La favola

del potere e dell'amore

María Zambrano

La prima caratteristica del potere è l'essere sempre stato favoloso, generatore di innumerevoli favole, decadenza dei grandi miti nei quali appare il potere genetico degli dèi del cosmo e, in seguito, della città. E, nella tradizione che ci concerne, l'immenso potere creatore con luce e parola soltanto, al quale non è estranea la tradizione vedica secondo cui una sola sillaba con le sue risonanze bastò per erigere l'architettura dell'universo.
Successivamente, nei re e nei tiranni, negli eroi e nei liberatori, il potere appare leggendario, cosa umana che si svolge in un piano superiore ed esteso dove le sofferenze superano la capacità di un solo uomo, che quindi ci appare – come Ercole – eroe dello sforzo e della fatica più che del proprio efficacissimo potere.
Il potere dunque di solito si nasconde; è gloria, sovrabbondanza, destino liberatore, dono e dedizione, sacrificio, insomma. E si mostra per ciò che è solo in epoche razionaliste come quella in cui viviamo. Ma non del tutto, in realtà, perché a tal punto il potere si è avvolto nella mostruosità da far dimenticare la perpetrazione del crimine illimitato, del soggiogamento totale porta il potere alla rovina. Il potere in un modo o nell'altro non ama mostrare la faccia, identificarsi; si traveste.
Non c'è da stupirsi, dunque, che a strappargli la maschera sia stato proprio il pensiero, e prima di ogni altra forma del pensare, la filosofia con i cinici in Grecia. Diogene il cinico manifesta in tal modo l'unità della sua azione archetipicamente filosofica. Smaschera la vacuità del potere e denuncia il vuoto creatosi nella filosofia greca rivelatrice dell'essere e del pensare, del divino e dell'umano, ma non dell'uomo, l'uomo che, al pari di un dio intellettuale, si rivela mantenendosi al di fuori dell'ambito della propria rivelazione così trasparente, come un essere opaco inintelligibile, privo di un luogo proprio.
Secondo lui, è un complesso di elementi che deve essere restituito al fuoco centrale, che con misura si accende e si estingue per poi ricominciare in un eterno ritorno.
L'uomo non è che la scintilla di un solo, unico istante. L'umano sarebbe dunque un elemento non individuato neanche da Empedocle, una delle radici dell'essere. Ma l'uomo non è una radice, e neanche l'umano; sarà invece il luogo privilegiato in cui, più tardi, si darà la ragione, luogo dal quale si guarda e arriva a vedersi. E per amore, al termine di questo filosofare, in Plotino, l'essere umano si compie quando vede se stesso come oggetto del mondo intelligibile.
Ma l'uomo, questo che non vede se stesso, immerso nella propria realtà, forse privo di essere, non trova posto nella filosofia. E Diogene sorride o ride. Sembra dire «Ecce Homo». E di fronte all'uomo rivestito del potere favoloso, il favoloso Alessandro Magno, compare l'uomo che lo guarda e ne vede la vacuità.
Il potere si mostra, non ha altra scelta che farsi conoscere, quando un uomo, un solo uomo, guarda un altro uomo rivestito di potere amplificato, magnificato. L' uomo povero è solamente se stesso, ma se stesso senza dualità, quasi non proietta ombra, mentre è proprio l'ombra a tradire quello magnificato dal potere. E la sua presenza si frappone tra il sole, il sole che l'uomo magnificato dal potere pretende di incarnare come figlio diletto, e l'uomo che, semplicemente, guarda il sole. E se lo guarda, non è innanzitutto, soprattutto, perché voglia vederlo, ma perché vuole stare alla luce, alla sua luce, offrirlesi in piena visibilità, perché non vuole frapporsi, ma vuole senza dubbio respirare e vivere come uomo, nella luce che senza sforzo si concede a lui come a tutti.
Ma sopraggiunge l'ombra, l'ombra del potere sull'uomo che ha rinunciato a tutto per essere meglio e più integralmente uomo. Sopraggiunge l'ombra su colui che è rimasto da solo a guardare senza farsi schermo neanche del proprio sguardo, compiendo così la parola. I primi filosofi che dettero il nome a quelli che si recavano ai Giochi Olimpici, non per gareggiare, né per vendere lupini tra la folla, ma per guardare, mentre il cinico si ritira dalla città, restandovi per vedere, senza badare al proprio sguardo. Per vedere, secondo la leggenda, cerca l'ausilio di una luce più grande. È la luce della visione quella che cerca, la luce che accusa e può essere diretta a volontà, la luce della lanterna, occhio senza passione.
L'ironia accusatrice della lanterna che rischiara l'oscurità. Il cinico andava in cerca dell'uomo nella notte, nella notte dell'umano che il filosofare non aveva dissipato.
Forse il filosofare non aveva dissipato neanche l'ombra del potere. E, stando così le cose – lo mostrano bene la passione e la morte di Socrate –, l'uomo, ridotto a vedere, può farlo solo usando una luce propria, una luce che non proietti ombra sul suo sguardo.
L'ombra del potente è immediatamente l'ombra di un altro uomo. Un uomo che anche il cinico vede come uomo, ma rivestito, magnificato, soverchiato e, diremmo, usurpato, dalla condizione di potente. Ogni potere umano sarà umbratile, umbrifero?
E l'amore? Il filosofare si affanna per scoprire un amore non dipendente dall'altro. Un pensiero che naufraga in Platone. L'amore che genera in un altro corpo bello, nella bellezza di un altro corpo, l'amore ormai libero dal corpo che genera nella stessa bellezza. La solitudine, dunque, e il mito della caverna dove colui che si svincola dalle ombre e va incontro alla luce che non viene proiettata dalla luminosità dove non ci sono più ombre, torna per amore alla caverna delle ombre, della visione adombrata, andando incontro alla sorte che si sa. Quelli rinchiusi là dentro non vogliono vivere – perché si tratta di vivere, in primo luogo, e non di pensare – non vogliono svincolarsi da quella vita, temono indubbiamente di non vivere più se la abbandonano, diffidano, non della luce, ma del fatto che ci sia vita senza ombre.
La vita senza ombre somiglierà a una spoliazione? La religione della luce – mazdea, manichea, platonica – ispira e fa nascere il monachesimo pre cristiano, la religione del deserto dove i solitari comunicano senza parole, sapendosi nello stesso luogo fisico e metafisico, un luogo in cui il potere non è neanche pensabile.