La metafora

del cuore

(Frammento)

María Zambrano

 

Dividendo bene il Logos - distribuendolo bene
nelle tue viscere.

(Empedocle)

La vita delle metafore

Non di solo pane vive l'uomo, cioè, non di sola Scienza e Tecnica. Neppure di sola Filosofia, si potrebbe dire, ma quando si parla delle metafore ciò non ha senso, dato che la Filosofia più pura si è sviluppata nello spazio tracciato da una metafora: quella della visione e della luce intelligibile.
Una delle mancanze più tristi del tempo attuale è quella di metafore vive e attive, che s'imprimono nell'animo delle genti e lasciano un segno nella loro vita. La poesia, in particolare la poesia "pura", ha creato più metafore che mai, anche se tra queste pare che nessuna si sia distinta con forza tale da lasciare un'impronta nella vita informe degli uomini. Le metafore a cui facciamo riferimento non sono le felici scoperte della poesia o della letteratura, bensì quelle rivelazioni che stanno alla base di una cultura e che la rappresentano. Sono, una forma di presentazione di una realtà cRe non può farlo in modo diretto, una presenza di ciò che non può esprimersi direttamente e neppure ci riesce divenendo ineffabile, unica forma in cui certe realtà possono farsi visibili ai deboli occhi umani.
Con il termine metafora si è sempre pensato a una forma di pensiero imprecisa. All'interno della poesia, specialmente dopo Valéry, le si è riconosciuto tutto il suo valore. La metafora, tuttavia, ha svolto già precedentemente nella cultura una funzione più profonda e anteriore, che sta alla radice stessa della metafora usata nella poesia: la funzione di definire una realtà che la ragione non può comprendere ma che può essere captata in altro modo. È inoltre la sopravvivenza di qualcosa di anteriore al pensiero, la traccia di un tempo sacro e perciò una forma di continuità con tempi e mentalità passati, cosa tanto più necessaria in una cultura razionalista. La verità è che, nei suoi momenti di maggiore splendore, la Ragione non aveva nulla da temere da queste metafore che potremmo chiamare fondamentali; o forse, parlando di cultura, ci immaginiamo un'unità tra la ragione più pura e queste altre modalità di conoscenza, tra le quali spicca quella delle metafore.

