Spiritualità e giovinezza:

cercava di vedere Gesù

Severino Pagani


Cercava di vedere Gesù

Un uomo cercava, ma non riusciva...
"L'uomo di oggi non soffre in primo luogo per il peccato,
ma per l'assurdità della propria vita;
non è spaventato dalla collera di Dio,
ma dalla sua assenza,
non vuole essere perdonato ma rassicurato;
non cerca dunque se pur lo cerca
un Dio misericordioso, ma un Dio reale: dov'è Dio?
O, come già diceva Nietzsche: dove se ne è andato?" (H. Zahrnt).

La ricerca di Dio è un'avventura senza fine. L'uomo chiamato a guardare in alto si ripiega su se stesso, nei confini angusti delle sue possibilità e della sua coscienza. Spesso arrogante e smarrito, questo suo cercare non ha mete. I contenuti si spengono, gli obiettivi si sfaldano prima di essere raggiunti. Così cercano Dio anche i giovani di oggi. Poi qualcuno d'improvviso si accorge che questo non riuscire è dovuto al fatto che la sua mente è rimasta troppo chiusa e la sua statura umana troppo piccola. Bisognerebbe aprirsi a più grandi dimensioni, a più illuminati pensieri, a prospettive più universali. Un uomo cercava ma non riusciva perché era piccolo...
"Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua". In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: "È andato ad alloggiare da un peccatore!".
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: "Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto". Gesù gli rispose: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto"." (Lc 19,1-10).
Questo brano esprime un'avventura molto comune ai giovani di oggi: quelli che si risvegliano e si mettono in cammino. È una parabola della fede. È un'autentica rivelazione. Attraverso questo brano raccogliamo i nostri pensieri. Ai crocicchi della nostra città, come all'ingresso di Gerico, i giovani aspettano che qualcuno passi di lì, e li raccolga.
È ancora possibile oggi che un giovane si lasci convincere a seguire il Signore? A vent'anni è possibile raccogliere la propria intelligenza, il proprio corpo e la propria libertà per credere al vangelo delle beatitudini? Quali sono i passaggi che aiutano oggi un giovane ad assumere la fede cristiana come grazia della vita? Come si può dare una vita spirituale nella giovinezza? E attraverso quali sentieri? Tracciare un itinerario spirituale per i giovani di oggi significa tentare di rispondere a queste domande.

