Il libro:

essere vivente

María Zambrano

Il libro è in se stesso un essere vivente dotato di anima, di vibrazione, di peso, numero, suono. La sua presenza si avverte già prima di vederlo entrare, suona alla porta, semplicemente, di una casa dove ci siano libri letti; non libri adoperati per adornare o arredare le pareti, bensì letti, pensati, vissuti. Se ne avverte la presenza prima di entrare nella casa. Non dico poi nella stanza.
Il libro esiste di per sé, è dotato di essere, ha il proprio vano, la propria assenza, il proprio amore. Raccoglie la voce e la irradia, raccoglie l'indifferenza come se fosse, non so, uno strano essere animato. La sua assenza ci accompagna, la sua presenza ci sgomenta, ci sollecita. E può succedere qualcosa di incredibile: che semplicemente avendo un libro vicino, toccandolo, si cominci già a sapere cosa contiene. Una manifestazione singolare, diversa e distinta da quella di tutti gli altri esseri. Che cosa contiene un libro? Di cosa è portatore? Per meglio saperlo, per sentirlo più chiaramente,vorremmo tornare all'istante in cui per la prima volta abbiamo visto un libro, in cui una mano si è tesa verso di noi per porgerci un libro, o in cui abbiamo visto qualcuno chino su di un libro a leggere. Ma non è possibile, almeno per me, perché sono nata tra i libri nella casa di mio padre e mi erano, al tempo stesso, familiari e, come dire, la familiarità non ne dissipava il mistero. Misteriosi e prossimi tutti i libri, ma non tutti i libri erano uguali. Ricordo di aver scelto senza pensare, alla cieca, senza quasi saper leggere, un libretto di una collana filosofica a cui mio padre teneva molto. Io non sapevo, non avevo idea di cosa fosse la filosofia, e tanto meno di chi fosse l'autore il cui nome spiccava sul piccolo libro: Leibniz, riuscii a leggere. E quel libro me lo tenni, credo lo rubai quasi, e lo riposi in uno scrigno in cui custodivo le cose preziose, dove avrei dovuto tenere le gioie che evidentemente non avevo o, se le avevo, non mi allettavano. Come, invece, faceva il libro, dal quale ero attratta. E il libro non mi ingannò; o, per meglio dire, non mi ingannai. È uno dei più straordinari della storia del pensiero filosofico, uno dei più chiari, misteriosi, profondi, decisivi. Come facevo a saperlo!
Quando entravo nella mia stanza la sera, dopo che i miei genitori erano andati a dormire, tiravo fuori il libro e lo accarezzavo, me lo accostavo al volto, non come la collana di perle che possedevo, ma con la quale non facevo così, bensì come se fosse un essere di un altro mondo, il portatore di un mistero che mi recava il futuro, il presente sfiorato e il passato più remoto. Io mi sentivo immersa, avvolta in quel libro. Fu il primo libro con cui mi capitò. Non racconterò la storia dei libri scoperti così, prima ancora di leggerli. E trattandosi di libri in collana, la ragione non poteva essere solo l'aspetto fisico, perché i libri in casa mia erano sempre di una collana filosofica, letteraria o poetica. La scienza, detto tra parentesi, mi incuteva rispetto e timore.
Il misterioso contenuto di quel libro irradiava un profumo come di pianta esotica, lontana e irresistibilmente affascinante. Non si poteva dimenticare. Era lì. Venivo allora sorpresa dal sorriso benevolo di mio padre, a leggere quei libri prima ancora di saper leggere, e lo assillavo un po' affinché mi insegnasse a leggere e a decifrare quei caratteri, perché i miei genitori non avevano nessun interesse a che la loro figlia fosse una bambina prodigio e la sua testa si riempisse di immagini e pensieri non adatti alla sua età. Ma il fatto è che le età acquistano un rilievo molteplice, diverso, e c'è una specie di chiamata che si può definire vocazione o chissà come, Dio sa che parola bisognerebbe usare. Io stessa non so dire ciò che un libro può essere. Può essere la salvezza, la perfezione, la calamita che attrae e orienta, la fiamma che innamora e brucia la povera farfallina che le gira intorno senza accorgersi che si sta consumando, che sta bruciando. E può anche essere la sfera di cera che si illumina internamente e attrae una luce, un fuoco, una respirazione, una vita ineludibile.
Cade a proposito la fotografia in cui, disgraziatamente, si vede (o almeno a me toccò vedere, data la mia età) il rogo dei libri durante l'impero hitleriano, nella sua epoca più infuocata. Con quale odio, con quale furia, con quale ardore venivano gettati alle fiamme! Penso, sento, che mai per nulla al mondo, nemmeno per il rogo delle povere streghe, quando ci si credeva, si sia sparso tanto orrore, tanto odio, tanto fuoco.
Un libro può essere buttato dalla finestra, preso a calci, fatto a pezzetti come fosse il veicolo del male più terribile. E può al contrario, ma con altrettanta passione, essere accarezzato, sollevato, sostenuto in alto come un'effigie.
Ricordo – non si tratta di un libro –, che molto tempo fa, era a Madrid, per la precisione, dalla macchina in cui viaggiavo vidi una donna come appoggiata a un'impalcatura di quelle che si montano per costruire; una donna povera, sola, vestita decentemente, pulita, ma sola della più totale solitudine, e teneva alto, sorreggendolo, un libro chiuso. Ho anche visto, in chiesa, le donne leggere il messale senza saper leggere, tenendo il libro a rovescio; e, tuttavia, io non ho mai potuto burlarmi di un poveraccio.
Perché resta sempre vivo il gesto di sollevare il libro, di guardarlo e di offrirlo come se si trattasse di un'ostia consacrata, una forma sacra che deve stare al di sopra di tutto, che deve manifestarsi come se fosse veramente una forma di comunione.
