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L’educazione

nelle linee pastorali

della CEI

Giuseppe Betori

 

Il Convegno ecclesiale di Verona, collocato all’interno del cammino decennale scandito dagli Orientamenti Pastorali Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, ne ha voluto verificare e rilanciare l’istanza centrale e cioè l’impulso missionario costitutivo della Chiesa inviata ad annunciare il Vangelo a tutte le nazioni), capace di diventare annuncio liberante di vita nuova per gli uomini: una missione capace di diventare autentica evangelizzazione dell’uomo, capace cioè di svelare l’uomo a se stesso: la sua intelligenza, la sua libertà, la sua vocazione trascendente.

Missione, evangelizzazione, educazione della persona

È in questa prospettiva che va consapevolmente assunto il riferimento all’educazione della persona, in quanto strettamente connesso all’annuncio e alla testimonianza del Vangelo. Benedetto XVI nel suo discorso rivolto alla Chiesa italiana nell’occasione del Convegno di Verona ha voluto richiamarlo con queste parole “Perché l’esperienza della fede e dell’amore cristiano sia accolta e vissuta e si trasmetta da una generazione all’altra, una questione fondamentale e decisiva è quella dell’educazione della persona”. (Discorso ai partecipanti al IV Convegno Ecclesiale Nazionale, 19.10.2006; Una speranza per l’Italia. Diario di Verona, p. 17).
È nell’intima correlazione tra missione e evangelizzazione della coscienza personale e comunitaria che si colloca l’istanza cruciale dell’educazione. Evangelizzare non è solo aggiornare il vangelo all’attualità, ma ritrovarne il senso come lievito delle forme della vita umana personale e collettiva. Occorre che l’annuncio del Vangelo appaia effettivamente alla coscienza del singolo e delle comunità come una parola che interpella, incoraggia e apre alla speranza. Oggi siamo chiamati non solo a comprendere, ma anche a incidere sulle simboliche culturali e sui processi relazionali, socio-economici e politici dentro i quali si svolgono le condizioni stesse della vita della persona (e della comunità di appartenenza e riferimento, in primis la famiglia), le sue forme espressive e realizzative. Non si tratta semplicemente di una rincorsa o di dar vita a qualche aggiustamento posticcio, quanto piuttosto di elaborare forme di speranza (plausibili e anche “alternative” se occorre) che sappiano confermare la speranza di vita buona che è nel cuore di ogni persona e testimoniare fattivamente il valore imprescindibile e fondante del primato di Dio e della sua grazia. Di fronte a tutto questo non basta “resistere”, ma assumere come proprio e costitutivo il dinamismo della missione.

