L'età contemplativa

Arturo Paoli 

L'articolo del mio amico don Gianni sulla spiritualità dell'infanzia (cf. G. Catti, Spiritualità e infanzia: l'esperienza del Consolatore, Regno-att. 6,1995,148), e l'intenzione de Il Regno di avviare una riflessione sulla spiritualità nelle diverse tappe della vita, mi hanno stimolato a scrivere sull'età dell'epilogo. Mi mancano gli strumenti per lavorare sull'etimo: trovo eccellente aprire lo scrigno delle parole, ricavandone dei significati sconosciuti che rivelano il senso dell'argomento che si sta trattando. In altre parole, non ho una biblioteca e non ne sento il bisogno, e questo rifiuto sarà più chiaro andando avanti nel mio discorrere. Allo stesso modo non sono altrettanto convinto del vezzo di trovare degli eufemismi a parole che significano stati fisici o psichici considerati negativi, perché ci vedo l'atteggiamento di una generazione che non vuole guardare in faccia il dolore. Non riesco a capire perché non-vedenti sia un'espressione ottimista contro la pessimista di ciechi. La parola vecchiaia e l'attributo vecchio non mi provoca una reazione di tristezza e di rifiuto proprio. Oggi mentre scrivo, ho ricevuto una lettera tenerissima di un fratello latino-americano che si apre col saluto "muy querido viejo". A 82 anni compiuti sono un vecchio, competente per parlare di vecchiaia o di vecchiezza; parlando della mia e altrui esperienza spero vengano fuori degli elementi che potranno comporsi nel tema della spiritualità.
Dichiaro subito che la vecchiezza è una bella età. Godo di buona salute e non mi preoccupo di sapere se e quanto durerà. Non so se la porta che si aprirà sull'altra dimora sarà collegata da un corridoio, lungo o corto; sono pensieri che mi sorgono quando ricevo notizie di amici, ma non mi tormentano eccessivamente. Cerco di conservare la salute con cibi sani, con poco letto e con un esercizio quotidiano di cammino o marcia, e seguo il consiglio delle donne della comunità che si dedicano alla medicina alternativa. Credo di non essere mai stato un crapulone, anche se mi piace partecipare alle cene festose, specialmente dei poveri; tutti conoscono l'adagio che ripeto quando insistono perché mi serva di nuovo: "Mangio quello che volete voi, ma quanto voglio io". Nonostante i consigli della nostra dottoressa, non posso essere vegetariano, perché i poveri festeggiano un ospite gradito con carne e il rifiuto "Io non mangio carne" cadrebbe come alle nozze di Cana la scoperta: "Non hanno più vino" (Gv 2,3). Poi, confesso che alcuni vegetariani che ho conosciuto mi sono parsi eccessivamente attenti al loro corpo. Sono convinto che il corpo ha bisogno di un'attenzione misurata e limitata, un'attenzione disattenta: si deve arrivare a una convivenza pacifica e libera fra la parte psichica e la fisica, perché questa è condizione di buona salute.
Ho attraversato zone malariche non pensando che potevo prendermi la malaria, ho bevuto acqua molto dubbia, e non ho calcolato quanti parassiti ingoiavo, mi è capitato di partecipare a delle mense poco igieniche, molto poco igieniche, e ho goduto la cordialità dell'accoglienza, dimenticando che potevo prendere il colera o qualche altra peste. Non so se il Padre celeste abbia mobilitato per me alcuni cori angelici, ma credo che niente predisponga alle malattie, quanto la preoccupazione angosciosa della propria salute. Non dimentico che ipsa senectus morbus: la stessa vecchiaia è una malattia, e non vorrei apparire insolente a un coetaneo che mi legge. In un asilo di anziani mi sento quasi umiliato di godere buona salute: sono un ricco che entra in un tugurio. Ma... tutto è grazia. Io c'entro per una percentuale minima.

