La corporeità

nella Bibbia

e nella cultura


Il tema della corporeità si presenta a noi oggi come di grande interesse e provocazione. Tutti ne sentiamo l’importanza e la necessità conseguente di comprenderne significato e portata.
Noi sentiamo che il corpo non è banalmente un accessorio strumentale a servizio dello spirito, quasi una fastidiosa appendice da cui liberarsi, ma è invece un elemento essenziale del nostro essere persone.
Da qui il bisogno, non sempre espresso in maniera adeguata, di curare la salute, l’aspetto, il mostrarsi del corpo consapevoli anche che esso è il primario modo di relazionarci con gli altri e dice l’identità di ognuno.
Questa rinnovata attenzione al corporale, non priva di ambiguità, interroga oggi la comunità cristiana soprattutto per il fatto che è da ammettere una lunga tradizione educativa che per molto tempo non considerò adeguatamente la dimensione corporea per concentrare l’attenzione e l’assegnazione di valore a quella spirituale. Spesso il corpo con le sue esigenze veniva colto come un ostacolo da superare e da combattere, più che come un elemento da tenere in considerazione e da valorizzare.
Ciò è ancora più strano se si pensa che, al contrario, si deve proprio alla tradizione biblica dell’Antico e Nuovo Testamento una rivalutazione del corpo contro la cultura del tempo, soprattutto di matrice greca, che lo considerava non portatore di valori, o addirittura un sepolcro o una prigione dalla quale lo spirito doveva liberarsi.
Da questo punto è allora necessario partire nel nostro percorso.

IL MESSAGGIO DELL’ANTICO TESTAMENTO

Guardando alla Scrittura, la prima cosa che appare subito come la più evidente è che la distinzione che siamo soliti fare tra anima e corpo, tra spirito e materia, è del tutto estranea al messaggio biblico.

L’antropologia dualistica
Queste distinzioni sono piuttosto frutto di una riflessione di carattere religioso prima e filosofico poi che si può situare in Grecia ai tempi dell’Orfismo e dei culti misterici (VI sec. a.c.), in Italia ai tempi di Pitagora (V sec. a.c.), soprattutto, ancora in Grecia, con Platone (428-349 ca).
Come è noto, l’antropologia greca era essenzialmente dualista e poneva in contrapposizione la dimensione corporale, del tutto svalutata, a quella spirituale in cui consisteva l’autentica essenza dell’uomo, un elemento eterno e divino caduto per una qualche colpa originaria nella materia, in un corpo, dal quale era necessario liberarsi, magari attraverso un lungo e complesso ciclo di reincarnazioni. Così Platone.
In Aristotele tale dualismo risulta attenuato in quanto l’essenza spirituale dell’uomo è unita necessariamente a quella materiale, non per una colpa. Resta comunque il fatto che per il greco lo spirituale prevale sempre sul materiale. L’anima informa la materia, un qualcosa di negativo, eterna, inerte e plasmabile, e rende possibile al corpo umano l’essere persona.

L’antropologia unitaria
Nella Bibbia si parla di anima/spirito e di corpo/materia, ma mai cpome due elementi contrapposti, bensì sempre come elementi che, nella loro unità inscindibile, costituiscono l’uomo.
Quando dunque troviamo nella Bibbia l’espressione corpo (ebr. basar) non intendiamo mai una dimensione dell’essere che si oppone allo spirito, bensì semplicemente l’uomo in quanto tale (che è tale, comunque, in forza della presenza in lui dello spirito), in quanto carne, e con ciò anche la persona nella sua totalità. D’altro canto la sostanza materiale unita a quella spirituale dà luogo all’uomo, per cui Basar (273 volte nell’Antico Testamento) è il corpo vivente, visibile mai il cadavere, per essere tale esso ha bisogno del soffio vitale di Dio, dello spirito.
La dimensione spirituale dell’uomo viene indicata solitamente con il termine ruah (spirito), anche nefesh (anima, ma anche gola, collo) o leb (cuore) sono queste dimensioni presenti nella persona, sempre unite al basar. In nessun caso dotate di vita autonoma. Lo spirito che abbandona il corpo era proprio un modo per indicare la morte di una persona. C’è l’uomo laddove vi è un corpo vivo.
Perciò non esiste nel testo biblico una entità umana solo spirituale, l‘uomo è il proprio corpo, non ha un corpo, e quando si dice persona, si intende sempre nel senso della sua dimensione materiale e spirituale insieme, entrambe necessarie ed entrambe positive.
Siamo esattamente all’opposto del pensiero greco per il quale invece il corpo (gr. soma) era come un sepolcro (gr. sema) dello spirito, sepolcro dal quale era necessario liberarsi, per cui la vera identità dell’uomo era data dalla sua dimensione spirituale. La conseguenza, dal punto di vista etico e valoriale, è immediata.
Per la Scrittura non c’è niente di negativo dal quale liberarsi, tutto l’uomo è opera meravigliosa di Dio e l’autore biblico può esultare di fronte a tanta meraviglia (Salmo 8).
Questa visione, come è evidente, porta con sé tutta una serie di conseguenze etiche di grande importanza per il cristianesimo.

