Il libro:

essere nascente

María Zambrano

Il libro non è solo una raccolta di pensieri, e neanche la forma privilegiata del pensare. È un essere vivente, con tutto ciò che comporta, nei casi privilegiati, l'essere vivi. La sua presenza fisica si sente, respira, innanzitutto, irradia, ha numero o è soggetto al numero, al peso, alla misura. Prima ancora di entrare fra quattro mura, per private che siano, si nota se dentro ci sono libri. In certe case eleganti, o che pretendono di esserlo, ci diciamo, ci domandiamo cosa manchi. Forse la presenza del libro, anche uno solo, perché il libro può essere una creatura unica, come in certe culture, dette appunto del libro. Per libro si intende allora solo quel libro. Ma perché un libro unico abiti la casa, la illumini, non dev'essere proprio quel libro.
Il libro appartiene, dunque, pienamente alla «fysis». Senza di esso, mancherebbe qualcosa alla creazione. Una creatura, niente di meno. E il libro viene innanzitutto cercato, assaporato, e sprigiona un odore particolare. Le case, siano esse palazzi o templi, sono disabitate quando non c'è il respiro di un libro. Quella presenza, quell'odore peculiare, è dunque insieme sostanza ed essenza. Come si potrebbe vivere fra quattro mura senza un libro? Quando ci si riesce, è perché lo si sostituisce, sempre malamente, con una immagine, cioè con una rappresentazione fallace.
La foglia di un albero può essere un libro, e talvolta lo è.
Un fiore, un pensiero solitario, e ancora errante, può trasformarsi in un libro. Ha il potere dell'essenziale, del vivente, che è la metamorfosi, per non dire transustanziazione. E la parola che contiene è decisiva o non lo è. Lo è soprattutto quando è una parola nascente, una parola che genera se stessa, un essere vero e operante, benché sia, o proprio perché è, invisibile.
Ho sentito parlare, senza troppo stupirmi, della rosa di Gerico, fatta di una sostanza tale che con solo una goccia d'acqua riacquista la condizione di rosa, esala un profumo, vive e poi si spegne di nuovo. E resta così, per un tempo indefinito, nello stato che un infedele, diremmo, può distruggere. Ma, ci domandiamo, potrebbe anche un solo atomo di quest'unico fiore perdere tale virtù? Forse tutti i libri sono come la rosa di Gerico? No di certo. Ma anche un libro insignificante, minuscolo, dimenticato, può possedere, e possiede in alcuni casi che conosciamo, questa «virtus».
Poiché il libro non è un contenitore né un contenuto, e neanche la conseguenza di un atto, nel senso usuale del termine. Sarebbe, in ogni caso, come disse Dante a proposito di Aristotele, «lo filosofo»: l'atto del pensiero è vita. L'atto del pensiero, secondo Aristotele, è vita, e solo così il libro ha piena ragione di esistere. Solo così è creatura; altrimenti può essere immerso nel fiume del divenire, e questo a un libro non è permesso: essere travolto dal fiume in cui tutto scorre indifferentemente. Ossia: non essere generato né generante, ma indefinitamente rinascente, rinascitore.
Un libro aspira a essere «il libro», l'unico, il sostanziale e l'essenziale. Lo sa, a volte con tristezza, chi scrive un libro. La creatura abitante questo mondo – che può essere il cosiddetto intermediario –, a cui si lasciarono l'onere e la libertà di scrivere un libro. Se così non fosse, scrivere un libro sarebbe pura vanità, solo a volte riscattata dal carattere involontario dell'azione di mettersi a scrivere un certo libro. Di lì il tremore, l'indicibile timore che quei foglietti che si sono scritti abbiano nome e aspetto di libro.
Chiunque abbia scritto con la consapevolezza di scrivere un libro, inventa una giustificazione, e per questo antepone sempre un prologo o un proemio, in cui anzitutto la espone. Come si sa, il Corano, che i fedeli chiamano «il libro», fu scritto dall'autore durante un'estate terribile. Fu redatto su foglie di palma e su tutto quanto capitava sotto mano con l'urgenza di un impulso irresistibile e l'autore si giustifica, come sappiamo, perché i discendenti di Ismaele dovevano ricevere la rivelazione nella loro lingua.
Non sarà che quando uno si sente obbligato a nascere, o è già nato, deve scrivere un libro in stato nascente? Purché, qualsiasi cosa dica, la dica nello stato in cui l'«io» recupera l'innocenza.