I. Crescente consapevolezza ecclesiale della questione educativa

L’incontro odierno si svolge in una cornice ecclesiale più consapevole di dover approfondire le parole del Santo Padre. La Nota pastorale dell’episcopato italiano dopo il Convegno ecclesiale (29 giugno 2007) auspica un rinnovamento pastorale basato su una decisione di fondo: porre al centro l’unità della persona. Al n. 17 dedicato specificamente alla sfida educativa afferma “L’appello risuonato in tutti gli ambiti ci spinge a un rinnovato protagonismo in questo campo: ci è chiesto un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con una nuova attenzione per gli adulti”.
Nell’ultima riunione del Consiglio Episcopale Permanente (17-19 settembre 2007), S.E. Mons. Angelo Bagnasco ha richiamato il discorso di Benedetto XVI fatto in apertura del convegno pastorale della Diocesi di Roma – l’11 giugno scorso – sul tema dell’educazione. “Su questo tema urgente dell’educazione possibile anche in una cultura che produce facilmente banalità e omologazione – ha aggiunto – immagino che come Conferenza episcopale dovremo tornare, alla luce delle piste lanciate dal Papa, con una riflessione articolata che coinvolga magari i diversi soggetti pastorali, e che si stagli all’orizzonte con propositi di un impegno all’altezza delle sfide”.
Il comunicato finale del Consiglio Episcopale Permanente illumina molto bene il risvolto ecclesiale di questo incontro promosso dal Centro Studi per la Scuola Cattolica e offre un preciso punto di riferimento per impostare la nostra riflessione, quando afferma: “Solo un’educazione che aiuti davvero a penetrare la realtà, senza censurarne alcuna dimensione, compresa quella trascendente, consente di superare una temperie culturale minata dal ripiegamento su di sé, dalla frammentazione e, in ultima analisi, dalla sfiducia. Ciò richiede alle parrocchie, come pure alle associazioni e ai movimenti, di accentuare la loro vocazione ‘pedagogica’, calandosi nei problemi della vita quotidiana e avendo come interlocutore privilegiato la persona, colta nella sua irriducibile unicità e concretezza”.
Non è improprio concludere che la “questione educativa” è percepita come una delle sfide prioritarie emerse a Verona, una sfida che chiede ulteriori approfondimenti. Questo, però, potrà avvenire solo se l’intera comunità cristiana rinnoverà con convinzione la sua responsabilità educativa, non accontentandosi di rivolgerla ai ragazzi e ai giovani, ma dirigendola più decisamente anche verso il mondo adulto, valorizzando nel dialogo la maturità, l’esperienza e la cultura di questa generazione.
Si vengono così a toccare due condizioni essenziali: il ricomporsi della pastorale, spesso frammentata, attorno all’unità della persona e la matura convergenza di tutti in un’azione sinergica ed integrata. Se l’impegno educativo, come abbiamo già accennato, ben si presta a dar forma a una Chiesa che cerca e vive una profonda sintonia con l’uomo, unificando la propria azione attorno alla coscienza personale, esso è anche un prezioso banco di prova per quella che negli ultimi anni è stata definita la ‘pastorale integrata’. Una pastorale, cioè, in cui tutte le risorse – umane, spirituali, pastorali, culturali – di cui il popolo di Dio dispone sono valorizzate nella loro specificità e al tempo stesso orientate a confluire entro progetti comuni definiti, assunti e portati avanti insieme. Lungi dal costituire una mera operazione di ingegneria ecclesiastica o dal voler uniformare e quasi controllare la vivace e ricca articolazione del corpo ecclesiale, la prospettiva dell’integrazione pastorale è quanto mai feconda nel campo educativo. L’azione educativa richiede collaborazioni, convergenze, alleanze che, riconoscendo e valorizzando le diverse espressioni e contesti, vengano a sostenere la responsabilità primaria delle famiglie e l’opera delle comunità.
In questa cornice la scuola cattolica e la formazione professionale di ispirazione cristiana rappresentano l’impegno diretto della comunità cristiana in campo culturale ed educativo, significativo sia sul versante ecclesiale che su quello civile. Sono un dono, un contributo specifico e qualificato che chiede di essere riconosciuto e valorizzato nella loro originalità. Costituiscono un esempio concreto di come la fede della comunità cristiana possa essere mediata in termini culturali, pedagogici e didattici e farsi progetto educativo di docenti e genitori per i giovani e con i giovani.