La visione del cuore

Accanto alla grande metafora della "luce intellettuale" ha vissuto anche un'altra metafora dal destino ben diverso; pare che la sua continuità non si sia conservata, perciò dobbiamo far ricorso a un'altra metafora ancora: quella del fiume le cui acque scompaiono assorbite dal tempo per poi ricomparire in seguito; niente è più simile alla sabbia che prosciuga l'acqua del passaggio del tempo che, a volte, occulta molte cose che sembrano morte, ma che in realtà proseguono la loro vita in segreto, quasi clandestinamente, con una continuità che potremmo definire infrastorica. Per intere epoche esse non raggiungono la visibilità del livello storico; se vengono ricordate sembrano echi arcaici,curiosità, reperti archeologici. Se si mostrano dal vivo ciò avviene nella vita modesta del folclore, forma di esistenza anonima, dispersa e asistematica, in periodi come questo dominato dalla cultura occidentale, in cui il visibile è a tal punto opprimente da relegare nell'ombra più opaca ciò che non si accorda con essa. Si spiega così perché, coesistendo con la conoscenza storica e archeologica più perfetta che si sia mai avuta, il repertorio di "forme", di idee o di credenze vive e di metafore poetiche attive sia tanto povero, e la vita si consumi in una parzialità tanto meschina.
Una di queste metafore, per nulla attuale, fa riferimento a una certa forma di vita e di conoscenza. Se quell'altra, che sembrò vincerla e perfino soppiantarla nella sua esistenza storica, appare inattuale, questa lo è ancora di più. Si tratta di una metafora in cui la luce gioca un ruolo importante, la luce e la visione, riferite però a un organo distinto dal pensiero, dimenticato da questo e relegato a livello di folclore: il cuore.
Sarà una semplice metafora.la "visione attraverso il cuore"? La metafora della visione intellettuale è stata –nessuno lo può negare – la definizione di una forma –finora la più decisiva e fondamentale – di conoscenza. Dovremmo forse girare al largo da questa grande metafora perché, a quanto pare, è più strana, di più facile fraintendimento, più misteriosa e audace? Non sarà esistita per caso una forma di conoscenza o di visione che corrisponda, in maniera più o meno fedele, a tale espressione poetica? Non sarebbe troppo difficile l'intento se accettassimo sin dall'inizio una metafora che implica il nome di un viscere segreto e rivelatore come il cuore. La sua storia ha alti e bassi più grandi della ragione. La ragione, anche se legata a un organo fisiologico, il cervello, non consiste in esso. Non sappiamo esattamente che cosa fa il cuore nella vita psichica; se fa qualcosa, questo qualcosa gli è talmente connaturato che non risulta separato come il pensiero dal cervello, da cui, nonostante tutti í tentativi di dimostrare un parallelismo tra fenomeni psichici e fisiologici, la vita psichica è così slegata. cuore ha rappresentato tutto, perfino la sede del pensiero in Aristotele, tutto nella poesia e nelle religioni; e continua a essere così anche per le creature illetterate, specialmente in alcune latitudini, come sulle sponde del mare per eccellenza, il Mediterraneo (che potrebbe benissimo essere l'alveo in cui esso vive permanentemente, in cui si ritira come in un terreno familiare da cui non è mai rifiutato. Recinto sacro di fronte a qualsiasi invasione). È riemerso nella Storia, nei due romanticismi europei: quello dell'"Autunno del Medioevo" e l'ultimo, il romanticismo propriamente detto. In essi ha rappresentato un'entità accettata, risplendente, una formula magica e una figura irradiante, qualcosa come il dogma centrale. Un'esaltazione di questo tipo l'ha però pregiudicato: giunta infatti l'ora della scomparsa dei dueromanticismi, è stata l'entità che più implacabilmente si è vista condannata all'esilio, quella che più.rapidamente è stata espulsa dall'area visibile della vita colta. Il cuore ha conservato i suoi geni, che hanno brillato di una luce e di un fuoco distinti dagli altri, e ha conservato inoltre altre metafore della visione, come quella del fuoco. Anzi, in realtà la metafora del "cuore in fiamíné è stata quella usata dí preferenza dai due romanticismi. Rappresenta quasi la funzione propria del cuore, non nella sua modesta vita, dove da sempre ,gli si concede uno spazio, ma nella sua esaltazione delirante, nell'assunzione che lo ha portato in alto, come 'Sé-soltanto così potesse rendersi visibile e ottenere un posto, come se ciò che ha davvero significato nella cultura occidentale non potesse essere accettato se non in questa esaltazione, in questa precipitazione verso l'alto, in un'assenza che brucia. Come se fosse necessario che l'animo dell'uomo occidentale si trovasse in balia di un culto disperato in nome di qualche divinità dimenticata, per esempio il fuoco, non un fuoco cosmico, ma di natura insieme umana e sovraumana. Un culto imparentato fino a confondersi a volte con l'adorazione di qualcosa di più oscuro perfino nel suo significato più misterioso e discontinuo: il sangue. Anche il sangue ha avuto i suoi adoratori, non degli esaltati ma degli ebbri. Una tra i più splendidi è santa Caterina da Siena, adoratrice del sangue di Cristo, di cui dice di essere ebbra. Il sangue, come il vino, inebria, viene bevuto, consumato, trasfuso. È insomma metafora di comunione, di culto dionisiaco, di ebbrezza vitale, in Cui si trasfonde vita divina a chi lo beve; è metafora di una sete infinita, una sete per essenza inestinguibile. Se essa si è manifestata in alcuni culti e amori di santi e mistici, nella vita storica non ha raggiunto quel consenso che ha ottenuto invece il cuore. E rimasta con una forza senza pari nella vita profonda e ritirata che permane nei sotterranei della storia. È stato ed è sicuramente uno di quei culti di interi popoli che giace inespresso al margine della cultura e della storia per poi irrompere un giorno freneticamente da uno strato infinitamente oscuro come il più grande distruttore che si possa presentare, tanto la sua irruzione è infatti catastrofica. Appare negli incubi dei nevrotici, negli insonni senza diagnosi, nell'arte dalle pretese più rivoluzionarie e distruttrici, come quella surrealista.
Il cuore in fiamme, o il fuoco del cuore, è la metafora, la forma di cui si è rivestito nelle sue apparizioni storiche. Ma nella terminologia popolare, nella vita che il "cuore" ha vissuto nei suoi territori fedeli, il cuore non è fuoco, però sembra presentarsi in simboli speciali: è come uno spazio che si apre all'interno della persona per accogliere certe realtà. È un luogo in cui albergano i sentimenti inestricabili, che prescindono dai giudizi e da ciò che ha una spiegazione. È ampio e profondo, ha un fondo da cui provengono le grandi risoluzioni, le grandi verità che sono certezze. A volte arde al suo interno una fiamma che fa da guida nelle situazioni complicate e difficili, una luce propria che consente di aprire un varco laddove sembrava non esserci passaggio alcuno, di scoprire i pori della realtà quando si mostra inaccessibile; di incontrare anche la soluzione di un conflitto interiore quando si è caduti in un labirinto inestricabile a causa dell'aggrovigliarsi delle circostanze. In questa cultura permanente del cuore, esso non arde come fuoco ma come fiamma, fiamma che non genera dolore ma felicità. È luce che illumina il cammino permettendo di uscire da difficoltà impossibili,' luce soave che offre conforto. In questa stessa cultura il cuore ha ferite, di lenta e a volte impossibile guarigione; si potrebbe ire che le sue ferite non si rimarginano mai perché sono in un certo senso attive, sono ferite vive, come quelle da cui sgorga costantemente una goccia di sangue che ne impedisce la cicatrizzazione. E in ultimo, il cuore ha un peso; e il peggio è che può far sentire il suo peso, che equivale al peso dell'universo intero, come se in esso pesasse la vita di qualcuno che non può più vivere. È la pesantezza, parola così profondamente spagnola, la pesantezza che proviene sempre dal cuore.