Un processo di spogliamento

Sento l'impazienza dei lettori provocata dalla dichiarazione sono felice di essere vecchio perché i più sono d'accordo con Leopardi che la porta che introduce nella vecchiaia è una "detestata soglia". Esteticamente direi che la causa di questa felicità è un'esperienza di semplicità che forse ho cercato per tutta la vita. In questi ultimi anni ho avuto la sensazione di essere coinvolto in un processo di spogliamento, di perdere molte foglie. Gli alberi in autunno sembrano intristirsi perdendo le foglie, ma se pensiamo alle feste di rosso antico dei vigneti toscani, alle sinfonie di colori che ho avuto la fortuna di guardare a lungo nei boschi canadesi, si può parlare della caduta di foglie come di una danza. Ripenso spesso a Il vecchio e il mare di Hemingway e mi dolgo che questa stupenda intuizione contemplativa della vita non gli abbia trasmesso la gioia che poteva difenderlo dal suicidio. Il vecchio, partito a pescare con un equipaggiamento completo e sofisticato, aggredito da una tempesta, a poco a poco perde tutto e finisce per approdare sulla spiaggia steso su una tavola. È la descrizione esatta di una vecchiaia "contemplativa", perché l'avventura non finisce nella delusione: il vecchio non approda a una spiaggia di morte, ma finisce nella gioia di sentirsi vivo e libero. Teorema di Pasolini si chiude con l'immagine dell'impresario che si spoglia nella stazione di Milano, ma il vecchio di Hemingway viene spogliato: la differenza è essenziale, la volontà umana, qualunque essa sia, deve ritirarsi, tacere; è il vento che spoglia l'albero delle sue foglie, e questo è molto importante.
La fede, liberata da un equipaggiamento pesante, aspro come una corazza d'acciaio, danza nuda sulla spiaggia. Nessuna immagine è capace di comunicare questa esperienza: ero esperto nel parlare di spiritualità, ora posso tentarlo solo raccontando esperienze che ho potuto conoscere da vicino e comprenderle attraverso il mio "vissuto"; ora potete capire perché non ho bisogno di una biblioteca. Non potete chiedere al vecchio che galleggia sulle onde di non avere degli attimi di paura. Può cadere nell'acqua e perire, per un movimento brusco verso destra: tornare alla sicurezza che gli veniva dalla fedeltà ai metodi tradizionali che gli assicuravano avallati dall'esperienza di santi. Verso sinistra: non fidarsi fino in fondo dell'invisibile tele-guida, perché all'orizzonte non si vede profilarsi terra. La crudele, disamorata moglie di Giobbe mi ha aggredito con la sua logica: hai ancora fede? Perché non bestemmi e muori? Bestemmiare non so, anche se toscano, ma lasciarsi cadere nell'acqua sarebbe così dolce...
Teresa d'Avila, mia maestra e amica, mi ha avvertito che certe prove non si superano senza amici, e mi raccomanda di diffidare dei confessori ignoranti che sentono compassione del "vuoto" e lo vogliono colmare affrettatamente: succede come uno che ha lo stomaco vuoto per una lunga fame e mette dentro tutto quello che può afferrare, e poi deve vomitare e ritornare alla sua condizione di affamato. Io ho trovato l'amico e il sapiente, il "dottore" direbbe Teresa, in Carlo Molari. Quando sul mio legno mi viene la tentazione di fare dello swing, mi tranquillizza: "La vita di fede è altra cosa da questa congerie di regole dottrinali e disciplinari, e le sue dinamiche seguono altre regole". Devo dire che le oscillazioni sono sempre meno frequenti, e vivo gioiosamente la mia fede. Vorrei che la chiesa annunziasse con più forza e più esclusività lo Spirito liberatore e facesse sentire quanto egli è libertà: darebbe davvero un messaggio cattolico, universale, perché ogni uomo porta in sé il sospiro verso la libertà, soffocato dalle diverse forme di schiavitù che gli impone la vita, non escludendo quella religiosa. Ma forse la libertà non si può annunziare da nessuna cattedra; solo e silenziosamente si trasmette nella relazione di amicizia.
Quando ero giovane pensavo più spesso alla morte; mi inseguiva il ricordo di prediche ascoltate che insistevano sulla preparazione a ben morire; ora, quanto più mi avvicino, meno ci penso. Quando mi sentirò molto prossimo, penso che passerò la preoccupazione all'Arturo del passato. L'Arturo attuale non può preoccuparsi perché non naviga su uno yacht. Se fosse su una vera barca dovrebbe preoccuparsi dei rifornimenti, delle tempeste, di non finire nelle secche... Il mio piccolo legno galleggia senza direzione apparente. Il pilota invisibile non informa, il suo costante e unico messaggio è "fidati", e quando mi arriva, mi sento più sicuro che in un transatlantico. Paura della morte? No, perché è probabile che non muoia, il vento mi sospingerà a qualche spiaggia.