Bellezza e bruttezza esteriori
Non mancano nell’Antico Testamento anche riferimenti alla bellezza del corpo (tob o jafeh), la razza ebraica è fatta di persone belle (sensibilità orientale), Davide era fulvo e di bell’aspetto.
Il Cantico dei Cantici è anche una celebrazione dell’amore e della bellezza, è l’incanto della bellezza, ma anch’essa è qualcosa di relativo.
Tuttavia, per contrasto, è però la bruttezza e la sfinitezza a designare la figura del servo di Jahvè, umiliato e colpito (Is 52, 13ss) ed anche Giobbe, il servo fedele. Non sempre, perciò, il corpo descrive ciò che la persona è agli occhi di Dio, in quanto “l’uomo guarda all’apparenza, ma il Signore guarda il cuore” (1Sam 16, 7), è sempre dunque possibile una qualche forma di ambiguità. In diversi passi la bellezza femminile viene segnalata come ingannevole, si pensi all’episodio di Davide e Betsabea (cfr. 2Sam, 11).
Ma questa attenzione comunque positiva al corporeo è pur sempre realista, perché l’uomo è destinato a morire, dunque la bellezza e la forza umana decadono: “Ogni uomo, è come l’erba con tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce” (Is 40, 6b-7).

Sulla sessualità
A proposito della dimensione della sessualità, aspetto importante del corporeo, l’Antico Testamento, la desacralizza totalmente riservandola alla dimensione dell’umano, propria dell’uomo, e combatterà contro le varie forme di prostituzione sacra presenti nel mondo pagano (ad esempio il culto della dea Astarte) che pure suggestionarono gli ebrei.
Il valore positivo della sessualità è dato dalla necessità del maschio di avere accanto la donna, solo così la solitudine è davvero superata, la donna è il Tu che sta davanti all’uomo (un aiuto simile è un aiuto che gli sta davanti in maniera degna: Gn 2, 18), senza il quale l’uomo non può stare.
Questo stare davanti è uno stare corporeo che illumina e gratifica gli occhi e il cuore.
L’uomo, immagine di Dio, è maschio e femmina, Dio non ha sesso e la sua immagine è data sia dall’uomo che dalla donna e dal loro essere fecondi.
La sessualità, perciò, nel suo corretto uso, esprime la grandezza/bellezza della creazione, segna l’uomo nel suo essere collaboratore di Dio nel dare la vita, ma, nel suo scorretto uso, può anche essere espressione di perversione, decadimento, morte, perché essa è comunque sempre una espressione corporea umana e risente dell’ambiguità dell’uomo.

IL MESSAGGIO DEL NUOVO TESTAMENTO

E’ soprattutto Paolo che ci dà l’immagine di uomo nel Nuovo Testamento, in lui è chiaramente presente una antropologia unitaria che non vede nell’uomo l’unione di due dimensioni autonome, una negativa e una positiva, quella materiale e spirituale.
Ne consegue che l’espressione corpo (soma) indica l’uomo nell’interezza della sua persona (l’uomo è un corpo, non ha un corpo).
Qui corpo indica tutto l’uomo, ma nella sua dimensione mondana, fisica anche sessuale/generativa, vista come un qualcosa di positivo che consente la relazione agli altri e a Dio.
Addirittura la relazione con Dio rende il corpo tempio dello Spirito (tempio, non prigione!), in noi, dopo il battesimo è presente lo spirito di Dio che ci rende cristiani.

