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La Bibbia

secondo Borges

Gianfranco Ravasi

137208126036613718314844912013 06 22 Apocalisse

Per Jorge Luis Borges le frontiere sono sempre mobili ed esili: non c’è mai una cortina di ferro tra verità e finzione, tra veglia e sogno, tra realtà e immaginazione, tra razionalità e sentimento, tra essenzialità e ramificazione, tra concreto e astratto, tra teologia e letteratura fantastica, tra icasticità anglosassone ed enfasi barocca… Le due parabole gemelle che chiudono il Discorso della Montagna di Gesù ( Matteo 7,24-27), ove di scena sono i due costruttori antitetici sulla roccia e sulla sabbia, vengono così ribaltate ma neanche smentite da Borges nel suo programma esistenziale e letterario globale: «Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra». E alla fine fiorisce il paradosso supremo: «La vita è troppo povera per non essere anche immortale ». [...] Nelle sue letture un primato indiscusso fu quello assegnato alla Bibbia come lui stesso aveva confessato a María Esther Vázquez: «Devo ricordare mia nonna che conosceva a memoria la Bibbia, in modo che posso essere entrato nella letteratura attraverso la via dello Spirito Santo». La nonna paterna, Fanny Haslam Arnett, era infatti inglese e anglicana osservante ed era stata lei a iniziare il piccolo Jorge Luis alle Scritture e alla lingua inglese alta. In una conferenza tenuta a Harvard nel 1969, dedicata all’Arte di raccontare storie, Borges, esaltando l’epica come la forma più antica della poesia, riconduceva a un trittico le opere capitali per l’umanità: «l’Iliade, l’Odissea e un terzo “poema” che spicca notevolmente sugli altri: i quattro Vangeli… Le tre storie – quella di Troia, di Ulisse e di Gesù – sono bastate all’umanità… Ma nel caso dei Vangeli c’è una differenza: credo che la storia di Cristo non possa essere narrata meglio».
I Vangeli, quindi, si rivelano come una sorta di canone supremo che non è passibile di altra ermeneutica se non quella della “ri-scrittura” letterale o al massimo del ricorso alla deriva dell’apocrifo o all’alterazione a caleidoscopio. Famosa in quest’ultimo senso è la metamorfosi operata nella poesia Cristo in croce ove Gesù diventa il “terzo crocifisso” e non più quello centrale: «Cristo in croce. I piedi toccano terra. / Le tre croci sono di uguale altezza. / Cristo non sta nel mezzo. Cristo è il terzo…».
Inoltre per Borges il linguaggio poetico è analogo a quello sacro; è frutto di un’“ispirazione” trascendente, un po’ come aveva intuito già la Bibbia che usava la stessa radice verbale che definisce il profeta ( nb’) per designare l’arte musicale dei cantori del tempio (1Cronache 25,1).
Dichiarava Borges nella sua Professione di fede letteraria: «Del mio credo letterario posso affermare ciò che vale per quello religioso: è mio perché credo in esso, non perché inventato da me». A questo punto prima di esemplificare il suo contatto profondo con la Bibbia, oggetto per altro di un’ampia bibliografia, è legittimo interrogarci sulla “fede” di Borges, al di là della consueta etichetta di “agnostico” assegnatagli dalla vulgata critica. Quest’ultima, però, si trova costretta subito a una serie di precisazioni, anche perché – come sopra si diceva – l’eclettismo, la curiositas, la fluidità ideale dello scrittore obbligano i suoi interpreti a continue rettifiche.
Significativa è la definizione applicatagli da un importante e simpatetico scrittore come Leonardo Sciascia: «È il più grande teologo del nostro tempo: un teologo ateo». Questo ossimoro era sviluppato da un altro suo ammiratore e collega, John Updike, così: «Se il cristianesimo non è morto in Borges, è però in lui sopito e sogna capricciosamente. Borges è un precristiano che il ricordo del cristianesimo riempie di premonizioni e di orrore». Certo è che una preoccupazione metafisica per il trascendente corre come un brivido per tutta l’opera borgesiana ed è qualcosa di più di quella ‘consolazione della filosofia’ alla Boezio che gli attribuiva Luis Harss. Infatti qui si conferma quell’oscillazione tra poli estremi che abbiamo già sottolineato. A differenza dell’abbé Cénabre dell’Imposture di Georges Bernanos che dall’assenza piombava nel nulla e nel vuoto della negazione pienamente atea, Borges costantemente oscilla tra assenza e presenza, tra sogno e verità. Scriveva infatti: «Nelle crepe Dio è celato e attende… Dio mio sognatore, continua a sognarmi».
[...]
In una delle Siete conversaciones con Borges Fernando Sorrentino (1996) citava questa dichiarazione dello scrittore: «Di tutti i libri della Bibbia quelli che mi hanno impressionato sono il libro di Giobbe, l’Ecclesiaste e, evidentemente, i Vangeli ». Il nostro percorso sarà solo evocativo procedendo per esemplificazioni, soprattutto riguardo ai Vangeli che hanno costituito un referente capitale per Borges. È indiscutibile, comunque, che la Bibbia abbia offerto a Borges una specie di lessico tematico, simbolico, metaforico, archetipico e persino stilistico-retorico.
