capito il nuovo spazio che va guadagnando la persona di fronte ai poteri e che si manifesta in momenti di conflittualità a riguardo, per esempio, della liberty di opinione e di stampa, l'obiezione di coscienza, un sistema carcerario umanizzato, la repressione di qualche forma di devianza. Il giudizio sui sistemi internazionali e la situazione che creano, a volte non supera la reazione confessionale o il luogo comune.
Costituzioni e Regolamenti accennano alla formazione di "una mentalità aperta e critica" (R. 99) e consigliano di "discernere gli eventi" (C. 119).
Ma come farlo? con quali strumenti?
La Ratio batte su un orientamento: "il contatto assiduo con l'insegnamento sociale della Chiesa" (n.86). Esso viene proposto come materia nel noviziato, nel postnoviziato, nella
preparazione al sacerdozio e nella formazione del salesiano laico. Viene anche indicato come illuminazione e guida del nostro inserimento nel mondo dei poveri e come "area di specializzazione". In questo ultimo caso si aggiunge "in dialogo critico con le varie istituzioni socioculturali e storiche" (485).
Nella formazione di una mentalità aperta alle espressioni sociali della carità i salesiani sono fortemente influenzati dal proprio contesto sociopolitico e dallo spazio che la comunità cristiana si è ritagliato in esso.
Maturano dunque prospettive diverse a seconda che si viva in un contesto dove il valore dell'esperienza religiosa viene riconosciuta socialmente e ci sono organizzazioni cristiane che operano nel sociale con una tradizione di riflessione e di prassi o, al contrario, si operi in un contesto in cui la scelta religiosa è relegata nel privato o i cristiani sono in forte minoranza.
Si percepisce, perciò, l'urgenza di un rafforzamento che adegui la mentalità al momento che viviamo.