La rovina del peccato
Questo uomo vive però l’esperienza del peccato, della perdizione, ma poi anche quella della grazia e del riscatto.
Un corpo dominato dal peccato è destinato alla dannazione eterna, questa dimensione negativa di povertà viene descritta nel Nuovo Testamento con il termine carne (sarx).
L’uomo presenta perciò un agire carnale ed uno spirituale. Nella vita terrena questi due momenti si trovano insieme.
Ma anche l’uomo carnale sarà riscattato, 1Cor parla della resurrezione dei corpi, questo corpo sarà così spiritualizzato, totalmente invaso dallo Spirito, non sarà volatilizzato, da corpo psichico (animato da vita naturale) a corpo spirituale (animato da vita soprannaturale) (1Cor 15, 44).

Guardando a Gesù di Nazaret
Noi sappiamo chi sia veramente l’uomo guardando a Gesù di Nazaret, l’uomo perfetto, il verbo fatto carne, sarx, che vive la condizione umana, fugge i poteri sovraumani (cfr. tentazioni) vive la kenosis, è l’opposto di Adamo disobbediente, sperimenta la passione e la morte.
Ma non possiamo dimenticare che tra il nostro essere carne e quello di Gesù vi è la differenza abissale dell’assenza di peccato.
Così, dice Paolo, il corpo di Cristo è corpo spirituale perché totalmente animato dallo Spirito (1Cor 15, 46) ed è uomo celeste.
Scopriamo allora che quella (il corpo di Cristo glorioso) è la vera corporeità realizzata che in Gesù non viene annullata neppure dalla morte, e ciò è avvenuto, dice la Lettera agli Ebrei, in forza dell’obbedienza del Figlio al Padre che coincise con il sì della croce, preludio della resurrezione. C’è qui anche la via attraverso la quale possiamo realizzare tale destino di gloria.
Ma così, sia pure nei tanti modi diversi, potrà essere anche per noi grazie alla redenzione. Se il destino di gloria di Gesù sarà dunque partecipato agli uomini in pienezza alla fine dei tempi allora tutto l’uomo, anima e corpo, godrà della gloria. Questo è il fondamento della fede nella resurrezione dai morti.
La resurrezione dei corpi è resa necessaria esattamente dal fatto che l’uomo è anima e corpo e che queste due dimensioni sono entrambe costitutive il suo essere persona.
L’insistenza di Giovanni sul sepolcro vuoto indica chiaramente che si intende la resurrezione di Gesù come una resurrezione corporea.
Il corpo glorioso di Gesù anticipa il destino del corpo di tutti gli uomini.
La condizione escatologica intermedia, cioè il tempo che va dalla nostra morte temporale alla fine dei tempi, è una condizione effettivamente ancora imperfetta in cui la gioia della redenzione o la tragedia della dannazione sono solo relative.
Tuttavia, secondo Paolo, questa partecipazione al corpo glorioso di Cristo sembra essere in qualche modo già anticipata qui sulla terra.
È destino, infatti, che del corpo del Signore risorto partecipino, come membra, tutti i credenti. Pensiamo all‘immagine del corpo e delle membra di Paolo che è accanto a quella sponsale che è ancora una immagine corporea.
Perciò il corpo morto a causa del peccato (Rm 8, 10) si può e si deve conformare a Cristo (Fil 3, 21) in un cammino di perfezione e purificazione che comunque si concluderà poi nella gloria del cielo.
È noto come il messaggio cristiano ebbe molta difficoltà a portare questa considerazione/rivalutazione del corporeo nell’ambiente europeo di cultura greco-romana.
La stessa salvezza intesa come resurrezione del corpo e non come liberazione dal corpo fu un annuncio di assoluta novità e di non facile comprensione.
Ne abbiamo un eco specifico nell’episodio di Paolo ad Atene, all’Areopago narrato in Atti 17.
Al termine del suo discorso, Paolo viene quasi deriso: “Quando sentirono parlare di resurrezione dai morti, alcuni lo deridevano, altri dissero ti sentiremo su questo un’altra volta” (Atti 17, 32).

LA CONCEZIONE DELLA CORPOREITÀ/SESSUALITÀ LUNGO LA STORIA

Il cristianesimo considera dunque la dimensione corporea come una dimensione essenziale della persona, non come una parte di essa separabile o di minor importanza, la salvezza, del resto, si attua attraverso il corpo: caro cardo salutis (la corporeità è il luogo della salvezza, Tertulliano).
Ciò avviene, fondamentalmente, per due motivi: il Verbo si è fatto uomo, si è incarnato, e la vita eterna in pienezza coincide con la resurrezione della carne.
È dunque l’incarnazione e la resurrezione che impongono primariamente al credente una visione antropologica di tipo unitario, che non svaluti il corpo.
È perciò da escludere qualsiasi ipotesi di salvezza dal corpo.
Tuttavia l’influsso soprattutto di Platone ha segnato per secoli la cultura occidentale ed ha penetrato anche la riflessione cristiana, molto debitrice, per altri aspetti, al filosofo greco.
Le conseguenze furono una sempre più forte tendenza a considerare il materiale inferiore allo spirituale, il corpo inferiore all’anima, con tutti i risvolti etici conseguenti.
Eliminare le passioni del corpo, una sua mortificazione al limite della soppressione, per tendere alla purezza spirituale, alienarsi dal mondo corrotto, è stato un ideale a lungo perseguito.