La vita segreta del cuore

La ragione è pura manifestazione, è la comunicazione stessa. Può restare senza parlare, senza che per questo sia meno comunicabile. Un pensiero razionale, una Filosofia esoterica, è una pura contraddizione. Già dai suoi esordi la Filosofia fu rottura del Mistero. Così essa appare sempre un sapere superficiale agli adepti di un sapere misterioso. La Filosofia stessa ha acquistato coscienza della sua superficialità, che non è distinta dalla sua universalità e dalla sua virtù principale: la trasparenza. La prima cosa che avvertiamo nella vita del cuore è la sua condizione di oscura cavità, di recinto ermetico; è Viscere, interiora. Il cuore è il simbolo e la massima rappresentazione di tutte le viscere della vita, il viscere in cui tutte trovano la loro unità definitiva e la loro nobiltà. E come ben sa l'espressione popolare, si può possedere viscere e non possedere cuore: è proprio degli esseri capaci di sentire, ma senza nobiltà, di coloro da cui si sa di non potersi aspettare quegli slanci dell'animo che hanno impresso il sigillo della generosità, che non hanno quelle condizioni speciali che la metafora del cuore quasi sempre comporta: a loro manca "lo spazio vitale". Esseri che hanno viscere senza spazio, che si trovano a un grado infimo della gerarchia del vivente. Sentono, ma nel loro sentire c'è un ermetismo assoluto, sentono per sé e il loro sentire non si apre mai, né si irradia. Il cuore è il viscere più nobile perché porta con sé l'immagine di uno spazio, di un dentro oscuro., .segreta .e misterioso che, in alcune occasioni, si apre.
Tale aprirsi è la sua nobiltà maggiore, l'azione più eroica e inaspettata di un viscere che di primo acchito non sembra essere altro che vibrazione, sentire puramente passivo. Segno di generosità, poiché ciò che in un primo tempo è solo passività – un accusare il colpo – si trasforma in attività. Ed esso è talmente passivo che anche quando agisce non smette di esserlo, è l'offerta di ciò che non possiede altro che integrità. Azione suprema di qualcosa che, senza cessare di essere interiorità, la offre in un gesto che in apparenza potrebbe annullarla, ma in realtà la esalta soltanto. Si offre perché è interiorità e per continuare a esserlo; l'interiorità che si offre per continuare a essere interiorità, senza annullarla, è la definizione dell'intimità.
Solo ciò che è costitutivamente chiuso può essere la sede di un'intimità; ciò che può aprirsi con nobiltà suprema senza cessare di essere cavità, interiorità che offre la sua forza e il suo tesoro, senza convertirsi in superficie. L'offrirsi non è finalizzato all'uscire da sé, bensì a far addentrare in sé ciò che vaga fuori. Interiorità aperta; passività attiva. Tale sembra essere la vita originaria del cuore, viscere in cui tutte le altre viscere concentrano la loro nobiltà come se si fossero rimesse a essa per effettuare quest'azione suprema, delicata e infinitamente temeraria. Perché nell'aprirsi del viscere cuore, si rischia la vita di quelle altre che non possono farlo, ma si compromettono partecipando. Avrebbe poco valore quest'apertura del cuore se avvenisse senza il concorso delle altre viscere soltanto passive, oscure e senza spazio da offrire – pura vibrazione sensibile, e pura lavoro. Senza tale partecipazione il cuore avrebbe una vita indipendente e solitaria, come il pensiero. Ma la prima differenza che risalta rispetto a esso è il fatto di non potersi distaccare, non poter andare libero, con una vita indipendente, e di portare sempre unite a sé le viscere, essendo quindi e rimanendo sempre, in ogni momento, vivo; la vita infatti è l'incapacità di un organo o di un elemento di separarsi dall'altro; l'impossibilità di dissociazione che è tanto pericolosa perché, non esistendo separazione, quando si verifica produce fatalmente la morte. Incapacità di liberarsi, di vivere indipendente e solitario, che è invece la forma di libertà propria del pensiero, che ottiene così la sua superiorità, seppur senza eroismo, perché non rischia mai, né subisce: perché nel liberarsi dalla vita non ha nulla da temere dalla morte.
Impassibile, indipendente: queste sono state le caratteristiche dell'intelletto nella Filosofia che lo rivelò in tutta la sua pienezza. Chi fece tale scoperta disse anche "tra tutte le Scienze – la Filosofia, intelletto puro –nessuna è più inutile, ma nessuna più nobile". Potrebbe essere così, se tra le Scienze non si annovera la scienza del cuore, che riesce a fare scienza senza cessare di vivere, senza poter, né voler diventare impassibile e indipendente, ma restando sempre e in ogni istante, perfino nella sua scienza, vivo, ovvero passivo e dipendente, riuscendo nel suo essere attivo a non sopprimere queste condizioni, a estremizzarle anzi, riempiendosi di sofferenza e servitù, rendendosi schiavo nella sua azione più grande, in quella che lo definisce: l'amore.
Ma prima di arrivare a questa assunzione suprema che è l'amore, al cuore resta ancora molto lavoro: lavoro ignoto e senza espressione alcuna, perlomeno senza parole, dato che l'amore, alla fine, le trova sempre.
Il cuore ha sete d'intimità, radicato qual è per la vita al suo interno in una interiorità pura e muta. Lo spazio di cui dispone è lo stesso che dà senza tenerlo per sé, senza sfruttarlo, mentre lo spazio sfruttato è quello che s'impadronisce del pensiero, il quale procede sciolto e libero in esso. Lo spazio corrisponde al dominio del pensiero. Il cuore, per il solo fatto di procedere in esso, non ne sa nulla, però gli si offre a scapito suo, come accade con ogni abisso o profondità. La profondità sembra essere uno spazio ben differente dagli altri. La semplice direzione contraria non potrebbe produrre ciò che chiamiamo profondità. Profondo è lo spazio creato dall'azione di qualcosa che non è predisposta a stare nello spazio e che lo crea affinché chi vive nello spazio e lo percorre possa entrare in contatto con esso. La profondità ha molte pretese ed è tanto misteriosa perché spazio che sentiamo crearsi, grazie all'azione di qualcosa che è sul punto di tradire il suo essere per offrirlo in una consegna suprema, come è ogni consegna di ciò che non si possiede originariamente e s'acquisisce per Offrirlo a chi solo così può volgersi verso colui che lo chiama. La profondità è un appello amoroso. Per questo ogni abisso attrae.
Così, dando spazio che non si converte in pura spazialità, il cuore, profondo, è sede dell'intimità, anche perché rimane nascosto e non emerge, unendo il suo lavoro a quello incessante e paziente delle viscere, che scandiscono così il tempo. La meccanica di un orologio ci stupisce perché ci presenta l'immagine del lavoro costante delle viscere, della loro opera consuetudinaria, nella cui consuetudine è insito il rischio mortale.