La questione della fede

La vita spirituale accompagna l'esistenza di molte persone di ogni età. Le accompagna con le sue possibilità e con i suoi problemi, con le sue fatiche e con le sue promesse. Sostanzialmente propone e ripropone sempre la questione della fede. In ogni età della vita, finché ci saranno credenti sulla terra, la questione della fede, che è il cuore della vita spirituale cristiana, rimane aperta nelle sue diverse forme: come esperienza, come possibilità, come rifiuto, come indifferenza, come questione centrale della propria libertà oppure come qualcosa di totalmente irrilevante.
La vita spirituale si pone perciò come questione della fede. La fede è l'adesione convinta e appassionata alla persona di Gesù. È possibile mediante lo Spirito. Come oggi un giovane si trova a vivere, o a non vivere, la questione della fede? Ci sembra ed è la tesi che vorremmo sostenere che oggi per i giovani la questione della fede prima di essere un problema di ortodossia è questione di esperienza. Essere credenti viene immediatamente proposto e sentito come l'ingresso in un'esperienza.
Un'esperienza (un vissuto) è l'intenzione di una persona con se stessa, con l'altro (con l'Altro) e con il mondo. In essa, illuminati dal pensiero, sono simultaneamente chiamate a esprimersi tutte le parti della persona, che possono essere sintetizzate nel corpo e nella libertà. Quando qualcosa conduce un giovane a lasciarsi persuadere dal fatto che l'esperienza della fede (carità e speranza) merita di essere vissuta, allora nasce un credente. La promessa della fede è quella di poter incontrare qualcuno che dia senso e unità alla vita, alla propria storia e al proprio futuro. Ma la vita può essere interpretata come qualcosa di unitario e di sensato? Non è semplicemente la dispersione delle sensazioni? Questa è la sfida.
I credenti, quali guaritori feriti, dovranno mostrare che l'esperienza della fede (carità e speranza) come è proclamata e vissuta nella chiesa, è in grado di convincere i giovani che questa esperienza è propizia per la loro vita, e che ha una sua verità, non solo teorica ma anche pratica. Il credente persuade che vale la pena, diremmo vale la grazia, di unificare intorno alla fede tutta la sua vita, le proprie relazioni e il proprio disagio, le forme della propria solitudine e quelle irrinunciabili dell'amore.
La vita spirituale nella giovinezza deve passare attraverso la porta stretta dell'assenso esperienziale della fede. Inevitabilmente all'inizio è per gran parte acritica, intuitiva, incompleta. Si sta a vedere come in questa esperienza si possa essere amati, si riesca ad essere salvati. Certamente ci sono altri portali, grandiosi, solenni, degni di rispetto. Tuttavia, mi pare, tali che non sembrano purtroppo in grado di far passare i giovani verso una reale esperienza spirituale che sia memoria di quella di Gesù. Almeno all'inizio. Dopo aver varcato la porta stretta dei primi passi reali di vita cristiana, bisognerà far passare, forse in età più adulta, anche attraverso questi grandi portali, che all'inizio per la maggior parte delle volte sono irrilevanti, irraggiungibili o problematici per una comune coscienza giovanile.
Quali sono questi grandi portali: alludo alle dimostrazioni classiche dell'esistenza di Dio, ai procedimenti logici che una filosofia giusta conserva nella nostra tradizione, alla completezza della verità che costituisce l'ortodossia cattolica, al senso profondo e insostituibile del magistero e a quel mistero insondabile, fragile e fecondo che la chiesa istituzionale custodisce nella storia.
Queste sono le vie maestre, ma il giovane immediatamente non chiede di percorrere queste vie; non sono queste le sue prime domande, quando ci sono. Le domande sono affettive; i consensi sono emotivi; gli slanci sono ingenui; la fatica è pigra; la coerenza è discontinua. Tuttavia il cammino è reale.
Il lasciarsi convincere a un'esperienza è stato il primo sentire dei discepoli di fronte al passare di Gesù. Questo convincimento va ben oltre l'acquisizione critica dei motivi di credibilità della fede; proprio così come la Scrittura va oltre la teologia, che tuttavia è necessaria per capire con profondità la Scrittura. L'apologetica è una scienza sacrosanta e perenne, ma va usata e coltivata al momento giusto. Il convincimento ad un'esperienza va oltre perché si fa carico di tanti elementi pratici che possono contribuire o meno in rapporto alle infinite scelte quotidiane.
La questione della credibilità della fede (le regioni della fede) è ancora, e giustamente rimarrà sempre, troppo teorica rispetto alle mode, ai bisogni emotivi, alle sensazioni, alle risorse del sentire corporeo su cui oggi i giovani registrano i loro pensieri e le loro scelte. Insomma, se si vuole incominciare, bella o brutta che sia, bisogna parlare la lingua che si sa. Oggi la corporeità ha assunto una parte rilevantissima rispetto al pensiero. Il pensiero è debole e la sensazione è forte. La ragione è sempre in un corpo e in esso soltanto si esprime.
Il momento della giovinezza è il tempo in cui per la prima volta nella vita la libertà acquista piena cittadinanza nel corpo, e si esprime con esuberanza in esso. L'esperienza della fede promette di amare uno senza averlo visto (cf. 1Pt 1,8), e questo pone certamente delle difficoltà a un soggetto il cui modo più elementare per rapportarsi al mondo è l'esperienza dei sensi. Le percezioni si aprono con forza alla vita. L'esperienza cristiana da un lato promette di interpretare il vissuto giovanile, di chiarirne l'identità, i morsi dell'angoscia e lo spettro del futuro; d'altra parte tuttavia è pur sempre qualcosa che si muove in una promessa non anticipabile per intero nella storia.
In un periodo storico in cui la trasmissione della fede non può, più di tanto, far leva sulle istituzioni e sugli apparati, per un giovane la fede può sembrare esperienza d'altri tempi, forma passata del vivere, modello decaduto di interpretazione del mondo. L'esperienza cristiana può risultare per lui mortificante la sua libertà e le sue espressioni sensibili. Confuso tra desiderio e disaffezione, un giovane per misurarsi seriamente con questa esperienza ha bisogno di ritrovare un itinerario adeguato, attraverso il quale possa lasciarsi convincere circa la fecondità della promessa evangelica. Di fatto, anche oggi come all'inizio, la teologia e la filosofia seguono il benessere dell'annuncio e della relazione; emergono e si precisano in un secondo tempo rispetto ad un'esperienza che è già stata capace di convincere e di introdurre ai primi passi.