L’educazione alla fede e i nuovi orizzonti della pastorale

Bisogna prendere atto della difficoltà di educare da parte delle famiglie e anche da parte dello stesso sistema di istruzione e di formazione e di tutte le agenzie educative comprese quelle dell’educazione cristiana, in un clima culturale e morale in cui, come ci ricorda la Veritatis splendor di Giovanni Paolo II “…le tendenze soggettiviste, relativiste e utilitariste, oggi ampiamente diffuse, si presentano non semplicemente come posizioni pragmatiche, come dati di costume, ma come concezioni consolidate dal punto di vista teoretico che rivendicano una loro legittimità culturale e sociale” (GIOVANNI PAOLO II, Veritatis splendor, n. 106). Le conseguenze per l’educazione di questo clima diffuso sono espresse anche da Benedetto XVI con queste parole: “Dentro ad un tale orizzonte relativistico non è possibile una vera educazione: senza la luce della verità, prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune” (BENEDETTO XVI, Discorso ai partecipanti al Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma su "Famiglia e Comunità cristiana: formazione della persona e trasmissione della fede" , 6 giugno 2005). È per questo che si parla, oggi, di ‘emergenza educativa’: se viene a mancare la luce della verità, si finisce per dubitare della bontà della vita, dei fondamenti del dialogo e dei rapporti interpersonali, della stessa possibilità di edificare il bene comune della comunità civile.
Occorre andare alla radice dell’educare e farlo non da soli, ma insieme mettendo in campo un’ampia rete di impegno condiviso. In questa ricerca di ciò che sta alla radice della stessa possibilità di educare nel senso pieno della parola, occorre riflettere su questa affermazione del Santo Padre:“In un simile contesto l’impegno della Chiesa per educare alla fede, alla sequela e alla testimonianza del Signore Gesù assume più che mai anche il valore di un contributo per far uscire la società in cui viviamo dalla crisi educativa che la affligge, mettendo un argine alla sfiducia e a quello strano ‘odio di sé’ che sembra diventato una caratteristica della nostra civiltà” (BENEDETTO XVI, Discorso per l’inaugurazione del Convegno della Diocesi di Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano, 11 giugno 2007). L’educazione alla fede, l’educazione cioè a plasmare la propria vita secondo il modello del Dio che è amore (cfr 1Gv 4,8.16) è un contributo essenziale per superare le difficoltà sopra descritte.
Nell’ottica di una pastorale integrata centrata sull’unità della persona la questione centrale è quella di elaborare e concretamente attivare una prospettiva educativa che parta dall’esperienza della fede e si traduca in un percorso valido umanamente per tutti. Nei due discorsi rivolti alla Chiesa di Roma (5 giugno 2006 e 11 giugno 2007), che abbiamo già avuto modo di citare, Benedetto XVI ha tratteggiato i punti qualificanti dell’educazione alla fede, alla sequela e alla testimonianza dei giovani (l’educazione cristiana) e i suoi necessari e positivi effetti per l’educazione della persona in una prospettiva culturale non relativistica e riduttiva dell’umano, ma aperta al Trascendente e alla ricerca della verità.
Ne derivano alcune prospettive di impegno pastorale. Si tratta in realtà di tre dimensioni o livelli che sono costitutivi di una autentica missionarietà, tra loro distinti, ma profondamente compenetrati e interagenti. Vanno attribuiti tutti alla responsabilità delle Chiese particolari e anche delle parrocchie e coinvolgono, secondo le diverse responsabilità, tutti i membri del popolo di Dio (laici, pastori, religiosi). Lo strumento indicato è quello del discernimento comunitario “…indicato nel convegno ecclesiale di Palermo del 1995 come scuola di comunione ecclesiale e metodo fondamentale per il rapporto Chiesa-mondo” (CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 50). Queste le tre dimensioni costitutive della missionarietà:
a) Il primato di Dio. Il desiderio sapienziale di verità , di bontà, di bellezza che è nel cuore di ogni persona dice che è ragionevole e proporzionato cercare di dar vita ad una proposta educativa capace di indirizzare ‘verso l’oltre’ l’intelligenza e la libertà. Ma la possibilità stessa di connettersi a questo desiderio profondo, suppone nella comunità cristiana che annuncia il Vangelo e lo testimonia e nella persona del cristiano adulto il radicamento in Gesù risorto. Suppone, in particolare, nella persona dell’adulto educatore il radicamento in Qualcuno più grande di lui. L’opera dell’educatore cristiano adulto sarà un’opera autorevole di speranza nella misura in cui egli si pone alla scuola permanente a cui lo invita il Signore Gesù sostenendolo ogni giorno nel ‘mestiere di uomo’. Alla scuola di Gesù, totalmente proteso non ad affermare se stesso, ma a fare la volontà del Padre, la libertà e l’intelligenza di ciascuno vengono pienamente valorizzati e aperti ad un orizzonte di speranza.
b) La valenza culturale della fede che deve qualificarsi come “adulta e pensata”, capace di elaborazione pedagogica. L’educazione è collegata con la questione antropologica e veritativa. Risulta evidente come l’educazione incroci anche la concezione dell’uomo: non si può educare se non alla luce di un progetto di persona e di società. Non esiste neutralità da questo punto di vista: qualsiasi azione educativa porta con sé una risposta alla domanda sul “chi siamo” e “per che cosa viviamo”. La “questione antropologica”, su cui da alcuni anni abbiamo concentrato la nostra attenzione, ha necessariamente un’essenziale dimensione educativa, così come il grande impegno educativo diffuso nelle nostre comunità non può fare a meno di una robusta antropologia fondata nella Rivelazione e aperta al ragionevole apporto della ricerca filosofica e scientifica.
Si sente l’esigenza di una mediazione pedagogica che offra all’educazione una prospettiva fondata di senso, in una duplice direzione:
- un senso che possa riguardare l'umano e che costituisca una prospettiva pedagogica di valore in grado di riaffermare la legittimità e la plausibilità dei concetti di persona, vocazione, fine ultimo, interiorità, dono di sé ecc. ;
- un senso che costituisca una valenza pedagogica specifica nella costruzione di una identità cristiana in proiezione missionaria, altrimenti tale identità rischia di rinchiudersi in se stessa e di alimentarsi di una pura e semplice replicazione del kerigma.
Entrambe le prospettive devono essere tenute presenti, perché anche se non coincidenti sono strettamente collegate. Il punto di partenza che ci interessa è una lettura della vita e dell'educazione alla luce della fede cristiana.
c) La valenza sociale e ‘politica’ della fede missionaria nel campo educativo. Occorre chiedersi se non esista un rapporto più stretto tra democrazia ed ethos sociale, avendo a cuore non solo le regole della convivenza, ma ancor più il bene di cui farsi globalmente carico. Anche lo sviluppo di questa riflessione con il conseguente impegno dei cattolici italiani, singoli e associati, presenta un risvolto che necessariamente coinvolge la dimensione educativa e in particolare il sistema educativo di istruzione e di formazione in quanto finalizzati alla formazione della persona, del cittadino e del lavoratore. Occorre educare ed educarsi al bene che forma e che costruisce il bene comune. “Su tale presupposto” precisa il comunicato finale del recente Consiglio Episcopale Permanente (15-17 settembre 2007) “si è innestata la riflessione dei Vescovi, nella convinzione che la dimensione sociale rientri a pieno titolo nella nuova evangelizzazione. Particolare attenzione è stata dedicata al ‘Forum delle associazioni familiari’, a ‘Scienza & Vita’ e a ‘RetinOpera’, organismi laicali assai diversi quanto a struttura e finalità, ma accomunati dai medesimi obiettivi: essere presenti sulla scena del Paese, partecipare al dibattito pubblico, difendere la dignità della persona, costruire ponti verso gli altri soggetti sociali, esercitarsi nel dialogo con il mondo attraverso il discernimento culturale”. Non può mancare la voce dell’educazione a fianco e all’interno di questi organismi. In questo contesto va posto, tra l’altro, il tema cruciale e ‘non negoziabile’ della libertà di scelta educativa della famiglia, nel rispetto di quel principio di sussidiarietà che è uno dei cardini della Dottrina sociale della Chiesa.