Deve esserci qualcosa di vero in ciò che dico, se si risvegliano tanto odio, tanto amore e tanta tenerezza. L'esistenza del libro è, già di per sé, una rivelazione, quale che sia il contenuto.
Nei paesi di questa Spagna che è stata, e forse continuerà a essere, prevalentemente analfabeta, esisteva a volte un solo libro, custodito nella segreteria del Comune o in qualche altro luogo pubblico. Ma era, nel contempo, inaccessibile, perché stava chiuso in un armadio del quale aveva la chiave un funzionario, a cui bisognava chiedere il permesso. Dovevano accontentarsi di andare a contemplarlo o accorrere al luogo, a volte dalla campagna, approfittando del momento in cui poteva apparire il funzionario sacro. Ah, il momento dell'apertura, il momento della disponibilità a tirar fuori la chiave e aprire il libro e farlo leggere! Era di solito il Diccionario de la Real Academia, o anche una copia del Quijote. Era l'unico libro esistente in paese, e non si poteva toccare, era come un simbolo reale e irreale, interamente sacro.
Quand'ero giovane io, non c'erano obblighi fuorché dedicarsi o offrirsi a una fondazione del Ministerio de Educación. Si trattava delle Misiones Pedagógicas, per le quali si partiva senza alcun compenso, ma il missionario era provvisto di tutto. Ci dicevano: «Vi diamo soltanto i sandali», cioè il mezzo di viaggio più povero. Partivamo in gruppi di tre o di quattro, con il necessario per viaggiare in terza classe, e alcuni tratti li facevamo a dorso d'asino, salendo e scalando montagne fino ad arrivare a luoghi che non erano necessariamente né piccoli né abbandonati, anzi a volte erano paesi piuttosto grandi dove però il libro non esisteva. E non esisteva la musica, né il cinema, né alcun altro mezzo di comunicazione, e lì ci stavano aspettando. Si portavano anche quadri nelle Missioni Pittoriche, alle quali però io non partecipai. Presi parte alle altre, nelle quali portavamo in regalo una piccola biblioteca, un fonografo e una collezione di dischi scelti. E la gente, in un grande paese dell'Estremadura chiamato Navas de Madrofío, formò una fila di due chilometri lungo la strada. Viaggiavamo in un'automobile sgangherata, ma fummo ricompensati della fatica. Disposti in due file lungo la strada, ordinati come fosse una processione, c'erano gli uomini del paese, con la bandiera socialista. Io non sono socialista, ma c'erano anche altri che non appartenevano a quella bandiera. Indossavano il vestito buono, che in quelle terre consisteva in un mantello lungo fino a terra. Sotto il mantello, il vestito di panno nero stretto da una fascia. Mentre passavamo tra le due file, si toglievano il cappello davanti a noi, reverenti, perché portavamo loro pensieri, portavamo la vita, e quando arrivammo alla plaza Mayor, era piena. Straripava anche di donne, che a quei tempi erano molto ritrose.
Toccò a me parlare dal balcone a quella moltitudine. Ho parlato da molti balconi. Quella volta tremavo dalla testa ai piedi. Ero ancora una giovane studentessa, perché studentessa lo sono rimasta per tutta la vita. Allora avevo poca voce; era una voce flebile, sottile. Mentre parlavo, si fece un tale silenzio che non si perdette neanche una parola. Demmo così avvio alle sessioni. Alla fine consegnammo la biblioteca. Ma più che consegnarla, la esponemmo, la demmo, la distribuimmo. Non osavano neanche guardarli, erano libri di storia, di poesia, di letteratura. E anche libri di elementi di diritto per formare cittadini. Gente che sentiva la patria come una poesia, come un'ispirazione, un dono del cielo. Gente che voleva trasformare il lavoro, e a volte ci riusciva, in una poetica, meravigliosa e libera trasformazione.
Bisogna precisare che non si trattava di una azione di sinistra. Venivano sacerdoti a sentirci, ci ascoltavano, facevano foto. C'era un giovane prete avvolto nella bandiera socialista. Non è propaganda, ripeto. È una storia fedele di quell'istante, che magari si sta ripetendo, che si sarà ripetuto. Ma per quanto si ripeta, non sarà mai normalizzato. Il libro è un dono che non si consuma, moneta offerta dalla mano, moneta che sta nella mano. Si può perdere forse, ma, come diceva in quegli anni il poeta Antonio Machado, quello che sta nell'anima si perde se non si dà. Il libro possiede anche qualcosa di indelebile, un profumo che si intensifica quanto più si inspira, come quello di certi fiori. Il libro odora, profuma, impregna le pareti, è colmo di amore. E ispira una tale commozione in chi lo riceve per la prima volta, viene accolto tra le mani con tale devozione, che è come un essere. Un dono insieme del cielo e della terra, che reca un mondo lontano e misterioso che diventa nostro, intimo, una misteriosa lontananza che penetra nell'intimità.
Credo che potrei continuare a parlare, ma non è il caso, dati i limiti di spazio per la pubblicazione. Inoltre, la voce narrante si affatica un po', e non c'è da vergognarsene. Proprio perché ho molto parlato, non dico con la migliore intenzione, ma con l'animo migliore, con l'essere, e allo stesso modo ho scritto libri. E con che tremore li ho consegnati a chi di dovere. Ho camminato per le strade di città affollate e meravigliose con il mio originale tra le mani, non levandolo in alto, bensì china, chiedendo perdono per aver osato scrivere un libro. Ma non me ne vergogno; mi commuove aver osato scrivere un libro e sognare una bambina che, come me un tempo, lo conserva in uno scrigno segreto della sua stanza, in attesa di crescere, d'essere grande per poterlo leggere.