Visione negativa della sessualità
Tale concezione pessimistica del corpo, spesso pensato come luogo della tentazione, ha portato con sé anche quella verso la sessualità, relegata al solo fine procreativo.
Nei primi secoli dell’era cristiana era poi diffusa l’eresia gnostica che affermava due principi originari, quello del bene e quello del male, responsabili del divino e del materiale. L’uomo è una scintilla del divino caduta nella materia dalla quale ci si deve liberare. Il Dio dell’Antico Testamento era il Dio del male, quello del Nuovo Testamento, il Dio del bene.
Così tutto ciò che è materiale e corporale andava disprezzato attraverso una ascesi rigorosa (encratismo) o, all’opposto, considerato del tutto ininfluente dal punto di vista morale, per cui si riteneva neutra qualsiasi licenziosità.
In ogni caso ciò che contava era evitare la procreazione vista come un cooperare con il principio del male.
Ben diversa, ribadiamo, è invece la posizione del Nuovo Testamento sulla sessualità vista come un qualcosa di positivo, una cooperazione all’opera creatrice di Dio, legittima anche per consolidare l’amore coniugale.
Se a tutto ciò aggiungiamo la licenziosità dei costumi pagani, si vede bene quanto grande fosse il messaggio dei cristiani sulla corporeità rispetto alla cultura di quel tempo.
Tale influsso non tardò però col farsi sentire e con l’influenzare la teologia cristiana. Si afferma in essa, come tendenza più diffusa, ma non esclusiva, una ricezione del dato filosofico greco ed una preminenza data all’aspetto spirituale su quello corporeo dell’uomo, senza peraltro quasi mai cadere in forme esplicite di dualismo, se non nelle eresie.
Non mancano tuttavia posizioni pesantemente contrarie al corporale e al sessuale, dove il carnale è solo male ed opera del demonio. Il legame sessualità/concupiscenza ne è un classico esempio, e non si può pensare al matrimonio solo come un ripiego per chi non è in grado di vivere la via superiore della verginità.

IL CORPO NELLA CULTURA CONTEMPORANEA

Parlare bene del corpo è oggi invece attività assolutamente scontata. Non è tuttavia difficile e raro trovarsi di fronte a delle vere e proprie esagerazioni, al punto che si potrebbe parlare di un dualismo inverso rispetto a quello di un tempo. Non più lo spirituale che prevale sul materiale, ma, all’opposto, il materiale che prevale sullo spirituale.
Sembra infatti essere un dato caratteristico oggi quello del culto del corpo, esso deve dire sempre benessere, giovinezza, salute.
Si può parlare di forme di adorazione del corpo, di narcisismo, dalle cure estetiche ai concorsi di bellezza, dai tatuaggi al piercing.
In particolare vi è l’idolatria del corpo femminile, elemento di desiderio e di seduzione costantemente presente.
Qui il corpo è ridotto ad oggetto e il suo sfruttamento sessuale, del tutto staccato dalla dimensione spirituale dell’amore, ne è l’espressione più forte.
Ma nel momento in cui il corpo è ridotto ad oggetto la persona non c’è più.
Il corpo non può infatti abbandonare la sua dimensione spirituale, a motivo dell’antropologia unitaria, diversamente entriamo nello spazio della degradazione, dello sfruttamento, della violenza, dell’appropriazione.
Che il corpo non possa essere ridotto ad oggetto è anche segnalato dai sentimenti della vergogna e del pudore che, nonostante tutto, ancora permangono nell’uomo d’oggi.

LA CONCEZIONE CRISTIANA DEL CORPO UMANO

La riscoperta attenzione al tema della corporeità ha portato la comunità cristiana a riflettere su questa dimensione dell’essere umano tanto essenziale quanto purtroppo tralasciata.
In morale di corpo non si parlava, lo spazio era tutto preso dal tema della sessualità che è solo una dimensione del corporeo e della quale era urgente definire ciò che è proibito e ciò che è permesso/tollerato.
Oggi le cose sono molto cambiate, la teologia fa propri i risultati delle scienze biologiche e psicologiche per descrivere una immagine adeguata dell’uomo.