II. La scuola cattolica nella comunità cristiana per il rinnovamento della scuola italiana

L’obiettivo del sistema educativo di istruzione e di formazione non può essere soprattutto quello di inseguire lo sviluppo di singole tecniche e competenze; piuttosto, è quello di formare saldamente ogni persona sul piano cognitivo e culturale, affinché possa affrontare positivamente l’incertezza e la mutevolezza degli scenari sociali e professionali, presenti e futuri. Le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende, con l’originalità del suo percorso individuale e con l’unicità della rete di relazioni che la legano alla famiglia e agli ambiti sociali. La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue capacità e delle sue fragilità, nelle varie fasi di sviluppo e di formazione.
L’emergenza educativa odierna richiede il contributo dei cattolici affinché la scuola diventi maggiormente consapevole di alcune istanze fondamentali che sono anche riconoscibili come tratti qualificanti dell’esperienza della scuola cattolica e della formazione professionale.

1. Apprendere a essere come fondamento dell’apprendere e del fare. La globalità e la complessità creano problemi sempre più pervasivi e trasversali. Ne deriva il rischio di una disintegrazione culturale. Se relativismo e agnosticismo sono largamente diffusi nelle coscienze adulte e aggrediscono le coscienze giovanili, come potrà avere spazio un progetto educativo che voglia ispirarsi a una precisa e positiva concezione di vita? Nella scuola l’educazione critica si realizza troppo spesso nel presentare ‘tutte’ le opinioni e nel lasciare solo lo studente il compito nello scegliere quella che più gli aggrada. Si tratta di una falsa neutralità che non impegna docenti e studenti nella ricerca della verità. Appellarsi alla coscienza e alla libertà dello studente non è sufficiente. La coscienza e la libertà chiamano in causa i beni ultimi, universali, fondamentali dell’esistenza e quel desiderio del cuore, costitutivo della persona, che cerca la pienezza e il fondamento della propria speranza.
In realtà, l’appropriazione del patrimonio culturale non può dar luogo ad un’autentica assimilazione se non coinvolge l’identità personale e, insieme, quelle questioni, collegate al senso ultimo della vita, che rimandano al vissuto e alle realtà di riferimento delle nuove generazioni. Per conferire valenza educativa al processo di trasmissione culturale, è importante dar vita a un patto che metta in rete sul territorio l’apporto delle istituzioni e, al contempo, riconoscere il ruolo imprescindibile delle primarie relazioni familiari e anche delle appartenenze religiose. Non si tratta in realtà soltanto di mettere in rete. Si tratta di riconoscere il diritto dei soggetti educativi e dei mondi vitali di appartenenza della persona, di essere soggetti attivi, protagonisti e responsabili del processo culturale ed educativo scolastico. Qui si innesta l’apporto dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola, come istanza culturale e vitale di fondo per l’educazione delle giovani generazioni, nel riconoscimento della fede cattolica come ‘patrimonio storico’ e radice viva della storia del popolo italiano. Qui si innesta anche il ruolo e il significato attualissimo della scuola cattolica. Come ha ricordato Benedetto XVI nel suo intervento, l’11 giugno scorso, in San Giovanni in Laterano: “Nell’educazione alla fede un compito molto importante è affidato alla scuola cattolica. Essa infatti adempie alla propria missione basandosi su un progetto educativo che pone al centro il Vangelo e lo tiene come decisivo punto di riferimento per la formazione della persona e per tutta la proposta culturale. In convinta sinergia con le famiglie e con la comunità ecclesiale, la scuola cattolica cerca dunque di promuovere quell’unità tra la fede, la cultura e la vita che è obiettivo fondamentale dell’educazione cristiana”