Dell'abitare poetico...

Probabilmente l'esperienza del deserto che mi fu concessa sui quarant'anni mi risparmia oggi il deserto della vecchiaia con la sfida del Satana che conta sull'angoscia della solitudine e dell'inutilità. Mi è arrivato in dono un libro, un vero regalo, che mi offre le parole per affrontare due fantasmi che sgomentano il vecchio, e che ispirano i samaritani e le samaritane a venire in soccorso degli anziani, terrorizzati da questa visione: si tratta di G. Zaccaria, L'etica originaria. Höderlin, Heidegger e il linguaggio, Egea, Milano 1992. Mi fermo un momento per assaporare la gioia che ho provato nel vedere apparire una filosofia che è poesia e una poesia che è filosofia, che segna la liquidazione dell'illuminismo cartesiano o hegeliano. Questa vittoria è ormai assicurata da troppe parti per non esserne sicuri. Tutti possono leggere questo libro, ma non tutti possono capirlo, perché siamo abituati a leggere con la testa piuttosto che con tutto il corpo, cioè a leggere senza sentirci dentro quel che leggiamo, assistere a un racconto senza sentirci raccontati. Vi ho trovato esperienze vissute che non si possono spiegare "perché un abisso separa lo spiegare dal comprendere, dal pensare, dal poetare. Per questo una spiegazione ci lascia sempre in pace, lasciandoci liberi da ogni attesa e passione e pronti per altro cui interessarci". Il messaggio centrale di questo libro è "l'abitare poetico". Ed è proprio questo che si può comprendere solo da una esperienza e non si può spiegare: chi legge come ha sempre letto un libro di filosofia, vi cercherà invano una spiegazione logica. Colgo a caso una delle definizioni dell'abitare poetico, che può guidare al comprendere: "Abitare poeticamente significa stare alla presenza degli dei ed essere toccati dalla vicinanza delle cose. Poetico è il dasein (esistere) nel suo fondamento: ciò significa al tempo stesso che esso, in quanto istituito, fondato, non è un merito, ma un dono". Perché gli dei e non Dio? Perché l'abitare poetico non è proprio di un cristiano o di un buddhista, o musulmano, è dell'uomo che si apre alla sua origine, alla fonte del suo esistere. Partendo dall'abitare poetico riesco a comprendere perché in questi ultimi anni la mia relazione religiosa si è spostata dal "Dio-verso-cui-vado" al "Dio-da-cui-vengo". Il Dio da cui vengo è la mia casa, il mio abitare, è la casa del Padre, che è da prima di partire per terre lontane; per ribellione o per obbedienza, la differenza non è grande. Gli antichi parlavano di un "pellegrinare lontano da Dio" come destino dell'uomo.
Credo che possa illuminare l'abitare come "dasein" dell'anzianità la storia di una vecchietta che è stata per molti anni la mia compagna nel coabitare la vecchiaia, anche se da lontano. Adele era una persona esilissima forse pesava un po' più di trenta chili o un po' meno di quaranta che è morta dopo aver varcata la soglia degli 83 anni. Viveva sola a Viareggio in un appartamento in cui è stata reclusa per più di quarant'anni: durante tutto questo tempo non ha mai sceso l'unica scala che apriva la porta della sua casa sulla strada; raramente ha aperto l'unica finestra che dà sulla città. Passava le sue giornate lavorando in un soggiorno la cui unica finestra lasciava vedere un muro. Non si vedeva il mare, non si vedeva una pianta. Oggi ripensando a quella stanza, vuota di Adele, essa mi appare peggio di una cella carceraria; Adele era una sarta molto fine, confezionava uno o due abiti l'anno per alcune signore che li sfoggiavano in riunioni rotariane laiche o religiose. Seguiva la gran moda in poche riviste, e con uno sguardo coglieva le proporzioni del corpo da vestire, e indovinava la toilette che esprimesse meglio la persona che doveva indossarla.