La musica del cuore

Poiché tale lavoro incessante è condizione di vita, le viscere non possono giungere alla parola; ogni paroff è Witti una cesura e una delimitazione nella realtà, e solamente chi può allontanarsi dalla vita grazie alla sua condizione d'indipendenza e impassibilità può raggiungerla. Ogni parola sospende il tempo e introduce discontinuità nella sua incessante continuità. Perciò libera dal tempo. Non è affatto strano che la Filosofia che scoprì il pensiero giungesse a vederlo fuori dal tempo. In realtà non giunse, ma cominciò scoprendo il pensiero – "noéin parmenideo" – con un'astrazione dal tempo. È la condizione del pensiero stesso che, nella sua forma generica, la semplice parola, realizza una discontinuità dove sembrava non poter averla. Fa saltare la legge del tempo che procede uguale a se stesso.
Le viscere invece sono durevolmente immerse nel tempo e impossibilitate a uscire da esso. Per ciò non póterono giungere alla parola, per mancanza di pausa e indipendenza, perché non possono interrompere il loro lavoro. Il loro dominio è il ritmo, come in ogni macchinario. La musica delle macchine attrae in quanto è immagine della musica del cuore. Musica, pulsare che rappresenta, anche in questo, il pulsare di tale viscere sordo, pulsare che risuona al posto di tutto il mutismo delle altre cose che, se in qualche modo non si facessero sentire, si riempirebbero di rancore. Il rancore nasce infatti da ciò che, pur lavorando sempre, non giunge a essere ascoltato.

(da: Verso un sapere dell'anima, Raffaello Cortina Editore 1996, pp.43-52)