2. Studenti e famiglia protagonisti. Affermare il diritto di partecipazione-cooperazione della famiglia alla vita della scuola non è del tutto scontato anche se ragioni formali di diritto e ragioni sostanziali ne fondano la legittimità. Se guardiamo alla filosofia che sottende il disegno riformistico attuale (dalla legge Bassanini alla riscrittura del Titolo V della Costituzione), la coniugazione è contrassegnata, in particolar modo, dal mutamento del concetto di scuola: da scuola dello Stato a scuola della società civile. Ciò non significa attenuare i compiti dello Stato come garante dell’equità e del diritto allo studio uguale per tutti, ma dar vita a un sistema in cui i soggetti educativi sono chiamati a una più alta e compiuta responsabilità civile. Lo Stato la riconosce, la sostiene e la coordina ai fini del bene comune. Autonomia dunque come ‘esplosione’ della vivacità, delle ricchezze, delle potenzialità dei soggetti della scuola (studenti, docenti e famiglie) e con essi della società civile in cui la scuola si innerva. Tale mutamento implica una diversa corresponsabilità dei corpi intermedi e presuppone differenti modalità operative. Il tutto si può sintetizzare come rafforzamento del principio di sussidiarietà.
Nella situazione in cui si trova attualmente il processo di riforma del sistema di istruzione e di formazione del nostro Paese, il tema della parità scolastica, della pari dignità della formazione professionale, della libertà di scelta educativa da parte dei giovani, dei docenti stessi e delle famiglie vanno sostenuti presso l’opinione pubblica ecclesiale e civile come un punto nevralgico per la riforma del sistema stesso. Non un privilegio per pochi, ma un diritto da porre alla base di qualsiasi autentico progetto di rinnovamento della scuola italiana in quanto impegno diretto della società civile (giovani e famiglie) nell’esercizio della propria inalienabile responsabilità educativa.
Ringrazio il Centro Studi per la Scuola Cattolica per il lungo lavoro che ha portato alla stesura della Carta orientativa “La corresponsabilità educativa dei genitori nella scuola cattolica”, approvata dal Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica. Si tratta di un prezioso sussidio che auspico possa essere oggetto di studio e contribuisca alla crescita della dimensione comunitaria della vita delle nostre scuole. Sono certo che anche la prossima pubblicazione del IX Rapporto, a cura del Centro Studi, dedicato all’ascolto dei giovani, alimenterà le iniziative finalizzate a rendere gli studenti delle nostre scuole e gli allievi dei Centri di formazione professionale protagonisti del loro cammino di crescita integrale.

3. I docenti della scuola cattolica e la relazione educativa. Co-protagonisti del cammino cognitivo finalizzato alla ricerca appassionata della verità sono il docente e lo studente, il cui comune lavoro si configura come avventura esistenziale e intellettuale nell’insegnamento-apprendimento di una o più discipline. Il docente insegna prima di tutto con la sua umanità, con la sua persona. Il docente di scuola cattolica è un educatore cristiano che guarda al soggetto da educare come a una persona spirituale, per la quale crescere significa imparare a possedersi sempre di più per mezzo dell’intelligenza e della volontà e a donarsi liberamente ai propri simili. La trascendenza della persona esige che ella appartenga soltanto a se stessa e sia protagonista del suo processo di crescita: non può essere subordinata a nessuna istituzione né strumentalizzata per qualche scopo particolare. Fine primario dell’educazione rimane la conquista della libertà interiore.
La prossima pubblicazione degli orientamenti operativi “Essere insegnanti di scuola cattolica”, preparati dal Centro Studi e all’esame del Consiglio Nazionale potrebbe essere l’occasione per una riflessione complessiva sullo stato attuale (giuridico, economico, ma soprattutto teologico, pedagogico e culturale) degli insegnanti delle nostre istituzioni scolastiche e formative.