Adele mi ha fatto capire che si può vivere in una villa medicea o berlusconiana senza abitarla, se la persona è inquieta e annoiata passeggia per le stanze cercando dove depositare "tristezza e noia". Che si può viaggiare dalle Hawaii al Tibet, godendo esteticamente il mondo senza abitarlo, perché irrimediabilmente rifiutato. Adele "abitava" perché la Voce la persuadeva del senso del suo destino. Non aveva scelto la sua clausura per voto ma, probabilmente, per una "fobia". Non ha mai sentito il bisogno di chiedere a uno psichiatra (ne contava uno fra i suoi grandi amici) la causa che l'aveva indotta a vivere più della metà della sua vita in quello stile insolito, perché la fobia era restata fuori della porta e dentro abitava in lei una francescana letizia con cui accoglieva gli amici."Se pensiamo l'abitare come un continuo ineludibile accogliere l'ingiunzione di entrare nella morte, dovremmo poter comprendere che esso (l'abitare) lungi dal risolversi in un incessante annientamento custodirà già sempre l'istante d'inizio di quell'unico colloquio da cui possiamo essere sorretti... il colloquio con la sua unità e unicità, sorregge il nostro essere qui". Non è una spiegazione, ma è il senso dell'abitare di Adele in quella cella (sola, ma non in solitudine). Non poteva stare molto tempo davanti alla TV perché le provocava una stanchezza insopportabile, ma non tralasciava mai di vedere il giornale, perché "bisogna accogliere in casa il mondo anche quando ci trasmette angoscia" mi scriveva. Zaccaria annota nella sua analisi dell'abitare poetico che: "l'abitare poetico intrattiene con la morte un rapporto peculiare: esso fa sì che l'uomo la incontri come tale, fa sì che la incontri al di là di ogni morire, come compimento e lascito, nella bontà dell'essere. Egli è allora memore del suo compito cosmico; è disposto a consacrare la propria esistenza all'integrità del mondo. Accade per lui, in modo felice, la verità del detto di Hölderlin: "Vita è morte, morte è anche una vita"". L'integrità del mondo, cioè la sua pace, era il segreto rinchiuso in quel minimo di corpo e in quel minimo di spazio. "Noi siamo, possiamo essere, nella differenza degli altri enti, perché possiamo morire e parlare, ma questo ora significa: la nostra essenza propria riposa nella possibilità di esistere come parola del mondo... gli dei hanno bisogno di noi mortali perché esista il mondo", così Adele ha sconfitto l'inutilità. Il solo spettacolo cui Adele non rinunziava mai erano i ballets. Credo non avesse mai manifestato la nostalgia del mare o di un paesaggio, lei nata in Calabria fra monti e mare. Non ho mai incontrato una donna tanto estranea all'arredamento della casa come Adele; viveva nel suo soggiorno come in una povera stanza d'albergo, ma questa povertà era tutt'altro che squallore. Oggi lontano da quel luogo e da quel tempo, posso ripensare alla sua casa facendo confronti; ma lì, con lei, non vedevo il muro di fronte né l'arredamento della casa.