Nell’Antico Testamento la predilezione va al libro di Giobbe a cui l’autore dedicò, tra l’altro, una conferenza all’“Instituto de Intercambio Cultural Argentino-Israelí” di Buenos Aires, il cui testo venne raccolto nel 1967 nelle sue Conferencias. D’altronde egli aveva scritto una prefazione alla Exposición del Libro de Job di Fray Luis de León , un classico spagnolo del “siglo de oro” a lui particolarmente caro. Si deve riconoscere che Borges coglie un nucleo ermeneutico significativo di quest’opera biblica. Essa è così proteiforme da meritarsi il giudizio acuto di san Girolamo: «Interpretare Giobbe è come cercare di afferrare un’anguilla o una piccola murena: più la stringi, più ti sfugge di mano». Una caratteristica cara ovviamente a un autore così sfuggente e refrattario a ogni classificazione come Borges.
Ebbene, egli centra la sua analisi sull’apice del libro biblico, cioè sui due discorsi finali divini dei capitoli 38-39 e 40-41: in essi Dio prospetta a Giobbe, attraverso la tecnica dell’interrogazione e del mistero, l’esistenza di un ordine trascendente che riesce a comporre in unità la totalità del essere e dell’esistere attraverso una ’esah, un “progetto”. Si tratta, quindi, non di un’irrazionalità assurda e fatale che compone gli antipodi della realtà in modo casuale, bensì di una metarazionalità che è sostenuta, dunque, da una logica trascendente e inscrutabile. Per questo Giobbe ha ragione di protestare perché essa deborda dalla razionalità umana limitata, ma al tempo stesso ha il torto di applicare e di imporre ad essa la sua circoscritta capacità “visiva” un po’ come accade a chi – contemplando un capolavoro pittorico – si ferma solo all’analisi delle pennellate o dei riquadri di colore, senza rivolgere uno sguardo panoramico all’opera. Sarà, quindi, solo per rivelazione divina (che è appunto lo sguardo d’insieme) che Giobbe potrà comprendere la collocazione del suo dolore nell’infinito disegno della ’esah divina: «Io ti conoscevo per sentito dire, i miei occhi ora ti hanno visto», confesserà alla fine (42,5) il grande sofferente. Gli enigmi del cosmo e della storia si sciolgono solo in questa prospettiva trascendente, ove appunto si posiziona anche l’enigma tematico del libro, quello del male e del dolore. [...]
A suggello di questo itinerario molto semplificato e solo esemplificativo nel mondo biblico di Borges è suggestivo evocare il decimo e penultimo racconto de Il manoscritto di Brodie (1970) pubblicato in modo autonomo nel 1971 sotto il titolo El Evangelio según Marcos. Attraverso un percorso parabolico paradossale lo scrittore esalta la qualità fortemente performativa, quasi “sacramentale”, del testo sacro. Borges, ricalcando la tesi dell’opera Mimesis (1946) di Erich Auerbach, secondo la quale l’Odissea e la Bibbia sono gli archetipi simbolici dell’Occidente, era convinto che «gli uomini lungo i secoli hanno ripetuto sempre due storie: quella di un vascello sperduto che cerca nei mari mediterranei un’isola amata, e quella di un Dio che si fa crocifiggere sul Golgota». Da un lato, quindi, domina la “ripetizione” che non è però mera reiterazione ma ripresa e riattualizzatone, alla maniera del famoso scritto omonimo del filosofo Soeren Kierkegaard (1843).
D’altro lato, però, questa ritrascrizione non è né meccanica né letterale ma ha in sé un’energia costantemente trasformatrice così da rendere la storia sacra primigenia sempre nuova ed efficace.
Queste due componenti – ripetizione e performazione – sono stupendamente e terribilmente rappresentate appunto nell’Evangelio según Marcos di Borges.
Come è noto, la vicenda narrativa è ambientata in un piovoso marzo del 1928, nella fattoria La Colorada a Junín in Perú. Lo studente in medicina Baltasar Espinoza giunge in vacanza presso alcuni fattori dall’aria un po’ truce e primitiva, i Gutre, padre, figlio e «una ragazza di incerta paternità». Un’inondazione isola la fattoria e Baltasar scopre una Bibbia in inglese: per ingannare il tempo, inizia a leggere ogni sera, traducendolo, il Vangelo di Marco alla famiglia che lo ospita.
Costoro, nella loro semplicità, non ne restano solo affascinati ma anche completamente conquistati e si convincono a poco a poco che quegli eventi devono riprodursi nel loro presente. È così che i Gutre identificano proprio nel giovane studente il Messia presentato da Marco. E prima che egli parta, al ritirarsi delle acque, essi hanno già preparato il loro Golgota.
«Genuflessi sul pavimento di pietra gli chiesero la benedizione. Poi lo maledissero, gli sputarono addosso e lo spinsero fino in fondo al cortile. La ragazza piangeva. Quando aprirono la porta, Baltasar vide il firmamento. Un uccello gridò; pensò: È un cardellino! Il capannone era senza il tetto; avevano staccato le travi per costruire la croce».

“Avvenire” del 21 novembre 2014

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