La dimensione corporea dell’uomo e la sua ambiguità
Il corpo è prima di tutto il luogo in cui ci si dice all’altro, è la forma primaria di relazione, è il dire il nostro essere, è comunicare, è mediazione di tutto, emozioni, sentimenti, stati d’animo, la parola stessa è corporea, fisica.
Davvero del corpo non si può più fare a meno!
Tutto il corpo è un insieme di gesti carichi di senso, ma ambigui, possibili di fraintendimento, sempre necessari di una parola di spiegazione.
Se è così esso necessita di un modello morale da perseguire per il bene autentico dell’uomo.

La corporeità è portatrice di valori?
Secondo un comune modo di pensare, al contrario, sono molti oggi i dati che segnalano il primato di un libero soddisfacimento corporeo dei propri bisogni.
Il corpo oggi non è più normato, per esempio dalla morale cristiana, ma è normante, cioè è legge a se stesso (“il corpo è mio e lo gestisco io !”) in nome di una naturalità per la quale ciò che non fa male, nel senso di salute, può essere tranquillamente eseguito.
Il quadro contemporaneo non vede più l’uomo come creatura di Dio, ma lo collega agli animali, agli altri esseri senza riferimenti a ciò che non è visibile, come un’anima immortale.
Se è così il riferimento etico fa riferimento oggi semplicemente al dato naturale, perciò ciò che in natura si può fare è moralmente buono, si segue ciò che l’istinto dice e non si fanno distinzioni di valore.
Qui la sessualità equivale alla digestione.

Per un’etica della corporeità
La proposta cristiana va invece in tutt’altra direzione.
Prima di tutto il corpo è maschile e femminile, esso è dunque costitutivamente segnato dalla sessualità che, nella prospettiva cristiana, non è la conseguenza negativa di una azione degli dei atta ad indebolire l’uomo, come nel Simposio di Platone, bensì è dono di Dio che evita all’uomo la solitudine.
Anche la dimensione psichica della persona è, a modo suo, influenzata dal fatto di essere corporalmente maschio o femmina.
Gesù Cristo si è fatto realmente uomo, ha preso su di sé un corpo umano ed ha vissuto come ogni uomo, anche nella sofferenza.
La valorizzazione del corpo è diretta conseguenza, il corpo è tempio dello Spirito Santo, anche il corpo, inoltre, parteciperà dell’eterna comunione con Dio.
Sembra perciò del tutto evidente la stima che il cristianesimo porta per il corpo dell’uomo.
Del resto, secondo il messaggio biblico, tutta la creazione è all’inizio buona, sia quella spirituale, sia quella materiale, contro qualsiasi forma di gnosticismo, e il vertice di tale creazione è l’uomo che è immagine di Dio in tutte le sue dimensioni: materiale, spirituale e sessuata (dunque la sessualità è una cosa buona).
Perciò il corpo va rispettato e preservato da tutte le impurità, cosa che la morale cristiana ha da sempre voluto affermare, ma per lo stesso motivo il corpo manifesta delle esigenze etiche che vanno colte con la ragione e osservate con la volontà.
In particolare non si può ridurre il corpo ad oggetto di sfruttamento e di commercio, deturpandolo e degradandolo, dalla pubblicità alla pornografia.
Non si può neppure esporre il corpo a gravi pericoli, come in certi sport, esso va mantenuto dignitosamente in vita (cibo, bevande, attività sportiva, sigarette…).
Nell’ambito della teologia morale vi è il trattato di etica della vita fisica
Rispetto del corpo è però anche accettarne il decadimento naturale, evitando qualsiasi forma di idolatria, il corpo non è mai un assoluto.
Nella vita il cristiano offre il proprio corpo, le proprie attività corporee, fino anche ai limiti del martirio (principio di carità), vive la relazione con Dio anche a livello corporeo, prega con il corpo, la liturgia è piena di segni materiali e corporei, e prega anche per il corpo, principalmente per la sua salute.
Per il cristianesimo, inoltre, anche un corpo malato e sofferente mantiene il suo valore, la bellezza e la salute non possono, cioè, essere assolutizzate.
È oggi aperta tutta una discussione, ad esempio, sui malati terminali, sugli handicappati, o sulle persone anziane, si deve invece ribadire che il corpo malato, malformato e sofferente ha uguale valore di un corpo bello e sano.
La malattia e la sofferenza hanno poi anche un valore redentivo se unite alla sofferenza di Cristo sulla croce.