Atteggiamento preliminare e serietà dell'approccio

La spiritualità giovanile oggi ha un suo percorso, una sua urgenza, una sua necessità. Per un giovane che vuole mettersi in cammino è indispensabile un atteggiamento preliminare che possiamo definire come una certa predisposizione alla serietà. La serietà è l'assenso di chi si pone di fronte a un atto della sua libertà e alla realtà del mondo come chi è capace di esprimersi nella forma della responsabilità. La serietà passa innanzitutto attraverso la voglia di considerare con responsabilità ciò che sta davanti. È il primo atto etico. Viene prima delle motivazioni razionali riflesse. Se non c'è questo atto etico è impossibile partire. È la fiducia nella partenza. La serietà è gioviale, ma è esigente. Dove non esiste è impossibile procedere. È eventualmente legittimo il problema in cui ci si chiede come suscitare questo primo atto etico dove non esiste. Come far venir la voglia a chi non ce l'ha.
Non è possibile affrontare questo passaggio di inizio in condizioni abituali di debolezza di esperienza, di permanente frustrazione, di abituale depressione. È difficile che in un contesto di indifferenza si possa avere la forza di dedicare tempo, fatica ed energie per affrontare la questione della fede. Bisognerà ricostruire prima quelle condizioni di vita che sono in grado di sostenere un corpo non stanco e una libertà vivace. In genere la strada che favorisce questa introduzione è quella di un certo potenziamento delle relazioni e una reale percezione dell'essere umanamente amati. Ogni genere di innamoramento è in grado da se stesso di aprire un qualche frammento di futuro.

La discussione sulle percezioni e il regno dell'estetica

Entrato in Gerico, Gesù attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo,
capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù,
ma non gli riusciva a causa della folla,
poiché era piccolo di statura.