Alcune prospettive di impegno comune

La realtà delle scuole e delle istituzioni formative ha visto variare progressivamente e arricchirsi di nuove tipologie la loro natura gestionale. Esistono scuole gestite da una parrocchia, da una congregazione o un istituto religioso, da una cooperativa, da un’associazione di genitori, da ex IPAB ora privatizzate, da una struttura societaria e anche personale. Le associazioni di riferimento e di rappresentanza ecclesiale sono chiamate a tenerne conto sul piano pedagogico, didattico, organizzativo.
Il terreno ecclesiale di discernimento è, a livello locale, costituito dall’Ufficio diocesano per la pastorale della scuola e dalle Consulte di pastorale della scuola; a livello nazionale si realizza attraverso l’attività dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università, del Centro Studi per la Scuola Cattolica e del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica. Quest’ultimo organismo ha stabilito un rapporto stabile con il Ministero della Pubblica Istruzione attraverso l’avvio di uno tavolo di lavoro. Vi ringrazio per l’apporto che vorrete dare alla scuola cattolica italiana e alla formazione professionale di ispirazione cristiana in collaborazione attiva con questi organismi preposti al discernimento ecclesiale.
In particolare, per quanto riguarda il tavolo di lavoro Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica / Ministero della Pubblica Istruzione, sollecito l’impegno delle federazioni a far sì che la riforma in atto del I ciclo dell’istruzione e in particolare le nuove Indicazioni nazionali siano recepite in modo costruttivo e anche originale da parte delle scuole cattoliche, nel vero spirito dell’autonomia e della parità pedagogico-didattica. È il momento di avviare (anche attraverso un’apposita commissione pedagogica mista CNSC/MPI/INVALSI) in modo coordinato attività di sperimentazione che consentano alle scuole cattoliche paritarie di evidenziare alle autorità preposte e all’opinione pubblica l’approccio qualificante e specifico che viene dall’ispirazione cristiana.
Inoltre è lodevole il fatto che presso lo stesso tavolo sia stata avviata una apposita commissione per le questioni riguardanti la riforma del II ciclo e la formazione professionale. La recente introduzione dell’obbligo di istruzione finalizzato a superare il permanente fenomeno della dispersione scolastica richiede, per una sua efficace applicazione, l’aderenza alle caratteristiche personali dei giovani e il rispetto degli inalienabili diritti della famiglia. Occorre cercare di interpretare e integrare le prospettive dell’istruzione obbligatoria, perseguendo un’idea che consenta a tutti di trovare entro una varietà di offerte di pari dignità le migliori risposte alla piena valorizzazione della propria persona. Per questa ragione, se, da un lato, è un fatto positivo che anche i percorsi della formazione professionale di competenza regionale siano stati riconosciuti all’interno dell’obbligo di istruzione, dall’altro è preoccupante il fatto che si dia a questi percorsi valore solo ‘transitorio’ e soprattutto che in alcune regioni questa offerta formativa sia stata quasi del tutto soppressa e venga elusa la domanda dei giovani e delle famiglie che ne chiedono l’attivazione. Il diritto all’istruzione uguale per tutti richiede che il sistema di offerta formativa sia unitario e nel contempo flessibile e pluralistico. La prioritaria responsabilità di scelta della famiglia rappresenta in questo contesto un elemento imprescindibile; essa non può essere manipolata in base a questo o quell’indirizzo politico contingente delle istituzioni centrali o locali, né impoverita attraverso la discriminazione delle istituzioni formative accreditate a livello nazionale o presso le regioni come le istituzioni paritarie private o degli enti locali o come i centri di formazione professionale. Si tratta di fondamentali principi costituzionali affermati anche dalla Dottrina sociale della Chiesa.
Nell’animazione cristiana della scuola e nella scuola cattolica, ciò che è in gioco è la pertinenza culturale e pedagogica del fatto cristiano. La sfida aperta da un diffuso clima culturale e morale di abdicazione della ‘ragione forte’ a vantaggio di un ‘pensiero debole’ impegna il messaggio cristiano e chiama in causa globalmente la pastorale della cultura e dell’educazione dentro un Chiesa davvero missionaria. In questo senso il dono che la scuola cattolica continua ad offrire alla Chiesa e al Paese va riconosciuto e promosso.
Grazie a tutti voi per il vostro impegno quotidiano in questo campo, per il vostro cortese ascolto e buon lavoro.

Centro Studi Scuola Cattolica,Seminario,
Dare un senso all'educare (nella scuola cattolica)
(Roma, 8 novembre 2007)

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