... e della solitudine

Nelle sue lettere mi parlava di vera solitudine, quando Egli, la Parola dell'inizio, la lasciava sola e perdeva la voce della promessa. Anche i salmi, quando Dio era assente, le ricordavano l'antica promessa, l'Alleanza giurata ad Abramo. Quando il passato non è promessa, diventa insopportabile: solo il ricordo ci può liberare dalla solitudine e dall'inutilità, non c'è altro: "Prima di formarti nel grembo materno, io ti conoscevo" (Ger 1,5). Ho trovato spesso persone religiose fino al delirio, obbedienti alle leggi fino alla mania, incapaci di sentire la voce, di provare l'indicibile sicurezza e tenerezza di questo "Io". E allora?
Adele aveva amici che la visitavano, ma non avrebbe mai accettato chi fosse andato da lei per consolare la sua solitudine. Non le sfuggiva chi la visitava per la "buona azione del giorno". Le visite la riempivano di gioia, solamente una le dava una certa tristezza: ed era la visita periodica di una signora ammalata di solitudine che voleva essere consolata da una solitaria. Non sapeva che dirle perché non aveva esperienza della solitudine patologica. Adele conosceva la solitudine mistica che è altra cosa; in fondo essa è un gioco d'amore. Le dame che includevano fra le opere di misericordia tenere compagnia ai vecchi soli dovevano sentirsi frustrate visitando Adele, perché non aveva bisogno di loro. Si sostentava benissimo col suo lavoro, e viveva in uno spazio dove si svolgeva la sua storia. Le davano gioia quelle persone che visitavano Adele perché avevano bisogno di stare con Adele. Non bisogno di consigli che non sapeva dare. Era cattolica perché la Chiesa cattolica era stata il luogo dell'incontro, ma ignorava la "nomenklatura" cattolica, perché non aveva frequentato una comunità cattolica, se non al tempo del catechismo. La legava alla parrocchia unicamente la visita rapida e silenziosa del padre che le portava l'eucaristia. La sua fede era testimonianza o piuttosto trasparenza più che parole; si trovavano bene con lei persone immuni o immunizzate dal clericalismo. Sapeva ascoltare e comprendere, quasi mai spiegare. Spesso la vinceva la tentazione di parlare dei suoi guai: un'ulcera che portava sul dorso, la perdita della vista a un occhio, forse per far sentire la sua solidarietà con chi raccontava i propri guai. Negli ultimi anni forse mesi dovette accettare l'assoluta incapacità di proseguire il suo lavoro, ma restò l'Adele di sempre, perché abitava più nell'essere che nel fare.
Tante volte mi sono chiesto come ha fatto Adele a vivere una lunga vita senza vedere il cielo, senza strusciare i piedi sull'erba, senza ascoltare lo stormire delle piante, abitando vicino ai pini. Me lo chiedo seduto a un tavolo, ma la risposta mi viene durante le mie passeggiate quasi quotidiane allo spuntar del sole, in cui perdo la curiosità di sapere se passeggio entro i limiti geografici della Bolivia, del Brasile o dell'Italia e vivo almeno un momento contemplativo un'esperienza che deve essere molto vicina a quella degli indios, che vivono sulla terra non delineata da confini geografici: è la terra! In questa esperienza fra la cella di Viareggio e i boschi dell'Amazzonia non c'è una differenza sostanziale. Sono sicuro che se avessero proposto ad Adele una finestra sul mare o sui boschi della Sila, avrebbe sorriso: troppo meschino il baratto per chi ha una finestra sul mondo. Il mio modo di abitare è molto diverso da quello di Adele, ma se non avessi trovato il senso dell'abitare sciolto dallo spazio e dal tempo, starei ancora a rimpiangere "le amate sponde" da cui mi sono staccato da molti anni, e affiderei la mia tristezza a un testamento per chiedere di tornare almeno morto, nella "mia" terra. Non giudico queste ultime volontà, ma le penso incompatibili con la nuda spiritualità dell'epilogo. "Pensare significa limitarsi a un solo pensiero che un giorno splenderà come una stella nel cielo del mondo".

(Regno-att. n.22, 1995, p.658ss)