A questo atteggiamento preliminare seguiranno tre tappe che possono descrivere bene il costituirsi nell'oggi di una esperienza giovanile cristiana. A partire dalle provocazioni sensibili più forti si può giungere all'interrogativo su Dio. La coscienza della fedeltà a un dono ricevuto può condurre a una più pacata intelligenza di fede.
La prima tappa la potremmo chiamare la discussione sulle percezioni. Essa conduce alla scoperta delle polivalenze e delle ambiguità delle sensazioni. Queste polivalenze e queste ambiguità racchiudono in se stesse il fascino e l'inganno della corporeità umana. Siamo di fronte al regno dell'estetica che trova nella giovinezza un luogo privilegiato. Nell'età giovanile la bellezza, l'apparenza, l'immagine di sé, la corporeità, il vitalismo, la voglia di consumare e il successo si raccolgono bene insieme. Tutte queste figure di identificazione giovanile presentano immediatamente la loro forza e il loro splendore, anche se non raramente poi tradiscono la loro miseria in vissuti di angoscia, paura del futuro, solitudine e destino di morte.
Perciò riteniamo che oggi per una spiritualità giovanile il punto di partenza sia proprio una discussione sull'estetica. Il punto di partenza è perciò una riflessione sull'esperienza delle percezioni. La parola estetica deriva dal greco aisthanomai che significa percepire con i sensi: il gusto, l'odorato, la vista, l'udito, il tatto; nel greco attico questo verbo assume progressivamente delle sfumature per cui questo sentire, che originariamente è un percepire, si stacca progressivamente dal corpo e diventa un accorgersi mediante la luce dell'intelligenza. Il giovane, certamente più che l'anziano, assapora con intensità le percezioni sensibili; si esprime mediante la vista, il tatto, l'odorato, l'udito, il gusto; si sente vivo con i sensi. I colori, gli abbracci, i profumi, la musica, il cibo sono i legami che lo tengono ancorato alla vita.
Oggi, in una società ricca di benessere, di immagini e di beni di consumo, un giovane non può partire che da qui. Infatti, la nostra cultura pone su questi elementi strutturali della comunicazione il suo massimo impegno. È difficile non incontrarsi con questo regno delle sensazioni, con questo mondo estetico, con questa capacità e propensione a percepire, a sentire. Da qui inizia l'esercizio dell'intelligenza, non da altrove. Qui si innesca la prima ascesi. Gesù permette a Tommaso di toccare con mano, ma poi gli insegna a farne a meno (cf. Gv 20,27-29).
Inizialmente la sfida della fede sarà senz'altro una sfida nei confronti delle sensazioni, per coglierne e per discernere la loro verità intrinseca e la loro problematicità. All'ingresso di Gerico, c'era un uomo che cercava di vedere. Così l'uomo abita la terra: cerca di vedere, di toccare, di sentire. Vuole avvertire la piacevolezza e il limite della sensazione come strumento indispensabile per accedere al valore. Quante volte ci siamo tutti sentiti in dubbio perché la proposizione intellettuale e astratta di un valore o l'affermazione tradizionale di un contenuto sembravano essere profondamente stridenti con le esigenze, ritenute legittime, della nostra più normale percezione e delle nostre sensazioni più spontanee. Il passaggio difficile di una spiritualità giovanile sarà quello di mostrare che la sensazione da sola, quando tenta di varcare il suo limite, conduce alla morte.

Il desiderio di Dio e il dramma dell'esistenza

Allora corse avanti e, per poterlo vedere,
salì su un sicomoro,
poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo
e gli disse: "Zaccheo, scendi subito,
perché oggi devo fermarmi a casa tua".
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano:
"È andato ad alloggiare da un peccatore!"