La rovina del peccato
Di fatto però la bellezza del corpo e dello spirito umano sono state rovinate dal peccato, fin dall’inizio la volontà umana è debole e la libertà è fiacca, c’è una pesantezza.
L’uomo vede il bene, ma fa il male.
C’è un disordine che resta nell’uomo anche quando il peccato originale viene perdonato grazie al battesimo, è quella tendenza al peccato detta concupiscenza.
Perciò il cristianesimo esalta il corpo, ma anche ne riconosce le ambiguità e le cadute, dunque la visione cristiana del corpo prevede anche la lotta, la mortificazione e l’ascesi, sono i no che Cristo chiede per poterlo seguire.
Tale mortificazione , naturalmente, comprende anche la dimensione spirituale dell’uomo, il corpo non è la parte inferiore dell’uomo che compie il male.
L’idea invece che fosse il corpo la sede delle cose cattive si diffuse con i vari dualismi neoplatonici (Plotino, III sec. d.c., si vergognava di avere un corpo) e la spiritualità cristiana si nutrì di questa impostazione prevedendo, ad esempio, forme durissime di penitenza.
Non si deve, invece, attaccare il corpo, bensì ciò che del corpo è corrotto, qui è mancato a volte un corretto equilibrio.
L’imitazione di Cristo nell’offerta di sé, dovere di ogni cristiano, ha fatto anche pensare ad un disprezzo del proprio corpo, ma si tratta di una interpretazione erronea.

CONCLUSIONE

Per noi cristiani l’unità dell’uomo è un qualcosa di incontestabile (mi fa male, ho male, sono ammalato), e il corpo è sempre il nostro corpo, pur cambiando continuamente, in quanto unito dal sempre stesso principio spirituale, chiamiamolo anche anima. Le emozioni, fenomeno psichico e corporeo, e le malattie psicosomatiche confermano tutto ciò. Dobbiamo dunque curare insieme la nostra dimensione spirituale e corporea.
Resta ancor oggi il problema dell’interazione tra la dimensione fisica e quella spirituale dell’uomo, il cosiddetto problema filosofico del ponte.
L’unità di anima e corpo nell’uomo è segnalato da GS 14, perciò l’uomo non può disprezzare, dal punto di vista etico, la vita corporale, il corpo è buono e degno di onore, è creato da Dio e destinato alla resurrezione. Ma l’uomo è superiore alla dimensione materiale, trascende il mondo, ha una vocazione divina, un’anima spirituale e immortale.

I doveri del corpo
L’uomo è un essere mondano che vive corporalmente nel mondo ed ha dei doveri verso di esso (ecologia, dominazione e protezione) come anche verso tutta la realtà creata da Dio.
In tutto se stesso l’uomo è immagine di Dio, nella dimensione corporale e spirituale insieme.

I diritti del corpo
Il corpo presenta dei diritti, chiede nutrimento e vita adeguata, rispetto, fin dai suoi inizi (embrioni, aborto, clonazione, bioetica, sperimentazioni, donazione di organi), possibilità di sviluppo secondo le proprie inclinazioni culturali, artistiche, sportive.
Nella resurrezione la dimensione corporea sarà spiritualizzata, non vi sarà la sessualità, i bisogni fisici, e tuttavia vi sarà la resurrezione dei corpi.
In Cristo Dio stesso si è espresso nella corporeità umana, vedere Gesù di Nazaret significa vedere il Padre (Gv 14, 9), Cristo ci propone un modo nuovo di essere uomini.
La carne del peccato, in Cristo, è ritornata corpo, affinché tutto nella materia come è da Dio sia sempre di Dio e per Dio.
Paolo parla della necessità di cambiare corpo, non di eliminarlo.
Spogliarci dell’uomo vecchio e rivestirci di quello nuovo, pulito, senza macchia di peccato, lavato dall’acqua del battesimo.
Così l’uomo è trasformato e ciò avverrà se avremo saputo seguire l’invito di Paolo ad offrire al Signore il proprio corpo, cioè la persona come un sacrificio gradito a Dio (Rm 12, 1).
Questo è la vera ed autentica vocazione dell’uomo. L’essere graditi a Dio nella vita e nel comportamento. Seguire questo invito è il nostro più autentico dovere.