IL CONTENUTO SOCIALE DELLA NOSTRA EDUCAZIONE

Il secondo aspetto riguarda il contenuto sociale della nostra educazione e la validità della pedagogia che mettiamo in atto.
C'è anche qui un insieme di suggerimenti di tipo generale.
Si dice che noi "orientiamo i giovani al dialogo e al servizio" (C 32); che "li educhiamo alle responsabilità morali, professionali e sociali" (C 33); che ai giovani che si avviano al lavoro "li rendiamo idonei ad occupare con dignità il loro posto nella società e a prendere coscienza del loro ruolo nella trasformazione cristiana della società" (C. 27); che nei gruppi "i giovani imparano a dare il loro apporto insostituibile alla trasformazione del mondo" (C. 35); che nella scuola salesiana si promuove "la assimilazione critica della cultura e l'educazione alla fede in vista della trasformazione cristiana della società" (R.13).
Tutto ciò costituisce, sí, un indicazione non trascurabile, ma non un programma, tanto meno una prassi di educazione sociale e politica. Un po' piú esplicito è stato il CG 21 quando, enumerando gli obiettivi della crescita umana che l'educazione salesiana si propone, dedica tutta una parte alla crescita sociale, articolando gli obiettivi in questa forma: "Sul piano della crescita sociale, vogliamo aiutare i giovani ad avere un cuore e uno spirito aperti al mondo e agli appelli degli altri. A questo fine educhiamo: alla disponibilità, alla solidarietà, al dialogo, alla partecipazione, alla corresponsabilità: all'inserimento nella comunità attraverso la vita e l'esperienza del gruppo; all'impegno per la giustizia e per la costruzione di una società piú giusta e umana".
Questa indicazione ebbe la corrispondente esplicitazione nei sussidi che guidarono la stesura dei progetti, alcuni di essi di notevole ampiezza, come il fascicolo "La comunità salesiana nel territorio- Presenza e Missione" (1986) o "L'animatore salesiano nel gruppo giovanile"(1988).
Un punto particolarmente messo a fuoco è stata la formazione socio-politica. Ne vengono indicati e racomandati tre aspetti :
* quello cognitivo, cioè, offrire "una visione cristiana della dignità dell'uomo, del bene comune e delle sue esigenze concrete, delle istituzioni, dei grandi sistemi sociali, dei dinamismi che operano le trasformazioni della società" ;
* l'aspetto esperienziale, vale a dire, la partecipazione nella comunità educativa, negli organismi e nelle iniziative del territorio;
* l'aspetto piú ampiamente culturale che comporta il rapporto con organizzazioni e modelli portatori di fermenti sociali, l'attenzione ai movimenti di opinione e l'inserimento nella vita politica.
Se, come appare in alcuni progetti educativi, la dimensione sociale comprende simultaneamente l'ambito intersoggettivo, quello comunitario, quello sociale, quello politico-nazionale, e quello universale, bisogna dire che la prassi salesiana assolve abbastanza bene i tre primi e lascia abbastanza scoperti i due ultimi. Per questi ci sono iniziative esemplari, ma limitate e discontinue. E soprattutto manca quell'insieme organico di indicazioni pedagogiche, di contenuti e di esperienze che possano costituire un programma applicabile. Non sono mancati tentativi da parte dei centri di pastorale di coprire questo vuoto con offerta di sussidi e di programmi da sperimentare.
A questo punto però è indispensabile un altro sguardo: quello delle esperienze attuali che potrebbero avere sviluppo nel futuro. Mi riferisco al Volontariato, locale e internazionale quando va accompagnato da una corretta formazione della mentalità, alle scuole di formazione politica, ai corsi specifici di formazione sociale per animatori e altre simili.
Il CG 23 è stato un momento di raccolta di esperienze, acquisizioni e limiti e un punto di rilancio per una educazione più sistematica e aggiornata alla dimensione sociale dell'amore cristiano. Ne ha indicato i seguenti capisaldi :
* Educare al valore assoluto della persona, alla sua inviolabilità. Questo permetterà "di valutare situazioni eticamente anormali (corruzione, privilegio, sfruttamento, inganno) e fare scelte personali di fronte ai pesanti meccanismi di manipolazione" (n. 209);
* Accompagnare ad una conoscenza adeguata della complessa realtà socio-politica. Si parla di uno studio "serio, sistematico, docLmentato", a due livelli : il proprio contesto e paese, e la realtà mondiale. 'E un'informazione verace, non fatta di valutazioni sommarie e allo stesso tempo una sintesi ideale. Ritorna allora il riferimento all'insegnamento sociale della Chiesa (n. 210);
* Introdurre i giovani in situazioni che chiedono solidarietà e aiuto impegnandoli a superare "una certa mentalità di chi è diposto a servire i poveri ma non a condividere la vita con loro" (n. 211));
* Elaborare precisi e concreti progetti di solidarietà e forme di intervento sociale, liberi da ingenuità, sulla base di pazienti analisi per trasformare le strutture, con un giusto rapporto tra "opere caritative" e "obblighi di giustizia". Progetti che non siano solo "per" i poveri, ma vengano realizzati con la loro partecipazione e crescita della coscienza (n. 212);

* Avviare all'impegno, alla partecipazione e alla assunzione di responsabilità politiche. Si riconosce che quest'ambito da noi "è un po' trascurato e disconosciuto" per timori vari. Oggi, però, costituisce una sfida (n. 214);
* Fondare e rifondare ogni passo su quelle motivazioni che scaturiscono dalla fede e dall'incontro con Cristo perché l'impegno non si esaurisca nella stanchezza o nell'attivismo e la fede non si scontri con la storia. "La forte radicazione nell'insegnamento sociale della Chiesa darà loro luce per orientare la propria azione verso mete e secondo modalità ispirate dall'amore cristiano" (n. 213).
Questo è il momento che viviamo: dir-assaggio da una prassi di buona volontà ad un'altra più generalizzata e completa che vorrebbe formare il "buon cittadino" come " un uomo solidale".

Roma, 25 gennaio 1991

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