La seconda tappa è costituita dall'evento fondamentale della libertà umana, che è l'incontro decisivo in grado di raccogliere tutte le energie del corpo e dello spirito, di fronte a un soggetto riconosciuto come interlocutore del proprio originario e definitivo destino. Se si dà una chiamata si deve dare una risposta. Una vocazione istituisce una responsabilità. Si dà una vocazione? Se sì, siamo di fronte alla questione di Dio. Essa viene introdotta come questione del desiderio, e precisamente desiderio dell'altro (Altro) da sé. Con questo altro (Altro) o senza di lui il giovane vive il dramma della sua esistenza. Si tratta di coltivare quella forma di desiderio di assoluto che rispunta sempre da ogni forma di decadenza del tempo e del corpo.
Come l'estetica esprime il regno delle sensazioni, così la drammatica esprime le dinamiche del desiderio, o se si vuole anche delle relazioni. Il dramma è l'azione in cui l'uomo gioca la sua libertà e il suo destino. In questa azione, in questo dramma avvengono le scelte, le rinunce, gli amori, la prassi, il lavoro, l'esibirsi, gli incontri delle persone. Entra in gioco la difficile dialettica tra desideri e bisogni: nel desiderio l'altro è più importante di me, nel bisogno io mi mantengo più importante dell'altro. Così si aprono le domande: che cosa sta avvenendo di me, e che cosa desidero che avvenga? Verso quale destino desidera incamminarsi questa generazione di uomini?
Per un giovane, prima che interrogativi formali, queste domande sono proposte di progettualità e di esperienza, sono possibilità, per il suo futuro, possono essere delusioni di perenne amarezza. È il dramma degli uomini, la drammaticità dell'esperienza umana. Quando un giovane si affida al regno delle percezioni e delle sensazioni, a un certo punto si accorge che anche nel susseguirsi degli attimi della sensazione si dà comunque una continuità, sia pur frammentata tra attimo e attimo. Ogni attimo mangia quello che lo precede; e in questa continuità dell'attimo che mangia il precedente si stabilisce questo dramma della storia degli uomini che è fatta di popoli, di nazioni, di gente che muore, soffre, lotta; una storia carica di guerre, epidemie, uragani, e ogni genere di assurdità che non attendono i dettami delle diplomazie.
La serietà ha condotto il giovane a ritrovare la domanda. E il giovane, se non verbalmente, fisicamente si chiede: ma cosa sta avvenendo a me, che sono nel mondo? Infatti l'avvenire di qualcosa per sé è comunque situato in un avvenire di molte persone che stanno accanto a me, di cui mi interessa il corpo e il cuore, la relazione e il futuro. Il mio senso si appella e invoca, attraverso un evento significativo per me, al senso complessivo della mia vita, e della vita di coloro che abitano con me, con me lavorano, con me vegliano, con me dormono, con me stanno o cadono. Il giovane sente, come sensazione e come significato, su di sé il peso e il fascino di tutta la storia. Poi decide se interpretarla, attivarsi in essa, o lasciarla cadere.
Qui c'è il passaggio difficile in cui può nascere, a partire da chissà dove, l'invocazione implicita di una Parola che spieghi e che sostenga il susseguirsi delle sensazioni, soprattutto nel vuoto dei loro intervalli; una parola che trasformi gli attimi della percezione in una durata; una parola che sia evento significativo, capace di andare più in là, rispetto a dove si fermano le percezioni piacevoli e quelle dolorose. A partire dall'ambiguità delle sensazioni si può diventare potenziali uditori di una Parola che potrebbe salvare. Il dramma della mia vita potrebbe esplodere nel giorno in cui la sensazione mi fa incontrare con Qualcuno che passa di lì, qualcuno che si occupa di me in maniera più convincente. Si potrebbe dire che è una corsa avanti rispetto al sentire percettivo e rispetto a un provare fisico. Il principio del piacere e del dolore cercano un nuovo orizzonte, qualcuno capace di raccogliere e determinare la propria libertà e la propria adesione di amore, costi quello che costi. Il dramma della vita è questo incontro. Gesù si affaccia nella storia degli uomini, e per questo anche alla coscienza dei giovani di oggi come questa singolare parola. È la persona di Gesù che doveva passare di là, a raccogliere e a portare più avanti le sensazioni degli uomini.
La spiritualità giovanile trova a questo punto il luogo privilegiato dove decidersi per la fiducia (fede). È praticabile soltanto attraverso le relazioni comunitarie mediante le quali il Signore visita il numero dei giorni e le stagioni dell'anima. In questo momento della vita dei giovani è indispensabile una forma credibile e amante di relazione ecclesiale. Immediatamente qui la relazione è più significativa del ragionamento, l'amore è più convincente della ragione, la misericordia è più feconda del sacrificio, la grazia è più promettente dell'etica. È il punto centrale dell'esperienza della fede. Nel tempo in cui le sensazioni rischiavano di legare in modo soffocante la propria vita alla terra, entra nell'unica esistenza che mi è data (dramma) questa presenza gratuita, che si costituisce come scioglimento di tutto ciò che era prima ed è ancora piacevole o doloroso. Viene introdotto un annuncio che non si abbassa a nessun legame, che non si arrende di fronte a nessuna sconfitta, ma è sciolto da tutto (ab-solutus). Finalmente è qualcosa, o meglio Qualcuno, che si pone come fondamento della libertà e come anima di ogni relazione di amore, pronto ad offrirsi come assoluto della vita. Il momento drammatico della vita è la verità di questo incontro. Ancora oggi è possibile che un giovane creda.

Salvare ciò che è perduto e la logica della croce

Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore:
"Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri;
e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto".
Gesù gli rispose:
"Oggi la salvezza è entrata in questa casa,
perché anch'egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare
e a salvare ciò che era perduto".

La terza tappa sta ad indicare una verità ritrovata, non senza incertezze, non una volta per sempre; una verità che si concede solo a prezzo di perseveranze difficili. Questa verità si configura in un nuovo modo di pensare e di praticare la forma dell'amore. L'amore non può più essere raccolto soltanto nella sfera della bellezza, che èla punta alta delle sensazioni; infatti la bellezza si concede alla vista, la quale situa gli oggetti nel mondo, ma non li accompagna al loro destino; l'amore va soprattutto integrato e condotto alla forma del bene. Il bene ha lo straordinario potere, anche mediante il dolore, di rendere assoluto e singolare tutto ciò che raggiunge. Assoluto, perché è senza condizioni se non quella del morire per l'altro; e singolare perché non c'è una persona uguale a un'altra. Quando un uomo o una donna viene raggiunta nel bene, la sua libertà non è mai definitivamente esplorata, diventa sempre interessante. Lì nasce sempre da capo l'amore.
La capacità di morire per l'altro, il quale è sempre un singolare per me, nelle fede, è carica di fecondità. Esprime il miracolo attraverso il quale è possibile salvare anche ciò che era perduto. Questo lasciarsi convincere conduce allora a una nuova logica che va oltre la ragione formale e che non riposa soltanto sulle vie che mostrano la verità dell'esistenza di Dio; una logica nella quale non è possibile dedurre Dio nella propria vita, e neppure introdurre dalla propria vita una presunta adeguatezza nei confronti di Dio. È una logica nuova che riconduce l'uomo, in misura qualitativamente quadruplicata all'etica, ma solo attraverso la grazia di una presenza che ormai è entrata in casa: oggi la salvezza è entrata in questa casa.
È ancora possibile per i giovani una vita spirituale che opera attraverso una generosa carità, ma sarà una carità cristiana nella misura in cui conosceranno la grazia del perdono e la gioia della misericordia, fino al segno supremo di un morire che sarà sconfitto. La logica nuova è quella di un Dio che ha bisogno di spiegarsi (rivelarsi) all'uomo, prima di essere quella dell'uomo che ha il desiderio di spiegarsi (confessarsi) a Dio. Solo così è possibile credere che si può salvare ciò che era perduto e non soltanto il salvabile. L'esperienza della croce dice esattamente una salvezza impossibile per gli uomini.

Verso una nostalgia della grazia

Di fronte alla fede, l'atteggiamento fondamentale è la serietà dell'approccio; poi vengono i passi del cammino: estetica, drammatica e logica. Sono i passaggi necessari: la voglia di occuparsene innanzitutto, poi la gestione della sensazione, l'incontro con il volto di Gesù e quella carità che accetta il morire per l'altro. Così si costruisce una spiritualità giovanile. In essa il vissuto delle relazioni affettive ed ecclesiali sono determinanti. Il rigore del pensiero, le ragioni della fede e l'evidenza teologica devono essere proposte all'interno di questo cammino di libertà; oggi un giovane non sostiene un cammino di pura ragione fin dall'inizio, quasi come un sistema già confezionato da cui si è chiamati a dedurre, come eventualmente da una logica si deduce l'esistenza.
A volte questo bisogno di apologetica è più un bisogno di sicurezza che l'adulto si augura per sé, più che non un approccio realistico alla fede da parte dei giovani. L'adulto, mediante il rigore logico, vorrebbe vedere in un giovane i segni di garanzia della solidità e della fedeltà all'esperienza. Si arriverà certamente anche a questo passaggio, ma non subito. Di fatto, oggi un giovane quando si introduce alla fede non accetta come primo impatto questa operazione. Allora, pazientemente, l'introduzione alla fede più che un dimostrare sarà un continuo mostrare, e la coerenza di questo procedere troverà la sua conferma e il suo esito nel vedere che nei giovani riprende il gusto della vita, il dominio del loro corpo, si riaccende in loro l'amore per chi soffre, la gioia del bene, la certezza che solo dopo un certo morire c'è fecondità e risurrezione.
Il vitalismo della convivenza contemporanea impone questo procedere, che è l'unico in grado di essere accolto dalle generazioni giovanili. I segni della decadenza della nostra cultura non sono così invisibili, e i giovani non solo li hanno davanti agli occhi ma li portano nel loro corpo, anche se spesso non se ne avvedono. Eppure soffrono. La vita esce sempre nuova dalle mani di Dio, e i giovani ritroveranno il Signore, ma più sovente alla maniera di coloro che sono stati feriti, e portano ancora lacrime e cicatrici.
Il desiderio di Dio rispunterà in loro come nostalgia della grazia, che sa attrarre in modo invincibile, e chiede umiltà, fiducia, abbandono, e alla fine coraggio. Certamente il mito della felicità diventerà sempre più debole: ma siamo sicuri che la felicità sia così necessaria? [1]
L'augurio e il saluto per i giovani è ancora, come ai tempi di Paolo: grazia e pace. I giovani hanno bisogno di pace, con se stessi, con le loro paure, con il mondo, con Dio. La pace è sobrietà della vita, è una qualità dell'esperienza, ed è una promessa di Dio. Inizialmente per arrivare alla fede non passeranno attraverso schemi e moduli istituzionali segnati da una cultura finita. Non conosceranno le abitudini dei loro genitori; ma il vangelo, che non si logora mai, arriverà anche a loro. Il vangelo conserva sempre la sua freschezza. Certamente ci sarà qualche passaggio difficile e non pochi cedimenti.
La spiritualità giovanile si rinnoverà in questo nostro mondo ricco e soddisfatto, contraddittorio e disperato, nella misura in cui la sensazione che ci ha introdotto a ciò che sta avvenendo, ai rischi del nulla e alle ombre dell'angoscia, sarà chiamata a un brusco risveglio. Solo allora la libertà prenderà forza; si daranno decisioni e vocazioni; si cercherà un'ascetica di riconoscenza, per non perdere la logica di Dio, per il quale tutti sono figli di Abramo.
Poiché la vita esce sempre nuova dalle mani di Dio, certamente i giovani possono ritrovare il Signore, ma lo troveranno a partire dal basso e non deducendolo dall'alto. Il bisogno di amore cercherà l'intelligenza (charitas quaerens intellectum); e la fede, tenuta viva dallo Spirito di Gesù, li renderà più avveduti circa il destino dell'Occidente. Per quanto riguarda l'atteggiamento degli adulti nei confronti dei giovani, bisognerà che essi si abituino come ha scritto Von Balthasar a guardare molti tramonti, senza per questo pensare che il sole scompaia.

NOTE

1 ""Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza" (2Cor 12,9). Per comprendere questo nostro testo possiamo prendere le mosse dalla domanda: a che scopo la religione? Quale ne è veramente il senso? Quale l'utilità? Se interroghiamo le religioni del mondo, otteniamo un'unica risposta: per fare felice l'uomo, interiormente ed esteriormente. Religione e felicità si corrispondono, come si corrispondono oro e scintillio. Vale a dire: la religione viene concepita a partire dall'uomo e viene valutata unicamente in relazione all'uomo, in quanto centro del mondo.
Ma che ne dice la Bibbia? Ecco che essa addita un unico evento, un unico segno: la croce di Cristo. Là è accaduto l'inaudito, è stata spezzata una volta per tutte l'equazione tra religione e felicità, quando Dio è morto per l'uomo, per amore. O vi sarà chi osa parlare addirittura di intima gioia quando Gesù, l'inviato di Dio, muore gridando: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34). Religione e felicità, interno ed esterno, in quel momento sono andati in frantumi, per questo il cielo si è squarciato e al di sopra della croce è apparsa la nuova inesplicabile parola: grazia, amore. Parola non pronunciata sul trono imperiale di un regno messianico di questo mondo, non sulle vette dell'umanità, ma su di un colle destinato ai malfattori, dove un uomo timorato di Dio muore in croce gridando l'abbandono di Dio.
È chiara dunque la differenza tra il cristianesimo e le altre religioni: qui la grazia, là la felicità; qui la croce, là la corona; qui Dio, là l'uomo."Ti basta la mia grazia": ecco la parola della croce. "Afferra la felicità": ecco ciò che predicano i pagani.
E tu per cosa vuoi deciderti? Per la grazia di Dio, che è il colle della croce e che trovi là dove c'è la tua stessa croce, nel rinnegamento, nella rinuncia, oppure per la felicità, interiore ed esteriore, che trasfigura il mondo? Per la religione di Dio o per la religione degli uomini? A una tale domanda non si può rispondere di getto "sì" o "no": bisogna prima aver conosciuto un po' della realtà di entrambe. Davvero non è facile negare Dio là dove tutto ci è negato; non è facile vedere la grazia, che per altro non possiamo vedere, là dove dobbiamo rinunciare; non è facile che ci basti la grazia di Dio. Quanti bei fiori sbocciano, quanti frutti dorati maturano nel giardino del mondo, che ci restano negati per tutta la vita!
Ecco un amico, il marito, il figlio su un letto di dolore, e noi cadiamo in ginocchio: "Signore, aiutaci tu, risparmiaci" ma Dio non ascolta; e su una persona cara che è morta una voce si leva: "Ti basti la mia grazia". Ci verrebbe voglia di imprecare: è un insulto alla nostra miseria questa parola della grazia che non viene in aiuto quando la si invoca. O forse è davvero la più profonda verità, il più potente dono, quando ad una persona viene detta questa parola?
È terribile, quando la nostra vita ad un certo punto conosce il fallimento, va in frantumi; ma c'è una realtà ancor più terribile al mondo, e scaturisce proprio dalla religione, dalla morale. Non è il dover rinunciare alla felicità del mondo la cosa più dura di fronte alla quale Dio ci pone; ma il dover rinunciare al bene, anzi a Dio stesso, ecco il peso più gravoso da portare, ci abbatte fino a terra. Dover rinunciare a ciò che è buono, a ciò che è puro, a ciò che è divino... Che significa? Lo comprende solo chi a un certo momento della propria vita ha deciso di prendere sul serio la volontà di Dio, e ha finito per crollare sotto il peso del male che si era addossato; poi, riconosciuta la propria bruttezza e la propria infamia, è ritornato sui suoi passi e ha voluto rimettersi sulla via di Dio; allora è sorta la speranza che tutto finalmente sarebbe andato per il meglio, se solo lo avesse voluto. Ma poi ecco di nuovo la caduta, e ne è rimasto turbato sin nelle profondità:"Signore Dio, questa è davvero l'ultima volta; perdonami ancora per questa volta"... E invece tutto è continuato come prima, ed è subentrata allora la disillusione, la più grande e tremenda che possiamo sperimentare nella nostra vita: che non siamo capaci di essere buoni e di esseri puri; che sempre e sempre veniamo meno a ciò che ci eravamo riproposti; che l'attimo è più forte delle buone intenzioni, e non siamo in grado di giungere al bene. Dirai che esagero. Allora contempla Gesù, e poi guarda te stesso, e rabbrividirai. È così, il male esercita un potere su di noi, e noi restiamo preda del suo incantesimo, per tutta la vita. E finiremmo per disperare del bene, della santità, di noi stessi e di Dio, se non ci fosse stata data questa parola: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta nella debolezza" (Dietrich Bonhoeffer, Predica della XIV Domenica dopo la Trinità, 9 settembre 1928, Gs V, pp. 458-460).

(Regno-att. n.16, 1995, p.489ss)